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CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

1. ROBERTO AL BIALBERO

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

Di Roberto Coaloa

L’intera famiglia imperiale russa – lo Zar Nicola II, la Zarina Alessandra, i cinque figli – fu sterminata dopo la mezzanotte del 16 luglio 1918, cento anni fa: il massacro dei Romanov avvenne tra le due e le tre di notte del 17 luglio 1918. Furono assassinati anche il medico, il dottor Botkin, tre persone di servizio e due cani, il bulldog della granduchessa Tatiana e il cagnolino Jemmy, mentre l’adorato King Charles spaniel dello Zarevič Alessio, Joy, scappò durante la strage e finì i suoi giorni a Windsor.

Perché accadde la strage a Ekaterinburg? Dal castello di Windsor, dove giacciono negli archivi le corrispondenze tuttora inedite tra la famiglia imperiale russa e quella inglese, emergono alcune verità. Ai Romanov fu più fatale l’amicizia con la corona di San Giacomo che la Rivoluzione russa. I bolscevichi ebbero il ruolo di semplici esecutori materiali dell’eccidio.

Nel 1917, infatti, Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, che in un primo momento era sembrato disponibile con i suoi uomini di fiducia a soccorrere lo Zar. Solo l’Imperatore Carlo d’Asburgo si preoccupò di Nicky e della sua famiglia, cercando di liberarli dalla prigionia costituendo un commando, formato principalmente da italiani di Trieste. Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere in Inghilterra il cugino Romanov (tra l’altro alleato contro il Reich del Kaiser), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione dello Zar.

Nel 2000 lo Zar Nicola II e la sua famiglia sono stati canonizzati. I resti dello Zar e della Zarina e le loro tre figlie ricevettero un funerale di stato prima di essere sepolti nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo il 17 luglio 1998, ottantesimo anniversario della strage. Gli ultimi riconoscimenti sono stati fatti nel 2007, ma il mistero sui Romanov continua ancora oggi: i presunti resti parziali degli scheletri di Alessio e Maria non hanno convinto la Chiesa.

I resti dello Zar Nicola II, inoltre, sono poi stati riesumati nel 2015 per prelevare campioni di DNA nell’ambito dell’indagine riaperta. Nel 2015, infatti, la Commissione d’inchiesta del ministero degli Interni ha riaperto il fascicolo per consentire alla Chiesa un’ultima verifica sull’identità della famiglia, verifica che è stata effettuata grazie al DNA di Nicola e Alessandra (temporaneamente riesumati), di Ella (sepolta a Gerusalemme), di Alessandro II (del quale è stata utilizzata la giacca macchiata di sangue custodita all’Ermitage) e di Alessandro III. Nell’ottobre 2016 il patriarca della Chiesa ortodossa ha dichiarato che i test saranno presto completati. Finora, i resti del principe ereditario Alessio e di sua sorella Maria non sono sepolti: sono conservati nell’archivio statale russo.

MACCHÉ LENIN, I RUSSI CELEBRANO SOLO LO ZAR

La ballerina amante del futuro zar Nicola II

Matil’da Feliksovna Kšesinskaja (1872-1971)

Mosca si ribella contro il film Matilda, che racconta la relazione giovanile del futuro Zar Nicola II, martire della Chiesa ortodossa, con una ballerina del teatro imperiale della capitale zarista, l’étoile Matil’da Feliksovna Kšesinskaja.

Dal quotidiano “Libero”. Sabato 4 novembre 2017.

 

MACCHÉ LENIN, I RUSSI CELEBRANO SOLO LO ZAR

Di Roberto Coaloa

Mosca

Lo zar Nicola II (1868-1918).

Nicola II di Russia (1868-1918). Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nicola II e la sua famiglia. San Nicola II, imperatore martire e “grande portatore della Passione”, unitamente a santa Aleksandra, sant’Aleksej, santa Ol’ga, santa Tat’jana, santa Marija, sant’Anastasija e santa Elizaveta (la sorella della zarina, Elisabetta Fëdorovna, fondatrice di un ordine di monache e uccisa durante la rivoluzione) sono festeggiati il 17 luglio.

Il 25 ottobre è stato proiettato a Mosca l’attesissimo film del regista Alexei Uchitel sulla storia d’amore tra l’ultimo Zar Nicola II e la ballerina Matil’da Feliksovna Kšesinskaja. Il giorno prima il film era stato proiettato a San Pietroburgo senza incidenti. A Mosca, invece, nella prémière di Matilda sette persone sono state arrestate davanti al cinema. Il film non è piaciuto agli ortodossi, che venerano l’ultimo Zar, nel 2000 proclamato martire dalla Chiesa ortodossa.

Matilda mette in difficoltà anche il nuovo “zar” Putin, nell’anno in cui ricorre il centenario della Rivoluzione. Infatti, la riabilitazione della figura di Nicola II, voluta da Putin, è un modo per far passare in secondo piano le celebrazioni dei cento anni dell’Ottobre e del suo “eroe” Lenin.

Il dibattito storico e politico sul 1917 è in questo momento molto serrato in Russia. È stato innescato dal recente pellegrinaggio dello scorso 17 luglio a Ekaterinburg (nel 99° anniversario della fucilazione della famiglia imperiale russa), dove migliaia di persone hanno ricordato lo Zar. Ora, dopo la proiezione del film Matilda, l’esaltazione della figura dello Zar è ancora maggiore. Molti esponenti della politica e della Chiesa russa hanno posizioni monarchiche, come Natal’ja Poklonskaja, che il giorno dopo la proiezione del film a Mosca era infuriata. Il 26 ottobre, la Poklonskaja, deputata nella settima legislatura della Duma della Federazione russa, ha affermato: «Nel periodo sovietico si proteggevano in questo modo i centri culturali in cui si giudicavano gli ex fascisti: i collaborazionisti e i nazionalisti ucraini».

Fuori dalla polemica, noi storici riteniamo che lo Zar Nicola II sia una figura incompleta, che come politico fece pessime figure nelle relazioni internazionali. Natal’ja Poklonskaja, invece, è del parere opposto e non perde occasione di ricordare i Romanov con Putin. Forse, anche per questo motivo, i fermati, che facevano parte di un gruppo di ortodossi tradizionalisti che protestava contro la pellicola a Mosca, criticando il ritratto, a loro avviso, «indecente» di Nicola II, si sentivano legittimati nella loro protesta.

La storia, mettendo da parte la creazione fantastica, artistica, del film, è semplicemente la seguente. La vita di Matil’da Feliksovna Kšesinskaja (1872-1971), per i pochi happy few appassionati del grande balletto della scuola russa, appare come una specie di ape buona e operosa che passa nel mondo della danza da un successo all’altro e infrange un cuore dopo l’altro. Non ci fu il solo cuore di Nicola ad essere conquistato dalla ballerina (come racconta il film di Uchitel). Ai piedi della Kšesinskaja caddero anche i granduchi Serghei e Andrej. La fama della ballerina come amante dell’ultimo Zar era talmente grande che Lenin, quando conquistò il potere a Pietrogrado nel 1917, volle annunciare la vittoria della rivoluzione proletaria proprio dal lussuoso palazzo in Konverskij Prospekt, dono dello Zar alla ballerina.

La Kšesinskaja ci ha lasciato delle memorie, pubblicate a New York nel 1961 con il titolo Dancing in St. Petersburg. Era figlia del polacco Feliks Kšesinskij, grande danzatore solista di carattere, in servizio per i Romanov per più di quarant’anni, e di Julija Dominskaja. Nata a San Pietroburgo il 19 agosto (calendario giuliano) – 1 settembre nel calendario gregoriano – 1872, Matil’da crebbe in una famiglia agiata. La sorella Julia e il fratello Josif seguirono le orme del padre come lei, che entrò alla Scuola Imperiale nel 1880. Il 22 aprile del 1890 fece il suo debutto nel passo a due della Fille mal gardée con Nicolas Legat. I Romanov erano i finanziatori di buona parte dei teatri imperiali e non mancavano mai agli appuntamenti in cui era possibile riconoscere le future étoiles. Dal 1896 Matil’da fu nominata ballerina e approfittando del proprio ruolo di amante dell’erede al trono, lo zarevič Nicola, detto Niky, un piccolo fauno dai lineamenti fini, monopolizzò tutti i ruoli del Marinskij. Come ricorda il fratello Josif nelle sue memorie inedite, nel suo rapporto con Nicola II «lo aiutò a prendere coscienza della sua identità sessuale, liberandolo da certi malsani compromessi con la carne e dalla sua crescente paura delle donne».

Quando Niky si sposò, nel 1896, la loro relazione ebbe termine, ma la ballerina riuscì a conservare il proprio potere illimitato sul Marinskij. Un potere che comunque non avrebbe potuto mantenere se non fosse stata dotata di un reale talento di danzatrice. Matil’da Kšesinskaja morì a Parigi, quasi centenaria, il 6 dicembre 1971.

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS DI LONDRA CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919). Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919).
Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

 

La visita a Londra di un appassionato d’arte e di storia. Un commento alla mostra Revolution.

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Di Roberto Coaloa

"Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

“Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra-evento, “Revolution: Russian Art 1917-1932”, è la Royal Academy of Arts di Londra. La mostra, inaugurata sabato 11 febbraio, ha segnato l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale russa, Pietrogrado, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello zar, il 7 novembre per il nostro calendario) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò il comunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con un appassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titolo We cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime. Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia dell’umanità». In effetti, la mostra è caratterizzata dallo sbandieramento di gonfaloni rossi. Tuttavia, il taglio dei curatori non mira alla celebrazione del comunismo, ma a una chiara definizione dei rapporti che ebbero le avanguardie russe e il realismo socialista dal 1917 al 1932 col potere politico.

La mostra è aperta fino al 17 aprile e vale la pena, soltanto per alcune importanti opere presenti alla Royal Academy (tra le quali quelle di Kandinskij, Malevič, Chagall e Rodčenko), fare un viaggio a Londra. L’ingresso alla mostra costa 18 sterline, il catalogo 40 sterline ed è edito dalla Royal Academy. La mostra è curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray. Tra le opere di propaganda esposte a Londra, le più rilevanti sono «Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij e «Il bolscevico» di Boris Kustodiev.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

Il primo è un manifesto geniale dal punto di vista visivo: un affilato triangolo rosso è diretto contro una massa bianca, come un paletto contro il cuore di un vampiro: è un’immagine di supporto per i bolscevichi che hanno preso il potere. La seconda opera, dalla Galleria Tret’jakov, rappresenta l’uomo nuovo: il bolscevico. Soprattutto descrive il desiderio, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, di combattere la cosiddetta pittura da cavalletto.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

Tra le curiosità della mostra un’opera di Kliment Red’ko, «Insurrezione», sempre dalla Galleria Tret’jakov, in cui Lenin appare attorniato dalla folla e dai suoi apostoli, tra i quali Trockij. Ovviamente fu sequestrata sotto Stalin e riapparve solo nel 1980. Di Isaak Israilevič Brodskij, il più rilevante seguace del realismo socialista, ci sono i famosi ritratti dei leader comunisti: «Lenin allo Smol’ny», dove il rivoluzionario è intento a scrivere con dei fogli appoggiati sulla gamba, un altro potente ritratto di Lenin, con alle spalle la bandiera rossa e la folla, e Stalin, nel 1928. All’opera figurativa di Kuzma Petrov-Vodkin c’è un’intera sezione della mostra londinese, dove stupiscono la «Fantasia» del 1920 e il contestato ritratto di Lenin nella bara. Inoltre, trovano spazio le fabbriche tessili di Dejneka, le fotografie di Arkadij Šajchet, i film sperimentali di David Abelevič Kaufman, noto come Dziga Vertov, e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sorge anche la ricostruzione di un esemplare, di abitazione sovietica, austera e funzionale, la Kommunalka, e il meraviglioso «Letatlin» dell’architetto Vladimir Evgrafovič Tatlin.

La mostra di Londra appare eccezionale per qualità di pezzi esposti, eppure mancano alcune cose. Da una parte, come ha già notato il critico Jones, la mostra omette la spietata brutalità del comunismo sovietico. Dall’altra, lo notiamo con un certo stupore, Revolution elude la grande colpa del nonno di The Queen. Re Giorgio V, infatti, non salvò i Romanov.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Nel 1917 Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, ma il re inglese non fece nulla e l’intera famiglia imperiale russa fu sterminata nel 1918. Pavel Nikolaevič Miljukov, ministro degli esteri del governo provvisorio, aveva inutilmente supplicato il governo inglese di offrire un aiuto alla famiglia imperiale russa, un asilo politico: «C’est la dernière chance – scrisse Miljukov – de sauver la liberté et peut-être la vie de ces malheureux». Il governo britannico attese, Giorgio V sottovalutò il problema, mentre uno scarno comunicato del Foreign Office domandava al governo provvisorio russo «de choisir une autre résidence pour Leur Majestés impériales».

Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere il cugino Romanov (tra l’altro alleato della Gran Bretagna contro il Reich del Kaiser Guglielmo II), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione della famiglia imperiale, che, “imprigionata” dai bolscevichi in un primo tempo nella sfarzosa reggia di Carskoe Selo, fu trasferita a Tobolsk in Siberia e poi a Ekaterimburg, aldilà degli Urali, il 26 aprile 1918, e segregata nella casa Ipatiev. Il 16 luglio 1918, a mezzanotte, l’intera famiglia imperiale fu massacrata. La notizia non arrivò subito a Giorgio V, ma quando si seppe quell’atrocità, nel 1921, il re britannico non esitò a salvare la vita all’ex “nemico”, l’imperatore d’Austria Carlo d’Asburgo, anche lui minacciato dai venti rivoluzionari.

Il costo delle vite umane della Rivoluzione e degli anni immediatamente successivi fu immenso: milioni di morti. La Russia, negli anni successivi la Rivoluzione, perse anche una grossa parte dei suoi uomini migliori: esiliati per forza o per propria volontà. Se ne andarono dalla Russia sovietica autentici geni, come, ad esempio, Evgraf Petrovič Kovalevskij e suo figlio Pierre, emigrarono artisti come Andrej Jakovlevič Beloborodov e Grigorij Ivanovič Šil’tjan. Molti scelsero l’Italia, come la figlia primogenita di Lev Tolstoj, e tanti aristocratici e intellettuali. A Sanremo si trasferì Aleksandr S. Botkin, fratello di Evgenij, medico personale dello zar Nicola II, fucilato a Ekaterimburg con la famiglia imperiale. La Rivoluzione creò un nuovo Stato totalitario e le conseguenze più nefaste le subirono immediatamente i paesi “satelliti” del moderno Impero sovietico, come Georgia e Armenia, segnati da terrore rosso, pogrom antiebraici, carestia, freddo e malattie. Paese delle «pietre urlanti», ad esempio, è la definizione coniata dal poeta russo Osip Mandel’stam per l’Armenia.

Epilogo: Londra, non dimentichiamolo, è storica terra di rivoluzionari. Al Cimitero di Highgate c’è la tomba di Marx. A Percy Circus c’è la casa di Lenin…