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L’IMPRESA FIUMANA CENTO ANNI DOPO. COME RICORDARLA OGGI

FIUME O MORTE!

Oggi non dobbiamo stupirci di come la Croazia, con la voce del suo capo di Stato, Kolinda Grabar-Kitarović (nata a Fiume nel 1968, prima Presidente donna della Croazia e la più giovane nella storia del Paese), e quella del suo ministro degli esteri, condanni fortemente la decisione della città di Trieste di inaugurare un monumento a Gabriele d’Annunzio, nel giorno del centesimo anniversario dell’avventura fiumana.

Aggiungiamo che a questa iniziativa da tempo dibattuta sui giornali italiani e croati, il 12 settembre 2019 sono arrivati in volo Piper in Croazia dall’Italia dei gruppi di persone organizzate da Fly Story (Pescara) per il centenario dannunziano di Fiume. Anche questo fatto ha innescato le proteste della Croazia. 

A un inglese passerebbe per la testa d’andare in India per celebrare una battaglia dell’Impero che fu? A un francese di stappare una bottiglia di champagne per la conquista dell’Indocina? A un tedesco di ricordare l’impresa di Creta nella Seconda guerra mondiale lanciandosi con un paracadute sull’isola, con tanto di gadget, cartoline e bandiere celebrative? Crediamo di no…

Come europei, e italiani, cioè del grande Paese fondatore dell’Unione europea, non possiamo che essere d’accordo con gli amici croati. Le tombe nelle cripte di Vienna sono sigillate col piombo, le trincee ed i camminamenti sono ricoperti di terra e di erba. La “lettera ai Dalmati” di Gabriele d’Annunzio è stata archiviata, altri fantasmi si spera spariti per sempre: italijanska vojaska gobda e gli ustascia di Ante Pavelic. Nessun fantasma dovrebbe aggirarsi per la Mitteleuropa. E, invece, per colpa di una piccola statua al poeta nazionalista e poi fascista italiano Gabriele d’Annunzio si sentono delle voci. Qualcuno – italiano – scherza con la storia. La nostalgia fa strani scherzi: le piste di “neve” del Vate a Fiume sono scambiate per una rivoluzione in stile sessantotto. I legionari e le legionarie di Gabriele d’Annunzio non anticiparono il sessantotto! Nella spedizione del Vate c’è l’anticipazione della marcia su Roma e Fiume diventò per un breve periodo il laboratorio politico del ventennio fascista.

Come storici, però, ricordiamo l’evento. Puntando la nostra attenzione su alcuni fatti.

 

L’IMPRESA FIUMANA CENTO ANNI DOPO. COME RICORDARLA OGGI

Di Roberto Coaloa

Cento anni fa, il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio da Ronchi di Monfalcone, a capo di una legione di volontari dell’Esercito, arrivò in auto a Fiume (oggi Rijeka, città della Croazia) e occupò la città contestata alla sovranità italiana.

Ronchi di Monfalcone, oggi, come cittadina facente parte della regione italiana Friuli-Venezia Giulia, ha il nome di Ronchi dei Legionari, proprio in ricordo di quel fatale giorno del 1919.

Gabriele d'Annunzio (il primo a destra con gli occhiali) sull'auto che lo porta a Fiume. Il 12 settembre 1919.

Gabriele d’Annunzio (il primo a destra con gli occhiali) sull’auto che lo porta a Fiume. Il 12 settembre 1919.

Lenin sostenne la Reggenza dannunziana, e come riferì Nicola Bombacci, il leader bolscevico, contestando l’inattività dei socialisti italiani, definì polemicamente il poeta Gabriele d’Annunzio come l’unica persona in grado di portare avanti la rivoluzione in Italia. Era, insomma, uno schiaffo ai socialisti italiani, incapaci per Lenin di seguire l’esempio russo. Notevole, tuttavia, fu la fortuna nella rivoluzione di Fiume, di un Lenin alleato di d’Annunzio. L’appoggio leninista, infatti, fu ricambiato: difatti, la Reggenza del Carnaro fu la prima autorità governativa al mondo a riconoscere l’Unione Sovietica. Bisogna anche ricordare che il mercantile Persia con gli armamenti da portare ai controrivoluzionari russi fu abbordato dal sindacalista Giuseppe Giulietti e dagli uscocchi (veri pirati croati dell’Adriatico) per esser dirottato a Fiume, dove fu accolto da d’Annunzio stesso con tutti gli onori.

L’eclissi del vecchio ordine europeo (per intenderci quello del Kaiser Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria), si frantumò nella Grande guerra, che cancellò dalla Storia non solo secolari regni, ma anche quelle antiche dinastie che avevano caratterizzato la storia del vecchio Continente. Dopo il 1918 fu plasmata una nuova Europa. I vincitori del primo conflitto mondiale desideravano un «Mondo nuovo» e fecero di tutto per annientare l’Impero d’Austria-Ungheria, il Reich di Guglielmo II e l’Impero ottomano. Non è vero, come sostiene una certa vulgata italiana, che la conclusione del conflitto mondiale non aveva preventivato la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Anzi! Fu la nascita del nuovo Stato balcanico, chiamato Jugoslavia, ha complicare l’ormai secolare questione adriatica, a sfavore degli intenti espansionistici del Regno d’Italia.

Nella distruzione della Duplice Monarchia degli Asburgo fu fatale il ruolo della massoneria in Italia tra il 1914 e il 1918 – messo troppo spesso in un andito buio dalla storiografia, ingiustamente.

La ricostruzione del ruolo italiano nel conflitto, spiega alcuni passaggi fondamentali della Grande guerra: il rifiuto di una pace separata da parte delle potenze dell’Intesa, alleate dell’Italia, il non ascolto da parte dell’Intesa del grido di dolore del pontefice Benedetto XV sull’«inutile strage» e la disfatta italiana di Caporetto, dove tutti i responsabili di quell’inaudita catastrofe, da Pietro Badoglio a Luigi Bongiovanni, erano affiliati a una loggia massonica, oltre a essere amici personali di Re Vittorio Emanuele III, massone della prima ora.

I vincitori della Grande guerra, quindi, erano tutti massoni. Le élites al potere in Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti d’America erano unite da un forte accordo massonico. Nel maggio 1915 i massoni italiani si mobilitarono con tutte le loro logge nel cosiddetto fronte interno, con azioni di propaganda (memorabili gli appelli di Gabriele d’Annunzio e di Cesare Battisti per l’intervento), affiancando le autorità nell’individuazione degli elementi disfattisti e dei sabotatori, e trasformandosi pertanto in una sorta di milizia civile. Il conflitto era per il Re d’Italia e per i massoni il compimento del Risorgimento e la sua evoluzione verso un «Mondo nuovo» dominato dalla democrazia e dall’armonia dei popoli. Il Regno d’Italia s’inventò la «Quarta guerra d’indipendenza» contro il nemico storico, l’Impero degli Asburgo, ma poi il nazionalismo sempre più radicale superò l’élite massonica: le logge italiane furono profondamente trasformate all’appuntamento con il dopoguerra, al pari dello Stato liberale che avevano contribuito a creare.

Gabriele d’Annunzio, infatti, dopo aver proclamato la Reggenza italiana del Carnaro, cercò di dar vita a una singolare forma di Stato, di cui abbozza un originale ordinamento, con visioni sociali anticipatrici, che contrastarono, però, con un futuro oltranzismo di stile fascista. Gabriele d’Annunzio, ad esempio, per delegittimare l’avversario si prodigò con gli strumenti della penna (a lui congeniale) per ridicolizzarlo. Nitti fu soprannominato Cagoia. L’intolleranza (non solo con la penna) era la regola. Dalla festa della rivoluzione fiumana si passò al circo liberticida. Per il poeta, Nitti era un basso crapulone senza patria. Nel 1919, invece, merito fondamentale di Nitti era di tutelare la legalità democratica dello Stato liberale. Il politico Giovanni Amendola, sostenitore di Nitti (morto in Francia, il 7 aprile 1926, per le conseguenze dell’attentato avvenuto il 20 luglio 1925, in provincia di Pistoia, a colpi di bastone da parte di una quindicina di uomini, capitanati dallo squadrista Carlo Scorza, futuro segretario del Partito nazionale fascista), capiva che il movimento dei legionari di Gabriele d’Annunzio a Fiume puntava più in alto di una “impresa”: a Roma, al governo, allo Stato. L’impresa fiumana voleva spazzare via non solo il ministero di Nitti, ma tutto quel poco di regime democratico, che si era salvato dal ciclone militarista bellico della Grande guerra. Che fosse in atto un ben orchestrato attacco al cuore dello Stato liberale non sfuggiva ai suoi più strenui e coerenti fautori. Amendola scriveva all’amico Albertini: «Chi vive profondamente il sentimento della Patria non può, in questo momento, far altro che schierarsi con ogni risolutezza dalla parte dello Stato, che pericola tra le follie patriottarde e quelle bolsceviche… Vi è tutto il mondo che è salito con la guerra, che si difende ferocemente contro la smobilitazione e la ricostruzione pacifica ed in quel mondo l’impresa dannunziana ha trovato i mezzi e le indispensabili connivenze… Ora Nitti ha molti difetti; ma creda che la reazione contro di lui non è dovuta ai difetti, ma alle buone intenzioni ed alla sana volontà di ricostruzione».

Gabriele d’Annunzio sa che la sua avventura non è destinata a durare e che il Governo sarà costretto, per motivi di politica internazionale, a soffocarla. Nitti si impose a livello internazionale con la sua fermezza mossa dal desiderio di pace e questo era l’aspetto che non gli perdonavano i sovvertitori dell’ordine costituzionale che, fermati nel loro primo tentativo a Fiume, provvedevano a vomitare sul politico italiano le ingiurie più turpi e “immaginifiche”.

Alla fine dell’avventura, Gabriele d’Annunzio, quando la lotta con le truppe regolari si trasforma in rissa fratricida, abbandona alla chetichella Fiume.

Oggi non dobbiamo stupirci di come la Croazia, con la voce del suo capo di Stato, Kolinda Grabar-Kitarović (nata a Fiume nel 1968, prima Presidente donna della Croazia e la più giovane nella storia del Paese), e quella del suo ministro degli esteri, condanni fortemente la decisione della città di Trieste di inaugurare un monumento a Gabriele d’Annunzio nel giorno del centesimo anniversario dell’avventura fiumana. Come europei, e italiani, cioè del grande Paese fondatore dell’Unione europea, non possiamo che essere d’accordo con gli amici croati. I legionari e le legionarie di Gabriele d’Annunzio non anticiparono il sessantotto! Nella spedizione del Vate c’è l’anticipazione della marcia su Roma e Fiume diventò per un breve periodo il laboratorio politico del ventennio fascista. A Fiume, Gabriele d’Annunzio sperimentò la politica di massa, offrì al fascismo il mito della romanità, il braccio teso e i saluti come “Eia eia alalà”, la canzone Giovinezza, il legame mistico tra la folla e il Capo, a suon di marcette.

Come storici, però, ricordiamo l’evento. Puntando la nostra attenzione su alcuni fatti, che sintetizzati al massimo per il lettore sono i seguenti.

La Croazia è dal 1º luglio 2013 il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea, con una popolazione di 4.154.200 abitanti (2017), la sua capitale è Zagabria con 792.875 abitanti (ultimo censimento nel 2011). Insieme a Cipro, Bulgaria e Romania, la Croazia ha sottoscritto la Convenzione di Schengen. Questi quattro Stati, però, restano fuori dallo Spazio Schengen per mancanza di adeguamenti tecnici e mantengono quindi i controlli alle frontiere.

Al termine della Grande guerra, nel 1919, con il Trattato di Versailles, la Croazia-Slavonia e la Dalmazia entrarono a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, successivamente denominato (1929) Regno di Jugoslavia, mentre l’Istria e la città di Fiume furono annesse al Regno d’Italia del quale fecero parte integrante fino al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 1939 la Croazia divenne un’entità autonoma (Banato di Croazia). Nel 1941, nel corso della Seconda guerra mondiale, grazie all’appoggio italo-tedesco, la Croazia si costituì in Stato nominalmente indipendente, ma di fatto satellite delle Potenze dell’Asse, con un governo collaborazionista presieduto da Ante Pavelić.

Da sottolineare: c’è stata la Seconda guerra mondiale e noi italiani abbiamo provocato tutto il male possibile, insieme ai nazisti, nei Balcani. Da qui poi l’atrocità delle foibe, ritorsione comunista alle atrocità commesse dai fascisti nei Balcani. Una vendetta atroce, sulla pelle delle popolazioni italiane, nella Jugoslavia di Tito. Oggi, quindi, se un italiano omaggia Gabriele d’Annunzio, simbolo della cultura fascista e del nazionalismo italiano militaresco, non può trovare, per così dire, grande “simpatia” in Slovenia, Croazia, Serbia e Montenegro…

Altro: Fiume e Gabriele d’Annunzio non posso essere paragonati al movimento del 1968. Tra gli States e l’Europa, il 1968 fu soprattutto un movimento pacifista. Nulla a che fare con il clima guerrafondaio alla D’Annunzio con i suoi legionari pronti a “menar le mani”. Nel 1968 una lunga tradizione di non violenza, risposta alla guerra del Vietnam, incontrava la cultura pacifista ottocentesca di Tolstoj, che, all’inizio del Novecento da Gandhi arrivava fino al secondo dopoguerra a Martin Luther King.

L’EDITORE KLAUS G. RENNER (1949-2019) DA BERLINO AL MONFERRATO PATAFISICO

Con Klaus G. Renner perdiamo un grande editore cosmopolita, un genio, un raffinato cultore delle lettere e dell’arte del Novecento, un surrealista bibliofilo e un amico del Monferrato. Fotografia di Roberto Coaloa.

Con Klaus G. Renner perdiamo un grande editore cosmopolita, un genio, un raffinato cultore delle lettere e dell’arte del Novecento, un surrealista bibliofilo e un amico del Monferrato. Fotografia di Roberto Coaloa.

La morte di Klaus G. Renner mi ha lasciato impietrito e pensieroso.  In una notte insonne ho ritrovato alcune sue lettere, alcuni doni. Ho riletto – e finalmente capito – il suo autore preferito e ammirato, Walter Serner. Il desiderio di leggere e di riflettere su alcuni autori di lingua tedesca è sempre stato un merito di Klaus, appassionato interprete degli “anni folli” del Novecento europeo. Con il cuore in mano – ora – posso affermare che è vero che non conosciamo un amico (e la sua storia) prima di perderlo, ma è anche vero che non conosciamo la sua importanza, nella nostra vita, prima che l’amico si sia palesato con il suo amore e la sua passione nel nostro tourbillon esistenziale. Quante storie ho ancora da raccontare su Klaus G. Renner, sui suoi amati autori, sulla patafisica, sull’amicizia tra persone “strane” e mature, sul “mouvement dada”!

Ho ricordato Klaus G. Renner sulle pagine del bisettimanale Il Monferrato, che anche lui leggeva quando flaneggiava a Ottiglio, il suo paese d’adozione. Ora, ci sono progetti e una grande eredità culturale da riprendere, rendere attuale. Un lavoro, ahimè, infinito.

Intanto cerco di mettere ordine ai ricordi, tanti.

Nel pezzo ho accennato a Walter Serner e mi rendo conto di non aver scritto molto su di lui, ancora misconosciuto in Italia. Klaus G. Renner me lo aveva reso familiare.

La traduzione italiana del bellissimo romanzo La tigre (Palermo, Gelka 1991) fu condotta sul testo curato da Thomas Milch per l’edizione dell’opera completa di Walter Serner, uscita nel 1988 presso Goldmann su licenza dell’editore Klaus G. Renner (allora a Monaco e non ancora editore “svizzero-monferrino”).

Se noi conosciamo il fantastico Walter Serner, il merito è tutto di Klaus G. Renner e del suo costante interesse affinché il nome dello scrittore boemo (cittadino della Duplice monarchia degli Asburgo) stia accanto a quello più famoso del rumeno Tristan Tzara.

Nato il 15 gennaio 1889 a Karlsbad da Berthold Seligmann, il giovane Walter Eduard Seligmann, convertitosi al cattolicesimo e assunto il nome Serner, si trasferì nel 1909 a Vienna per seguirvi gli studi di giurisprudenza. Dal 1914, Serner iniziò una vita ricca di eventi straordinari in giro per tutta Europa. Morirà, anzi, “sparirà”, secondo la sinistra formula nazista, il 20 agosto 1942, nel campo di concentramento di Theresienstadt (o in qualche vagone per essere deportato più a Oriente o fucilato), dov’era stato imprigionato con sua moglie Dorothea Herz il 10 agosto dello stesso anno. Poteva espatriare a Shanghai nel 1940 con la moglie. Si rifugiò nell’anonimato di Praga,  sfortunatamente una città dove i demoni nazisti erano molto attivi a perseguitare gli ebrei…

Walter Serner (il primo a destra) nell'atelier di Christian Schad a Ginevra, nel dicembre 1919. Lo scatto è di Gustave Buchet.

Walter Serner (il primo a destra) nell’atelier di Christian Schad a Ginevra, nel dicembre 1919. Lo scatto è di Gustave Buchet.

Nel febbraio 1916, Serner era a Zurigo, al Cabaret Voltaire. Lo troviamo nel gruppo d’intellettuali del celebre cenacolo artistico, dove Serner, agli inizi del 1918, anticipò gli amici del gruppo, mettendo nero su bianco l’anti-filosofia dadaista sotto forma di aforismi e paradossi. Cominciava così a circolare a Zurigo e non solo il primo manifesto del movimento, Letzte Lockerung. Serner, però, commise un errore: troppo impegnato nell’organizzazione delle soirées e della campagna pubblicitaria dadaiste, trascurò il lato pratico della faccenda, cosicché la sua opera e manifest dada uscì solo nell’estate 1920. Altri, viceversa, innanzitutto Tzara, si dimostrarono più tempisti. In questo modo, quindi, il Manifest Dada 1918 di Tzara, pubblicato in lingua francese nel 1918 e subito accettato dal costituendo Mouvement Dada parigino, usurpò il diritto di progenitura rispetto al testo di Walter Serner…

Ricordo ancora, mentre mi raccontava questa incredibile vicenda del movimento dadaista, le mani agitate di Klaus G. Renner, ammiratore di Serner, e l’infuocarsi della sua voce!

Di Alfred Jarry, raccontato dall’editore Renner, non basterebbe un volume. Ne scriverò nei prossimi giorni…

Ecco il mio intervento, apparso ieri venerdì 7 giugno 2019, e presente anche online

https://www.ilmonferrato.it/notizia/TzLK_ekisUa5EX0WRlZKLw/la-scomparsa-dell-editore-klaus-g-renner

sul sito del giornale (con il testo che segue e uno scatto diverso dal giornale cartaceo).

 

L’EDITORE KLAUS G. RENNER

Di Roberto Coaloa

 

Prima pagina della cultura del bisettimanale "Il Monferrato", venerdì 7 giugno 2019.

Prima pagina della cultura del bisettimanale “Il Monferrato”, venerdì 7 giugno 2019.

Domenica 2 giugno 2019 è scomparso l’editore Klaus G. Renner, nato a Berlino nel 1949. Dal 2000 viveva nel Monferrato, a Ottiglio. Avrebbe compiuto settant’anni il prossimo 27 giugno. Lascia il figlio, Philippe. A Ottiglio, negli ultimi tempi, abitava con l’artista Geesche Wolfer-vom Hove, con la quale condivideva i vari spostamenti tra Zurigo e il buen retiro monferrino. A Geesche, Klaus G. Renner ha dedicato alcune sue opere, come Apropollinaire di Stanley Chapman e Felix Philipp Ingold.

Tra i tanti volumi, Klaus G. Renner ha pubblicato in tedesco il Pinocchio di Luigi Malerba. Del pittore e scrittore Aroldo Marinai, Renner ha stampato Gebagebageba, edito nel 2004 (con due incisioni allegate di Marinai), presentato alle Cave di Moleto dal sottoscritto, con un reading dello stesso Marinai.

Klaus G. Renner e un gruppo di amici a Casorzo, nel Monferrato. Estate 2008. Autoscatto di Roberto Coaloa (il primo a sinistra con la gatta Jean).

Klaus G. Renner e un gruppo di amici a Casorzo, nel Monferrato. Estate 2008. Autoscatto di Roberto Coaloa (il primo a sinistra con la gatta Jean).

Renner ha fatto conoscere al pubblico italiano la patafisica e autori come Walter Serner. A Ottiglio, l’editore componeva i suoi preziosissimi libri: esemplari pregiati che si trovano nelle biblioteche nazionali di Svizzera e Germania. Sul frontespizio dei libri compare Ottiglio insieme a Zürich, come luogo dell’editore. Nel paese monferrino Renner sceglieva i caratteri e la carta; stampava l’opera in Svizzera a Sankt Gallen ed effettuava la legatura a Berlino. Tra il 1976 e il 1992 ha pubblicato le opere complete del dadaista Walter Serner.

cent virgules / Eines Hundert Virgeln by Stanley Chapman, London edited by Verlag Klaus G. Renner

cent virgules / Eines Hundert Virgeln by Stanley Chapman, London edited by Verlag Klaus G. Renner

Ha stampato inoltre testi rari, in copie numerate, di Guillaume Apollinaire, Paul Eluard e André Breton. In Monferrato sono nate originali idee, come la pubblicazione di opere della patafisica: autori come René Daumal, Alain Jadot, Alfred Jarry e Oskar Pastior. Per non parlare della riscoperta di autori come Pierre Henri Cami. La sua abitazione di Ottiglio è stata una casa delle meraviglie patafisiche. Ricordo come se fosse ieri di essere “sognante” sotto un ritratto di Alfred Jarry, il padre della patafisica. Per Jarry esoterico il teschio (la nostra mente, il cranio) è un carcere, e unicamente attraverso la putrefazione del cervello si ritorna nella notte dei tempi a sognare il Paradiso.

Un saluto dal patafisico Klaus G. Renner al monferrino Roberto Coaloa

Un saluto dal patafisico Klaus G. Renner al monferrino Roberto Coaloa

Com’è noto, la patafisica inventata da Jarry è la «scienza delle soluzioni immaginarie». La logica del suo personaggio indimenticabile, Ubu (figura mitologica e simbolo di un nuovo teatro), per quanto atrocemente terrestre, è paragonabile soltanto alla poesia, la cui idiozia è sacra come la folgore. Davanti al camino della casa monferrina di Renner, frusciante di legna in lenta combustione, piccoli rumori ovattati, buio di prima notte invernale fuori dalle finestre, allegre margaritas nei bicchieri appannati, ricordo d’aver flaneggiato, non con la mente, ma con il pancino, come Ubu Re o come Winnie the Pooh, ammirando le figure del Kamasutra surrealista di André Breton e Paul Eluard. In una sala della casa di Klaus, ricordo tutte le opere di Alfred Jarry. Klaus mi aveva regalato alcuni volumi: Le Manoir enchanté et quatre autres oeuvres inédites (La Table Ronde, 1974) e altre rarità bibliofile. Un regalo che ho molto apprezzato è stata una delle rare traduzioni italiane di Walter Serner, una bella versione di Elvira Lima di La tigre (Gelka, 1991). Walter Eduard Seligmann, figlio di un editore ebreo di Karlsbad, nacque il 15 gennaio 1889 nell’impero austro-ungarico. Serner fu il compilatore del manifesto dadaista Letze Lockerung (1918), metropolitano e vagabondo d’elezione, autore di fortunate raccolte di racconti gialli e polizieschi, rappresenta con la sua vita turbinosa il prototipo del dandy e dell’intellettuale sagace e provocatorio nell’avanguardia a cavallo tra le due guerre. Nella casa di Ottiglio, ricordo ancora d’aver discusso per ore, con l’amico Klaus e con il frère Bernard Glénat (originario della città bagnata dalla Garonna, Toulouse, ma monferrino nel cuore) del “minidramma” di René Daumal e Roger Gilbert-Lecomte, En Gggarrrde!, pubblicato nel 2006 in sessanta esemplari numerati su pregevole carta amalfitana (Cartiera Ferdinando Amatruda). Klaus G. Renner ha pubblicato di Stanley Chapman un meraviglioso scritto: un lavoro che gli valse «la stupéfaction et l’admiration» di Raymond Queneau. Non a caso Chapman ha fatto parte del celebre The London Institute of Pataphysics. Chapman, inoltre, è stato traduttore delle opere di Boris Vian (uno dei maestri della nostra generazione, satrapo del Collegio di Patafisica), Régent des Oratoires Épidéictiques, architetto, fondatore di Outrapo (Ouvroir de Tragécomédie Potentielle) e membro della Lewis Carroll Society. Stanley Chapman è scomparso il 26 maggio 2009.

"Undicimila verbi" a Moleto. Presentazione di il “Dizionario affettivo della lingua ebraica” di Bruno Osimo. Da sinistra: Elio Carmi, Bruno Osimo, Francesca Hasbani e Roberto Coaloa.

“Undicimila verbi” a Moleto. Presentazione di il “Dizionario affettivo della lingua ebraica” di Bruno Osimo. Da sinistra: Elio Carmi, Bruno Osimo, Francesca Hasbani e Roberto Coaloa.

Poco prima, avevamo presentato a Moleto il suo Undicimila verbi, che aveva dato il titolo per alcuni anni (dall’estate 2004 fino al dicembre 2011) a un’intera rassegna letteraria («Undicimila verbi. Rassegna di letteratura, storia, arte, cinema, teatro… patafisica») da me curata nel borgo monferrino, con ospiti internazionali.

Klaus, il patafisico, Bernard, le chevalier, e Roberto, il flâneur.

Klaus, il patafisico, Bernard, le chevalier, e Roberto, il flâneur.

Nel gennaio 2019, ho rivisto un’ultima volta Klaus G. Renner nella sua casa di Ottiglio, assistito da Geesche Wolfer-vom Hove, in compagnia di Bernard Glénat. Gli ho scattato alcune fotografie, mentre ci raccontava delle storie, fumando, sprezzante del cancro, l’ennesima sigaretta. Geesche ha poi ritratto il trio di amici: Klaus, il patafisico, Bernard, le chevalier, e Roberto, il flâneur.

Con Klaus G. Renner perdiamo un grande editore cosmopolita, un genio, un raffinato cultore delle lettere e dell’arte del Novecento, un surrealista bibliofilo e un amico del Monferrato.

IN RICORDO DI NATALE PALLI 1919-2019

Gabriele d'Annunzio e Natale Palli sull'aereo Ansaldo SVA-10 del celebre Volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio e Natale Palli sull’aereo Ansaldo SVA-10 del celebre Volo su Vienna

Dieci anni fa, era un venerdì 9 gennaio, a Moleto, frazione di Ottiglio (AL), un manipolo di amici ricordava Natale Palli.

Dieci anni dopo, sabato 23 marzo 2019, cade il centenario della scomparsa di Natale Palli.

Lo ricordiamo con il testo del mio intervento, pubblicato come anteprima della serata, sul bisettimanale “Il Monferrato” (5 gennaio 2009). Sul blog (erano i tempi di “splinder”, uscì in forma più ampia con delle bellissime illustrazioni). Buona lettura!

PALLI. D’ANNUNZIO. CELORIA. MORBELLI E LA GRANDE GUERRA

di Roberto Coaloa

La Grande guerra è considerata dagli storici una vera catastrofe della storia europea, il tramonto della Belle Époque e il naufragio della civiltà moderna.

Alla vigilia del conflitto, l’uomo europeo era orgoglioso di appartenere a una civiltà trionfante ovunque nel mondo. L’Europa era imperiale, monarchica e, in Francia, repubblicana. La cultura, però, e il modo di sentire la vita, la univano indissolubilmente. Nel 1918, quando la guerra finì, l’uomo europeo aveva perso l’orgoglio della propria superiorità, ed anzi aveva scoperto l’angoscia di un futuro senza speranza. Tuttavia i contemporanei vissero la Grande guerra come un’avventura eroica, non sapendo che era l’ultima. In Italia essa fu vissuta esemplarmente da Gabriele d’Annunzio. Famoso è il discorso di Quarto del 5 maggio 1915, «quello scherzo letterario con cui l’Italia entrò in guerra» e aprì la stagione bellica del poeta come dell’Italia. Attorno al Vate (che passò dalla sterile figura del retore all’azione del soldato quando, il 19 giugno 1915, il Bollettino ufficiale militare pubblica la nomina di d’Annunzio a tenente di complemento nel reggimento dei lancieri di Novara) si schierò tutta una nazione. L’Italia intera fu presa dal fervore patriottico e fu favorevole alla guerra: a seguire la campagna interventistica dannunziana ci furono i baldanzosi e giovani soldati ma anche molti intellettuali. Il Monferrato può essere un originale laboratorio, un campo d’indagine fecondo, per lo storico che voglia ricostruire il contesto sociale, culturale e antropologico entro il quale maturò e crebbe quella che è ritenuta dagli storici una delle più tragiche esperienze del Novecento. Lo stesso d’Annunzio ebbe un legame speciale con il Monferrato negli anni della Grande Guerra. Le righe che seguono raccontano il rapporto tra il poeta e Natale Palli, notando come tutto un mondo, rappresentato ad esempio dallo scultore Leonardo Bistolfi e dal pittore Angelo Morbelli, abbia aderito spiritualmente alla folle corsa del conflitto mondiale. Il 25 marzo 1917, il giornale “Il Monferrato”, riportò in prima pagina le grandiose manifestazioni di Milano in onore della “Brigata Casale”. Esse «furono pensate e volute, energicamente volute dall’illustre nostro collega e in giornalismo e nostro conterraneo E. A. Marescotti, di Cuccaro. È sono riuscite imponenti, né diversamente poteva avvenire, quando si abbia presente che a Marescotti si debbano le grandiose onoranze, a Milano e in tutta Italia, a Giuseppe Verdi nel centenario della nascita dell’illustre Maestro: quando si ricordi che a Marescotti si deve la imponente manifestazione a Milano in onore di Cesare Battisti». A Milano, un’intera giornata di festa fu dedicata alla “Brigata Casale”; la giornata si concluse al conservatorio, nella sala dedicata a Verdi, dove fu consegnata la statua di Leonardo Bistolfi. Tra i tanti presenti c’erano due grandi monferrini: il senatore Giovanni Celoria e il pittore Angelo Morbelli. Natale Palli nacque a Casale Monferrato il 24 luglio 1895. Nel 1912, conseguita la licenza all’Istituto Leardi (l’aula magna dell’Istituto è a lui dedicata), si iscrisse al Politecnico di Milano. Mentre continuava gli studi, nel 1913, si arruolò come volontario per un anno nel 68° Reggimento Fanteria a Milano. Terminato il servizio, con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, conseguì a Cameri (l’aeroporto è intitolato a lui e al fratello Silvio) il brevetto di pilota aviatore. Nell’autunno è sul fronte di guerra, dove gli è assegnato l’aereo di progettazione francese Caudron G/III con il quale esegue importanti ricognizioni. Nel 1916, Natale Palli fu assegnato alla 48a squadriglia di Belluno, da dove si alzò in volo con il nuovo Caudron bimotore G/IV con cui sorvolò le Alpi raggiungendo le linee nemiche. Nell’estate dell’anno successivo nei campi di aviazione di Gallarate e di Furbara si cimentò nella guida di altri velivoli. A Ponte San Pietro, dove si allenò su un altro nuovo aereo, fu chiamato dagli alti comandi alla difesa della città di Verona nella drammatica ritirata di Caporetto e poi a Roma per una serie di ricognizioni fotografiche sull’Adriatico. Il 9 agosto 1918 fu una data memorabile nella storia non solo dell’aviazione: Palli guidò l’aereo sul quale viaggiava d’Annunzio nel leggendario volo su Vienna (ripetuto nel 2008 dall’Aero Club Palli di Casale Monferrato nel 90° anniversario). Partita da San Pelagio (Padova) l’87a squadriglia “La Serenissima”, composta da sette monoposto e un aereo dello stesso tipo pilotato da Palli e adattato a biposto per accogliere Gabriele d’Annunzio, raggiunse la capitale dell’impero austro-ungarico per lanciare dei manifesti in cui il Vate aveva scritto: «In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge. Il destino si volge. Si volge verso noi con una certezza di ferro. È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina. Predominerà sino alla fine. I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebrezza che moltiplica l’impeto. Ma se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno. L’Atlantico è una via che non si chiude ed è una via eroica, come dimostrano i novissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco. Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo. Il rombo della giovine ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino. Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi. Viva l’Italia». Il 3 ottobre 1918, alle ore 15.50, «sull’azzurro e terso cielo del Monferrato», come ricorda un giornale locale, Palli e d’Annunzio sorvolarono Casale Monferrato su «un magnifico apparecchio aereo della gloriosa “Serenissima” », che fu visto sopra la città all’altezza di circa 200 metri. «L’aeroplano dai colori nazionali proveniente da Torino era in rotta per Milano. Su di esso trovavasi il poeta della quarta Italia, Gabriele d’Annunzio, il quale con squisitezza di sentire, con nobiltà di sentimenti pari alle sue grandi gesta che ha compiuto e che compie pel nostro paese, ha voluto inviare alla nostra città un messaggio così concepito: UN SALUTO D’AMORE E DI RICONOSCENZA ALLA NOBILE CITTÀ DOVE NACQUE IL MIO PICCOLO GRANDE FRATELLO NATALE PALLI, MENTRE PASSIAMO SOPRA LE SUE CASE TORNANDO DALLA BATTAGLIA D’OCCIDENTE DOVE I NOSTRI PROLUNGANO LA GLORIA DEL PIAVE E DEL GRAPPA. GABRIELE D’ANNUNZIO 3 OTTOBRE 1918». Il Vate lanciò questo saluto in un astuccio di latta legato con quattro nastri di color arancio «lunghi caduno un metro e cinquanta». Esso cadde «sul tetto prospiciente della Torre di S. Stefano» e raccolto dal tenente del Genio Vladimiro Abrate del Comando della difesa aerea e consegnato alle autorità. «Al caffè Rosignoli, alla confetteria Fratelli Grossi e dai Successori Prina è stato affisso copia del messaggio, letto con grande gioia dalla nostra cittadinanza». Il sindaco inviò al Vate il seguente telegramma: «Gabriele d’Annunzio – Maggiore squadriglia “Serenissima” Zona Guerra. Casale con riconoscente affetto ricambia al Poeta guerriero il saluto giuntole dal cielo messaggero di vittorie. Abbraccia Natale Palli con orgoglio di madre. Esultante segue col pensiero la marcia dei crociati dell’umanità verso il trionfo. Sindaco TAVALLINI».

Alla fine della guerra, Natale Palli, prima di riprendere gli studi universitari, volle concludere la carriera di pilota con il volo Roma-Tokio. Il 20 marzo 1919, Palli partì da San Pelagio per un volo di allenamento fino a Parigi. Sulle Alpi, però, incontrò una violenta bufera durante la quale il motore si arrestò. Riuscì ad atterrare con grande abilità su un ghiacciaio a 3400 metri di altezza. Per due giorni vagò cercando di scendere a valle, ma sfinito, proprio nell’avvicinarsi alle prime case, morì il 22 marzo.

 

La morte di Natale Palli. Il 20 marzo del 1919, durante il raid Padova-Parigi-Roma per un guasto al velivolo fu costretto ad atterrare sul Mont Pourri, nei pressi di Sainte-Foy, dove morì assiderato tra il 22 e il 23 marzo 1919.

La morte di Natale Palli. Il 20 marzo del 1919, durante il raid Padova-Parigi-Roma per un guasto al velivolo fu costretto ad atterrare sul Mont Pourri, nei pressi di Sainte-Foy, dove morì assiderato tra il 22 e il 23 marzo 1919.

Il corpo fu raccolto dai montanari di Saint Foy in Savoia e trasportato a Casale Monferrato dove, il 27 marzo 1919, gli furono tributate solenni onoranze funebri alla presenza di un’immensa folla, dei piloti della “Serenissima” e di Gabriele d’annunzio. Il Vate pronunciò un discorso in cui ricordò Natale Palli come il suo giovane amico ed eroe. Rivolgendosi alla città disse: «Popolo di Casale, il suo feretro per noi non è oggi nel mezzo della città dolorosa, ma è nel centro dell’antica cittadella fedele. Intorno a lui oggi si ricementa la cittadella dei Gonzaga con i suoi bei baluardi, con le sue cortine e le sue fosse e con nelle fosse il sangue di tutti i suoi asceti, il sangue di Francia, di Spagna, di Lamagna, il sangue di Savoia e di Monferrato.[…] Questo fanciullo bianco, dai capelli ondeggianti e dagli occhi di zaffiro, era l’ideal tipo latino del combattente, era l’esemplare perfetto della nuova giovinezza italiana in armi. Irreprensibile è l’epiteto che per lui ricorre sempre sotto la penna e nella bocca dei suoi capi. Roma lo dava ai suoi eroi raggianti. Era senza colpa, era senza macchia, senza ombra. Era tutto come la gemma del suo sguardo, era tutto tagliato in quel cristallo perspicace. Si pensa che egli sia il primo nato d’una generazione di uomini aerea, d’una gente che abbia abbandonata la terra per insaziabile amore dell’ala e viva di coraggio nelle correnti dell’aria intrepida. Era un Icaro e non poteva cadere; era un Icaro senza precipizio. Nel suo nome icario non si noma l’abisso del mare, ma il vertice dell’etere. S’è egli addormentato nella neve e sopra la più candida delle nuvole? Chi l’ha veduto così dormente? Chi ha osato a smuovere il suo sonno? Era la notte dell’Equinozio. Dormiva col guanciale dell’elmo poggiato sopra il braccio ricurvo. La sua attitudine era pura come il fiorire del fiore e come quei teschi che i costruttori d’eternità incidevano nelle pareti sotterranee dei loro sepolcri. Chi può chiudere tra quattro assi la freschezza della primavera? Chi può seppellire la forza della primavera nascente? Ora dico che egli non è qui, che non è tra i baluardi e le cortine della sua cittadella, come sognava. […] Salutiamo in piedi la giovinezza d’Italia perenne. O compagno, o capitano, o eroe, svegliati e alzati! Ti gettiamo il tuo grido, il nostro grido di battaglia: Allalà!» Natale Palli fu decorato della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia (per il volo su Vienna), della medaglia d’oro al Valor Militare nei cieli della Dalmazia e dell’Istria), di due medaglie d’argento (nei cieli del Tirolo e nell’Alto Adriatico) e due di bronzo (nei cieli delle Dolomiti e di Innsbruck), oltre alle croci di guerra italiana e belga. A Casale Monferrato, in via Savio, all’angolo con via Sobrero, si trova l’ingresso dell’imponente casa Palli. Su un lato della casa, quello di via Sobrero, c’è un bassorilievo in bronzo inserito in una lapide marmorea dedicata all’intrepido aviatore. L’opera, inaugurata il 22 marzo 1922 (tre anni dopo la scomparsa di Natale Palli) è firmata da Leonardo Bistolfi. Si legge: «NATAL PALLI / COMANDANTE DELLA SERENISSIMA / DOPO GUIDATE / LE GLORIOSE AQUILE D’ITALIA / SUL CIELO DI VIENNA / E SU CENTO CAMPI NEMICI / CADDE / SUL MONTE POURRY DI SAVOIA / IN UN VOLO SUPERBO / DI GIOVINEZZA E DI ARDIMENTO DI FEDE».

ALLA RICERCA DI ROSA LUXEMBURG. NEL CENTENARIO DELLA MORTE (1919-2019)

Fotografia di due soldati tedeschi alla fine della Prima guerra mondiale. La didascalia, tratta dal libro "Eine ganze Welt gegen uns" (Berlino, 1934), recita: "Sie dürfen nicht nach hause! Die entente hielt die Kriegsgefangenen bis ins Jahr 1920 fest" (Non ti è permesso andare a casa! L'entente tenne in arresto i prigionieri di guerra fino al 1920).

Fotografia di due soldati tedeschi alla fine della Prima guerra mondiale. La didascalia, tratta dal libro “Eine ganze Welt gegen uns” (Berlino, 1934), recita: “Sie dürfen nicht nach hause! Die entente hielt die Kriegsgefangenen bis ins Jahr 1920 fest” (Non ti è permesso andare a casa! L’entente tenne in arresto i prigionieri di guerra fino al 1920).

“La Rosa Rossa” per Bertold Brecht 

(“Ora è sparita anche la Rosa rossa, non si sa dov’è sepolta. Siccome ai poveri ha detto la verità i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà”).

“Una delle massime intelligenze del socialismo mondiale” per Victor Serge…

Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg avrebbe compiuto quarantotto anni il 5 marzo 1919 (se si vuole credere che fosse nata nel 1871, e non nel 1870 come è indicato nel documento ufficiale di nascita; il 1871 era per “La Rosa Rossa” un simbolo, essendo l’anno della Comune di Parigi, e per lei quello era il suo anno di nascita, facendolo diventare ufficiale nei documenti universitari, con un tocco anche di narcisismo femminile).

Era terminata la guerra mondiale e a Rosa Luxemburg, che l’aveva sempre combattuta come pacifista, non le fu assegnato un Nobel o un premio. Invece, all’inizio del 1919, a Rosa Luxemburg, proprio nel pieno delle sue energie intellettuali, le spaccarono la testa.  Fu uccisa brutalmente con il calcio di un fucile a cui si aggiunse con teutonico zelo un colpo di pistola alla testa. Poi il corpo della donna fu gettato in un canale di Berlino.  Il corpo di Rosa Luxemburg fu ritrovato alcuni mesi dopo… Non erano stati i nazisti. Essi non esistevano ancora. I colpevoli erano i soldati di Gustav Noske, come il capitano Waldemar Pabst, che si erano sostituiti ai nobili e stanchi combattenti della Prima guerra mondiale come le forze armate della Repubblica di Weimar. Erano dei macellai, prefegurazioni diaboliche delle peggiori SS del Terzo Reich.

Rosa Luxemburg era stata una donna eccezionale, brillante. Una politica rivoluzionaria. Perché fu uccisa così atrocemente? Proprio lei, figura di una dolcezza incredibile! Come sarebbe cambiata la Germania e l’Europa se fosse sopravvissuta alla mattanza della guerra civile europea?

Ce lo chiediamo a cento anni dalla morte, ricordandola come una grande intellettuale.  La comunista Rosa Luxemburg amava Tolstoj, ma non amava Lenin.  Fu però una vera rivoluzionaria. “Una donna comme il faut”. 

Proponiamo un ricordo dello storico Roberto Coaloa, durante la commemorazione del centenario della morte di Rosa Luxemburg tenuta al “Club Dumas” il 15 gennaio 2019. Si propone anche una scelta bibliografia. Le immagini sono state realizzate nella soirée dedicata alla vita e all’opera di Rosa Luxemburg. 

ROSA LUXEMBURG A CENTO ANNI DALLA MORTE

Di Roberto Coaloa

Rosa Luxemburg parla alla Conferenza femminile dell'Internazionale socialista, Stoccarda, 1907

Rosa Luxemburg parla alla Conferenza femminile dell’Internazionale socialista, Stoccarda, 1907

Golo Mann, il grande storico tedesco, nato il 27 marzo 1909 a Monaco da Thomas Mann e Katja Pringsheim, la ricorda con poche parole, ma con affetto, nella sua grande opera Deutsche Geschichte das 19. und 20. Jahrhunderts.

GOLO MANNA proposito del periodo di Friedrich Ebert, Golo Mann, descrive Berlino come la città più radicale, dove si parlava più vivacemente di una «seconda rivoluzione». L’estrema sinistra riteneva che la rivoluzione dovesse continuare, e, come l’esempio russo insegnava, poteva esser continuata, fino al comunismo. Come Lenin veniva dopo Aleksandr Fëdorovic Kerenskij, così Karl Liebknecht veniva dopo Friedrich Ebert.

Per Mann in questo contesto Rosa Luxemburg era una teorica raffinata, sensibile e amara.

Rosa Luxemburg.

Rosa Luxemburg.

Alla fine del 1917, Rosa Luxemburg approva entusiasticamente l’iniziativa rivoluzionaria dei bolscevichi, come prologo di una possibile rivoluzione mondiale, e ne apprezza il “volontarismo”, come aveva fatto Gramsci nel famoso e sorprendente articolo: “La rivoluzione contro il Capitale” (con la c maiuscola), apparso su “L’Avanti!” poche settimane dopo l’assalto al Palazzo d’Inverno. Tuttavia, in una serie di atti compiuti dal governo bolscevico (lo scioglimento con la forza dell’Assemblea costituente nel novembre 1917, l’abolizione della libertà di stampa, l’esautoramento dei Soviet, che fino a quel momento avevano canalizzato la partecipazione attiva e consapevole delle masse, l’istituzione della polizia segreta), Rosa “La Rossa” scorge e denuncia i tratti embrionali di un nuovo Leviatano, i cui germi stavano nella concezione leninista, elitaria e autoritaria, del partito. Dal suo punto di vista, la “dittatura del proletariato” non può concretizzarsi nella “dittatura di un partito o di una cricca”, ma come “dittatura della ‘classe’, cioè nella più larga pubblicità, con la più attiva e libera partecipazione delle masse popolari in una democrazia senza limiti” e, pertanto, occorre non abolire, ma estendere le libertà “formali” di stampa e di associazione, tanto più nella società socialista, perché “la libertà riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà, la libertà è sempre soltanto libertà di chi pensa diversamente”. Va da sé che la “fede” nel socialismo, con il suo portato di profetismo e messianismo, poteva inficiare l’oggettività e anche la coerenza logica delle analisi pur sempre stringenti di Rosa Luxemburg.

Ad esempio, negli stessi anni, toccava a Max Weber dimostrare come fosse moralistica e infondata la denuncia socialista del carattere “anarchico” del modo di produzione capitalistico, mostrando come esso scaturisse dall’etica economica delle religioni e dalla piena emancipazione del calcolo economico dall’utile soggettivo e individuale. Così come la morte prematura e violenta impedì a Rosa Luxemburg di chiarire come la necessità, mai negata, di un partito come avanguardia e testa del proletariato prima, durante e dopo la rivoluzione, potesse scongiurare che questo partito non si comportasse come organo di potere. È sempre questa fede, che traeva linfa dalla fiducia per un’umanità rigenerata, che, alla vigilia della prima guerra mondiale, la renderà immune dalle sirene della Kriegsideologie, dai fervori bellicisti e dal gesto “opportunista” più clamoroso della socialdemocrazia tedesca, che, nell’agosto 1914, approva i crediti di guerra in Parlamento in nome dell’unità nazionale. Rosa Luxemburg resterà pacifista e internazionalista, mentre si sfalda la Seconda Internazionale, e, col protrarsi del conflitto, comincerà a vedere nelle conseguenze catastrofiche della guerra l’occasione di una crisi  risolutiva, del punto di rottura dell’ordine sociale capitalistico, attestandosi così sulle posizioni radicali, che, con Karl Liebknecht, l’unico deputato socialdemocratico che non si era allineato a quel drammatico voto, la porteranno a fondare la “Lega di Spartaco” e, poi, il Partito comunista tedesco.
Se, dopo il 15 gennaio 1919, l’azione e la voce carismatica di Rosa Luxemburg avessero risuonato anche nella Repubblica di Weimar, non sappiamo come ella avrebbe sviluppato la sua critica al sistema  sovietico, quale ruolo avrebbe assunto nel filone che Maurice Merleau-Ponty chiamerà “marxismo occidentale” e, soprattutto, come avrebbe inciso nella dinamica dei rapporti politici e parlamentari tra comunisti e socialdemocratici, considerato che proprio il suo assassinio e quello di Karl Liebknecht apriranno un fossato permanente e una ferita non più rimarginata tra i due partiti, che agevolerà l’ascesa elettorale e le possibilità di manovra politica dei nazisti, a partire dagli anni trenta. Quel che possiamo oggi raccogliere ed estrapolare dalle teorie, dai discorsi, dalle lettere, che hanno ispirato la militanza appassionata che ha fagocitato quasi tutta la sua vita tragicamente spezzata sono due parole chiave, le impronte di un pensiero combattivo e di una sensibilità politica in continua evoluzione: democrazia e compassione.
La sua idea di un partito che non inquadra e dirige le masse, ma ne incoraggia le lotte spontanee e ne valorizza la creatività, è solidale con il nesso indissolubile, ai suoi occhi, di socialismo e democrazia. La democrazia “borghese” con i suoi istituti e con le sue forme politiche è necessaria per Rosa Luxemburg ancora di più al movimento operaio verso il traguardo del socialismo, ma anche alla costruzione della società socialista stessa. Indispensabile per far avanzare i diritti e gli interessi delle classi lavoratrici nella società capitalistica, ma anche per trasformare in senso socialista la società, considerato che il capitalismo pone dei limiti alla democrazia e all’esercizio delle libertà democratiche. Rosa Luxemburg puntava insomma a tenere insieme ciò che altre correnti del marxismo separavano e contrapponevano: democrazia formale e democrazia reale, democrazia borghese e democrazia proletaria.
La Rivoluzione russaE quando i nodi pratici e non solo teorici di questa distinzione vennero al pettine con la rivoluzione bolscevica, la Luxemburg, come si è visto con La rivoluzione russa scritta nell’autunno del 1918, si oppose all’idea di Lenin e Trockij di realizzare la seconda mediante la “dittatura” del partito comunista come rappresentante dei lavoratori o anche solo dei soviet e in opposizione e alternativa all’“astrattezza” della seconda. Per la rivoluzionaria polacca era giusto pensare a un sistema istituzionale misto dove le istituzioni della democrazia (parlamento, suffragio universale, libertà di espressione) potessero coesistere con i consigli degli operai e dei soldati. Un’idea che tra l’altro convergeva con le posizioni anche della frazione dei socialdemocratici indipendenti dell’USPD come Rudolf Hilferding et Karl Kautsky e che si è affacciata anche nella tormentata vicenda dei Paesi del “socialismo reale” alla ricerca di un “socialismo dal volto umano”. Quel che rimane rilevante di questa impostazione di Rosa Luxemburg, al di là delle stesse oscillazioni che ella ebbe dal novembre 1918, è il fatto di innestare, valorizzandoli, nella prospettiva marxista, gli aspetti “formali” della democrazia e, combinando strutture di base e strutture rappresentative, lo sforzo di concepire forme istituzionali capaci di estendere la democrazia, oltre i limiti posti dalle diseguaglianze concrete e dalle sperequazioni generate dal sistema capitalistico. Questo sforzo non è lontano da quello compiuto, più di recente, da filosofi e scienziati politici come Robert Dahl, che si è posto il problema della ineguaglianza delle risorse d’influenza politica nelle democrazie pluraliste, o dalle carte costituzionali più avanzate come quella repubblicana italiana, che al secondo comma dell’articolo 3, assegna alla Repubblica “il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”.
Un po' di compassioneMa c’è una Rosa Luxemburg che, quando esce dalle categorie rigide della concezione materialistica della storia, soprattutto nella corrispondenza, si avventura nel campo delle emozioni, della loro fecondità esistenziale e politica, e, in una lettera, tra le più note, scritta dal carcere nel dicembre 1917 e destinata a Sonja Liebkenecht, ne incontra una particolarmente rivelativa: l’emozione della compassione. In questa lettera, che Karl Kraus pubblica nella rivista Fackel nel luglio 1920, auspicando che sia ospitata nelle antologie scolastiche per il suo pregio letterario, la Luxemburg innanzitutto, per contrasto all’inquietudine che vive l’amica, si scopre straordinariamente “calma e serena”, nonostante le condizioni di dura segregazione e desolazione in carcere. Confessa all’amica: “Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità… Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa” e aggiunge, in uno slancio di solidarietà amicale: “Quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso… vorrei soltanto donarvi la mia inesauribile letizia”.
E più avanti, Rosa racconta del dolore che le ha provocato assistere a una scena: due bufali usati come animali da soma per trasportare carichi enormi di giubbe e altro materiale di guerra, così brutalmente percossi da un soldato, da suscitare la compassione della guardiana e, poi, la sua nel vedere uno dei due bufali sanguinare e assumere “un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo”, tanto da farle sospirare: “Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia”. Nell’equiparare la propria condizione a quella dell’animale, pur così diversa, Rosa Luxemburg muove dalla valutazione della comune vulnerabilità al dolore, alla fame, alla malattia e ad altre forme di sofferenza (la sofferenza del bufalo sottratto alle sue praterie rumene, come bottino di guerra, diventa l’epitome di tutte le sofferenze umane e non umane provocate dalla guerra, come dimostra la conclusione della lettera), che sta sempre alla base del sentimento di compassione, che, a differenza dell’empatia, che consiste nel sentire o entrare in risonanza con ciò che sente un’altra persona particolare, rinvia a una morale naturale e universale, indipendente dalle culture e dalle epoche storiche. La Luxemburg sembra intuire la forza etica e umanizzante che può avere la capacità di compassione, quando – come si vede nelle ultime scene del film che le ha dedicato Margarethe von Trotta nel 1986 – dettando proprio a Sonja il suo editoriale per il giornale di partito, nei giorni concitati dell’insurrezione berlinese, dice sorprendentemente: “L’uomo affrettato da un’azione importante, che, negligentemente, calpesta un miserabile verme, commette un crimine”.
Pochi cenni, ma significativi, dove il concetto di socialismo sembra  allargarsi a quello di una socialità che trova il suo fondamento nella  capacità di compatire l’altro e nello spirito attivo e cooperativo che la compassione induce. Troviamo così i prodromi di una riflessione sul significato morale e cognitivo, sociale e politico, della compassione, che coinvolgerà molti esponenti della scena filosofica contemporanea, da Lévinas a Nussbaum, arrivando fino ai giorni nostri. D’altra parte, la preoccupazione di Rosa Luxemburg di preservare le libertà democratiche che l’autoritarismo bolscevico russo annullava, non conteneva forse la preoccupazione di creare le condizioni istituzionali e giuridiche che promuovessero le capacità di convivenza disinteressata e affettiva dei singoli individui e lo sradicamento della violenza permeante la struttura di classe della società capitalistica che la Luxemburg vedeva riproporsi drammaticamente, in forme nuove, nel socialismo realizzato dei bolscevichi? Se è così, suonano allora pertinenti le parole dell’epitaffio che le dedicò Bertolt Brecht, dopo il ritrovamento del suo corpo e la sepoltura: “Qui giace sepolta/ Rosa Luxemburg/ Un’ebrea polacca/ Che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi,/ Uccisa/ Dagli oppressori tedeschi. Oppressi,/ Seppellite la vostra discordia!” (Poesie e canzoni, Einaudi, Torino 1981, p. 182)
Prima del 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg pensava che Berlino potesse nasconderla. L’anno era appena iniziato e la rivoluzionaria marxista insieme al compagno di lotte Karl Liebknecht era riuscita a trasformare un’ondata di scioperi e proteste in una rivoluzione, la Spartakusaufstand, Rivolta spartachista. Ma quando il governo socialdemocratico di Friedrich Ebert diede ordine ai Freikorps di sedare i rivoltosi, non ci fu riparo o nascondiglio sicuro. Fu una soffiata a portare le milizie paramilitari di orientamento reazionario nell’appartamento sulla Mannheimer Strasse dove si erano rifugiati Rosa e Karl. Li condussero nel lussuoso Hotel Eden al cospetto del capitano Waldemar Pabst.

Pabst aveva sentito Rosa Luxemburg arringare ed era convinto che metterla a tacere avrebbe distrutto la più grande arma dei rivoluzionari. Perciò aveva già messo a punto uno squadrone della morte.

“Ella fu – e resta per noi – un’aquila. E non solo i comunisti in tutto il mondo onoreranno la sua memoria, ma la sua biografia e la sua opera completa serviranno come utili manuali per formare molte generazioni di comunisti in tutto il mondo”, scrisse il leader della Rivoluzione russa Vladimir Lenin. Parole preveggenti: a cento anni da quella morte brutale, Rosa Luxemburg è tuttora riconosciuta come una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista.

E dire che i rapporti tra Rosa Luxemburg e Lenin non erano stati dei migliori: la rivoluzionaria non credeva nell’idea di imporre “l’emancipazione” del proletariato dall’alto o dell’avanguardia del partito che guida le masse verso la Rivoluzione. E soprattutto aveva subito intuito che la strada intrapresa dai bolscevichi nel 1917 portava in sé il germe di pericolose involuzioni dittatoriali, benché avesse fatto della Rivoluzione il suo sogno e obiettivo.

La sua prima Rivoluzione era stata contro le circostanze. Era nata ebrea, donna e zoppa a Zamosc, nella Polonia controllata dall’Impero russo. Ma non lasciò che fosse questo a definirla. Iscritta al Proletariat polacco a 15 anni, volò in Svizzera prima di stabilirsi nel 1898 a Berlino per essere – credeva – al centro della lotta comunista.

Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, dopo anni di militanza nel Partito socialdemocratico, si schierò sul fronte pacifista e insieme a Liebknecht creò il Gruppo Internazionale, divenuto poi Lega Spartachista e infine nucleo del Partito Comunista tedesco.

Was will Spartakus?

Was will Spartakus?

Nel 1916 fu arrestata durante uno sciopero e condannata a due anni di prigione, ma continuava a scrivere e a incitare anche da dietro le sbarre. In una lettera dal carcere scrisse: “Restare un essere umano è la cosa più importante di tutte… Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita sulla grande bilancia del destino, ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola… Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e sarebbe ancora più bello se non vi fossero sulla terra dei vigliacchi e dei codardi”.

ROSAE ancora nel saggio La Rivoluzione Russa, molto critico nei confronti di Lenin e dei bolscevichi (tanto da essere pubblicato nella Germania Est solo nel 1974): “La libertà solo per i sostenitori del governo, solo per i membri di un partito – per quanto numerosi possano essere – non è libertà. La libertà è sempre libertà di chi pensa diversamente”

Fu rilasciata nel 1918. Ci erano voluti il crollo della monarchia e la sconfitta in una guerra orribile, ma a 55 anni dalla sua creazione l’Spd era finalmente salita al potere e non voleva che niente o nessuno glielo togliessero. Perciò quando nel gennaio 1919 Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt sfruttarono il caos seguito all’umiliazione tedesca per dare slancio alla seconda ondata della Rivoluzione berlinese, Ebert diede mano libera ai Freikorps perché sopprimessero le manifestazioni.

Chissà che cosa sarebbe successo se Rosa Luxemburg fosse sopravvissuta. Forse la storia avrebbe preso una piega diversa: forse l’Europa non avrebbe conosciuto il fascismo o il comunismo non sarebbe sfociato nella dittatura.

Victor Serge, il 10 gennaio 1923, ricordando la sua atroce morte, osservò: “Nel gennaio del 1919 la rivoluzione russa, pur trovandosi in pericolo mortale, ha saputo affrontare una reazione all’apice della sua forza espansiva e creatrice. L’Ungheria si incamminava verso il regime dei soviet. La marea rivoluzionaria cresceva in Italia. Negli Stati vittoriosi la smobilitazione non era stata ancora effettuata; i lavoratori in armi tornavano dalle trincee con la loro formidabile collera mal celata; la borghesia delle retrovie, impaurita e vile, indietreggiava dovunque di fronte a loro. La Germania operaia voleva realizzare il suo programma di socializzazione e seguire il grande esempio russo. Disponeva ancora di quattro teste di primo piano: Franz Mehring, erudito e intrepido pensatore, anima del gruppo Spartakus; Leo Tychko (Jogiches), il migliore degli organizzatori, il più abile dei cospiratori; Karl e Rosa. La Germania operaia poteva vincere”.

“La controrivoluzione borghese e socialista ha tagliato tre di quelle teste e il vecchio Franz Mehring è morto in quell’improvviso crepuscolo di sconfitta, buio e opprimente. La socialdemocrazia sapeva bene che una classe decapitata è vinta per metà. I suoi tagliagole hanno portato a termine l’opera di demoralizzazione iniziata con il tradimento. Se, invece di agire così, essa avesse assolto il suo compito socialista più elementare, quale avvenire si sarebbe aperto per la classe operaia di tutta l’Europa – dopo un’aspra lotta, certo – , un avvenire che i tempi cupi di oggi possono soltanto ritardare, differire. Pensiamoci, nel giorno di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Ricordiamoci di che cosa è capace il nemico. Il delitto del 15 gennaio 1919 racchiude un grande insegnamento storico” (Germania 1923: la mancata rivoluzione, Graphos, Genova 2003, pp. 226-227).

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

1. ROBERTO AL BIALBERO

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

Di Roberto Coaloa

L’intera famiglia imperiale russa – lo Zar Nicola II, la Zarina Alessandra, i cinque figli – fu sterminata dopo la mezzanotte del 16 luglio 1918, cento anni fa: il massacro dei Romanov avvenne tra le due e le tre di notte del 17 luglio 1918. Furono assassinati anche il medico, il dottor Botkin, tre persone di servizio e due cani, il bulldog della granduchessa Tatiana e il cagnolino Jemmy, mentre l’adorato King Charles spaniel dello Zarevič Alessio, Joy, scappò durante la strage e finì i suoi giorni a Windsor.

Perché accadde la strage a Ekaterinburg? Dal castello di Windsor, dove giacciono negli archivi le corrispondenze tuttora inedite tra la famiglia imperiale russa e quella inglese, emergono alcune verità. Ai Romanov fu più fatale l’amicizia con la corona di San Giacomo che la Rivoluzione russa. I bolscevichi ebbero il ruolo di semplici esecutori materiali dell’eccidio.

Nel 1917, infatti, Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, che in un primo momento era sembrato disponibile con i suoi uomini di fiducia a soccorrere lo Zar. Solo l’Imperatore Carlo d’Asburgo si preoccupò di Nicky e della sua famiglia, cercando di liberarli dalla prigionia costituendo un commando, formato principalmente da italiani di Trieste. Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere in Inghilterra il cugino Romanov (tra l’altro alleato contro il Reich del Kaiser), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione dello Zar.

Nel 2000 lo Zar Nicola II e la sua famiglia sono stati canonizzati. I resti dello Zar e della Zarina e le loro tre figlie ricevettero un funerale di stato prima di essere sepolti nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo il 17 luglio 1998, ottantesimo anniversario della strage. Gli ultimi riconoscimenti sono stati fatti nel 2007, ma il mistero sui Romanov continua ancora oggi: i presunti resti parziali degli scheletri di Alessio e Maria non hanno convinto la Chiesa.

I resti dello Zar Nicola II, inoltre, sono poi stati riesumati nel 2015 per prelevare campioni di DNA nell’ambito dell’indagine riaperta. Nel 2015, infatti, la Commissione d’inchiesta del ministero degli Interni ha riaperto il fascicolo per consentire alla Chiesa un’ultima verifica sull’identità della famiglia, verifica che è stata effettuata grazie al DNA di Nicola e Alessandra (temporaneamente riesumati), di Ella (sepolta a Gerusalemme), di Alessandro II (del quale è stata utilizzata la giacca macchiata di sangue custodita all’Ermitage) e di Alessandro III. Nell’ottobre 2016 il patriarca della Chiesa ortodossa ha dichiarato che i test saranno presto completati. Finora, i resti del principe ereditario Alessio e di sua sorella Maria non sono sepolti: sono conservati nell’archivio statale russo.

JACOB BURCKHARDT. BICENTENARIO DELLA NASCITA. 1818-2018.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Con un ritratto dello storico a Vicenza nel 1993: Nina Huygen, Machteld Voss, Marieke Oudejans, Davide Tardivo e Roberto Coaloa.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Con un ritratto dello storico a Vicenza nel 1993: Nina Huygen, Machteld Voss, Marieke Oudejans, Davide Tardivo e Roberto Coaloa.

Oggi, venerdì 25 maggio 2018, al Club Dumas, si tiene una conferenza di Roberto Coaloa dedicata al bicentenario della nascita dello storico Jacob Burckhardt (1818-1897), nato a Basilea il 25 maggio 1818, morto a Basilea l’8 agosto 1897. L’opera più nota dello storico svizzero è La civiltà del Rinascimento in Italia, pubblicata nel 1860. Uno dei libri più fortunati di Burckhardt è il Cicerone, che ebbe molte edizioni durante la vita dell’autore. Fu pubblicato per la prima volta nel 1855. La nona edizione di Der Cicerone fu pubblicata a Lipsia nel 1904 a cura di Wilhelm Bode e Cornelius von Fabriczy.

Anticipiamo e riassumiamo l’intervento di Roberto Coaloa, che da tempo indaga sul pensiero e sulla vita dello storico svizzero.

 

JACOB BURCKHARDT. BICENTENARIO DELLA NASCITA. 1818-2018.

Di Roberto Coaloa

Burckhardt, per Aby Warburg, era un «lucido negromante». Era un «veggente», come Friedrich Nietzsche.

Si dovrebbe ricordare Burckhardt solo per il fatto che fu Maestro di Nietzsche, che lo considerava l’uomo più «straordinario» della sua epoca.

E come non ricordare Nietzsche, che si rivolse sempre con rispetto al suo Maestro, prima e dopo la follia.

Da Sils Maria, nell’autunno del 1888. Nietzsche scrisse a Burckhardt, annunciando Il caso Wagner:

Illustrissimo signor Professore,

mi prendo la libertà di presentarLe un piccolo scritto estetico, scritto per ricrearmi in mezzo alla severità dei miei compiti, ma non per questo scevro di serietà.

Il tono ironico e leggero dell’opuscolo – ne sono certo – non La ingannerà. Forse io ho il diritto di parlare finalmente chiaro del “caso Wagner”, forse ne ho il dovere. Oggi il favore di Wagner è all’apice. I tre quarti dei musicisti del mondo sono convinti wagneriani; da Pietroburgo a Parigi, da Bologna a Montevideo i teatri vivono di quest’arte; recentemente il giovane imperatore di Germania ha definito la faccenda un evento nazionale di prim’ordine ponendosene alla testa: sufficiente motivo per scendere in campo. Riconosco – dato il carattere internazionale del problema – che avrebbe dovuto essere scritto, anziché in tedesco, in francese…

Ho saputo che poco tempo fa la pietas di un’intera città ha ricordato con profonda riconoscenza il suo primo educatore e benefattore. Modestamente mi son fatto lecito di unire i miei sentimenti a quelli di un’intera città.

Il suo Dr. Friedrich Nietzsche.

Nietzsche indirizzò poi a Burckhardt quello che sarebbe stato il suo ultimo biglietto della follia, da Torino, il 4 gennaio 1889, il giorno seguente il fatidico 3 gennaio, quando il filosofo abbracciò un cavallo in via Po. Nietzsche, firmandosi nel biglietto con un semplice «Dioniso», scrisse:

Ecco il piccolo scherzo per l’amor del quale dimentico la noia di aver creato il mondo. Ora lei è – tu sei – il nostro grande maggiore Maestro: giacché io, con Arianna, non abbiamo che da essere l’aureo equilibrio delle cose: in ogni ramo vi è qualcosa al disopra di noi…

Oggi, nel bicentenario della nascita del più grande storico dell’Ottocento, leggeremo alcune pagine tratte dai suoi maggiori lavori: Die Zeit Constantins des Großen, Cicerone e Die Kultur der Renaissance in Italien.

Jacob Burckhardt nel 1895.

Jacob Burckhardt nel 1895.

Da leggere attentamente sono poi alcune opere di Burckhardt nate dagli appunti dei suoi studenti di Basilea. Si tratta di Weltgeschichtliche Betrachtungen e Historische Fragmente.

In queste pagine Burckhardt appare non solo lo storico del Rinascimento in Italia. È uno dei pensatori più influenti, amato da Walter Benjamin, indispensabile alla nostra sensibilità moderna, impregnata dalla filosofia di Nietzsche. Non a caso fu Nietzsche a citare lo storico in Sull’utilità e danno della storia per la vita. Il filosofo scrive del tipo di storia antiquaria che custodisce e venera: «Con quest’animo Goethe contemplò il monumento di Erwin von Steinbach… Un tale senso e impulso guidò gli Italiani del Rinascimento e risvegliò nei loro poeti l’antico genio italico a una “nuova meravigliosa risonanza di una corda antichissima”, come dice Jacob Burckhardt».

La nostra coscienza è legata a un atavismo europeo, quello del mondo di ieri, delicato e fine, di cui Burckhardt è il massimo interprete. Lo storico criticò la moderna società industriale e fu contrario alle tendenze idealistiche e storicistiche dominanti nel mondo accademico dell’epoca, elaborando una caratteristica analisi storiografica, chiamata Kulturgeschichte.

Burckhardt ci ha mostrato il compito più urgente di tutti: quello di salvare la cultura, anche in quanto storia. Inoltre occorre lottare per difendere il patrimonio spirituale dell’umanità, perché è frottola ottimistica che esso non possa mai andare perduto. Più volte Burckhardt afferma che lo storico non è autorizzato né a sperare né a disperare del presente, per quanto i segni che stanno all’orizzonte possano far prevedere catastrofi e sconvolgimenti.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Roberto Coaloa con un ritratto dello storico a Milano, Castello Sforzesco, aprile 1993.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Roberto Coaloa con un ritratto dello storico a Milano, Castello Sforzesco, aprile 1993.

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

COPERTINA MULINO

 

Il saggio di Roberto Coaloa, Viva Valentina! La Rivoluzione russa a fumetti, apre il primo numero della rivista del  «Mulino» nel 2018, il 495.

Nel 2018 la rivista festeggerà i 500 numeri. L’anno inizia quindi con una nuova copertina: disegnata per mettere in evidenza il filo conduttore del fascicolo, il concetto di «rivoluzione».

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

Di Roberto Coaloa

Perché uno storico, a cento anni dalla Rivoluzione russa, si deve occupare di un artista complesso come Guido Crepax (nato a Milano il 15 luglio 1933, morto nella sua città il 31 luglio 2003), l’inventore di Valentina? Perché la sua eroina, una delle poche protagoniste di fumetti, nasce sulla rivista «Linus» proprio alla viglia del 1968, anno di una nuova stagione rivoluzionaria. Valentina ha reso famoso Crepax in tutto il mondo. Ora, con l’ausilio prezioso dei figli – Antonio, Caterina e Giacomo – che hanno creato l’Archivio Crepax, l’artista sta vivendo un’altra stagione fortunatissima, con nuove traduzioni e l’interesse del cinema americano.

Valentina, che nasce e invecchia con il suo creatore, è lo specchio di una generazione, quella protagonista del 1968. La Rivoluzione è stata un grande sogno per i ventenni che hanno provato a riaffermarne i valori nel 1968 e negli anni successivi. Valentina è la protagonista di storie che hanno come punto di riferimento la Milano intellettuale degli anni Sessanta e Settanta. Lenin in quella nuova stagione rivoluzionaria era à la page! La Rivoluzione è stata studiata, pensata e poi scritta e disegnata da Crepax. È dunque interessante ripercorrere la figura di questo artista e intellettuale engagé che riflette attraverso il fumetto sulle vicende storiche del Novecento. Non solo: la figura di Valentina (la descrizione del mondo russo, raccontato nella sua complessità) ha influenzato artisti e studiosi protagonisti del nostro tempo.

Anticipiamo che l’anno 1977 segnerà per l’artista una cesura netta nel pensare l’Ottobre. Prima di quella data Crepax ha già disegnato diverse avventure di Valentina raccontando la Rivoluzione. Esamineremo le storie che a nostro modesto parere mostrano meglio la riflessione di Crepax sul mondo russo, senza dimenticare che più in generale quella storia riecheggia in tantissimi altri lavori dell’artista. Nel 1968, ad esempio, disegna Valentina perduta nel paese dei Sovieti. Poi c’è il film di Corrado Farina del 1973, dal titolo Baba Yaga, liberamente tratto da un fumetto di Valentina. Senza dimenticare la battaglia e il gioco dedicati da Crepax alla figura di Aleksandr Nevskij.

Proprio l’invenzione di giochi da tavolo ci consente di aprire una piccola parentesi. Crepax, laureato in architettura, diventato disegnatore, passava interi pomeriggi alla biblioteca Sormani di Milano per cercare nei volumi i costumi, le uniformi. Amava la messinscena, che diventava mania; forse avrebbe voluto avere il talento di un attore come Laurence Olivier, quando parla ai soldati prima della battaglia di San Crispino. A Crepax piaceva rappresentare la storia come se fosse a teatro, facendo uso di costumi. Desiderava, insomma, la drammatizzazione alla Olivier. Da artista ricostruiva la storia. E lo faceva alla Salgari, che non aveva mai visto gli scenari esotici delle avventure di corsari e avventurieri che raccontava. Crepax, anche lui come Salgari, era un viaggiatore immobile. Fermo nel suo studio, tra i suoi libri, in un vorticare di letture. Lo storico ambirebbe a essere uno sciamano capace di fermare il tempo storico, di vederlo e descriverlo a distanza di anni, di secoli. L’artista ha i mezzi per fermare il tempo e non solo.

LENIN DI GUIDO CREPAXTra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 Crepax disegna Io, Valentina. La prima pagina è dedicata alla sua nascita: 25 dicembre 1942. La giovane Valentina studia la storia. Dopo la morte di Stalin il padre afferma: «Adesso potremo dire la verità senza la paura di sembrare anticomunisti». In una vignetta successiva compare Lenin, cappello in testa, come ce lo mostrano i ritratti ufficiali, che pronuncia la storica frase: «La verità è rivoluzionaria». Lenin aveva detto quella frase? No! È una frase di Gramsci («La verità è sempre rivoluzionaria»), che ha segnato la storia del Partito Comunista Italiano nel Novecento. È stata ripresa in tono polemico, con l’aggiunta di un «non» in un film di Francesco Rosi, Cadaveri eccellenti (1976), ispirato a Il contesto di Leonardo Sciascia, dove primeggia l’attore Lino Ventura, in una delle sue migliori interpretazioni: il commissario Rogas, ucciso insieme al segretario del Partito comunista. Nel film la frase è pronunciata nelle sequenze finali, davanti al quadro di Guttuso, I funerali di Togliatti, sintesi della storia del Partito comunista italiano. Un amico di Rogas, un comunista radicale, affronta un funzionario del proprio partito, quello che si suppone occuperà il posto del segretario ucciso, e gli chiede: «Allora la gente non deve sapere la verità?». Il futuro segretario risponde: «La verità non è sempre rivoluzionaria». Questa frase non c’è nel libro di Sciascia. È un’invenzione della sceneggiatura (pare che l’avesse detta Giancarlo Pajetta), usata da Rosi per denotare l’omertà dell’opposizione di fronte alla corruzione imperante e molto spesso impunita. Questo film del 1976 è rappresentativo di un clima di tensione che si avvertiva allora in Italia. Siamo in un’epoca in cui il Partito comunista, dopo il 15 giugno 1975, era in grandissima ascesa, tanto è vero che la proposta di Berlinguer sul compromesso storico si era rafforzata. In quel momento le preferenze di Crepax e, ovviamente, quelle di Valentina, sono simili a quelle dell’amico dell’ispettore Rogas: sono per Lev Trockij, in quegli anni il modello per chi intende l’esperienza rivoluzionaria come «Rivoluzione permanente».

A Trockij, infatti, sono dedicate due puntate di Alterlinus tra l’agosto e il settembre 1974, dal titolo Viva Trotskij. Poi, non a caso, proprio nel 1976, Trockij è ancora il protagonista di una bellissima tavola con Valentina in bicicletta: è stata realizzata per il mensile Linus in occasione delle elezioni politiche di quell’anno.

Il fumetto Viva Trotskij è per noi di grande interesse. Nella prima pagina compare Valentina che travolge letteralmente gli autocrati della Russia alla vigilia della Rivoluzione. Nella grande tavola compare anche un quadrunvirato, formato dai giovanissimi «Uljanov, Bronstejn, Tsederbaum e Džugašvili». Essi sono ovviamente, nell’ordine, da sinistra a destra come compaiono nella tavola: Lenin, Trockij, Martov e Stalin. Tra i quattro il meno conosciuto e ovvio nelle scelte di Crepax-Valentina è Julij Martov, nato Julij Osipovič Cederbaum. Trockij lo definì «l’Amleto del socialismo democratico». La presenza di Martov è rivelatrice di una conoscenza non superficiale (e critica) della Rivoluzione da parte di Crepax.

Quali sono le fonti storiche di Crepax? In una prima indagine sulla sua biblioteca si notano alcuni testi, in particolare la famosa trilogia di Isaac Deutscher: Il profeta armato. Trotsky 1879-1921, Longanesi, Milano, 1965; Il profeta disarmato. Trotsky 1921-1929, Longanesi, Milano, 1970; Il profeta esiliato. Trotsky 1929-1940, Longanesi, Milano, 1965. Poi gli scritti di Victor Serge, tra i quali: Vita e morte di Trotskij, Editori Laterza, Roma-Bari, 1973. Gli studi sulla Rivoluzione presenti nella sua biblioteca sono di Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1964 e Roy Medveev, La rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, Editori Riuniti, Roma, 1976.

Nella seconda puntata di Viva Trotskij la storia si apre con Valentina, che armata di scopa caccia i nemici della Rivoluzione: lo Zar e la sua camarilla. Nelle immagini finali Valentina saluta con due braccia alzate i vittoriosi bolscevichi e pensa: «Con tutto il corpo… con tutto il cuore… con tutta la coscienza… ascoltiamo la Rivoluzione». Si tratta di un omaggio al poeta Aleksandr Blok, l’«angelo caduto fra le paludi di Pietroburgo» (come lo definì Angelo Maria Ripellino). Crepax, però, fa una scelta controcorrente. Non riporta di Blok la poesia più nota, I dodici. Cita il finale di un pezzo, pubblicato nel gennaio 1918 sulla rivista «Znamja truda», L’intelligencija e la rivoluzione. Il 1917 per il poeta è una visione mistica e un tema musicale. Egli è il flâneur di Pietrogrado, attento ai rumori delle lotte, alle grida, agli spari. Per lui questi suoni nuovi sono l’anticipazione di una nuova grande epoca. «Con tutto il corpo, con tutto il cuore, con tutta la coscienza, ascoltate la Rivoluzione». Non è casuale la scelta di Crepax di far pensare Valentina con le parole del disilluso Blok, che fa un’analisi spietata dell’immediata conversione della Rivoluzione da mamma a matrigna, da utopia a massacro, dove ai lupi zaristi si sostituiscono le iene bolsceviche.

 

Nel 1977 esce il volume di Crepax, L’uomo di Pskov (Edizioni Cepim, Milano). È il momento di cesura. Prima di quella data la Rivoluzione russa era stata per Crepax un ideale positivo, un sogno, un mito. Nel giovane artista degli anni Sessanta, il ricordo della fine della Seconda guerra mondiale era vicino. Così come poteva esserci euforia nella Russia sovietica dopo la vittoriosa guerra contro il nazismo e il fascismo, quando un’ondata di euforia generale consentì a tutti di partecipare con slancio ed entusiasmo alla ricostruzione del paese e il sogno di una società più giusta, più equa, contagiò i cittadini di tutte le classi. Crepax, però, vive un complesso periodo storico e l’idea da lui abbracciata della «Rivoluzione permanente» di Trockij rivive nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano.

Alla fine degli anni Settanta, dopo la stagione del terrorismo (Crepax vedrà vicino a casa sua il cadavere di Antonio Custra, vicebrigadiere in forza al reparto celere di Milano, assassinato durante una manifestazione di militanti dell’estrema sinistra), l’artista, con L’uomo di Pskov, rivede criticamente i suoi miti giovanili. Lenin e i suoi compagni non appaiono più così buoni. Gli uomini vicini allo Zar non appaiono più così cattivi. Qui Crepax si avvicina come non mai al lavoro dello storico, intuendo l’immoralità professionale dello studioso che consiste nell’impossibilità di augurarsi l’inesistenza di una qualsiasi cosa esistita. E, infatti, essere un vero storico è sentirsi incapaci di voler vedere cancellato dalla storia persino quello che condanniamo. Nel racconto di Crepax, ambientato nell’autunno del 1919, l’uomo di Pskov è il tenente Orlov. È un “bianco” che combatte i bolscevichi, ma è un personaggio positivo che alla fine accetterà di morire per salvare la vita di due ragazze. Nel 1977 Crepax descrive la guerra civile russa scoppiata all’indomani dell’Ottobre.

Prezioso documento è quindi il fumetto L’uomo di Pskov, preceduto da un testo introduttivo – La rivoluzione russa – nel quale si racconta la complessità di quella storia. È interessante notare come Crepax sia capace attraverso il fumetto di ripercorre le vicende meno note della Rivoluzione, che è mostrata per quello che fu realmente: una tragedia per il popolo russo e l’inizio della sanguinosa dittatura di Lenin, che realizzò così l’inascoltata profezia di Rosa Luxemburg, secondo cui la vittoria del proletariato bolscevico si sarebbe trasformata nel regime del partito leninista.

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

CLARA STRADA JANOVIC DIPINTA DA ALEKSANDR LAKTIONOV

CLARA STRADA JANOVIC DIPINTA DA ALEKSANDR LAKTIONOV

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

Recensione di Roberto Coaloa a Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50), bel volume di memorie e di aneddoti di una ragazza sovietica, nata nel 1935, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Finito il conflitto, si chiude il sipario spensierato dell’infanzia siberiana, che lascia il posto a brevi ma efficaci descrizioni del mondo snob della Mosca che conta: le famiglie degli uomini del Partito, con i figli viziati come principi. L’autrice poi si concede un vivace finale, dove racconta i primi incontri con il mondo italiano. Nella Russia di Stalin era celebre Togliatti, soprattutto nel 1948, quando subì un attentato e si diceva che Stalin avesse rimproverato i compagni italiani per non aver salvaguardato l’incolumità del loro leader. È memorabile, quindi, nel 1963, l’incontro dell’autrice con Togliatti a Cogne, in Valle d’Aosta, sotto il Monte Bianco. Protagonista anche il giovane marito di Clara, Vittorio Strada.

Dal quotidiano “Libero”. Domenica 3 ottobre 2017.

 

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

Di Roberto Coaloa

Un volume atipico racconta la disperazione e l’angoscia della Russia di Stalin, l’infanzia di una donna siberiana, che dopo la Seconda guerra mondiale, sul finire degli anni Cinquanta, si sposerà felicemente con un italiano e vivrà con gioia nel Bel Paese. Si tratta di Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50). Clara è nata il 31 marzo 1935 nella regione di Chabarovsk. Laureatasi alla Facoltà di filologia dell’Università di Mosca, è stata poi docente di lingua russa nelle Università di Torino, Padova e Venezia. Filologa e traduttrice, a lei si devono versioni in italiano di Puškin, Čechov, Vladimir Propp e Michail Bachtin. Cinquantanove anni fa sposò lo slavista Vittorio Strada, dal matrimonio nacquero Olga e Nikita.

Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50).

Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50).

Una infanzia siberiana si legge d’un fiato, entrando in uno estremo oriente siberiano. C’è ancora l’eco di sangue della guerra civile, che dopo l’Ottobre aveva tragicamente segnato il vecchio Impero dei Romanov. La scrittrice ci descrive personaggi di un mondo di ieri: l’affittuaria del suo appartamento, vedova, nata in Bessarabia; il padre, nato sulle rive del lago Bajkal, in un piccolo centro ferroviario di nome Mysovaja, poi cambiato dopo la Rivoluzione in Babushkin, in onore di Ivan Babushkin, che durante la prima rivoluzione russa del 1905 aveva organizzato il trasporto di armi per le milizie operaie. Il nonno Jakov Ivanovic, di origini bielorusse, era stato ingaggiato per i lavori della costruzione della Transiberiana. La nonna, Anna Adamovna, era nata a Cracovia. La casa dell’infanzia siberiana è una solida costruzione fatta di tronchi di larice, coi pavimenti di legno, cassapanche, stufa in stile russo con forno, sgabuzzini, scale con balaustre tornite, con lungo il piano terra un terrapieno che riparava dal freddo, permettendo di conservare nella cantina ortaggi, derrate e confetture. Insomma nella nostra memoria appare il paesaggio del dottor Živago.

Clara Strada Janovic e Vittorio Strada a Venezia. Nel 2017, dopo 59 anni di matrimonio.

Clara Strada Janovic e Vittorio Strada a Venezia. Nel 2017, dopo 59 anni di matrimonio.

L’infanzia felice, dove fratelli e amici giocano in un paesaggio incantato, come la Lysaja Gora di Tolstoj, termina con la voce alla radio di Molotov: «C’è la guerra». Nella Russia di Stalin era celebre Togliatti. È memorabile, quindi, nel 1963, l’incontro dell’autrice con Togliatti a Cogne, in Valle d’Aosta, sotto il Monte Bianco. Togliatti si siede accanto a suo marito; il discorso cade sulle repressioni di Stalin degli anni Trenta: «Noi, Strada, non sapevamo niente». A quelle parole l’autrice perde le staffe, non credendo alle sue orecchie. Risponde a Togliatti che sta leggendo Victor Serge in quel momento. Fu così che il marito Vittorio, spinto dalla convenienza “diplomatica”, assestò alla moglie russa un memorabile calcio alla caviglia. Lo sguardo di Togliatti, nonostante il soccorso, trafisse la donna imprudente: «sembrava che mi avesse tagliato una lama d’acciaio, tanto si restrinsero le sue pupille».

INEDITO MARCEL

I divertimenti del giovane Proust. Tennis di Boulevard Bineau, Neuilly 1892: in piedi sulla sedia Jeanne Pouquet, alla quale Marcel fa la corte, ma Jeanne è già fidanzata con Gaston de Caillavet.

I divertimenti del giovane Proust. Tennis di Boulevard Bineau, Neuilly 1892: in piedi sulla sedia Jeanne Pouquet, alla quale Marcel fa la corte, ma Jeanne è già fidanzata con Gaston de Caillavet.

Prefigurazioni del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, si trovano negli scritti del giovanissimo scrittore, ora presentati in un bellissimo volume dalla copertina blu, Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

Tra questi piccoli capolavori narrativi La fine della gelosia e La morte di Baldassare Silvande.

Recensione di Roberto Coaloa sui “Racconti”.

Un’intera pagina dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

 

INEDITO MARCEL

Di Roberto Coaloa

Recensione di Roberto Coaloa sul volume “Racconti” di Marcel Proust, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise. Dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

Recensione di Roberto Coaloa sul volume “Racconti” di Marcel Proust, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise. Dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

Prefigurazioni del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, si trovano negli scritti del giovanissimo scrittore, ora presentati in un bellissimo volume dalla copertina blu, Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

I curatori sono due raffinati interpreti di Proust, Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia. Già Gide, nel 1923, osservava: «Tutto ciò che ammiriamo in Swann e nei Guermantes lo troviamo già qui, in filigrana, quasi insidiosamente anticipato: l’attesa infantile del bacio serale della madre; l’intermittenza del ricordo, lo stemperarsi dei rimpianti, la forza evocativa dei nomi e dei luoghi, i tormenti della gelosia, la seduzione dei paesaggi…». Per questo motivo, suffragati dalle osservazioni dell’amato censore Gide, apprezziamo questo importante lavoro di traduzione dal francese all’italiano, accompagnati discretamente da alcune osservazioni dei curatori, che si sono basati sull’edizione curata da Thierry Laget (Les plaisirs et les jours suivi de L’indifferent et autres textes) per Gallimard. Il volume italiano è impreziosito da una cronologia che ripercorre gli anni dal 1871 al 1897, cioè dalla nascita dello scrittore, il 10 luglio, al 6 febbraio di quel Fin de siècle, momento davvero memorabile per i biografi di Marcel Proust: lo scrittore si batté, infatti, a duello con Jean Lorrain, che aveva fatto uscire su «Le Journal» una velenosa stroncatura dei Piaceri, contenente anche una pubblica accusa di omosessualità. Era un pomeriggio freddo e piovoso alla Tour de Villebon nel Bois de Meudon, tradizionale terreno di scontro dei parigini. I padrini di Lorrain erano Paul Adam, il romanziere, che in seguito sarebbe stato dalla parte di Proust nell’affaire Dreyfus, e Octave Uzanne, il critico d’arte, che arrivò in ritardo di mezz’ora, con una faccia grigia e tirata, ancora sotto gli effetti della morfina. I padrini di Proust rappresentavano un vero e proprio trionfo mondano: il pittore impressionista Jean Béraud e Gustave de Borda, noto agli amici come Sword-Thrust Borda, spadaccino imbattibile, padrino ricercatissimo tra i rampolli dell’aristocrazia parigina. Questa volta, però, l’arma scelta fu la pistola. Gli avversari si scambiarono due colpi inefficaci a venticinque metri di distanza, probabilmente – come volevano le buone maniere quando non era in gioco una questione di estrema gravità – sparando in aria. Dopo il duello Lorrain lasciò in pace Proust, che si era dimostrato coraggioso, freddo e fermo nel suo intento di battersi, cosa eccezionale per i suoi amici che ne conoscevano il temperamento nervoso. Raccontiamo questo episodio perché se Proust avesse fatto la fine di Puškin, colpito a morte in duello da Georges-Charles de Heeckeren d’Anthès, noi avremmo perso la Recherche: un gran danno per la nostra storia letteraria. I Racconti sono appunto solo una prefigurazione del capolavoro di Proust, con Marcel narratore del suo primo incontro con la fatale duchessa. Avremmo perso le passeggiate mitiche di Odette, le manie della zia Leonia, i casi mondani di Swann, le avventure alcibiadee di Charlus, i ridicoli imbarazzi filologici di Cottard, i servi in livrea, i signori in monocolo al ricevimento in casa della marchesa di Saint-Euverte.

I Racconti, però, sono di per sé notevoli. Certo, la sintassi non è ancora così complessa come nella Recherche. Già fa capolino l’ironia, e ogni tanto qualcosa di lievemente comico e satirico (la vecchia dama che si tinge i capelli e paga i giornali perché parlino bene dei suoi ricevimenti). È un Proust nel suo noviziato culturale, pronto a spiccare il volo. I curatori hanno scelto i testi più apertamente e incontrovertibilmente narrativi, escludendo le prose incompiute (che nell’edizione critica sono in appendice, nel reliquat).

La morte di Baldassare Silvande (traduzione di Giuseppe Girimonti Greco) è il racconto più tolstojano di tutti. Il giovane Proust, infatti, era stato un avido lettore dello scrittore russo. Proust lesse i Récits militaires di Tolstoj, tradotti in francese da Halpérine-Kaminsky e Jaubert. Aveva letto, inoltre, Sonata a Kreutzer, che lo segnò profondamente nell’animo. Nel 1896 scrisse al suo amico Reynaldo: «Sarebbe nobile, forse, ma innaturale alla nostra età, vivere come chiede Tolstoj». A Parigi tutti gli intellettuali à la page adoravano Tolstoj. Oltre a Proust, Romain Rolland e Octave Mirbeau (per lui Tolstoj era un demi-dieu). La morte di Baldassare Silvande è quindi una mise en récit (et en abyme) della transizione dal dandysmo (e dall’estetica della morte del dandy) al tolstojsmo (e all’estetica della morte nel Segno del Vero).

Gli altri racconti del volume sono: Violante o la mondanità (traduzione di Ornella Tajani), Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves (traduzione di Ezio Sinigaglia), La confessione di una ragazza (traduzione di Federica Di Lella), La fine della gelosia e L’indifferente (traduzione di Mariolina Bertini).

Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

IL NOBEL PER LA PACE ITALIANO CHE SI ESALTAVA PER LA GUERRA

Ernesto Teodoro Moneta di Roberto Coaloa. Libero 10 febbraio 20

Sabato 10 febbraio 2018, centenario della morte di Moneta, sul quotidiano Libero, un’ampia pagina di Roberto Coaloa sul pacifista italiano.

«Ernesto Teodoro Moneta milanese illustre. Patriota, giornalista, premio Nobel per la Pace 1907» è la mostra milanese – organizzata dalla Fondazione Anna Kuliscioff e dalla Società per la Pace e la Giustizia Internazionale, con il patrocinio del Consiglio Regionale della Lombardia e del Comune – per ricordare il centenario della morte del Nobel italiano.

La mostra sarà inaugurata oggi, mercoledì 14 febbraio, alle ore 15.00, a Milano, all’Archivio di Stato (via Senato, 10).

La mostra (ingresso gratuito) sarà aperta fino al 5 marzo 2018.

Moneta è stato l’unico italiano Premio Nobel per la Pace nel 1907. La sua storia, i suoi legami con i movimenti pacifisti dell’epoca saranno raccontati in una seria d’incontri.

Sabato 10 febbraio, anniversario della morte di Moneta, sul quotidiano Libero, un’ampia pagina di Roberto Coaloa sul pacifista italiano.

 

IL NOBEL PER LA PACE ITALIANO CHE SI ESALTAVA PER LA GUERRA

Di Roberto Coaloa

L’unico Nobel per la Pace italiano è Ernesto Teodoro Moneta. La sua vita abbraccia le vicende del Risorgimento, dall’inizio alla fine. Nel 1848, appena quindicenne, Moneta è un rivoluzionario della prima ora: nelle Cinque Giornate di Milano tira i mattoni alle truppe biancovestite austriache. Da mazziniano, il giovane Moneta diventa prima compagno d’armi di Garibaldi e dopo un soldato del Regno d’Italia. Il 10 dicembre 1907 questo militare ottiene il Nobel per la Pace.

Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918).

Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918).

Nel 2007, con il centenario del Nobel per la pace, Moneta fu ricordato da chi scrive in un lungo saggio per gli Annali di Storia Moderna dell’Università Cattolica: L’altro Tolstoj e la sua difficile corrispondenza con Moneta. Due lettere inedite di Lev Nikolaevič Tolstoj a Ernesto Teodoro Moneta. La Nuova Antologia lo ricordò con  Arturo Colombo, Vita in tre tempi di Teodoro Moneta. A Milano, la Società del Giardino organizzò una mostra fotografica e una tavola rotonda, su Moneta e la rivoluzione giornalistica che «Il Secolo» rappresentò per il mondo dell’informazione nella prima generazione dell’Italia unitaria. Nel 2013 Moneta è stato omaggiato da un ottimo volume della storica Francesca Canale Cama, La pace dei liberi e dei forti. La rete di pace di Ernesto Teodoro Moneta, edito da Bononia University Press.

Ora, la Fondazione Anna Kuliscioff a cento anni dalla morte (avvenuta a Milano il 10 febbraio 1918) ripropone gli scritti di Moneta pubblicati sui vari «Almanacchi della Pace» che dal 1889 puntualmente uscivano alla vigilia del nuovo anno. Sono testi rari, arricchiti da splendide copertine, che lo studioso può oggi ammirare nella Biblioteca della Fondazione Anna Kuliscioff. Sono un documento prezioso per il bibliofilo, per la rilevanza dell’autore e per le illustrazioni liberty, davvero eccezionali. Il volume, Ernesto Teodoro Moneta. Un pacifista nella guerra, edito dalla Fondazione Anna Kuliscioff, è parte della collana “Figure del Novecento”. Introdotto dal presidente della Fondazione, Walter Galbusera, raduna gli scritti di Moneta dal 1890 al 1918.

Da «Ai padri ed alle madri di famiglia», del 1890, a «I cattolici e la guerra», del 1918, il volume della Fondazione Anna Kuliscioff ripercorre con Moneta la storia del pacifismo italiano fin de siècle. Una vicenda fatta da tanti pacifisti condizionati – come Moneta – che poi si trasformarono in interventisti all’alba del Novecento. Fu una minoranza ad abbracciare un pacifismo spirituale e nonviolento. Uomini come Luigi Luè, Giovanni Galiardi e Giovanni Pioli, che scelsero il pensiero di Tolstoj come guida, sono un’eccezione nel panorama italiano. Alcuni esponenti del modernismo aderirono alle idee di Tolstoj. Giovanni Semeria e Salvatore Minocchi, ad esempio, andarono a Jasnaja Poljana.

Moneta, comunque, è una delle personalità più rappresentative del pacifismo italiano (la sua rivista «La Vita internazionale», raccolse, tra gli altri, i contributi di Romain Rolland e Gaetano Salvemini). Vinse il Nobel, nel 1907, per la sua attività nel promuovere la pace attraverso il disarmo e l’arbitrato internazionale. Alcuni anni dopo, però, fu favorevole all’intervento italiano in Libia e poi alla guerra contro gli imperi centrali.

La vita di Moneta è di grandissimo interesse. L’agitatore del Risorgimento divenne l’infaticabile propugnatore del movimento pacifista, creando una rete inedita tra i pacifisti sparsi nel mondo, riuscendo a garantire in Europa un lungo periodo di pace. Dal 1867 fino al 1895, Moneta fu direttore del giornale «Il Secolo». Nel 1887 fondò L’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale e nel 1891 la Società per la pace e la Giustizia internazionale. Nel 1898 creò la rivista «La Vita Internazionale».

Moneta ebbe una delle corrispondenze più prestigiose della sua epoca. Da notare le sue lettere ai più grandi intellettuali e politici europei, da Vilfredo Pareto al conte Lev Tolstoj, da Edmondo De Amicis alla baronessa Bertha von Suttner.

Per Moneta, nato il 20 settembre 1833, nella Milano dell’incivilimento di Gian Domenico Romagnosi, le iniziative politiche dovevano prima di tutto rispondere a un imperativo etico. Dall’analisi rigorosamente storica, Moneta appare oggi con tutte le sue contraddizioni. Lo studioso si interroga sulla sua vita, sulle sue scelte. Continuava ad aver senso, ad esempio, dopo la sanguinosa guerra franco-prussiana e soprattutto all’indomani della guerra russo-giapponese, in decenni di profonde e sconvolgenti trasformazioni materiali e culturali, la lettura di Moneta? La sua era una visione della realtà che riproduceva i canoni interpretativi di un Ottocento ormai definitivamente tramontato.

In Moneta ravvisiamo un’ostinata volontà di continuare a perseguire le immutabili mete della sua giovinezza, senza misurarle con le novità dei tempi. L’italiano, dopo il Nobel, fece inorridire i pacifisti per il suo atteggiamento a favore della guerra nel 1911, per l’onore e l’interesse dell’Italia, contro l’Impero Ottomano. Moneta deluse nuovamente i pacifisti nella Grande Guerra; per lui, il 1915 era l’inizio della Quarta guerra del Risorgimento: «Non mi stranio, non mi apparto». Il Nobel per la Pace italiano morì nel momento in cui l’azione del presidente americano Wilson, promotore di una Società delle Nazioni, dava forza all’idea di una guerra in qualche modo definitiva, atroce ma necessaria per chiudere la lunga stagione di conflitti tra i popoli, epilogo romantico di un futuro armonioso, nel sovvenire del sogno ottocentesco, finalmente realizzato.

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