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29 LUGLIO 1921. LA SCELTA DEL LEADER PER IL PARTITO NAZIONALSOCIALISTA DEI LAVORATORI TEDESCHI. ANTON DREXLER SCONFITTO DA ADOLF HITLER.

Anton Drexler, fabroferraio delle ferrovie bavaresi, creò a Monaco il 7 marzo 1918, un libero comitato di lavoratori per una giusta pace. In seguito, sotto l'influenza della Società Thule, fondò il Partito dei lavoratori tedeschi (DAP) che diveniva, a partire dalla primavera del 1920, lo NSDAP, Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi, di cui Hitler si assicurò dal 29 luglio 1921, la direzione.

Anton Drexler, fabroferraio delle ferrovie bavaresi, creò a Monaco il 7 marzo 1918, un libero comitato di lavoratori per una giusta pace. In seguito, sotto l’influenza della Società Thule, fondò il Partito dei lavoratori tedeschi (DAP) che diveniva, a partire dalla primavera del 1920, lo NSDAP, Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi, di cui Hitler si assicurò dal 29 luglio 1921, la direzione.

 

Germania. Venerdì 29 luglio 1921. Adolf Hitler diventa presidente del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi. L’inizio del nazismo occulto: le croci uncinate all’attacco degli Asburgo e degli ebrei europei.

Di Roberto Coaloa

Prima della diabolica catastrofe della Seconda guerra mondiale e della fine di un mondo con la Shoah cagionate dalla follia nazista, c’era già una prefigurazione dell’orrore della prima metà del Novecento nei progetti razzisti e reazionari della «Thule Gesellschaft».

La fine di un mondo europeo, caratterizzato dalla prevalenza dell’Austria degli Asburgo sul mondo tedesco, con un dolce cosmopolitismo, tollerante delle diversità e delle religioni, iniziò un venerdì 29 luglio 1921, quando Hitler strappò la leadership del «Partito tedesco dei lavoratori» a Anton Drexler.

Da quel momento iniziò l’ascesa stessa di Hitler, che cambiò il nome del partito: «Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori».

Fondata nell’agosto 1918 su iniziativa del barone Rudolf von Sebottendorff, la Società Thule, prima del Partito nazionalsocialista, adottò come simbolo la croce uncinata. Questa società segreta non era che una branca bavarese del Germanenorden, associazione razzista creata a Thalé, nell’Harz, nel 1912. Antisemita, ferocemente reazionaria, finanziata all’origine con fondi segreti della Reichswehr, la Società Thule, a partire dal novembre 1918, svolse un ruolo sempre più importante nelle attività razziste e nazionalsocialiste in Baviera e specialmente a Monaco.

Chi erano i personaggi legati al «Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori» nel 1921? Dov’erano? Cosa stavano facendo e perché?

I personaggi erano semplicemente la peggior feccia d’Europa.

In Ungheria agiva Gyula Gömbös. Nato nel 1886, entrato in giovane età nell’esercito austro-ungarico, Gömbös combatté nella Prima guerra mondiale. Oppositore della dinastia Asburgo e fautore dell’indipendenza del suo Paese, in seguito alla sconfitta dell’Austria-Ungheria e allo smembramento dell’impero si unì alle forze conservatrici presenti nel governo di Seghedino opponendosi ai comunisti guidati da Béla Kun che avevano preso il potere nel 1919, proclamando la Repubblica sovietica ungherese. Diventato alleato di Miklós Horthy, divenne ministro della Difesa nel governo controrivoluzionario da questi guidato. Nel 1920, quando Horthy fu nominato reggente d’Ungheria, Gömbös divenne leader del movimento conservatore opponendosi al secondo tentativo fatto da Carlo d’Asburgo (come Carlo IV d’Ungheria) di rimpossessarsi del trono nell’ottobre 1921. Nel 1929 Gömbös venne nominato ministro della Difesa del governo Bethlen. Nel 1932 Horthy lo nominò Primo ministro. Gömbös si impegnò sin dall’inizio nel cercare un’alleanza con l’Italia di Mussolini e con l’Austria per cercare di ottenere una revisione del trattato del Trianon. Quando Hitler venne nominato cancelliere nel 1933, Gömbös fu il primo capo di governo a fargli visita firmando una serie di accordi commerciali per cercare di risollevare l’esausta economia ungherese. All’inizio del 1935, Gömbös riuscì finalmente a convincere Horthy a sciogliere il parlamento e ad indire nuove elezioni. Gömbös uscì rafforzato dalle urne rafforzando il proprio controllo anche sull’esercito. Il 6 ottobre 1936, a causa di complicazioni legate a gravi problemi renali che lo affliggevano da tempo, Gömbös morì a Monaco.

(Continua)

LA VERITÀ SUI MOTI DEL 1821 IN PIEMONTE

La storia. Le ricerche d'archivio di una squadra di studiosi del Risorgimento

La storia. Le ricerche d’archivio di una squadra di studiosi del Risorgimento

LA VERITÀ SUI MOTI DEL 1821 IN PIEMONTE

Di Roberto Coaloa

Chi oggi si rechi per quel di Alessandria (la città natale di Andrea Vochieri, Urbano Rattazzi, Umberto Eco, Sibilla Aleramo, Gianni Rivera e Renzo Montagnani) trova gente simpatica e curiosa, avvocati e architetti che pronunciano la erre in maniera molto snob, una miriade di pasticcerie e buoni ristoranti. Nell’Ottocento, città di confine del Regno di Sardegna, Alessandria fu una delle principali strutture militari dello Stato che intraprese le guerre per l’Unità. La sua Cittadella era celebre. Nel 1821, il 10 marzo, i moti scoppiarono nella città e nella Cittadella, quando fu issato il Tricolore per la prima volta. Insomma, il sentimento nazionale parte da qui, ai due bordi del fiume Tanaro.

Alessandria. La Cittadella. Marzo 2021. Particolare del suo ampio fossato, che circonda l'imponente fortezza a esagono. Il fossato fu innalzato di tre piedi nel 1757 e sottoposto a vari progetti per inondare i bacini della fortezza, tutt'ora ben conservati, convogliandovi le acque del Tanaro. A tale scopo era prevista la chiusura mediante cateratte mobili del ponte sul fiume, per trasformarlo in un "Pont-eclusé".

Alessandria. La Cittadella. Marzo 2021. Particolare del suo ampio fossato, che circonda l’imponente fortezza a esagono. Il fossato fu innalzato di tre piedi nel 1757 e sottoposto a vari progetti per inondare i bacini della fortezza, tutt’ora ben conservati, convogliandovi le acque del Tanaro. A tale scopo era prevista la chiusura mediante cateratte mobili del ponte sul fiume, per trasformarlo in un “Pont-eclusé”.

Dunque c’era Alessandria all’inizio dell’Unità, ma non c’erano gli alessandrini. Le forze che sostennero i moti del 1821, infatti, provenivano da altre parti dello Stato piemontese di allora: dalla Savoia, da Torino, da Aosta, dal cuneese, da Biella, da Mortara, dalla Lomellina e da Genova.

La simpatica gente d’oggi non me ne abbia se dirò cose poco gentili sui loro antenati. Come storico devo riferire quel che mi risulta dai documenti e non quello che potrebbe o dovrebbe far piacere alla gente.

Per prima cosa il tricolore sventolato ad Alessandria non era verde, bianco e rosso. La bandiera era rossa, verde e azzurra. Ricordava quel colore dell’ultimo regno d’Italia, così caro ai lombardi, primo fra tutti, in quei giorni di sfida aperta contro l’Austria, Alessandro Manzoni.

Nel raccontare i moti del 1821 in Piemonte occorre ricordare il momento storico in cui essi si svilupparono. Alla fine dell’avventura napoleonica, il Congresso di Vienna creò in Italia dei piccoli Stati fra i quali erano assenti legami di tipo federale. L’unico Stato governato da una dinastia italiana era il Regno di Sardegna.

Piazza Carlo Alberto e l'ingresso del Museo Nazionale del Risorgimento italiano. Torino. Gennaio 2019.

Piazza Carlo Alberto e l’ingresso del Museo Nazionale del Risorgimento italiano. Torino. Gennaio 2019.

Di fronte al crescente malcontento del ceto più istruito e di una parte della nobiltà, il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I, poco più che sessantenne, ma provato dagli anni di esilio, aveva incaricato il ministro Prospero Balbo di preparare un piano di riforme civili. Balbo era un nobile conservatore ma illuminato, che aveva aderito al regime francese, con i suoi figli (Ferdinando, come militare, trovò giovanissimo la morte durante la ritirata di Russia). Dell’esperienza francese aveva colto l’importanza di una amministrazione moderna. Balbo, quindi, cercò di modernizzare lo Stato sabaudo con l’introduzione di una serie di provvedimenti incentrati sulla creazione di un organo centrale consultivo e sul parziale ristabilimento della legislazione napoleonica. Lo scoppio della rivoluzione di Napoli accentuò però la resistenza della parte più retriva e reazionaria della classe dirigente e bloccò così il movimento riformatore.

Franco Della Peruta (a sinistra) con un gruppo di archivisti e studiosi al Museo del Risorgimento di Milano. Giugno 2011.

Franco Della Peruta (a sinistra) con un gruppo di archivisti e studiosi al Museo del Risorgimento di Milano. Giugno 2011.

L’iniziativa passò allora, come ha notato lo storico Franco Della Peruta, «nelle mani di un gruppo di uomini più giovani, appartenenti anch’essi al ceto aristocratico, i quali si facevano portatori delle istanze di rinnovamento che andavano maturando in Piemonte e tra i quali, accanto a Luigi Ornato, Carlo Vidua e Cesare Balbo (figlio di Prospero), spiccava la nobile figura di Santorre di Santa Rosa». Questa giovane nobiltà piemontese, sensibile all’insegnamento morale di Vittorio Alfieri, intendeva rimanere fedele alla monarchia, di cui si proponeva di fare – con il suo esercito e le sue tradizioni familiari – il fulcro intorno a cui organizzare lo Stato liberale e lo strumento principale della lotta per l’indipendenza dell’Austria: una lotta giudicata indispensabile perché questi uomini, a differenza dei carbonari nel Mezzogiorno, ponevano con determinazione il problema nazionale italiano, a partire dalla liberazione del Lombardo-Veneto.

Schedari al Museo del Risorgimento di Milano

Schedari al Museo del Risorgimento di Milano

Al gruppo nobiliare si affiancarono frazioni borghesi ed elementi militari, organizzati nella Federazione, cui aderirono anche esponenti della nobiltà. Il campo liberale, al quale restarono estranee le larghe masse, fu però indebolito nel corso del 1820 dal contrasto con la parte più avanzata del movimento settario, che voleva la Costituzione di Cadice del 1812, e i nobili liberali, favorevoli invece a un Parlamento bicamerale in cui la Camera alta, di nomina regia, salvaguardasse il privilegio politico dell’aristocrazia.

Nel 1820 si infittirono i contatti tra i patrioti piemontesi e quelli della Lombardia dove, accanto alla Federazione, si era andata diffondendo la Carboneria. Nel giugno 1820, infatti, il “milanese” Silvio Pellico, per conto della Carboneria, fece un viaggio a Torino.

All’interno della famiglia reale piemontese c’era un giovane principe, Carlo Alberto, che apparteneva al ramo cadetto dei Carignano ed era cugino del re. Era anche l’erede presunto al trono perché né Vittorio Emanuele I né il fratello Carlo Felice avevano eredi maschi e la successione al trono era regolata dalla legge salica, che escludeva le femmine. Era nato il 2 ottobre 1798 nel Palazzo Carignano di Torino (ora sede del Museo Nazionale del Risorgimento italiano) da Maria Cristina Albertina di Sassonia Curlandia e da Carlo Emanuele. Quest’ultimo apparteneva al ramo collaterale di Casa Savoia il cui capostipite era stato Tommaso Francesco, fratello di Vittorio Amedeo I e primo principe di Carignano. Entrambi i genitori dimostravano un atteggiamento anticonformista, rispetto a quello del Re Carlo Emanuele IV fratello maggiore di Vittorio Emanuele, che li credeva di simpatie giacobine. All’approssimarsi della guerra del 1799 tra i francesi e gli austrorussi, i principi di Carignano con Carlo Alberto ancora in fasce si erano trasferiti a Parigi, dove poco dopo moriva il padre. La madre si risposò con Giuseppe Massimiliano Thibaut de Montléart. Dopo la Restaurazione, il Re Vittorio Emanuele I lo volle a corte, come erede presuntivo al trono, e, nel 1816, a diciotto anni, Carlo Alberto era stato emancipato e aveva avuto come scudiero Giacinto di Collegno, di cinque anni più vecchio, già ufficiale napoleonico insignito della Legion d’Onore. Il 30 settembre 1817, il principe aveva sposato nella Chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze la principessa Maria Teresa Francesca d’Asburgo Lorena, figlia di Ferdinando III granduca di Toscana, arciduchessa della famiglia imperiale austriaca. Il 14 marzo 1820 nasceva il primo figlio, l’erede, il futuro Re Vittorio Emanuele II.

Il conte Cesare Balbo. Da una scultura al Museo Nazionale del Risorgimento italiano di Torino. Giugno 2011.

Il conte Cesare Balbo. Da una scultura al Museo Nazionale del Risorgimento italiano di Torino. Giugno 2011.

Collegno introdusse presso l’entourage del Principe Carlo Alberto alcuni giovani della nobiltà piemontese animati dagli ideali nazionali e patriottici, fra i quali: Luigi Provana, Luigi Ornato, Santorre di Santa Rosa, Roberto d’Azeglio, Cesare Balbo, Guglielmo Gribaldi Moffa di Lisio, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano e Alberto Nota, che fu assunto come segretario.

Quando Silvio Pellico giunse a Torino, nel giugno 1820, cercò di attrarre personaggi vicini al principe nella setta.

Nel clima della Restaurazione, la polizia asburgica era ovunque e, allarmata per lo scoppio costituzionale a Napoli (il 2 luglio, dopo quello di Spagna del 1 gennaio), scoprì la trama della Carboneria. Piero Maroncelli, che aveva iniziato Pellico, fu arrestato. Il 13 ottobre 1820 fu catturato lo stesso Pellico a Milano, in Casa Porro.

All’inizio del 1821, mentre intraprende la spedizione militare per abbattere i liberal-costituzionali nel Regno delle Due Sicilie, l’Impero d’Austria intensificò la repressione della Carboneria. Chiuso con la richiesta di pesanti condanne il processo a carico dei carbonari con centro a Fratta Polesine, l’inquirente Antonio Salvotti chiese d’interrogare Maroncelli e Pellico, che non fecero parola sul Principe Carlo Alberto.

Nel 1821, a Torino, l’erede al trono, che sicuramente era interessato a prendere la spada per una guerra contro l’Austria, era attratto dalla cospirazione costituzionalista, che si legava alla causa italiana. L’Impero degli Asburgo, però, era in quel momento l’alleato principale del Re Vittorio Emanuele I. Il livello di connivenza tra il napoleonico principe di Carignano e i cospiratori aveva raggiunto il suo apice all’inizio del 1821. C’era la Carboneria, ma ad altre sigle appartenevano i cospiratori: massoni (come il Principe della Cisterna e Roberto d’Azeglio), federati e adelfi.

 

CESARE BALBO DIFENDE GLI STUDENTI A TORINONella capitale del Regno di Sardegna, dopo gli incidenti del 12 gennaio 1821, la tensione tra le forze reazionarie da una parte e quelle liberali (con tendenze tradizionalistiche di una parte dell’aristocrazia) e innovatrici della maggioranza degli intellettuali del Paese era salita alle stelle. Il caos era partito da una semplice bravata di quattro studenti dell’Ateneo (Albino Rossi, Carlo Maoletti, Luigi Chiocchetti e Angelo Biandrini), l’11 gennaio 1821, durante il carnevale. Gli studenti erano entrati al Teatro d’Angennes (ora Gianduia, in via Principe Amedeo), dove recitava Carlotta Marchionni, indossando il bonnet rouge, l’allora in voga cappello in lana rossa con fiocco nero. I due colori erano anche quelli della Carboneria e i carabinieri reali, colta l’allusione politica, arrestarono all’uscita dal teatro Albino Rossi e Luigi Chiocchetti fu preso a casa sua. L’indomani, diffusasi la notizia dell’arresto, l’università insorse. Intervenne l’esercito con sciabole e baionette per ordine del governatore della capitale, il conte Thaon di Revel, che fece abbattere le porte dell’Ateneo dai granatieri. Alla fine della giornata si contarono una trentina di feriti gravi tra gli studenti e furono effettuati oltre sessanta arresti. Gli incidenti potevano finire in tragedia senza l’intervento del conte Cesare Balbo, figlio del ministro Prospero, che si pose come scudo tra l’esercito e gli studenti. All’inizio di marzo cominciarono poi a farsi insistenti le voci dell’imminente intervento austriaco a Napoli, e i liberali decisero perciò di passare all’azione. La monarchia piemontese doveva mettersi alla testa dell’esercito e irrompere sulla Lombardia per cogliere alle spalle gli austriaci impegnati nel Sud, con l’obiettivo di creare un Regno costituzionale dell’Alta Italia.

Nelle sofferte pagine Della rivoluzione piemontese nel 1821 Santa Rosa dichiarò che il Principe Carlo Alberto s’era impegnato a promulgare la costituzione spagnola, ma in seguito «capo spergiuro», aveva abbandonato i suoi sodali costretti a trasformare in rivoluzione quella che avevano sognato come pacifico cambio istituzionale. Da parte sabauda, l’interessato Carlo Alberto respinse l’accusa di aver compromesso i ribelli, rivendicando con accento solenne nella sua semplicità l’onore del suo Piemonte dopo la rivoluzione dei militari. Così si evince, da una lettera del Principe di Carignano, da «Firenze, 11 mai 1822», a sua madre: «Notre révolution est loin de me faire mésestimer mon pays… Sous tous les rapports, je m’estime infinement heureux d’être Piémontais».

Delle speranze degli italianiSanta Rosa, alla rivoluzione piemontese, vi pensava da quando aveva iniziato a scrivere Doveri e speranze d’Italia, poi mutato in Delle speranze degli Italiani: un testo edito nel 1920 a cura di Adolfo Colombo e ripubblicato in anastatica, circa quindici anni fa, con prefazione di Piero Bonati per il 60° della loggia “Santarosa” n. 1 di Alessandria (Grande Oriente d’Italia). In sintesi, in quelle pagine Santa Rosa riconobbe il debito dell’Italia verso l’Imperatore Napoleone e affermò che i militari debbono servire il sovrano sino a quando egli è in sintonia con i suoi popoli.

Il Principe Carlo Alberto alla vigilia dei moti piemontesi era attento ai fermenti dei patrioti lombardi, che aspettavano un esercito costituzionale piemontese pronto ad attraversare il Ticino.

Alle ore 20, del 6 marzo 1821, Santorre di Santa Rosa, Giacinto Provana di Collegno, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano, Guglielmo Moffa di Lisio e Roberto d’Azeglio incontrarono Carlo Alberto, che durante i mesi della cospirazione aveva assicurato il suo appoggio. Così fece anche quella sera, dichiarandosi favorevole all’azione militare. Si trattava infatti di far sollevare l’esercito, circondare il castello di Moncalieri, dove risiedeva Re Vittorio Emanuele I, e costringere il vecchio sovrano a deliberare sia la costituzione che l’entrata in guerra contro l’Austria. Il ruolo di Carlo Alberto sarebbe stato, formalmente, quello di mediatore fra i congiurati e il sovrano.

Quella che doveva diventare una rivoluzione piemontese si trasformò nel giro di qualche settimana in una tragedia per molti, soprattutto militari e aristocratici che avevano appoggiato e poi sostenuto la cospirazione. Ci fu una generale impreparazione all’evento. Soprattutto mancò l’appoggio risoluto del principe, che già la mattina del giorno dopo, il 7 marzo, cambiò l’idea e ne informò i cospiratori. Per di più convocò il Ministro della Guerra, Alessandro Saluzzo di Monesiglio, dichiarando di aver scoperto un complotto rivoluzionario. Fu un tentativo di sganciarsi dalla cospirazione che, tuttavia, continuò a incoraggiare il giorno dopo, in occasione di un’altra visita di Santa Rosa e di San Marzano. Costoro però si insospettirono e diedero disposizioni per annullare l’insurrezione militare che doveva scoppiare il 10 marzo. Lo stesso giorno Carlo Alberto, completamente pentito, corse a Moncalieri da Re Vittorio Emanuele I svelandogli ogni cosa e chiedendogli perdono. Ma era troppo tardi: nella notte la guarnigione di Alessandria, comandata da Guglielmo Ansaldi, che l’8 marzo si trovava a Torino alla riunione dei capi liberali in cui, di fronte alle esitazioni di Carlo Alberto, fu deciso d’iniziare subito la rivoluzione in Alessandria, si sollevò. Gli altri rivoluzionari, a questo punto, benché abbandonati dal Principe, decisero di agire. Il mattino del 10 marzo, ad Alessandria, riuniti nella cittadella i dragoni del re e la brigata Genova, Ansaldi proclamò la costituzione spagnola e il Regno d’Italia e fece inalberare per la prima volta il tricolore (che come abbiamo notato non è quello verde, bianco e rosso). Creata una giunta provvisoria di governo Ansaldi diventò presidente e l’11 marzo dichiarò lo stato di guerra con l’Austria e la mobilitazione dell’esercito «italiano».

Uno dei contemporanei più attenti alle giornate di Alessandria fu Pietro Civalieri, che raccolse molti documenti originali. Pietro nacque ad Alessandria il 1 agosto 1787 da Annibale e da Maria Antonia Gabriella Mantelli. Nel 1799 fu inviato a Roma e studiò nel Collegio Clementino, fondato dallo zio Antonio, padre somasco, che allora ne era Padre generale, fino alla morte di costui nel 1803. Rimase nel collegio fino al 1805 e si trattenne ancora un anno a Roma per frequentare l’accademia ecclesiastica della Sapienza; fece ritorno ad Alessandria nel 1806 per completare gli studi. Negli anni del governo repubblicano e poi imperiale in Piemonte aderì alle idee filofrancesi e si iscrisse alla Massoneria. Nell’ottobre 1813 fece parte della delegazione che doveva rendere omaggio all’Imperatrice recandosi a Parigi (a proprie spese) a nome della bonne Ville d’Alexandrie. La deputazione alessandrina era presieduta dal marchese Ambrogio Ghilini e comprendeva anche il cugino di Pietro, il barone Gaspare Boidi, Maire adjoint; il marchese Luigi Fàa di Bruno non accettò di fame parte. A seguito di quell’incarico, Pietro divenne Guardia d’onore di Napoleone I, Cavaliere dell’Impero francese e ricevette la decorazione all’Ordine della Riunione nel 1814. Nel periodo della Restaurazione si appassionò sempre di più alla storia, raccogliendo materiali originali proprio a partire dai moti del 1821, poi inseriti nei suoi “cartolari”. Civalieri simpatizzava con i cospiratori, ma non fu tenero nel giudizio sugli alessandrini. Scrisse: «La rivoluzione scoppiò nel modo descritto nei documenti numero 2 e 3. È esagerato nel numero 1 il numero degli alessandrini entrati nella notte in Cittadella, che non fu maggiore d’una sessantina. Meno i capi che formarono la giunta, erano gente di poca voglia, e di poca moralità, indotti dalla speranza di guadagno futuro».

Negli stessi giorni dell’occupazione della Cittadella di Alessandria fu occupata anche quella di Vercelli. Re Vittorio Emanuele I tradì i giovani cospiratori e abdicò, nominando come successore il fratello Carlo Felice. Con l’erede a Modena, Carlo Alberto fu nominato reggente e il giorno successivo, nella serata del 13 marzo 1821, concesse la costituzione. Tuttavia l’atto venne sconfessato da Carlo Felice, il quale obbligò il reggente a lasciare Torino per riunirsi a lui. Mancato l’appoggio del principe, i rivoluzionari vennero sconfitti, nonostante la formazione di un governo presieduto da Santa Rosa. La fuga del Principe Carlo Alberto rese inutile anche l’insurrezione di Genova e Santa Rosa si trovò a concludere, in una battaglia già perduta, i moti del 1821.

Il 27 marzo, Santa Rosa indirizzò all’esercito un Ordine del giorno dove risuonano parole amare: «Le nostre insegne sono quelle del Re; e se la provvidenza ha voluto mettere ad estrema prova il nostro coraggio coll’affliggerci della doppia sventura dell’abdicazione di un Re, caro al suo popolo, e dell’assenza del suo successore, il quale era tanta nostra speranza, ed ora si trova fra i nostri nemici, e costretto a parlare un linguaggio, che non potremo mai riconoscere dal suo cuore, noi sempre ci rammenteremo, e in ogni fortuna, che la nostra fedeltà ai Principi di Savoia deve agguagliare il nostro affetto alla Costituzione, dalla quale le nostre famiglie aspettano la loro sicurezza e la loro felicità».

Le truppe rivoluzionarie di Santa Rosa non furono appoggiate dai soldati realisti. A quest’ultimi si aggiunsero i nemici austriaci. La tragedia finì in beffa. La notte del 7 aprile 1821, i quattro mila soldati della rivoluzione piemontese, con sei cannoni, si accampavano in prossimità del torrente Agogna, poco lontano da Novara. L’8 aprile avvenne lo scontro con gli altrettanti soldati fedeli al Re appoggiati da ben quindicimila austriaci. Calava il sipario con una baruffa: una trentina fra morti e feriti da entrambe le parti e duecentocinquanta piemontesi fatti prigionieri dagli austriaci.

 

Il protagonista dei moti del 1821, Charles Henri Pellegrini, tra i figli Julia e Carlos, che diventerà presidente dell'Argentina

Il protagonista dei moti del 1821, Charles Henri Pellegrini, tra i figli Julia e Carlos, che diventerà presidente dell’Argentina

Iniziò la fuga dei compromessi, con avventure picaresche degne di nota, come quella di Charles Henri Pellegrini, figlio di Bernardo Bartolomeo Pellegrini, originario del Canton Ticino. Charles Henri, nato a Chambéry il 28 luglio 1800, era a Torino all’università quando scoppiarono i moti a San Salvario, allora un borgo, fuori Porta Nuova. Il capitano Vittorio Ferrero, ex combattente napoleonico in Spagna, dove aveva ricevuto undici ferite, comandante di una compagnia della Legione Leggera, raggiunse Torino al mattino, domenica 11 marzo. Una certa storiografia non è larga di indulgenza verso i prodi compagni di Vittorio Ferrero, chiamandoli scapestrati. Erano ottanta soldati, certamente imprudenti. Erano giovani e davanti a loro avevano una guarnigione di circa seimila uomini e quattrocento carabinieri. Non ci fu una carneficina perché il Revel e la Corte non vollero rinnovare le “prodezze” compiute all’università all’inizio dell’anno. Ma ciò non toglie nulla al coraggio di Vittorio Ferrero, il quale trovatosi quasi abbandonato, restò sul posto, pronto eroicamente a morire. Santa Rosa commenterà così l’evento: «La storia delle rivoluzioni serba pochi esempi di azione così tanto arrischiata. Durerà immortale il nome di Ferrero, e sarà pronunziato con ossequio, finché arda sulla terra il sacro fuoco di libertà».

STAMPA OTTOCENTESCA. VITTORIO FERRERO A CAVALLO E GLI STUDENTI A SAN SALVARIO.Davanti alla chiesetta di San Salvario, Ferrero innalzò il tricolore nero rosso azzurro dei carbonari al grido di «Viva il re e la costituzione di Spagna!». Tra i cinquanta studenti che si unirono a Ferrero ci fu Pellegrini, che ci lasciò due testimonianze scritte sui moti del 1821, una in francese, l’altra in italiano, come ricorda Antonio Manno nella sua bibliografia nel fondamentale Informazioni sul Ventuno in Piemonte.

Pellegrini si unì ai rivoltosi e si diresse ad Alessandria. Ferrero attraversò il Valentino con il suo reparto, gli studenti e alcune decine di borghesi. Raggiunse Chieri. Poi, i valorosi uomini di Ferrero, lunedì 12 marzo, a mezzogiorno, arrivarono a Villanova e alla sera, racconta Brofferio: «ecco presentarsi ai loro sguardi le antiche torri d’Asti, della terra per tanti anni rischiarata dall’astro della Repubblica, della città dove nacque Alfieri, il grande tribuno della libertà italiana». Martedì 13 marzo erano già ad Alessandria, dove arrivarono anche studenti da Pavia. Gli studenti si unirono in un solo corpo, al quale diedero nome di «Battaglione di Minerva». Repressi i moti, Pellegrini esulò in Francia, dove frequentò a Parigi l’École polytechnique, terminata nel 1825. Nel 1828, troviamo Charles Henri Pellegrini in Sud America. Morì a Buenos Aires il 12 ottobre 1875. Pittore alla moda, ritrasse le dame di Buenos Aires, eseguì dei bellissimi acquarelli sui luoghi caratteristici della capitale e nel 1853 fondò la Revista del Plata, ma è ricordato in particolare per il figlio Carlos Enrique José Pellegrini Bevans, che fu presidente dell’Argentina, dal 6 agosto 1890 al 12 ottobre 1892, il primo figlio di immigranti ad accedere a quel rango.

Torino. Piazza San Salvario. Marzo 2021. Oggi un obelisco in Piazza San Salvario ricorda l'evento. Sulla sua sommità spicca la stella simbolo della massoneria, dai cui ranghi provenivano molti dei "compromessi" nei moti.

Torino. Piazza San Salvario. Marzo 2021. Oggi un obelisco in Piazza San Salvario ricorda l’evento. Sulla sua sommità spicca la stella simbolo della massoneria, dai cui ranghi provenivano molti dei “compromessi” nei moti.

Altro studente protagonista a San Salvario fu Carlo Beolchi, di Arona. Falliti i moti, riuscì il 14 aprile a imbarcarsi a Genova, con molti altri esuli, sul brigantino Licurgo, diretto in Spagna. Nel 1824 esulò a Londra e ricorda il Manno, «acquistò ricchezze, e con esse soccorreva esuli e bisognosi». Ritornò nel 1850 a Torino, dove morì il 6 giugno 1867.

Tra i capi dei moti del 1821, Carlo Emanuele Asinari di San Marzano, marchese di Caraglio, fu condannato a morte in contumacia, andò in esilio prima in Svizzera e poi a Londra, rimanendo comunque sempre in contatto con i movimenti rivoluzionari. Nel 1835, revocata la condanna, poté ritornare in Piemonte (anche se gli venne vietato di stabilirsi nella capitale). Negli ultimi mesi di vita gli fu permesso di tornare a Torino, dove morì il 22 ottobre 1841.

Guglielmo Ansaldi, che era nato a Cervere nel cuneese il 4 settembre 1776 da Andrea e Clara Marino, dopo una carriera nell’esercito sabaudo e l’esperienza di capo dei moti di Alessandria, raggiunse Genova, ultimo focolaio della rivoluzione. A Genova, tuttavia, non restò al comandante di Alessandria, come a molti altri patrioti, che imbarcarsi al fine di sottrarsi alla condanna a morte in contumacia. Da Genova, Ansaldi si recò in Spagna, dove combatté a fianco dei liberali. Nel 1830 passò in Francia, a Parigi, Lione e Grenoble, continuando a cospirare attivamente per la libertà italiana. Nel 1842 ricorse a Re Carlo Alberto e, ottenuto l’indulto, poté rientrare in patria. Nel 1848 fu reintegrato nel grado di tenente colonnello e il 16 maggio 1848 collocato a riposo col grado di colonnello. Morì a Savigliano, la città natale dell’amico Santa Rosa, il 19 gennaio 1851.

L’eroe dei moti piemontesi, Santorre di Santa Rosa, raggiunse pure lui Genova e da lì s’imbarcò per la Francia. Costretto all’esilio per sfuggire al capestro, si arruolò volontario e morì combattendo in Grecia contro i turchi nel 1825, un anno dopo l’avventura di Byron, che il 1° gennaio 1824 con una sua nave sfuggiva alla cattura della flotta turca, per morire malatissimo, per una infiammazione ai polmoni, alla vigilia del prestito inglese alla Grecia e alla sua prossima nomina a presidente della commissione per la destinazione dei fondi. Il poeta ribelle morì alle sei di sera del 19 aprile 1824. Era il Lunedì dell’Angelo. Nell’ora della sua morte si scatenò un uragano impressionante.

Celebrare i moti piemontesi del 1821, significa anche ricordare come il destino di tre eroi romantici si incrociò. Oltre a Santorre di Santa Rosa e a Lord Byron, ci fu un esule volontario dal Regno di Sardegna, il conte Carlo Vidua.

Tutti e tre, duecento anni fa, tre grandi uomini, rivoluzionari, romantici e grandi ribelli, per un desiderio di libertà, di indipendenza, di affermazione, morirono lontano dal «carcere natìo»: l’Europa della Restaurazione.

Tutti e tre, in modo diverso, parteciparono attivamente alla rivoluzione della Grecia negli anni Venti dell’Ottocento. Vidua anticipò Lord Byron e Santa Rosa: arrivò in Grecia nella primavera del 1821. Gli ultimi due, invece, arrivarono più tardi e vi morirono come due antichi guerrieri: Byron il 19 aprile 1824 a Missolungi, Santa Rosa l’8 maggio 1825 a Navarino.

Carlo Vidua ritratto da Étienne Bouchardy (1797-1849) a Parigi nel 1825. Museo Civico di Casale Monferrato.

Carlo Vidua ritratto da Étienne Bouchardy (1797-1849) a Parigi nel 1825. Museo Civico di Casale Monferrato.

Carlo Vidua, Conte di Conzano, nato a Casale Monferrato il 28 febbraio 1785, fu il più grande viaggiatore d’inizio Ottocento. Prima dei moti del 1821 era intimo degli intellettuali che facevano parte della cerchia del Principe Carlo Alberto, in particolare di Cesare Balbo, Roberto d’Azeglio e Santorre di Santa Rosa. Vidua era l’intellettuale più grande, e più anziano di qualche anno, tra i giovani alfieriani-foscoliani, riuniti in epoca napoleonica nella Società dei Concordi. Dopo la Restaurazione, essi vedevano nell’ascesa di Prospero Balbo il preludio di un regime costituzionale.

Carlo Vidua, proprio per sfuggire all’opprimente ombra della Restaurazione, diventò non solo un esperto viaggiatore, ma un esploratore, e morì a quarantacinque anni, in Indonesia, il 25 dicembre 1830, a bordo della corvette Ternate del capitano Le Doux.

Una vita avventurosa, ricca di emozioni e di pericoli. Lo studioso dei viaggi di Vidua divide la narrazione in tre grandi tour. Il primo, dal 1818 al 1821, tra Francia, Inghilterra, Danimarca, Svezia, Russia, Impero Ottomano, Egitto e Grecia. Il secondo, dal 1825 al 1826, tra Canada, Stati Uniti d’America e Messico. L’ultimo, dal 1827 al 1830, tra India, Cina, Manila, Filippine, Indonesia e Nuova Guinea.

Il primo grande tour, comprende anche una quarantena che il viaggiatore dovette imporre a se stesso alla fine del 1821. Dopo Cipro e Rodi, Vidua sbarcò ad Atene, mentre la città era in preda alla rivoluzione. Vidua, non si trova lì per caso, come potrebbero far pensare le lettere pubblicate (e censurate pesantemente nel Regno di Sardegna alla loro uscita) da Balbo nel 1834. Il suo interesse per la politica lo spinge in Grecia prima di Byron e dell’amico Santa Rosa (che quando arrivò ad Atene, nel gennaio 1825, ritrovando su una colonna del tempio di Teseo il nome di Vidua, vi scrisse accanto il proprio).

Vidua è un ribelle e la sua vita è uno spettacolo senza precedenti. Byron, letto e conosciuto assai bene dagli amici piemontesi, si pone al centro delle sue narrazioni in veste di personaggio titanico (Manfred), in continua lotta contro le avversità del fato.

Santorre di Santa Rosa è ricordato da Vidua, nel suo ultimo viaggio, su un taccuino: «On the Piemontese Revolution by Count Santa Rosa. N. 37. Non ho potuto trattenermi dal voltolar di nuovo questa storia si ben scritta, e le cui macchie vengon da imperizia politica, e da calda fantasia, del però ben intenzionato, ottimo, infelice autore degno di lunga memoria».

In India, Vidua conobbe un esule piemontese dei moti del 1821, Antonio Riccardi di Lantosca. Nel 1821 era capitano dei cavalleggeri del re. Secondo il Manno, morì «nelle Indie» nel 1832. Uno nota di polizia nel 1839 lo ritiene invece al servizio della Persia. Il capitano scrisse a Vidua delle lettere piene di riconoscenza per l’aiuto prestatogli in India: «solo vi bastò il nome mio, per ispirarvi quel puro e nobile sentimento, che degno è soltanto delle belle Anime Italiane». Da Benares, nel luglio 1829, Antonio Riccardi di Lantosca informa Vidua di nuove lettere e lo ringrazia per i consigli.

Occorre comprendere le ragioni per le quali un singolare destino accomuni un’intera generazione di giovani intellettuali piemontesi: essi furono segnati dalla sorte dell’esilio, a volte volontario. Nel rapporto tra Carlo Vidua e Cesare Balbo, bisogna rilevare che Balbo, dopo i moti del 1821, fu punito da Re Carlo Felice, che non gli perdonò le idee liberali, così da indurlo alle dimissioni da ufficiale dell’esercito sabaudo e costringerlo in esilio fino al 1824, allorché ebbe il permesso di ritornare in Piemonte a condizione di starsene confinato nel castello di Camerano. Solo nel 1826 ebbe il permesso di rivedere Torino e di muoversi liberamente nel regno. Questo era il destino di un moderato in Piemonte!

 

Museo del Risorgimento di Milano. Giugno 2011.

Museo del Risorgimento di Milano. Giugno 2011.

 

BIBLIOGRAFIA

Angelo Brofferio, Storia del Piemonte dal 1814 ai giorni nostri, Torino, Stabilimento Tipografico di Alessandro Fontana, 1849.

Santorre di Santa Rosa, Storia della rivoluzione piemontese del 1821. Versione eseguita sulla terza edizione francese, Torino, 1850.

Giuseppe Ottolenghi (a cura di), Reminiscenze della propria vita. Commentario del conte Ludovico Sauli d’Igliano, Roma-Milano, due volumi, Società Editrice Dante Alighieri, 1908.

Antonio Manno, Informazioni sul Ventuno in Piemonte, Firenze, Tipografia della Gazzetta d’Italia, 1879.

Santorre di Santa Rosa, Delle speranze degli italiani, Milano, Casa Editrice Risorgimento R. Caddeo & C., 1920.

Francesco Salata, Carlo Alberto inedito. Il diario autografo del re. Lettere intime ed altri scritti inediti, Milano, Mondadori, 1931.

Franco Della Peruta, Storia dell’Ottocento. Dalla Restaurazione alla “belle époque”, Firenze, Le Monnier, 1992.

Roberto Coaloa, Carlo Vidua, un romantico atipico, Città di Casale Monferrato, Assessorato per la Cultura, 2003.

Aldo A. Mola, Silvio Pellico. Carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa, Milano, Bompiani, 2005.

Pietro Civalieri, Memorie storiche di Alessandria, parte I, 1759-1821, a cura di Roberto Livraghi, Gianluca Ivaldi, Gian Maria Panizza, Alessandria, Archivio di Stato di Alessandria e Associazione Città Nuova Alessandria, 2006.

Filippo Ambrosini, Santorre di Santa Rosa. La passione e il sacrificio, Torino, Edizioni del Capricorno, 2007.

CENTOCINQUANT’ANNI FA LA BRECCIA DI PORTA PIA. IL 20 SETTEMBRE 1870 I BERSAGLIERI ENTRAVANO A ROMA. UNA MOSTRA E UN CONCERTO A TORINO. UNA RIFLESSIONE DI ROBERTO COALOA

"Tutti a Roma". Stampa satirica in mostra al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino.

“Tutti a Roma”. Stampa satirica in mostra al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino.

 

CENTOCINQUANT’ANNI FA LA BRECCIA DI PORTA PIA. IL 20 SETTEMBRE 1870 I BERSAGLIERI ANTRAVANO A ROMA. UNA MOSTRA E UN CONCERTO A TORINO. UNA RIFLESSIONE DI ROBERTO COALOA

Il 20 settembre a Torino, presso il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, si ricorda il 150° anniversario dell’ingresso in Roma delle truppe italiane con una serie di appuntamenti: un concerto nell’aula della Camera italiana, visite guidate tematiche e un’esposizione di tavole satiriche. È il nuovo corso di Palazzo Carignano, guidato da Ferruccio Martinotti (con presidente Mauro Caliendo), che vuole il museo più “aperto” al grande pubblico. L’edificio dell’architetto Guarino Guarini, Palass Carignan, è già indimenticabile come capsula della storia. Qui, in effetti, sono nati due re: Carlo Alberto e suo figlio, Vittorio Emanuele di Savoia (nato duecento anni fa, il 14 marzo 1820), l’ultimo Re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e il primo Re d’Italia (dal 1861 al 1878). Palazzo Carignano con il suo Museo del Risorgimento, ospita anche la sontuosa sala del primo parlamento subalpino, l’unico parlamento legiferante in Italia dopo il 1848, e primo Parlamento del Regno d’Italia (1861-1864).

Domenica, alle ore 17.30, in quella che fu l’Aula della Camera dei deputati del Regno d’Italia a Palazzo Carignano, con i sedili occupati da personaggi come Cavour, Verdi e Garibaldi, sarà eseguita una tra le composizioni più celebri della musica descrittiva dell’Ottocento, La Breccia di Porta Pia di Davide Delle Cese (1856-1938) eseguita dalla Arsnova Wind Orchestra diretta dal Maestro Fulvio Creux. Arricchiscono l’evento la mostra La satira racconta la Breccia di Porta Pia. La visione della mostra e la partecipazione al concerto sono inclusi nel biglietto di ingresso al Museo. Per tutte le iniziative è necessario prenotarsi telefonando al numero 011 5621147.

KARL MARX. OGGI. NEL RICORDO DEGLI ANNIVERSARI DELLA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA, DELL’ASSEDIO DI PARIGI E DELLA COMUNE

KARL MARX. OGGI. NEL RICORDO DEGLI ANNIVERSARI DELLA GUERRA FRANCO-PRUSSIANA, DELL’ASSEDIO DI PARIGI E DELLA COMUNE

Di Roberto Coaloa

Quanto è pop quel moro tedesco della Renania-Palatinato!

Marx, fuori dal dibattito culturale accademico, sta diventando un fenomeno di cultura di massa. Il suo essere un geniale bohémienne avant la lettre lo ha reso una star, una vera e propria icona culturale.

Marx nei cartoni animati.

Karl Marx nella sitcom animata statunitense “I Simpson”.

Si è aperta, recentemente, a livello internazionale un’importante discussione filosofico-politica sulla Marx renaissance. Oggi, dopo 200 anni dalla nascita di Marx e finita la dittatura sovietica, che lo aveva reso un suo grande ed esclusivo patrimonio, il cui nome bastava in Occidente a richiamare un secolo e mezzo di paure, il filosofo tedesco ispira ancora i politici, gli scrittori e gli intellettuali.

L'attore tedesco August Diehl

L’attore tedesco August Diehl interpreta Karl Marx nel film “Il giovane Karl Marx” del regista haitiano Raoul Peck, uscito in occasione del bicentenario della nascita del filosofo tedesco.

Dal 2018, il comunismo di Marx anima dibattiti, ispira film, torna al centro di molti libri. Grazie alla riscoperta delle tesi economiche e filosofiche, da Gianis Varoufakis, ex ministro delle finanze della Repubblica Ellenica, e Thomas Piketty, economista francese, autore dell’indispensabile Il capitale nel XXI secolo, ai neo “marxisti immaginari”, il filosofo di Treviri è tornato prepotentemente à la page, perché ci si rende conto di come sia soprattutto il suo lavoro a fornirci gli strumenti più acuti per analizzare la società attuale.

"LA COMMUNE"Il 2020 e il 2021 sono due anni per ricordare gli eventi che più interessarono il cinquantenne Marx: la guerra franco-prussiana e la Comune di Parigi.

Saranno ancora anni di Marx renaissance?

Per gli storici ricordare gli anniversari del 2020 non sarà facile! Stanno saltando diversi incontri preparati da anni, mostre e convegni programmati da decenni.

Quest’anno ricorre, ad esempio, il 150° della guerra franco-prussiana. Il 5 maggio nasceva, 202 anni fa, Karl Marx, che su quel conflitto e la successiva esperienza della Comune di Parigi scrisse pagine importanti, da rileggere.

Parigi dei nostri giorni, sconvolta dalle proteste del Mouvement des gilets jaunes e da altre catastrofi (l’incendio della Cathédrale Notre-Dame de Paris, il 15 aprile 2019), ora “chiusa” per l’emergenza del Corona Virus, vive antiche tensioni sociali. I gilets jaunes sono stati paragonati al più recente Mouvement des Bonnets rouges. Da storici ci spingiamo più indietro nel tempo e la crisi economica (di nuovo) di questi giorni rende più attuale che mai Marx e la sua lettura della crisi politica e sociale della Francia tra il 1870 e il 1871.

Il 9 settembre 1870, dopo la disfatta francese di Sedan, Marx aveva compilato a nome dell’Internazionale il Secondo indirizzo del Consiglio generale sulla guerra franco-prussiana, nel quale s’invitava la classe operaia francese a non tentare di rovesciare il governo: «nella crisi presente, mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi, sarebbe una disperata follia». Pur sapendo che il nuovo governo era nelle mani degli orléanisti, gli operai francesi non dovevano «lasciarsi sviare dalle memorie nazionali del 1792 ma costruire il futuro, lavorando alla «loro organizzazione di classe».

Marx in La guerra civile in Francia scrisse: «Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova società».

Periodicamente, nella Parigi dei miei ricordi di giovane studente universitario (anni Novanta del Novecento), ci si recava al muro dei federati, il «mur des fédérés», monumento che ricorda i ventimila fucilati del maggio 1871 e dove il 28 maggio furono fucilati i 147 sopravvissuti, che cercarono rifugio nel Père Lachaise.

Ancora Marx: «I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia».

MARX E IL RICORDO DELLA COMUNE

Il grande Marx ha il merito di non far sbiadire il ricordo della Comune, sebbene, all’inizio dell’esperienza rivoluzionaria, il filosofo tedesco fu diffidente perché, in quanto rivoluzione, la Comune era destinata al fallimento. Dopo le prime perplessità, però, si rese conto che l’importanza della Comune era altrove. Già il 17 aprile 1871, quando Thiers aveva appena cominciato a battere alle porte di Parigi, il filosofo tedesco prediceva, in una lettera a Ludwig Kugelmann: «Con la battaglia di Parigi, la lotta della classe operaia contro la classe capitalista e il suo stato entra in una nuova fase. Qualunque sia il suo risultato immediato, siamo giunti a una svolta nella storia del mondo».

Utilizzando la materia offerta della Comune, Marx avrebbe tessuto miti socialisti e rivoluzionari di immensa portata. In pochi giorni scrisse La guerra civile in Francia, che, dopo il Manifesto, costituisce forse l’opera più prodigiosa di Marx, oltre che un tour de force giornalistico di prim’ordine. Dal suo posto di ascolto di Haverstock Hill, egli ricevette notizie accurate degli avvenimenti in corso – nonché delle ragioni del fallimento – ma poi distorse i fatti per ragioni dialettiche. «Dopo la Pentecoste del 1871, concluse Marx, non vi può essere né pace né tregua tra i lavoratori della Francia e coloro che sono appropriati del prodotto del loro lavoro… la lotta presto o tardi deve scoppiare e dilagare sempre più… E i lavoratori francesi non sono che l’avanguardia di tutto il proletariato moderno».

La guerra civile in Francia attrasse immediatamente l’attenzione.

«Fa molto rumore», scrisse Marx a Kugelmann il 18 giugno «e ho l’onore di essere l’uomo più calunniato di Londra. Questo fa veramente bene dopo venti fastidiosi, noiosi anni d’idillio nel mio antro». L’appoggio caloroso di Marx alla Comune spaccò in due l’Internazionale. La scissione da una parte condusse indirettamente alla nascita del partito laburista inglese e del partito socialdemocratico tedesco; dall’altra, all’estremismo del partito bolscevico di Lenin. Dall’oggi al domani Marx non fu più il quasi sconosciuto professore ebreo tedesco, ma raggiunse fama mondiale come il «dottore rosso terrorista». In effetti egli era riuscito a creare una eroica leggenda socialista. Malgrado la scissione, il numero delle sezioni dell’Internazionale cominciò a moltiplicarsi, la sua forza ad aumentare.

In Francia, se la sconfitta della Comune significò la morte della «sacra causa», l’indipendenza di Parigi, la lotta ottenne pure un risultato positivo: era ormai assolutamente fuori discussione che in Francia una qualsiasi restaurazione monarchica potesse da allora in poi riuscire ad abbattere la Repubblica. Non del tutto a torto, i comunardi sopravvissuti sostennero di aver salvato la Repubblica, e altrettanto fondatamente Thiers sostenne di aver salvato la Francia dall’anarchia.

Per Thiers era anche uno smacco al socialismo, che in Francia, dopo la Comune, ebbe un ritardo rispetto allo sviluppo dei movimenti operai in Inghilterra e Germania. Era un semplice rinvio del socialismo, che in Francia avrebbe poi assunto una forma molto più virulenta che in qualsiasi altro paese occidentale. Infatti la semaine sanglante e i suoi martiri, la cui memoria Marx non voleva che sbiadisse, crearono nella vita politica francese delle ferite non ancora rimarginate alle quali si accompagnò un’amarezza che non ha eguali né in Inghilterra, né negli Stati Uniti.

A distanza di un secolo e mezzo, è ancora difficile trovare delle opinioni equilibrate sulla Comune. Se molti socialisti francesi si convertirono al comunismo marxista, ciò fu dovuto alla “scissione” del proletariato dopo il maggio 1871. Dagli amari conflitti che ebbe origine nel 1871 sarebbe sorto il front populaire, l’alleanza social-comunista degli anni Trenta del Novecento, che devitalizzò totalmente la Francia, lasciandola ancora una volta facile preda, nel 1940, della minaccia tedesca.

Oggi, comunque, l’attuale società europea non ricorda: i pochi ricordano poco o ricordano malissimo. Vent’anni fa, la Comune di Parigi è stata eliminata dai programmi di storia in Francia, nei quali peraltro non occupava molto spazio… Figuriamoci in Italia o altrove.

Come toujours, tuttavia, non è un problema di memoria, ma di verità. Come si riassume per noi, oggi, la verità politica della Comune? Senza trascurare l’appoggio dei fatti e dei testi, si tratta di ricostruire, con mezzi abbondantemente filosofici, l’irriducibilità di questo episodio della nostra storia.

GLI EVENTI CHE PORTARONO ALLA NASCITA DELLA COMUNE

In Francia, proprio nel mezzo del XIX secolo, Napoleone III ha preso il potere. Rappresenta il risultato affarista e autoritario della rivoluzione repubblicana del febbraio 1848. Un esito di questo genere era praticamente certo dal momento in cui, nel giugno 1848, solo qualche mese dopo la rivoluzione e la caduta di Luigi Filippo, la piccola borghesia repubblicana aveva acconsentito, o meglio, sostenuto il massacro degli operai parigini da parte delle truppe di Cavaignac. Allo stesso modo in cui, organizzando nel 1919 il massacro degli spartachisti di Rosa Luxemburg, la piccola borghesia socialdemocratica tedesca avrebbe preparato da lontano la possibilità dell’ipotesi nazista.

Il 19 luglio 1870, il regime, troppo sicuro di sé, ma anche vittima delle tortuose manovre di Bismarck, dichiara guerra alla Prussia.

Il 2 settembre 1870 c’è il disastro di Sedan e la cattura dell’imperatore.

Il pericolo conduce ad armare parzialmente la popolazione parigina della guardia nazionale, di cui gli operai costituiscono l’armatura. È la situazione interna, in effetti, ad essere determinante: il 4 settembre l’impero è rovesciato dopo grandi manifestazioni e la presa dell’Hôtel de Ville. Ma ancora una volta, come già nel 1830 e nel 1848, il potere viene subito accaparrato da un gruppo di politici “repubblicani”, i vari Jules Favre, Jules Simon, Jules Ferry («La Repubblica dei Jules», dirà Henri Guillemin), Ernest Picard, Adolphe Thiers dietro le quinte, tutta gente che desidera solo una cosa: trattare con Bismarck per riuscire a contenere la spinta politica popolare. Per gettare fumo negli occhi e allo scopo di ammansire la determinazione della popolazione parigina, costoro annunciano immediatamente la repubblica, senza precisarne il contenuto costituzionale, e per circuire il patriottismo, si dichiarano «governo di difesa nazionale». In queste condizioni la folla lascia fare, impegnata nella resistenza che sarà inasprita dal duro assedio di Parigi da parte dei prussiani.

In ottobre, in condizioni vergognose, il maresciallo François Achille Bazaine capitola a Metz con il nucleo principale delle truppe francesi. Svariate macchinazioni del governo, raccontate nei minimi dettagli nei bei libri di François Roth e Henri Guillemin, dedicati alla guerra del 1870 e alle origini della Comune, sfociano nella resa di Parigi e nell’armistizio del 28 gennaio del 1871. Alla maggioranza dei parigini era già chiaro da tempo che il governo era in realtà quello della “defezione nazionale”.

Ma è anche il governo della difesa borghese contro i movimenti popolari. Il suo problema è ora il disarmo degli operai parigini della guardia nazionale. I politici al potere reputano che la situazione sia loro favorevole per almeno tre ragioni. Innanzitutto hanno fatto eleggere alla svelta un’assemblea dominata dai reazionari delle campagne e della provincia, una sorta di “Chambre introuvable” di estrema destra legittimista e socialmente rivendicativa. Contro la rivoluzione niente vale di più di un’elezione: la massima sarà ripresa pari pari da De Gaulle, da Pompidou e dai loro alleati della sinistra ufficiale nel giugno 1968. In secondo luogo, Blanqui, il principale capo rivoluzionario riconosciuto, è in prigione. Le clausole dell’armistizio, infine, lasciano le truppe prussiane che accerchiano Parigi a nord e a est.

All’alba del 18 marzo distaccamenti militari tentano di impadronirsi dei cannoni in possesso della guardia nazionale. Questo tentativo si scontra con un’impressionante mobilitazione spontanea del popolo parigino, soprattutto donne, nei quartieri operai. Le truppe si ritirano, il governo fugge a Versailles.

Il 19 marzo il Comitato centrale della guardia nazionale, direzione operaia precedentemente eletta dalle unità di questa guardia, fa un importante dichiarazione politica.

 

(Continua…)

MOLETO. LA RASSEGNA “UNDICIMILA VERBI”. DAI LIBRI AL CINEMA. COSA RESTA DI SCIASCIA A TRENT’ANNI DALLA MORTE

Fotografia di Ferdinando Scianna. Lo scrittore Leonardo Sciascia a Parigi, in Rue de la Seine, davanti alla statua di Voltaire. 1978.

Fotografia di Ferdinando Scianna. Lo scrittore Leonardo Sciascia a Parigi, in Rue de la Seine, davanti alla statua di Voltaire. 1978.

 

LEONARDO SCIASCIA ALLE CAVE DI MOLETO. CON ROBERTO COALOA E OMBRETTA ZAGLIO. NEL RICORDO DEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DELLO SCRITTORE DI RACALMUTO

Mercoledì  20 novembre 2019. Ore 21.

Trent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia.

La seconda serata della Sesta Edizione di Undicimila Verbi («rassegna di patafisica, letteratura, storia, cinema e filosofia nel buen retiro di Moleto»), dedicata alla memoria del bibliofilo ed editore Klaus Gerhard Renner, ci porta in Sicilia.

Nel trentesimo anniversario della morte di Leonardo Sciascia, scomparso a Palermo il 20 novembre 1989, lo storico e critico letterario Roberto Coaloa, curatore della rassegna “Undicimila Verbi”, dedicherà allo scrittore di Racalmuto un approfondimento con una conferenza appositamente ideata per Moleto (accompagnata da letture, immagini, spezzoni cinematografici e da interventi musicali): Leonardo Sciascia e il cinema. Dal testo letterario alla trasposizione cinematografica (tema del prossimo volume dello studioso di Casale Monferrato).

Nel film “Cadaveri eccellenti” di Rosi, tratto da “Il contesto” di Sciascia, una delle scene più riuscite e quella dell’incontro del protagonista, il commissario  Rogas, interpretato da Lino Ventura, con il presidente Riches, Max Von Sydow. Il protagonista dell’incontro è in realtà il filosofo Voltaire (stracitato nelle opere di Sciascia).

In un’intervista del 1987, nel commentare l’etichetta di «moralista impegnato» attribuitagli dai critici, Sciascia ha dichiarato: «Io sono un uomo che ha una vita morale. Non so però se sono un moralista. Un moralista degno di quelli della letteratura francese? Non lo credo. E poi, che cos’è un moralista? Io sono impegnato, ma impegnato per me stesso. La nozione di letteratura impegnata mi è dunque estranea, tanto più che oggi chi dice letteratura impegnata dice letteratura politica o letteratura di un partito. Il fatto di cercare e dire la verità rinvia, più che a una tradizione umanista, a una tradizione del secolo dei lumi. Voltaire è stato davvero il padre di questo atteggiamento, ripreso più tardi da Zola, consistente nel seguire con attenzione tutto quanto accadesse nel mondo».

Le letture dei testi di Sciascia sono state affidate alla performer, attrice e regista Ombretta Zaglio.

Reading di Il contesto di Sciascia e proiezione del film Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi a cui il romanzo è liberamente ispirato. La sceneggiatura del film fu di Tonino Guerra, Lino Iannuzzi e Francesco Rosi. Il cast fu prestigioso: Lino Ventura (ispettore Amerigo Rogas), Renato Salvatori (commissario di polizia), Max Von Sydow (presidente Riches), Alain Cuny (giudice Rasto), Fernando Rey (ministro dell’Interno) Charles Vanel (procuratore Varga), Francesco Callari (giudice Sanza), Paolo Bonacelli (dottor Maxia), Tino Carraro (capo della polizia), Marcel Bozzuffi (l’ozioso), Maria Carta (signora Cres), Luigi Pistilli (Cusano), Tina Aumont (la prostituta), Paolo Graziosi (Galano), Anna Proclemer (la signora Nocio), Alfonso Gatto (Vilfredo Nocio), Carlo Tamberlani (l’arcivescovo), Enrico Ragusa (frate cappuccino di Palermo), Corrado Gaipa (mafioso interrogato da Rogas), Claudio Nicastro (generale), Silverio Blasi (dottor Bloma, capo della squadra politica), Florestano Vancini (dirigente del PCI).

Reading dal romanzo A ciascuno il suo. Nel 1967 uscì il film omonimo di Elio Petri, sceneggiato dal regista e da Ugo Pirro, con un cast di grande qualità: Gian Maria Volonté (Paolo Laurana), Irene Papas (Luisa Roscio), Gabriele Ferzetti (avvocato Rosello), Salvo Randone (professor Roscio), Luigi Pistilli (Arturo Manno, il farmacista), Laura Nucci (madre di Paolo Laurana), Mario Scaccia (curato di Sant’Amo), Leopoldo Trieste (deputato comunista).

Raro 45 giri del tango di Astor Piazzolla nel film "Cadaveri eccellenti" di Francesco Rosi.

Raro 45 giri del tango di Astor Piazzolla nel film “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi.

Nella “Stalla” del Ristorante Cave di Moleto saranno esposte – per la serata dedicata allo scrittore siciliano – una collezione privata di libri e di fotografie originali di Leonardo Sciascia, con manifesti originali dei film Cadaveri eccellenti di Rosi e A ciascuno il suo di Petri. DJ set con le musiche di Luis Enríquez Bacalov, Astor Piazzolla e Piero Piccioni.

Ingresso gratuito.

Gradita prenotazione per la cena al ristorante Cave di Moleto.

Proponiamo il pezzo di Brunello Vescovi comparso sul quotidiano La Stampa mercoledì 20 novembre 2019.

LA RASSEGNA “UNDICIMILA VERBI”

DAI LIBRI AL CINEMA. COSA RESTA DI SCIASCIA A TRENT’ANNI DALLA MORTE

Di Brunello Vescovi

Articolo di Brunello Vescovi. La Stampa. Mercoledì 20 novembre 2019.

Articolo di Brunello Vescovi. La Stampa. Mercoledì 20 novembre 2019.

A trent’anni esatti dalla morte di Leonardo Sciascia, la rassegna “Undicimila Verbi” regala stasera alle Cave di Moleto (nel borgo che fa parte del Comune di Ottiglio) una serata sullo scrittore, alle 21. «Vorrei far conoscere anche altri scrittori siciliani – spiega l’ideatore Roberto Coaloa -, come Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino. Anche Giuseppe Bonaviri, che scrisse un bellissimo romanzo intitolato La ragazza di Casalmonferrato». A Milano Coaloa seguì un corso sull’etica della fotografia tenuto da Ferdinando Scianna, fotografo di Sciascia, e poi nel 2000 mise a frutto quell’esperienza in un evento in collaborazione con il Comune di Milano, fotografando Vincenzo Consolo, che all’epoca abitava nel capoluogo lombardo. Da Scianna ebbe in regalo una foto che raffigura Sciascia a Racalmuto: farà bella mostra stasera insieme ad altre immagini. In una di queste si vede lo scrittore a Parigi, sotto una statua che raffigura Voltaire. Non è un caso, visto che al filosofo francese Sciascia si richiama spesso. «Di lui amo l’attenzione con cui seguì ciò che avvenne in quel piccolo mondo che è la Sicilia – nota Coaloa – osservava con sguardo profetico. Lo trovo interessante per il diuturno impegno nel seguire i fatti, la politica del suo Paese senza mai concedersi ozi letterari». Di Sciascia molti libri sono stati trasposti sul grande schermo. Stasera si vedranno estratti da A ciascuno il suo di Elio Petri, e da Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, ispirato a Il contesto. Di questo libro sarà esposta una prima edizione e la successiva di Adelphi. Ci sarà anche un reading con l’attrice Ombretta Zaglio e un dj set riproporrà musiche di Bacalov, Piazzolla, Piccioni.

 

MANIFESTO SERATA SCIASCIA A MOLETO

Ristorante Cave di Moleto. Frazione Moleto 4. 15038 Ottiglio (AL)

Per Info e prenotazioni: 0142/617005 – 3459086134

Per Info sulla Sesta edizione di Undicimila Verbi a Moleto: [email protected]

Per chi volesse pernottare a Moleto: B&B Villa Celoria di Bernard Glénat. Solo WhatsApp 3358049969

L’IMPRESA FIUMANA CENTO ANNI DOPO. COME RICORDARLA OGGI

FIUME O MORTE!

Oggi non dobbiamo stupirci di come la Croazia, con la voce del suo capo di Stato, Kolinda Grabar-Kitarović (nata a Fiume nel 1968, prima Presidente donna della Croazia e la più giovane nella storia del Paese), e quella del suo ministro degli esteri, condanni fortemente la decisione della città di Trieste di inaugurare un monumento a Gabriele d’Annunzio, nel giorno del centesimo anniversario dell’avventura fiumana.

Come europei, e italiani, cioè del grande Paese fondatore dell’Unione europea, non possiamo che essere d’accordo con gli amici croati. Le tombe nelle cripte di Vienna sono sigillate col piombo, le trincee ed i camminamenti sono ricoperti di terra e di erba. La “lettera ai Dalmati” di Gabriele d’Annunzio è stata archiviata, altri fantasmi si spera spariti per sempre: italijanska vojaska gobda e gli ustascia di Ante Pavelic. Nessun fantasma dovrebbe aggirarsi per la Mitteleuropa. E, invece, per colpa di una piccola statua al poeta nazionalista e poi fascista italiano Gabriele d’Annunzio si sentono delle voci. Qualcuno – italiano – scherza con la storia. La nostalgia fa strani scherzi: le piste di “neve” del Vate a Fiume sono scambiate per una rivoluzione in stile sessantotto. I legionari e le legionarie di Gabriele d’Annunzio non anticiparono il sessantotto! Nella spedizione del Vate c’è l’anticipazione della marcia su Roma e Fiume diventò per un breve periodo il laboratorio politico del ventennio fascista.

Come storici, però, ricordiamo l’evento. Puntando la nostra attenzione su alcuni fatti.

 

L’IMPRESA FIUMANA CENTO ANNI DOPO. COME RICORDARLA OGGI

Di Roberto Coaloa

Cento anni fa, il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio da Ronchi di Monfalcone, a capo di una legione di volontari dell’Esercito, arrivò in auto a Fiume (oggi Rijeka, città della Croazia) e occupò la città contestata alla sovranità italiana.

Ronchi di Monfalcone, oggi, come cittadina facente parte della regione italiana Friuli-Venezia Giulia, ha il nome di Ronchi dei Legionari, proprio in ricordo di quel fatale giorno del 1919.

Gabriele d'Annunzio (il primo a destra con gli occhiali) sull'auto che lo porta a Fiume. Il 12 settembre 1919.

Gabriele d’Annunzio (il primo a destra con gli occhiali) sull’auto che lo porta a Fiume. Il 12 settembre 1919.

Lenin sostenne la Reggenza dannunziana, e come riferì Nicola Bombacci, il leader bolscevico, contestando l’inattività dei socialisti italiani, definì polemicamente il poeta Gabriele d’Annunzio come l’unica persona in grado di portare avanti la rivoluzione in Italia. Era, insomma, uno schiaffo ai socialisti italiani, incapaci per Lenin di seguire l’esempio russo. Notevole, tuttavia, fu la fortuna nella rivoluzione di Fiume, di un Lenin alleato di d’Annunzio. L’appoggio leninista, infatti, fu ricambiato: difatti, la Reggenza del Carnaro fu la prima autorità governativa al mondo a riconoscere l’Unione Sovietica. Bisogna anche ricordare che il mercantile Persia con gli armamenti da portare ai controrivoluzionari russi fu abbordato dal sindacalista Giuseppe Giulietti e dagli uscocchi (veri pirati croati dell’Adriatico) per esser dirottato a Fiume, dove fu accolto da d’Annunzio stesso con tutti gli onori.

L’eclissi del vecchio ordine europeo (per intenderci quello del Kaiser Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria), si frantumò nella Grande guerra, che cancellò dalla Storia non solo secolari regni, ma anche quelle antiche dinastie che avevano caratterizzato la storia del vecchio Continente. Dopo il 1918 fu plasmata una nuova Europa. I vincitori del primo conflitto mondiale desideravano un «Mondo nuovo» e fecero di tutto per annientare l’Impero d’Austria-Ungheria, il Reich di Guglielmo II e l’Impero ottomano. Non è vero, come sostiene una certa vulgata italiana, che la conclusione del conflitto mondiale non aveva preventivato la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Anzi! Fu la nascita del nuovo Stato balcanico, chiamato Jugoslavia, ha complicare l’ormai secolare questione adriatica, a sfavore degli intenti espansionistici del Regno d’Italia.

Nella distruzione della Duplice Monarchia degli Asburgo fu fatale il ruolo della massoneria in Italia tra il 1914 e il 1918 – messo troppo spesso in un andito buio dalla storiografia, ingiustamente.

La ricostruzione del ruolo italiano nel conflitto, spiega alcuni passaggi fondamentali della Grande guerra: il rifiuto di una pace separata da parte delle potenze dell’Intesa, alleate dell’Italia, il non ascolto da parte dell’Intesa del grido di dolore del pontefice Benedetto XV sull’«inutile strage» e la disfatta italiana di Caporetto, dove tutti i responsabili di quell’inaudita catastrofe, da Pietro Badoglio a Luigi Bongiovanni, erano affiliati a una loggia massonica, oltre a essere amici personali di Re Vittorio Emanuele III, massone della prima ora.

I vincitori della Grande guerra, quindi, erano tutti massoni. Le élites al potere in Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti d’America erano unite da un forte accordo massonico. Nel maggio 1915 i massoni italiani si mobilitarono con tutte le loro logge nel cosiddetto fronte interno, con azioni di propaganda (memorabili gli appelli di Gabriele d’Annunzio e di Cesare Battisti per l’intervento), affiancando le autorità nell’individuazione degli elementi disfattisti e dei sabotatori, e trasformandosi pertanto in una sorta di milizia civile. Il conflitto era per il Re d’Italia e per i massoni il compimento del Risorgimento e la sua evoluzione verso un «Mondo nuovo» dominato dalla democrazia e dall’armonia dei popoli. Il Regno d’Italia s’inventò la «Quarta guerra d’indipendenza» contro il nemico storico, l’Impero degli Asburgo, ma poi il nazionalismo sempre più radicale superò l’élite massonica: le logge italiane furono profondamente trasformate all’appuntamento con il dopoguerra, al pari dello Stato liberale che avevano contribuito a creare.

Gabriele d’Annunzio, infatti, dopo aver proclamato la Reggenza italiana del Carnaro, cercò di dar vita a una singolare forma di Stato, di cui abbozza un originale ordinamento, con visioni sociali anticipatrici, che contrastarono, però, con un futuro oltranzismo di stile fascista. Gabriele d’Annunzio, ad esempio, per delegittimare l’avversario si prodigò con gli strumenti della penna (a lui congeniale) per ridicolizzarlo. Nitti fu soprannominato Cagoia. L’intolleranza (non solo con la penna) era la regola. Dalla festa della rivoluzione fiumana si passò al circo liberticida. Per il poeta, Nitti era un basso crapulone senza patria. Nel 1919, invece, merito fondamentale di Nitti era di tutelare la legalità democratica dello Stato liberale. Il politico Giovanni Amendola, sostenitore di Nitti (morto in Francia, il 7 aprile 1926, per le conseguenze dell’attentato avvenuto il 20 luglio 1925, in provincia di Pistoia, a colpi di bastone da parte di una quindicina di uomini, capitanati dallo squadrista Carlo Scorza, futuro segretario del Partito nazionale fascista), capiva che il movimento dei legionari di Gabriele d’Annunzio a Fiume puntava più in alto di una “impresa”: a Roma, al governo, allo Stato. L’impresa fiumana voleva spazzare via non solo il ministero di Nitti, ma tutto quel poco di regime democratico, che si era salvato dal ciclone militarista bellico della Grande guerra. Che fosse in atto un ben orchestrato attacco al cuore dello Stato liberale non sfuggiva ai suoi più strenui e coerenti fautori. Amendola scriveva all’amico Albertini: «Chi vive profondamente il sentimento della Patria non può, in questo momento, far altro che schierarsi con ogni risolutezza dalla parte dello Stato, che pericola tra le follie patriottarde e quelle bolsceviche… Vi è tutto il mondo che è salito con la guerra, che si difende ferocemente contro la smobilitazione e la ricostruzione pacifica ed in quel mondo l’impresa dannunziana ha trovato i mezzi e le indispensabili connivenze… Ora Nitti ha molti difetti; ma creda che la reazione contro di lui non è dovuta ai difetti, ma alle buone intenzioni ed alla sana volontà di ricostruzione».

Gabriele d’Annunzio sa che la sua avventura non è destinata a durare e che il Governo sarà costretto, per motivi di politica internazionale, a soffocarla. Nitti si impose a livello internazionale con la sua fermezza mossa dal desiderio di pace e questo era l’aspetto che non gli perdonavano i sovvertitori dell’ordine costituzionale che, fermati nel loro primo tentativo a Fiume, provvedevano a vomitare sul politico italiano le ingiurie più turpi e “immaginifiche”.

Alla fine dell’avventura, Gabriele d’Annunzio, quando la lotta con le truppe regolari si trasforma in rissa fratricida, abbandona alla chetichella Fiume.

Oggi non dobbiamo stupirci di come la Croazia, con la voce del suo capo di Stato, Kolinda Grabar-Kitarović (nata a Fiume nel 1968, prima Presidente donna della Croazia e la più giovane nella storia del Paese), e quella del suo ministro degli esteri, condanni fortemente la decisione della città di Trieste di inaugurare un monumento a Gabriele d’Annunzio nel giorno del centesimo anniversario dell’avventura fiumana. Come europei, e italiani, cioè del grande Paese fondatore dell’Unione europea, non possiamo che essere d’accordo con gli amici croati. I legionari e le legionarie di Gabriele d’Annunzio non anticiparono il sessantotto! Nella spedizione del Vate c’è l’anticipazione della marcia su Roma e Fiume diventò per un breve periodo il laboratorio politico del ventennio fascista. A Fiume, Gabriele d’Annunzio sperimentò la politica di massa, offrì al fascismo il mito della romanità, il braccio teso e i saluti come “Eia eia alalà”, la canzone Giovinezza, il legame mistico tra la folla e il Capo, a suon di marcette.

Come storici, però, ricordiamo l’evento. Puntando la nostra attenzione su alcuni fatti, che sintetizzati al massimo per il lettore sono i seguenti.

La Croazia è dal 1º luglio 2013 il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea, con una popolazione di 4.154.200 abitanti (2017), la sua capitale è Zagabria con 792.875 abitanti (ultimo censimento nel 2011). Insieme a Cipro, Bulgaria e Romania, la Croazia ha sottoscritto la Convenzione di Schengen. Questi quattro Stati, però, restano fuori dallo Spazio Schengen per mancanza di adeguamenti tecnici e mantengono quindi i controlli alle frontiere.

Al termine della Grande guerra, nel 1919, con il Trattato di Versailles, la Croazia-Slavonia e la Dalmazia entrarono a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, successivamente denominato (1929) Regno di Jugoslavia, mentre l’Istria e la città di Fiume furono annesse al Regno d’Italia del quale fecero parte integrante fino al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 1939 la Croazia divenne un’entità autonoma (Banato di Croazia). Nel 1941, nel corso della Seconda guerra mondiale, grazie all’appoggio italo-tedesco, la Croazia si costituì in Stato nominalmente indipendente, ma di fatto satellite delle Potenze dell’Asse, con un governo collaborazionista presieduto da Ante Pavelić.

Da sottolineare: c’è stata la Seconda guerra mondiale e noi italiani abbiamo provocato tutto il male possibile, insieme ai nazisti, nei Balcani. Da qui poi l’atrocità delle foibe, ritorsione comunista alle atrocità commesse dai fascisti nei Balcani. Una vendetta atroce, sulla pelle delle popolazioni italiane, nella Jugoslavia di Tito. Oggi, quindi, se un italiano omaggia Gabriele d’Annunzio, simbolo della cultura fascista e del nazionalismo italiano militaresco, non può trovare, per così dire, grande “simpatia” in Slovenia, Croazia, Serbia e Montenegro…

Altro: Fiume e Gabriele d’Annunzio non posso essere paragonati al movimento del 1968. Tra gli States e l’Europa, il 1968 fu soprattutto un movimento pacifista. Nulla a che fare con il clima guerrafondaio alla D’Annunzio con i suoi legionari pronti a “menar le mani”. Nel 1968 una lunga tradizione di non violenza, risposta alla guerra del Vietnam, incontrava la cultura pacifista ottocentesca di Tolstoj, che, all’inizio del Novecento da Gandhi arrivava fino al secondo dopoguerra a Martin Luther King.

L’EDITORE KLAUS G. RENNER (1949-2019) DA BERLINO AL MONFERRATO PATAFISICO

Con Klaus G. Renner perdiamo un grande editore cosmopolita, un genio, un raffinato cultore delle lettere e dell’arte del Novecento, un surrealista bibliofilo e un amico del Monferrato. Fotografia di Roberto Coaloa.

Con Klaus G. Renner perdiamo un grande editore cosmopolita, un genio, un raffinato cultore delle lettere e dell’arte del Novecento, un surrealista bibliofilo e un amico del Monferrato. Fotografia di Roberto Coaloa.

La morte di Klaus G. Renner mi ha lasciato impietrito e pensieroso.  In una notte insonne ho ritrovato alcune sue lettere, alcuni doni. Ho riletto – e finalmente capito – il suo autore preferito e ammirato, Walter Serner. Il desiderio di leggere e di riflettere su alcuni autori di lingua tedesca è sempre stato un merito di Klaus, appassionato interprete degli “anni folli” del Novecento europeo. Con il cuore in mano – ora – posso affermare che è vero che non conosciamo un amico (e la sua storia) prima di perderlo, ma è anche vero che non conosciamo la sua importanza, nella nostra vita, prima che l’amico si sia palesato con il suo amore e la sua passione nel nostro tourbillon esistenziale. Quante storie ho ancora da raccontare su Klaus G. Renner, sui suoi amati autori, sulla patafisica, sull’amicizia tra persone “strane” e mature, sul “mouvement dada”!

Ho ricordato Klaus G. Renner sulle pagine del bisettimanale Il Monferrato, che anche lui leggeva quando flaneggiava a Ottiglio, il suo paese d’adozione. Ora, ci sono progetti e una grande eredità culturale da riprendere, rendere attuale. Un lavoro, ahimè, infinito.

Intanto cerco di mettere ordine ai ricordi, tanti.

Nel pezzo ho accennato a Walter Serner e mi rendo conto di non aver scritto molto su di lui, ancora misconosciuto in Italia. Klaus G. Renner me lo aveva reso familiare.

La traduzione italiana del bellissimo romanzo La tigre (Palermo, Gelka 1991) fu condotta sul testo curato da Thomas Milch per l’edizione dell’opera completa di Walter Serner, uscita nel 1988 presso Goldmann su licenza dell’editore Klaus G. Renner (allora a Monaco e non ancora editore “svizzero-monferrino”).

Se noi conosciamo il fantastico Walter Serner, il merito è tutto di Klaus G. Renner e del suo costante interesse affinché il nome dello scrittore boemo (cittadino della Duplice monarchia degli Asburgo) stia accanto a quello più famoso del rumeno Tristan Tzara.

Nato il 15 gennaio 1889 a Karlsbad da Berthold Seligmann, il giovane Walter Eduard Seligmann, convertitosi al cattolicesimo e assunto il nome Serner, si trasferì nel 1909 a Vienna per seguirvi gli studi di giurisprudenza. Dal 1914, Serner iniziò una vita ricca di eventi straordinari in giro per tutta Europa. Morirà, anzi, “sparirà”, secondo la sinistra formula nazista, il 20 agosto 1942, nel campo di concentramento di Theresienstadt (o in qualche vagone per essere deportato più a Oriente o fucilato), dov’era stato imprigionato con sua moglie Dorothea Herz il 10 agosto dello stesso anno. Poteva espatriare a Shanghai nel 1940 con la moglie. Si rifugiò nell’anonimato di Praga,  sfortunatamente una città dove i demoni nazisti erano molto attivi a perseguitare gli ebrei…

Walter Serner (il primo a destra) nell'atelier di Christian Schad a Ginevra, nel dicembre 1919. Lo scatto è di Gustave Buchet.

Walter Serner (il primo a destra) nell’atelier di Christian Schad a Ginevra, nel dicembre 1919. Lo scatto è di Gustave Buchet.

Nel febbraio 1916, Serner era a Zurigo, al Cabaret Voltaire. Lo troviamo nel gruppo d’intellettuali del celebre cenacolo artistico, dove Serner, agli inizi del 1918, anticipò gli amici del gruppo, mettendo nero su bianco l’anti-filosofia dadaista sotto forma di aforismi e paradossi. Cominciava così a circolare a Zurigo e non solo il primo manifesto del movimento, Letzte Lockerung. Serner, però, commise un errore: troppo impegnato nell’organizzazione delle soirées e della campagna pubblicitaria dadaiste, trascurò il lato pratico della faccenda, cosicché la sua opera e manifest dada uscì solo nell’estate 1920. Altri, viceversa, innanzitutto Tzara, si dimostrarono più tempisti. In questo modo, quindi, il Manifest Dada 1918 di Tzara, pubblicato in lingua francese nel 1918 e subito accettato dal costituendo Mouvement Dada parigino, usurpò il diritto di progenitura rispetto al testo di Walter Serner…

Ricordo ancora, mentre mi raccontava questa incredibile vicenda del movimento dadaista, le mani agitate di Klaus G. Renner, ammiratore di Serner, e l’infuocarsi della sua voce!

Di Alfred Jarry, raccontato dall’editore Renner, non basterebbe un volume. Ne scriverò nei prossimi giorni…

Ecco il mio intervento, apparso ieri venerdì 7 giugno 2019, e presente anche online

https://www.ilmonferrato.it/notizia/TzLK_ekisUa5EX0WRlZKLw/la-scomparsa-dell-editore-klaus-g-renner

sul sito del giornale (con il testo che segue e uno scatto diverso dal giornale cartaceo).

 

L’EDITORE KLAUS G. RENNER

Di Roberto Coaloa

 

Prima pagina della cultura del bisettimanale "Il Monferrato", venerdì 7 giugno 2019.

Prima pagina della cultura del bisettimanale “Il Monferrato”, venerdì 7 giugno 2019.

Domenica 2 giugno 2019 è scomparso l’editore Klaus G. Renner, nato a Berlino nel 1949. Dal 2000 viveva nel Monferrato, a Ottiglio. Avrebbe compiuto settant’anni il prossimo 27 giugno. Lascia il figlio, Philippe. A Ottiglio, negli ultimi tempi, abitava con l’artista Geesche Wolfer-vom Hove, con la quale condivideva i vari spostamenti tra Zurigo e il buen retiro monferrino. A Geesche, Klaus G. Renner ha dedicato alcune sue opere, come Apropollinaire di Stanley Chapman e Felix Philipp Ingold.

Tra i tanti volumi, Klaus G. Renner ha pubblicato in tedesco il Pinocchio di Luigi Malerba. Del pittore e scrittore Aroldo Marinai, Renner ha stampato Gebagebageba, edito nel 2004 (con due incisioni allegate di Marinai), presentato alle Cave di Moleto dal sottoscritto, con un reading dello stesso Marinai.

Klaus G. Renner e un gruppo di amici a Casorzo, nel Monferrato. Estate 2008. Autoscatto di Roberto Coaloa (il primo a sinistra con la gatta Jean).

Klaus G. Renner e un gruppo di amici a Casorzo, nel Monferrato. Estate 2008. Autoscatto di Roberto Coaloa (il primo a sinistra con la gatta Jean).

Renner ha fatto conoscere al pubblico italiano la patafisica e autori come Walter Serner. A Ottiglio, l’editore componeva i suoi preziosissimi libri: esemplari pregiati che si trovano nelle biblioteche nazionali di Svizzera e Germania. Sul frontespizio dei libri compare Ottiglio insieme a Zürich, come luogo dell’editore. Nel paese monferrino Renner sceglieva i caratteri e la carta; stampava l’opera in Svizzera a Sankt Gallen ed effettuava la legatura a Berlino. Tra il 1976 e il 1992 ha pubblicato le opere complete del dadaista Walter Serner.

cent virgules / Eines Hundert Virgeln by Stanley Chapman, London edited by Verlag Klaus G. Renner

cent virgules / Eines Hundert Virgeln by Stanley Chapman, London edited by Verlag Klaus G. Renner

Ha stampato inoltre testi rari, in copie numerate, di Guillaume Apollinaire, Paul Eluard e André Breton. In Monferrato sono nate originali idee, come la pubblicazione di opere della patafisica: autori come René Daumal, Alain Jadot, Alfred Jarry e Oskar Pastior. Per non parlare della riscoperta di autori come Pierre Henri Cami. La sua abitazione di Ottiglio è stata una casa delle meraviglie patafisiche. Ricordo come se fosse ieri di essere “sognante” sotto un ritratto di Alfred Jarry, il padre della patafisica. Per Jarry esoterico il teschio (la nostra mente, il cranio) è un carcere, e unicamente attraverso la putrefazione del cervello si ritorna nella notte dei tempi a sognare il Paradiso.

Un saluto dal patafisico Klaus G. Renner al monferrino Roberto Coaloa

Un saluto dal patafisico Klaus G. Renner al monferrino Roberto Coaloa

Com’è noto, la patafisica inventata da Jarry è la «scienza delle soluzioni immaginarie». La logica del suo personaggio indimenticabile, Ubu (figura mitologica e simbolo di un nuovo teatro), per quanto atrocemente terrestre, è paragonabile soltanto alla poesia, la cui idiozia è sacra come la folgore. Davanti al camino della casa monferrina di Renner, frusciante di legna in lenta combustione, piccoli rumori ovattati, buio di prima notte invernale fuori dalle finestre, allegre margaritas nei bicchieri appannati, ricordo d’aver flaneggiato, non con la mente, ma con il pancino, come Ubu Re o come Winnie the Pooh, ammirando le figure del Kamasutra surrealista di André Breton e Paul Eluard. In una sala della casa di Klaus, ricordo tutte le opere di Alfred Jarry. Klaus mi aveva regalato alcuni volumi: Le Manoir enchanté et quatre autres oeuvres inédites (La Table Ronde, 1974) e altre rarità bibliofile. Un regalo che ho molto apprezzato è stata una delle rare traduzioni italiane di Walter Serner, una bella versione di Elvira Lima di La tigre (Gelka, 1991). Walter Eduard Seligmann, figlio di un editore ebreo di Karlsbad, nacque il 15 gennaio 1889 nell’impero austro-ungarico. Serner fu il compilatore del manifesto dadaista Letze Lockerung (1918), metropolitano e vagabondo d’elezione, autore di fortunate raccolte di racconti gialli e polizieschi, rappresenta con la sua vita turbinosa il prototipo del dandy e dell’intellettuale sagace e provocatorio nell’avanguardia a cavallo tra le due guerre. Nella casa di Ottiglio, ricordo ancora d’aver discusso per ore, con l’amico Klaus e con il frère Bernard Glénat (originario della città bagnata dalla Garonna, Toulouse, ma monferrino nel cuore) del “minidramma” di René Daumal e Roger Gilbert-Lecomte, En Gggarrrde!, pubblicato nel 2006 in sessanta esemplari numerati su pregevole carta amalfitana (Cartiera Ferdinando Amatruda). Klaus G. Renner ha pubblicato di Stanley Chapman un meraviglioso scritto: un lavoro che gli valse «la stupéfaction et l’admiration» di Raymond Queneau. Non a caso Chapman ha fatto parte del celebre The London Institute of Pataphysics. Chapman, inoltre, è stato traduttore delle opere di Boris Vian (uno dei maestri della nostra generazione, satrapo del Collegio di Patafisica), Régent des Oratoires Épidéictiques, architetto, fondatore di Outrapo (Ouvroir de Tragécomédie Potentielle) e membro della Lewis Carroll Society. Stanley Chapman è scomparso il 26 maggio 2009.

"Undicimila verbi" a Moleto. Presentazione di il “Dizionario affettivo della lingua ebraica” di Bruno Osimo. Da sinistra: Elio Carmi, Bruno Osimo, Francesca Hasbani e Roberto Coaloa.

“Undicimila verbi” a Moleto. Presentazione di il “Dizionario affettivo della lingua ebraica” di Bruno Osimo. Da sinistra: Elio Carmi, Bruno Osimo, Francesca Hasbani e Roberto Coaloa.

Poco prima, avevamo presentato a Moleto il suo Undicimila verbi, che aveva dato il titolo per alcuni anni (dall’estate 2004 fino al dicembre 2011) a un’intera rassegna letteraria («Undicimila verbi. Rassegna di letteratura, storia, arte, cinema, teatro… patafisica») da me curata nel borgo monferrino, con ospiti internazionali.

Klaus, il patafisico, Bernard, le chevalier, e Roberto, il flâneur.

Klaus, il patafisico, Bernard, le chevalier, e Roberto, il flâneur.

Nel gennaio 2019, ho rivisto un’ultima volta Klaus G. Renner nella sua casa di Ottiglio, assistito da Geesche Wolfer-vom Hove, in compagnia di Bernard Glénat. Gli ho scattato alcune fotografie, mentre ci raccontava delle storie, fumando, sprezzante del cancro, l’ennesima sigaretta. Geesche ha poi ritratto il trio di amici: Klaus, il patafisico, Bernard, le chevalier, e Roberto, il flâneur.

Con Klaus G. Renner perdiamo un grande editore cosmopolita, un genio, un raffinato cultore delle lettere e dell’arte del Novecento, un surrealista bibliofilo e un amico del Monferrato.

IN RICORDO DI NATALE PALLI 1919-2019

Gabriele d'Annunzio e Natale Palli sull'aereo Ansaldo SVA-10 del celebre Volo su Vienna

Gabriele d’Annunzio e Natale Palli sull’aereo Ansaldo SVA-10 del celebre Volo su Vienna

Dieci anni fa, era un venerdì 9 gennaio, a Moleto, frazione di Ottiglio (AL), un manipolo di amici ricordava Natale Palli.

Dieci anni dopo, sabato 23 marzo 2019, cade il centenario della scomparsa di Natale Palli.

Lo ricordiamo con il testo del mio intervento, pubblicato come anteprima della serata, sul bisettimanale “Il Monferrato” (5 gennaio 2009). Sul blog (erano i tempi di “splinder”, uscì in forma più ampia con delle bellissime illustrazioni). Buona lettura!

PALLI. D’ANNUNZIO. CELORIA. MORBELLI E LA GRANDE GUERRA

di Roberto Coaloa

La Grande guerra è considerata dagli storici una vera catastrofe della storia europea, il tramonto della Belle Époque e il naufragio della civiltà moderna.

Alla vigilia del conflitto, l’uomo europeo era orgoglioso di appartenere a una civiltà trionfante ovunque nel mondo. L’Europa era imperiale, monarchica e, in Francia, repubblicana. La cultura, però, e il modo di sentire la vita, la univano indissolubilmente. Nel 1918, quando la guerra finì, l’uomo europeo aveva perso l’orgoglio della propria superiorità, ed anzi aveva scoperto l’angoscia di un futuro senza speranza. Tuttavia i contemporanei vissero la Grande guerra come un’avventura eroica, non sapendo che era l’ultima. In Italia essa fu vissuta esemplarmente da Gabriele d’Annunzio. Famoso è il discorso di Quarto del 5 maggio 1915, «quello scherzo letterario con cui l’Italia entrò in guerra» e aprì la stagione bellica del poeta come dell’Italia. Attorno al Vate (che passò dalla sterile figura del retore all’azione del soldato quando, il 19 giugno 1915, il Bollettino ufficiale militare pubblica la nomina di d’Annunzio a tenente di complemento nel reggimento dei lancieri di Novara) si schierò tutta una nazione. L’Italia intera fu presa dal fervore patriottico e fu favorevole alla guerra: a seguire la campagna interventistica dannunziana ci furono i baldanzosi e giovani soldati ma anche molti intellettuali. Il Monferrato può essere un originale laboratorio, un campo d’indagine fecondo, per lo storico che voglia ricostruire il contesto sociale, culturale e antropologico entro il quale maturò e crebbe quella che è ritenuta dagli storici una delle più tragiche esperienze del Novecento. Lo stesso d’Annunzio ebbe un legame speciale con il Monferrato negli anni della Grande Guerra. Le righe che seguono raccontano il rapporto tra il poeta e Natale Palli, notando come tutto un mondo, rappresentato ad esempio dallo scultore Leonardo Bistolfi e dal pittore Angelo Morbelli, abbia aderito spiritualmente alla folle corsa del conflitto mondiale. Il 25 marzo 1917, il giornale “Il Monferrato”, riportò in prima pagina le grandiose manifestazioni di Milano in onore della “Brigata Casale”. Esse «furono pensate e volute, energicamente volute dall’illustre nostro collega e in giornalismo e nostro conterraneo E. A. Marescotti, di Cuccaro. È sono riuscite imponenti, né diversamente poteva avvenire, quando si abbia presente che a Marescotti si debbano le grandiose onoranze, a Milano e in tutta Italia, a Giuseppe Verdi nel centenario della nascita dell’illustre Maestro: quando si ricordi che a Marescotti si deve la imponente manifestazione a Milano in onore di Cesare Battisti». A Milano, un’intera giornata di festa fu dedicata alla “Brigata Casale”; la giornata si concluse al conservatorio, nella sala dedicata a Verdi, dove fu consegnata la statua di Leonardo Bistolfi. Tra i tanti presenti c’erano due grandi monferrini: il senatore Giovanni Celoria e il pittore Angelo Morbelli. Natale Palli nacque a Casale Monferrato il 24 luglio 1895. Nel 1912, conseguita la licenza all’Istituto Leardi (l’aula magna dell’Istituto è a lui dedicata), si iscrisse al Politecnico di Milano. Mentre continuava gli studi, nel 1913, si arruolò come volontario per un anno nel 68° Reggimento Fanteria a Milano. Terminato il servizio, con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, conseguì a Cameri (l’aeroporto è intitolato a lui e al fratello Silvio) il brevetto di pilota aviatore. Nell’autunno è sul fronte di guerra, dove gli è assegnato l’aereo di progettazione francese Caudron G/III con il quale esegue importanti ricognizioni. Nel 1916, Natale Palli fu assegnato alla 48a squadriglia di Belluno, da dove si alzò in volo con il nuovo Caudron bimotore G/IV con cui sorvolò le Alpi raggiungendo le linee nemiche. Nell’estate dell’anno successivo nei campi di aviazione di Gallarate e di Furbara si cimentò nella guida di altri velivoli. A Ponte San Pietro, dove si allenò su un altro nuovo aereo, fu chiamato dagli alti comandi alla difesa della città di Verona nella drammatica ritirata di Caporetto e poi a Roma per una serie di ricognizioni fotografiche sull’Adriatico. Il 9 agosto 1918 fu una data memorabile nella storia non solo dell’aviazione: Palli guidò l’aereo sul quale viaggiava d’Annunzio nel leggendario volo su Vienna (ripetuto nel 2008 dall’Aero Club Palli di Casale Monferrato nel 90° anniversario). Partita da San Pelagio (Padova) l’87a squadriglia “La Serenissima”, composta da sette monoposto e un aereo dello stesso tipo pilotato da Palli e adattato a biposto per accogliere Gabriele d’Annunzio, raggiunse la capitale dell’impero austro-ungarico per lanciare dei manifesti in cui il Vate aveva scritto: «In questo mattino d’agosto, mentre si compie il quarto anno della vostra convulsione disperata e luminosamente incomincia l’anno della nostra piena potenza, l’ala tricolore vi apparisce all’improvviso come indizio del destino che si volge. Il destino si volge. Si volge verso noi con una certezza di ferro. È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata. Come la nostra fede fu la più forte, ecco che la nostra volontà predomina. Predominerà sino alla fine. I combattenti vittoriosi del Piave, i combattenti vittoriosi della Marna lo sentono, lo sanno, con una ebrezza che moltiplica l’impeto. Ma se l’impeto non bastasse, basterebbe il numero; e questo è detto per coloro che usano combattere dieci contro uno. L’Atlantico è una via che non si chiude ed è una via eroica, come dimostrano i novissimi inseguitori che hanno colorato l’Ourcq di sangue tedesco. Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà, non siamo venuti se non per la gioia dell’arditezza, non siamo venuti se non per la prova di quel che potremo osare e fare quando vorremo, nell’ora che sceglieremo. Il rombo della giovine ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino. Tuttavia la lieta audacia sospende fra Santo Stefano e il Graben una sentenza non revocabile, o Viennesi. Viva l’Italia». Il 3 ottobre 1918, alle ore 15.50, «sull’azzurro e terso cielo del Monferrato», come ricorda un giornale locale, Palli e d’Annunzio sorvolarono Casale Monferrato su «un magnifico apparecchio aereo della gloriosa “Serenissima” », che fu visto sopra la città all’altezza di circa 200 metri. «L’aeroplano dai colori nazionali proveniente da Torino era in rotta per Milano. Su di esso trovavasi il poeta della quarta Italia, Gabriele d’Annunzio, il quale con squisitezza di sentire, con nobiltà di sentimenti pari alle sue grandi gesta che ha compiuto e che compie pel nostro paese, ha voluto inviare alla nostra città un messaggio così concepito: UN SALUTO D’AMORE E DI RICONOSCENZA ALLA NOBILE CITTÀ DOVE NACQUE IL MIO PICCOLO GRANDE FRATELLO NATALE PALLI, MENTRE PASSIAMO SOPRA LE SUE CASE TORNANDO DALLA BATTAGLIA D’OCCIDENTE DOVE I NOSTRI PROLUNGANO LA GLORIA DEL PIAVE E DEL GRAPPA. GABRIELE D’ANNUNZIO 3 OTTOBRE 1918». Il Vate lanciò questo saluto in un astuccio di latta legato con quattro nastri di color arancio «lunghi caduno un metro e cinquanta». Esso cadde «sul tetto prospiciente della Torre di S. Stefano» e raccolto dal tenente del Genio Vladimiro Abrate del Comando della difesa aerea e consegnato alle autorità. «Al caffè Rosignoli, alla confetteria Fratelli Grossi e dai Successori Prina è stato affisso copia del messaggio, letto con grande gioia dalla nostra cittadinanza». Il sindaco inviò al Vate il seguente telegramma: «Gabriele d’Annunzio – Maggiore squadriglia “Serenissima” Zona Guerra. Casale con riconoscente affetto ricambia al Poeta guerriero il saluto giuntole dal cielo messaggero di vittorie. Abbraccia Natale Palli con orgoglio di madre. Esultante segue col pensiero la marcia dei crociati dell’umanità verso il trionfo. Sindaco TAVALLINI».

Alla fine della guerra, Natale Palli, prima di riprendere gli studi universitari, volle concludere la carriera di pilota con il volo Roma-Tokio. Il 20 marzo 1919, Palli partì da San Pelagio per un volo di allenamento fino a Parigi. Sulle Alpi, però, incontrò una violenta bufera durante la quale il motore si arrestò. Riuscì ad atterrare con grande abilità su un ghiacciaio a 3400 metri di altezza. Per due giorni vagò cercando di scendere a valle, ma sfinito, proprio nell’avvicinarsi alle prime case, morì il 22 marzo.

 

La morte di Natale Palli. Il 20 marzo del 1919, durante il raid Padova-Parigi-Roma per un guasto al velivolo fu costretto ad atterrare sul Mont Pourri, nei pressi di Sainte-Foy, dove morì assiderato tra il 22 e il 23 marzo 1919.

La morte di Natale Palli. Il 20 marzo del 1919, durante il raid Padova-Parigi-Roma per un guasto al velivolo fu costretto ad atterrare sul Mont Pourri, nei pressi di Sainte-Foy, dove morì assiderato tra il 22 e il 23 marzo 1919.

Il corpo fu raccolto dai montanari di Saint Foy in Savoia e trasportato a Casale Monferrato dove, il 27 marzo 1919, gli furono tributate solenni onoranze funebri alla presenza di un’immensa folla, dei piloti della “Serenissima” e di Gabriele d’annunzio. Il Vate pronunciò un discorso in cui ricordò Natale Palli come il suo giovane amico ed eroe. Rivolgendosi alla città disse: «Popolo di Casale, il suo feretro per noi non è oggi nel mezzo della città dolorosa, ma è nel centro dell’antica cittadella fedele. Intorno a lui oggi si ricementa la cittadella dei Gonzaga con i suoi bei baluardi, con le sue cortine e le sue fosse e con nelle fosse il sangue di tutti i suoi asceti, il sangue di Francia, di Spagna, di Lamagna, il sangue di Savoia e di Monferrato.[…] Questo fanciullo bianco, dai capelli ondeggianti e dagli occhi di zaffiro, era l’ideal tipo latino del combattente, era l’esemplare perfetto della nuova giovinezza italiana in armi. Irreprensibile è l’epiteto che per lui ricorre sempre sotto la penna e nella bocca dei suoi capi. Roma lo dava ai suoi eroi raggianti. Era senza colpa, era senza macchia, senza ombra. Era tutto come la gemma del suo sguardo, era tutto tagliato in quel cristallo perspicace. Si pensa che egli sia il primo nato d’una generazione di uomini aerea, d’una gente che abbia abbandonata la terra per insaziabile amore dell’ala e viva di coraggio nelle correnti dell’aria intrepida. Era un Icaro e non poteva cadere; era un Icaro senza precipizio. Nel suo nome icario non si noma l’abisso del mare, ma il vertice dell’etere. S’è egli addormentato nella neve e sopra la più candida delle nuvole? Chi l’ha veduto così dormente? Chi ha osato a smuovere il suo sonno? Era la notte dell’Equinozio. Dormiva col guanciale dell’elmo poggiato sopra il braccio ricurvo. La sua attitudine era pura come il fiorire del fiore e come quei teschi che i costruttori d’eternità incidevano nelle pareti sotterranee dei loro sepolcri. Chi può chiudere tra quattro assi la freschezza della primavera? Chi può seppellire la forza della primavera nascente? Ora dico che egli non è qui, che non è tra i baluardi e le cortine della sua cittadella, come sognava. […] Salutiamo in piedi la giovinezza d’Italia perenne. O compagno, o capitano, o eroe, svegliati e alzati! Ti gettiamo il tuo grido, il nostro grido di battaglia: Allalà!» Natale Palli fu decorato della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia (per il volo su Vienna), della medaglia d’oro al Valor Militare nei cieli della Dalmazia e dell’Istria), di due medaglie d’argento (nei cieli del Tirolo e nell’Alto Adriatico) e due di bronzo (nei cieli delle Dolomiti e di Innsbruck), oltre alle croci di guerra italiana e belga. A Casale Monferrato, in via Savio, all’angolo con via Sobrero, si trova l’ingresso dell’imponente casa Palli. Su un lato della casa, quello di via Sobrero, c’è un bassorilievo in bronzo inserito in una lapide marmorea dedicata all’intrepido aviatore. L’opera, inaugurata il 22 marzo 1922 (tre anni dopo la scomparsa di Natale Palli) è firmata da Leonardo Bistolfi. Si legge: «NATAL PALLI / COMANDANTE DELLA SERENISSIMA / DOPO GUIDATE / LE GLORIOSE AQUILE D’ITALIA / SUL CIELO DI VIENNA / E SU CENTO CAMPI NEMICI / CADDE / SUL MONTE POURRY DI SAVOIA / IN UN VOLO SUPERBO / DI GIOVINEZZA E DI ARDIMENTO DI FEDE».

ALLA RICERCA DI ROSA LUXEMBURG. NEL CENTENARIO DELLA MORTE (1919-2019)

Fotografia di due soldati tedeschi alla fine della Prima guerra mondiale. La didascalia, tratta dal libro "Eine ganze Welt gegen uns" (Berlino, 1934), recita: "Sie dürfen nicht nach hause! Die entente hielt die Kriegsgefangenen bis ins Jahr 1920 fest" (Non ti è permesso andare a casa! L'entente tenne in arresto i prigionieri di guerra fino al 1920).

Fotografia di due soldati tedeschi alla fine della Prima guerra mondiale. La didascalia, tratta dal libro “Eine ganze Welt gegen uns” (Berlino, 1934), recita: “Sie dürfen nicht nach hause! Die entente hielt die Kriegsgefangenen bis ins Jahr 1920 fest” (Non ti è permesso andare a casa! L’entente tenne in arresto i prigionieri di guerra fino al 1920).

“La Rosa Rossa” per Bertold Brecht 

(“Ora è sparita anche la Rosa rossa, non si sa dov’è sepolta. Siccome ai poveri ha detto la verità i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà”).

“Una delle massime intelligenze del socialismo mondiale” per Victor Serge…

Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg avrebbe compiuto quarantotto anni il 5 marzo 1919 (se si vuole credere che fosse nata nel 1871, e non nel 1870 come è indicato nel documento ufficiale di nascita; il 1871 era per “La Rosa Rossa” un simbolo, essendo l’anno della Comune di Parigi, e per lei quello era il suo anno di nascita, facendolo diventare ufficiale nei documenti universitari, con un tocco anche di narcisismo femminile).

Era terminata la guerra mondiale e a Rosa Luxemburg, che l’aveva sempre combattuta come pacifista, non le fu assegnato un Nobel o un premio. Invece, all’inizio del 1919, a Rosa Luxemburg, proprio nel pieno delle sue energie intellettuali, le spaccarono la testa.  Fu uccisa brutalmente con il calcio di un fucile a cui si aggiunse con teutonico zelo un colpo di pistola alla testa. Poi il corpo della donna fu gettato in un canale di Berlino.  Il corpo di Rosa Luxemburg fu ritrovato alcuni mesi dopo… Non erano stati i nazisti. Essi non esistevano ancora. I colpevoli erano i soldati di Gustav Noske, come il capitano Waldemar Pabst, che si erano sostituiti ai nobili e stanchi combattenti della Prima guerra mondiale come le forze armate della Repubblica di Weimar. Erano dei macellai, prefegurazioni diaboliche delle peggiori SS del Terzo Reich.

Rosa Luxemburg era stata una donna eccezionale, brillante. Una politica rivoluzionaria. Perché fu uccisa così atrocemente? Proprio lei, figura di una dolcezza incredibile! Come sarebbe cambiata la Germania e l’Europa se fosse sopravvissuta alla mattanza della guerra civile europea?

Ce lo chiediamo a cento anni dalla morte, ricordandola come una grande intellettuale.  La comunista Rosa Luxemburg amava Tolstoj, ma non amava Lenin.  Fu però una vera rivoluzionaria. “Una donna comme il faut”. 

Proponiamo un ricordo dello storico Roberto Coaloa, durante la commemorazione del centenario della morte di Rosa Luxemburg tenuta al “Club Dumas” il 15 gennaio 2019. Si propone anche una scelta bibliografia. Le immagini sono state realizzate nella soirée dedicata alla vita e all’opera di Rosa Luxemburg. 

ROSA LUXEMBURG A CENTO ANNI DALLA MORTE

Di Roberto Coaloa

Rosa Luxemburg parla alla Conferenza femminile dell'Internazionale socialista, Stoccarda, 1907

Rosa Luxemburg parla alla Conferenza femminile dell’Internazionale socialista, Stoccarda, 1907

Golo Mann, il grande storico tedesco, nato il 27 marzo 1909 a Monaco da Thomas Mann e Katja Pringsheim, la ricorda con poche parole, ma con affetto, nella sua grande opera Deutsche Geschichte das 19. und 20. Jahrhunderts.

GOLO MANNA proposito del periodo di Friedrich Ebert, Golo Mann, descrive Berlino come la città più radicale, dove si parlava più vivacemente di una «seconda rivoluzione». L’estrema sinistra riteneva che la rivoluzione dovesse continuare, e, come l’esempio russo insegnava, poteva esser continuata, fino al comunismo. Come Lenin veniva dopo Aleksandr Fëdorovic Kerenskij, così Karl Liebknecht veniva dopo Friedrich Ebert.

Per Mann in questo contesto Rosa Luxemburg era una teorica raffinata, sensibile e amara.

Rosa Luxemburg.

Rosa Luxemburg.

Alla fine del 1917, Rosa Luxemburg approva entusiasticamente l’iniziativa rivoluzionaria dei bolscevichi, come prologo di una possibile rivoluzione mondiale, e ne apprezza il “volontarismo”, come aveva fatto Gramsci nel famoso e sorprendente articolo: “La rivoluzione contro il Capitale” (con la c maiuscola), apparso su “L’Avanti!” poche settimane dopo l’assalto al Palazzo d’Inverno. Tuttavia, in una serie di atti compiuti dal governo bolscevico (lo scioglimento con la forza dell’Assemblea costituente nel novembre 1917, l’abolizione della libertà di stampa, l’esautoramento dei Soviet, che fino a quel momento avevano canalizzato la partecipazione attiva e consapevole delle masse, l’istituzione della polizia segreta), Rosa “La Rossa” scorge e denuncia i tratti embrionali di un nuovo Leviatano, i cui germi stavano nella concezione leninista, elitaria e autoritaria, del partito. Dal suo punto di vista, la “dittatura del proletariato” non può concretizzarsi nella “dittatura di un partito o di una cricca”, ma come “dittatura della ‘classe’, cioè nella più larga pubblicità, con la più attiva e libera partecipazione delle masse popolari in una democrazia senza limiti” e, pertanto, occorre non abolire, ma estendere le libertà “formali” di stampa e di associazione, tanto più nella società socialista, perché “la libertà riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà, la libertà è sempre soltanto libertà di chi pensa diversamente”. Va da sé che la “fede” nel socialismo, con il suo portato di profetismo e messianismo, poteva inficiare l’oggettività e anche la coerenza logica delle analisi pur sempre stringenti di Rosa Luxemburg.

Ad esempio, negli stessi anni, toccava a Max Weber dimostrare come fosse moralistica e infondata la denuncia socialista del carattere “anarchico” del modo di produzione capitalistico, mostrando come esso scaturisse dall’etica economica delle religioni e dalla piena emancipazione del calcolo economico dall’utile soggettivo e individuale. Così come la morte prematura e violenta impedì a Rosa Luxemburg di chiarire come la necessità, mai negata, di un partito come avanguardia e testa del proletariato prima, durante e dopo la rivoluzione, potesse scongiurare che questo partito non si comportasse come organo di potere. È sempre questa fede, che traeva linfa dalla fiducia per un’umanità rigenerata, che, alla vigilia della prima guerra mondiale, la renderà immune dalle sirene della Kriegsideologie, dai fervori bellicisti e dal gesto “opportunista” più clamoroso della socialdemocrazia tedesca, che, nell’agosto 1914, approva i crediti di guerra in Parlamento in nome dell’unità nazionale. Rosa Luxemburg resterà pacifista e internazionalista, mentre si sfalda la Seconda Internazionale, e, col protrarsi del conflitto, comincerà a vedere nelle conseguenze catastrofiche della guerra l’occasione di una crisi  risolutiva, del punto di rottura dell’ordine sociale capitalistico, attestandosi così sulle posizioni radicali, che, con Karl Liebknecht, l’unico deputato socialdemocratico che non si era allineato a quel drammatico voto, la porteranno a fondare la “Lega di Spartaco” e, poi, il Partito comunista tedesco.
Se, dopo il 15 gennaio 1919, l’azione e la voce carismatica di Rosa Luxemburg avessero risuonato anche nella Repubblica di Weimar, non sappiamo come ella avrebbe sviluppato la sua critica al sistema  sovietico, quale ruolo avrebbe assunto nel filone che Maurice Merleau-Ponty chiamerà “marxismo occidentale” e, soprattutto, come avrebbe inciso nella dinamica dei rapporti politici e parlamentari tra comunisti e socialdemocratici, considerato che proprio il suo assassinio e quello di Karl Liebknecht apriranno un fossato permanente e una ferita non più rimarginata tra i due partiti, che agevolerà l’ascesa elettorale e le possibilità di manovra politica dei nazisti, a partire dagli anni trenta. Quel che possiamo oggi raccogliere ed estrapolare dalle teorie, dai discorsi, dalle lettere, che hanno ispirato la militanza appassionata che ha fagocitato quasi tutta la sua vita tragicamente spezzata sono due parole chiave, le impronte di un pensiero combattivo e di una sensibilità politica in continua evoluzione: democrazia e compassione.
La sua idea di un partito che non inquadra e dirige le masse, ma ne incoraggia le lotte spontanee e ne valorizza la creatività, è solidale con il nesso indissolubile, ai suoi occhi, di socialismo e democrazia. La democrazia “borghese” con i suoi istituti e con le sue forme politiche è necessaria per Rosa Luxemburg ancora di più al movimento operaio verso il traguardo del socialismo, ma anche alla costruzione della società socialista stessa. Indispensabile per far avanzare i diritti e gli interessi delle classi lavoratrici nella società capitalistica, ma anche per trasformare in senso socialista la società, considerato che il capitalismo pone dei limiti alla democrazia e all’esercizio delle libertà democratiche. Rosa Luxemburg puntava insomma a tenere insieme ciò che altre correnti del marxismo separavano e contrapponevano: democrazia formale e democrazia reale, democrazia borghese e democrazia proletaria.
La Rivoluzione russaE quando i nodi pratici e non solo teorici di questa distinzione vennero al pettine con la rivoluzione bolscevica, la Luxemburg, come si è visto con La rivoluzione russa scritta nell’autunno del 1918, si oppose all’idea di Lenin e Trockij di realizzare la seconda mediante la “dittatura” del partito comunista come rappresentante dei lavoratori o anche solo dei soviet e in opposizione e alternativa all’“astrattezza” della seconda. Per la rivoluzionaria polacca era giusto pensare a un sistema istituzionale misto dove le istituzioni della democrazia (parlamento, suffragio universale, libertà di espressione) potessero coesistere con i consigli degli operai e dei soldati. Un’idea che tra l’altro convergeva con le posizioni anche della frazione dei socialdemocratici indipendenti dell’USPD come Rudolf Hilferding et Karl Kautsky e che si è affacciata anche nella tormentata vicenda dei Paesi del “socialismo reale” alla ricerca di un “socialismo dal volto umano”. Quel che rimane rilevante di questa impostazione di Rosa Luxemburg, al di là delle stesse oscillazioni che ella ebbe dal novembre 1918, è il fatto di innestare, valorizzandoli, nella prospettiva marxista, gli aspetti “formali” della democrazia e, combinando strutture di base e strutture rappresentative, lo sforzo di concepire forme istituzionali capaci di estendere la democrazia, oltre i limiti posti dalle diseguaglianze concrete e dalle sperequazioni generate dal sistema capitalistico. Questo sforzo non è lontano da quello compiuto, più di recente, da filosofi e scienziati politici come Robert Dahl, che si è posto il problema della ineguaglianza delle risorse d’influenza politica nelle democrazie pluraliste, o dalle carte costituzionali più avanzate come quella repubblicana italiana, che al secondo comma dell’articolo 3, assegna alla Repubblica “il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”.
Un po' di compassioneMa c’è una Rosa Luxemburg che, quando esce dalle categorie rigide della concezione materialistica della storia, soprattutto nella corrispondenza, si avventura nel campo delle emozioni, della loro fecondità esistenziale e politica, e, in una lettera, tra le più note, scritta dal carcere nel dicembre 1917 e destinata a Sonja Liebkenecht, ne incontra una particolarmente rivelativa: l’emozione della compassione. In questa lettera, che Karl Kraus pubblica nella rivista Fackel nel luglio 1920, auspicando che sia ospitata nelle antologie scolastiche per il suo pregio letterario, la Luxemburg innanzitutto, per contrasto all’inquietudine che vive l’amica, si scopre straordinariamente “calma e serena”, nonostante le condizioni di dura segregazione e desolazione in carcere. Confessa all’amica: “Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità… Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa” e aggiunge, in uno slancio di solidarietà amicale: “Quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso… vorrei soltanto donarvi la mia inesauribile letizia”.
E più avanti, Rosa racconta del dolore che le ha provocato assistere a una scena: due bufali usati come animali da soma per trasportare carichi enormi di giubbe e altro materiale di guerra, così brutalmente percossi da un soldato, da suscitare la compassione della guardiana e, poi, la sua nel vedere uno dei due bufali sanguinare e assumere “un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo”, tanto da farle sospirare: “Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia”. Nell’equiparare la propria condizione a quella dell’animale, pur così diversa, Rosa Luxemburg muove dalla valutazione della comune vulnerabilità al dolore, alla fame, alla malattia e ad altre forme di sofferenza (la sofferenza del bufalo sottratto alle sue praterie rumene, come bottino di guerra, diventa l’epitome di tutte le sofferenze umane e non umane provocate dalla guerra, come dimostra la conclusione della lettera), che sta sempre alla base del sentimento di compassione, che, a differenza dell’empatia, che consiste nel sentire o entrare in risonanza con ciò che sente un’altra persona particolare, rinvia a una morale naturale e universale, indipendente dalle culture e dalle epoche storiche. La Luxemburg sembra intuire la forza etica e umanizzante che può avere la capacità di compassione, quando – come si vede nelle ultime scene del film che le ha dedicato Margarethe von Trotta nel 1986 – dettando proprio a Sonja il suo editoriale per il giornale di partito, nei giorni concitati dell’insurrezione berlinese, dice sorprendentemente: “L’uomo affrettato da un’azione importante, che, negligentemente, calpesta un miserabile verme, commette un crimine”.
Pochi cenni, ma significativi, dove il concetto di socialismo sembra  allargarsi a quello di una socialità che trova il suo fondamento nella  capacità di compatire l’altro e nello spirito attivo e cooperativo che la compassione induce. Troviamo così i prodromi di una riflessione sul significato morale e cognitivo, sociale e politico, della compassione, che coinvolgerà molti esponenti della scena filosofica contemporanea, da Lévinas a Nussbaum, arrivando fino ai giorni nostri. D’altra parte, la preoccupazione di Rosa Luxemburg di preservare le libertà democratiche che l’autoritarismo bolscevico russo annullava, non conteneva forse la preoccupazione di creare le condizioni istituzionali e giuridiche che promuovessero le capacità di convivenza disinteressata e affettiva dei singoli individui e lo sradicamento della violenza permeante la struttura di classe della società capitalistica che la Luxemburg vedeva riproporsi drammaticamente, in forme nuove, nel socialismo realizzato dei bolscevichi? Se è così, suonano allora pertinenti le parole dell’epitaffio che le dedicò Bertolt Brecht, dopo il ritrovamento del suo corpo e la sepoltura: “Qui giace sepolta/ Rosa Luxemburg/ Un’ebrea polacca/ Che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi,/ Uccisa/ Dagli oppressori tedeschi. Oppressi,/ Seppellite la vostra discordia!” (Poesie e canzoni, Einaudi, Torino 1981, p. 182)
Prima del 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg pensava che Berlino potesse nasconderla. L’anno era appena iniziato e la rivoluzionaria marxista insieme al compagno di lotte Karl Liebknecht era riuscita a trasformare un’ondata di scioperi e proteste in una rivoluzione, la Spartakusaufstand, Rivolta spartachista. Ma quando il governo socialdemocratico di Friedrich Ebert diede ordine ai Freikorps di sedare i rivoltosi, non ci fu riparo o nascondiglio sicuro. Fu una soffiata a portare le milizie paramilitari di orientamento reazionario nell’appartamento sulla Mannheimer Strasse dove si erano rifugiati Rosa e Karl. Li condussero nel lussuoso Hotel Eden al cospetto del capitano Waldemar Pabst.

Pabst aveva sentito Rosa Luxemburg arringare ed era convinto che metterla a tacere avrebbe distrutto la più grande arma dei rivoluzionari. Perciò aveva già messo a punto uno squadrone della morte.

“Ella fu – e resta per noi – un’aquila. E non solo i comunisti in tutto il mondo onoreranno la sua memoria, ma la sua biografia e la sua opera completa serviranno come utili manuali per formare molte generazioni di comunisti in tutto il mondo”, scrisse il leader della Rivoluzione russa Vladimir Lenin. Parole preveggenti: a cento anni da quella morte brutale, Rosa Luxemburg è tuttora riconosciuta come una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista.

E dire che i rapporti tra Rosa Luxemburg e Lenin non erano stati dei migliori: la rivoluzionaria non credeva nell’idea di imporre “l’emancipazione” del proletariato dall’alto o dell’avanguardia del partito che guida le masse verso la Rivoluzione. E soprattutto aveva subito intuito che la strada intrapresa dai bolscevichi nel 1917 portava in sé il germe di pericolose involuzioni dittatoriali, benché avesse fatto della Rivoluzione il suo sogno e obiettivo.

La sua prima Rivoluzione era stata contro le circostanze. Era nata ebrea, donna e zoppa a Zamosc, nella Polonia controllata dall’Impero russo. Ma non lasciò che fosse questo a definirla. Iscritta al Proletariat polacco a 15 anni, volò in Svizzera prima di stabilirsi nel 1898 a Berlino per essere – credeva – al centro della lotta comunista.

Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, dopo anni di militanza nel Partito socialdemocratico, si schierò sul fronte pacifista e insieme a Liebknecht creò il Gruppo Internazionale, divenuto poi Lega Spartachista e infine nucleo del Partito Comunista tedesco.

Was will Spartakus?

Was will Spartakus?

Nel 1916 fu arrestata durante uno sciopero e condannata a due anni di prigione, ma continuava a scrivere e a incitare anche da dietro le sbarre. In una lettera dal carcere scrisse: “Restare un essere umano è la cosa più importante di tutte… Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita sulla grande bilancia del destino, ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola… Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e sarebbe ancora più bello se non vi fossero sulla terra dei vigliacchi e dei codardi”.

ROSAE ancora nel saggio La Rivoluzione Russa, molto critico nei confronti di Lenin e dei bolscevichi (tanto da essere pubblicato nella Germania Est solo nel 1974): “La libertà solo per i sostenitori del governo, solo per i membri di un partito – per quanto numerosi possano essere – non è libertà. La libertà è sempre libertà di chi pensa diversamente”

Fu rilasciata nel 1918. Ci erano voluti il crollo della monarchia e la sconfitta in una guerra orribile, ma a 55 anni dalla sua creazione l’Spd era finalmente salita al potere e non voleva che niente o nessuno glielo togliessero. Perciò quando nel gennaio 1919 Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt sfruttarono il caos seguito all’umiliazione tedesca per dare slancio alla seconda ondata della Rivoluzione berlinese, Ebert diede mano libera ai Freikorps perché sopprimessero le manifestazioni.

Chissà che cosa sarebbe successo se Rosa Luxemburg fosse sopravvissuta. Forse la storia avrebbe preso una piega diversa: forse l’Europa non avrebbe conosciuto il fascismo o il comunismo non sarebbe sfociato nella dittatura.

Victor Serge, il 10 gennaio 1923, ricordando la sua atroce morte, osservò: “Nel gennaio del 1919 la rivoluzione russa, pur trovandosi in pericolo mortale, ha saputo affrontare una reazione all’apice della sua forza espansiva e creatrice. L’Ungheria si incamminava verso il regime dei soviet. La marea rivoluzionaria cresceva in Italia. Negli Stati vittoriosi la smobilitazione non era stata ancora effettuata; i lavoratori in armi tornavano dalle trincee con la loro formidabile collera mal celata; la borghesia delle retrovie, impaurita e vile, indietreggiava dovunque di fronte a loro. La Germania operaia voleva realizzare il suo programma di socializzazione e seguire il grande esempio russo. Disponeva ancora di quattro teste di primo piano: Franz Mehring, erudito e intrepido pensatore, anima del gruppo Spartakus; Leo Tychko (Jogiches), il migliore degli organizzatori, il più abile dei cospiratori; Karl e Rosa. La Germania operaia poteva vincere”.

“La controrivoluzione borghese e socialista ha tagliato tre di quelle teste e il vecchio Franz Mehring è morto in quell’improvviso crepuscolo di sconfitta, buio e opprimente. La socialdemocrazia sapeva bene che una classe decapitata è vinta per metà. I suoi tagliagole hanno portato a termine l’opera di demoralizzazione iniziata con il tradimento. Se, invece di agire così, essa avesse assolto il suo compito socialista più elementare, quale avvenire si sarebbe aperto per la classe operaia di tutta l’Europa – dopo un’aspra lotta, certo – , un avvenire che i tempi cupi di oggi possono soltanto ritardare, differire. Pensiamoci, nel giorno di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg. Ricordiamoci di che cosa è capace il nemico. Il delitto del 15 gennaio 1919 racchiude un grande insegnamento storico” (Germania 1923: la mancata rivoluzione, Graphos, Genova 2003, pp. 226-227).

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

1. ROBERTO AL BIALBERO

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

Di Roberto Coaloa

L’intera famiglia imperiale russa – lo Zar Nicola II, la Zarina Alessandra, i cinque figli – fu sterminata dopo la mezzanotte del 16 luglio 1918, cento anni fa: il massacro dei Romanov avvenne tra le due e le tre di notte del 17 luglio 1918. Furono assassinati anche il medico, il dottor Botkin, tre persone di servizio e due cani, il bulldog della granduchessa Tatiana e il cagnolino Jemmy, mentre l’adorato King Charles spaniel dello Zarevič Alessio, Joy, scappò durante la strage e finì i suoi giorni a Windsor.

Perché accadde la strage a Ekaterinburg? Dal castello di Windsor, dove giacciono negli archivi le corrispondenze tuttora inedite tra la famiglia imperiale russa e quella inglese, emergono alcune verità. Ai Romanov fu più fatale l’amicizia con la corona di San Giacomo che la Rivoluzione russa. I bolscevichi ebbero il ruolo di semplici esecutori materiali dell’eccidio.

Nel 1917, infatti, Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, che in un primo momento era sembrato disponibile con i suoi uomini di fiducia a soccorrere lo Zar. Solo l’Imperatore Carlo d’Asburgo si preoccupò di Nicky e della sua famiglia, cercando di liberarli dalla prigionia costituendo un commando, formato principalmente da italiani di Trieste. Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere in Inghilterra il cugino Romanov (tra l’altro alleato contro il Reich del Kaiser), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione dello Zar.

Nel 2000 lo Zar Nicola II e la sua famiglia sono stati canonizzati. I resti dello Zar e della Zarina e le loro tre figlie ricevettero un funerale di stato prima di essere sepolti nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo il 17 luglio 1998, ottantesimo anniversario della strage. Gli ultimi riconoscimenti sono stati fatti nel 2007, ma il mistero sui Romanov continua ancora oggi: i presunti resti parziali degli scheletri di Alessio e Maria non hanno convinto la Chiesa.

I resti dello Zar Nicola II, inoltre, sono poi stati riesumati nel 2015 per prelevare campioni di DNA nell’ambito dell’indagine riaperta. Nel 2015, infatti, la Commissione d’inchiesta del ministero degli Interni ha riaperto il fascicolo per consentire alla Chiesa un’ultima verifica sull’identità della famiglia, verifica che è stata effettuata grazie al DNA di Nicola e Alessandra (temporaneamente riesumati), di Ella (sepolta a Gerusalemme), di Alessandro II (del quale è stata utilizzata la giacca macchiata di sangue custodita all’Ermitage) e di Alessandro III. Nell’ottobre 2016 il patriarca della Chiesa ortodossa ha dichiarato che i test saranno presto completati. Finora, i resti del principe ereditario Alessio e di sua sorella Maria non sono sepolti: sono conservati nell’archivio statale russo.

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