1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS DI LONDRA CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919). Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919).
Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

 

La visita a Londra di un appassionato d’arte e di storia. Un commento alla mostra Revolution.

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Di Roberto Coaloa

"Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

“Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra-evento, “Revolution: Russian Art 1917-1932”, è la Royal Academy of Arts di Londra. La mostra, inaugurata sabato 11 febbraio, ha segnato l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale russa, Pietrogrado, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello zar, il 7 novembre per il nostro calendario) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò il comunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con un appassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titolo We cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime. Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia dell’umanità». In effetti, la mostra è caratterizzata dallo sbandieramento di gonfaloni rossi. Tuttavia, il taglio dei curatori non mira alla celebrazione del comunismo, ma a una chiara definizione dei rapporti che ebbero le avanguardie russe e il realismo socialista dal 1917 al 1932 col potere politico.

La mostra è aperta fino al 17 aprile e vale la pena, soltanto per alcune importanti opere presenti alla Royal Academy (tra le quali quelle di Kandinskij, Malevič, Chagall e Rodčenko), fare un viaggio a Londra. L’ingresso alla mostra costa 18 sterline, il catalogo 40 sterline ed è edito dalla Royal Academy. La mostra è curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray. Tra le opere di propaganda esposte a Londra, le più rilevanti sono «Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij e «Il bolscevico» di Boris Kustodiev.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

Il primo è un manifesto geniale dal punto di vista visivo: un affilato triangolo rosso è diretto contro una massa bianca, come un paletto contro il cuore di un vampiro: è un’immagine di supporto per i bolscevichi che hanno preso il potere. La seconda opera, dalla Galleria Tret’jakov, rappresenta l’uomo nuovo: il bolscevico. Soprattutto descrive il desiderio, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, di combattere la cosiddetta pittura da cavalletto.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

Tra le curiosità della mostra un’opera di Kliment Red’ko, «Insurrezione», sempre dalla Galleria Tret’jakov, in cui Lenin appare attorniato dalla folla e dai suoi apostoli, tra i quali Trockij. Ovviamente fu sequestrata sotto Stalin e riapparve solo nel 1980. Di Isaak Israilevič Brodskij, il più rilevante seguace del realismo socialista, ci sono i famosi ritratti dei leader comunisti: «Lenin allo Smol’ny», dove il rivoluzionario è intento a scrivere con dei fogli appoggiati sulla gamba, un altro potente ritratto di Lenin, con alle spalle la bandiera rossa e la folla, e Stalin, nel 1928. All’opera figurativa di Kuzma Petrov-Vodkin c’è un’intera sezione della mostra londinese, dove stupiscono la «Fantasia» del 1920 e il contestato ritratto di Lenin nella bara. Inoltre, trovano spazio le fabbriche tessili di Dejneka, le fotografie di Arkadij Šajchet, i film sperimentali di David Abelevič Kaufman, noto come Dziga Vertov, e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sorge anche la ricostruzione di un esemplare, di abitazione sovietica, austera e funzionale, la Kommunalka, e il meraviglioso «Letatlin» dell’architetto Vladimir Evgrafovič Tatlin.

La mostra di Londra appare eccezionale per qualità di pezzi esposti, eppure mancano alcune cose. Da una parte, come ha già notato il critico Jones, la mostra omette la spietata brutalità del comunismo sovietico. Dall’altra, lo notiamo con un certo stupore, Revolution elude la grande colpa del nonno di The Queen. Re Giorgio V, infatti, non salvò i Romanov.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Nel 1917 Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, ma il re inglese non fece nulla e l’intera famiglia imperiale russa fu sterminata nel 1918. Pavel Nikolaevič Miljukov, ministro degli esteri del governo provvisorio, aveva inutilmente supplicato il governo inglese di offrire un aiuto alla famiglia imperiale russa, un asilo politico: «C’est la dernière chance – scrisse Miljukov – de sauver la liberté et peut-être la vie de ces malheureux». Il governo britannico attese, Giorgio V sottovalutò il problema, mentre uno scarno comunicato del Foreign Office domandava al governo provvisorio russo «de choisir une autre résidence pour Leur Majestés impériales».

Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere il cugino Romanov (tra l’altro alleato della Gran Bretagna contro il Reich del Kaiser Guglielmo II), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione della famiglia imperiale, che, “imprigionata” dai bolscevichi in un primo tempo nella sfarzosa reggia di Carskoe Selo, fu trasferita a Tobolsk in Siberia e poi a Ekaterimburg, aldilà degli Urali, il 26 aprile 1918, e segregata nella casa Ipatiev. Il 16 luglio 1918, a mezzanotte, l’intera famiglia imperiale fu massacrata. La notizia non arrivò subito a Giorgio V, ma quando si seppe quell’atrocità, nel 1921, il re britannico non esitò a salvare la vita all’ex “nemico”, l’imperatore d’Austria Carlo d’Asburgo, anche lui minacciato dai venti rivoluzionari.

Il costo delle vite umane della Rivoluzione e degli anni immediatamente successivi fu immenso: milioni di morti. La Russia, negli anni successivi la Rivoluzione, perse anche una grossa parte dei suoi uomini migliori: esiliati per forza o per propria volontà. Se ne andarono dalla Russia sovietica autentici geni, come, ad esempio, Evgraf Petrovič Kovalevskij e suo figlio Pierre, emigrarono artisti come Andrej Jakovlevič Beloborodov e Grigorij Ivanovič Šil’tjan. Molti scelsero l’Italia, come la figlia primogenita di Lev Tolstoj, e tanti aristocratici e intellettuali. A Sanremo si trasferì Aleksandr S. Botkin, fratello di Evgenij, medico personale dello zar Nicola II, fucilato a Ekaterimburg con la famiglia imperiale. La Rivoluzione creò un nuovo Stato totalitario e le conseguenze più nefaste le subirono immediatamente i paesi “satelliti” del moderno Impero sovietico, come Georgia e Armenia, segnati da terrore rosso, pogrom antiebraici, carestia, freddo e malattie. Paese delle «pietre urlanti», ad esempio, è la definizione coniata dal poeta russo Osip Mandel’stam per l’Armenia.

Epilogo: Londra, non dimentichiamolo, è storica terra di rivoluzionari. Al Cimitero di Highgate c’è la tomba di Marx. A Percy Circus c’è la casa di Lenin…

Be Sociable, Share!