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ALLONS ENFANTS, I LIBRAI ITALIANI CONQUISTANO PARIGI

Parigi, la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie.

Parigi, la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie.

Parigi. Corrispondenza di Roberto Coaloa.

Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia.

Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

 

ALLONS ENFANTS, I LIBRAI ITALIANI CONQUISTANO PARIGI

Di Roberto Coaloa

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.  Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia. Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.
Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia.
Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

La bella Italia è «à la page» dai nostri cugini: «Ah! Monsieur. Je réve de l’Italie…». A Parigi si ama da sempre l’Italia, per la letteratura, il cinema (lì vive una grande diva, Claudia Cardinale, ammirata da tutti), la moda e la sua cucina. Ora, in particolare, a Parigi, grazie alla presenza di molti intellettuali italiani, la nostra cultura è protagonista! Mentre in Italia le librerie stanno tradendo la loro missione, cioè consigliare e vendere i libri e fare opera di diffusione della cultura e dell’incivilimento di un Paese (diventando, invece, sempre di più dispensatrici di «food»), in Francia le librerie, che vendono solo narrativa e poesia del Bel Paese, si moltiplicano per i tantissimi amateurs de belles lettres! Non è poco! Ormai a Milano, Roma o Torino non si può sfogliare un volume senza essere disturbati dal vociare insulso di giovani e vecchi ubriachi di spritz o birretta da “apericena”. Per non parlare delle biblioteche italiane: chi scrive non le ama più da quando sono diventate una specie di supermercato alla ricerca di clienti, di “numeri”, arruolando ragazzi analfabeti, che si baloccano alla ricerca di Wi-Fi… In Francia, invece, le librerie sono librerie e basta. Le biblioteche hanno ancora una piccola o grande sala per gli studiosi e non sono il regno del selvaggio bivacco di studenti sfaccendati.

A Parigi si vendono tantissimi libri italiani; accanto alle librerie storiche crescono quelle nuove, come «Marcovaldo», al numero 61 di rue Charlot, e «La Libreria», al numero 89 di rue du Faubourg Poissonnière. La più bella è la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie. Fortunato è nato a Lucca Sicula (Agrigento), ma per lui è stato un puro caso trovare quell’indirizzo (così, almeno, mi assicura lui, assai divertito). Soprattutto quell’indirizzo è una grande fortuna (e a lui, con quel nome, non poteva che essere così): «Rue du Roi de Sicilie – spiega il libraio – è una parallela della parte terminale della più nota e lunghissima Rue de Rivoli, che da Place de la Concorde costeggia i maestosi Jardin des Tuileries, il Museo del Louvre, l’Hôtel de Ville fino a Saint Paul dove comincia Rue Saint Antoine che la congiunge a Place de la Bastille. Dalla fermata della metro, a Saint Paul, alla libreria ci sono a piedi meno di due minuti. Da qui poi inizia una zona favolosa di Parigi, passeggiando sul trottoir, a poche centinaia di metri c’è Place des Vosges, la più antica piazza di Parigi, la vecchia “Piazza Reale”, dove ora nella casa abitata da Victor Hugo c’è un bellissimo museo a lui dedicato. Per la mia libreria, avere la fermata della metropolitana a due passi è stato fondamentale per la nostra attività. Abbiamo una clientela che si sposta, che gattona volentieri nel Marais, spostandosi da altri quartieri». Quasi tutti francesi, innamorati dell’Italia, aggiungo io, davvero poco interessati al loro Victor Hugo, ma che invece desiderano ardentemente Dante, Manzoni, Pirandello… Fortunato aggiunge: «In Francia non c’è una crisi del libro, come altrove. Gli amici librai francesi hanno un’associazione forte. Ci sono poi leggi e altri accorgimenti che ci tutelano. La mia libreria dà lavoro a due persone a tempo pieno e poi ci sono molti collaboratori». Chi scrive è un cliente fisso della Tour de Babel e ha assistito, centinaia di volte, alla scena della signora o del signore francese che ha letto un libro italiano tradotto nella sua lingua e ora, innamorato dell’autore, lo vuole leggere in originale: «C’est épetant Manzoni!». Spiega Tramuta: «La cultura italiana si esporta bene in Francia e per convincersene basta vedere i clamorosi risultati delle vendite di Elena Ferrante. A volte se il libro è tradotto in francese c’è l’effetto che il lettore lo chieda poi da leggere nell’originale. A volte, invece, è il caso di Goliarda Sapienza, c’è prima il successo francese del libro, che poi diventa un caso nella Penisola, com’è accaduto a L’arte della gioia». Tramuta, poi, mi spiega chi sono i migliori traduttori francesi. Non ha dubbi: per la poesia è Jean-Charles Vegliante (sua la traduzione per Gallimard di La Comédie. Poème Sacré di Dante Alighieri); per la narrativa è Jean-Paul Manganaro (che ha appena tradotto per Seuil L’affreuse embrouille de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda).

Una vetrina della Tour de Babel. Fotografia di Ernie Engadin.

Una vetrina della Tour de Babel. Fotografia di Ernie Engadin.

I libri italiani che vende di più Tramuta sono quelli di Erri De Luca, Italo Calvino e Antonio Tabucchi. Tra gli autori italiani che hanno scritto di Parigi, il libraio ne consiglia tre: Francesco Forlani, Parigi senza passare dal via; Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo; Andrea Inglese, Parigi è un desiderio. Alla Tour de Babel, però, non ci sono solo i libri. C’è anche una galleria, chiamata «Petite Galerie». La prima mostra fu di un amico di Tramuta, Mario Dondero. Ora ospita la mostra «Terres en formes»: le sculture della bravissima Fiammetta Lipparini. Inoltre, per gli appassionati di cinema, Tramuta ha sempre a disposizione tutti i film di Rossellini, Visconti, Fellini, Pasolini, Monicelli… Non c’è un titolo del grande cinema italiano che manchi alla Tour de Babel!

Altro luogo che offre a piene mani la cultura e l’arte del nostro Paese è l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, al numero 50 di rue de Varenne. A dirigerlo, da un anno, c’è Fabio Gambaro. L’Hôtel de Galliffet ospita una magnifica biblioteca dedicata a Italo Calvino, curata dall’ottimo Francesco Scaglione. Gambaro si è anche inventato (con Cristina Piovani e Evelyn Prawlo) il festival «Italianissimo», in questi giorni alla sua seconda edizione. Inutile dire che è un grandissimo successo!

I FISCHI ALLA SCALA. QUEL LOGGIONE IMPLACABILE E UN TANTINO INGENEROSO

Hibla Gerzmava, soprano, interpreta alla Scala il ruolo di Anna Bolena

Hibla Gerzmava, soprano, interpreta alla Scala il ruolo di Anna Bolena

Il commento di Roberto Coaloa su Anna Bolena alla Scala, in scena fino al 23 aprile 2017. Direttore Ion Marin.

Regia di Marie-Louise Bischofberger.

Scene di Erich Wonder.

Costumi di Kaspar Glarner.

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala.

Produzione Grand Théâtre de Bordeaux.

Cast

Anna Bolena:  Hibla Gerzmava (31 marzo, 4, 11, 14 aprile)

Federica Lombardi (8, 20, 23 aprile)

Jane Seymour: Sonia Ganassi

Smeton: Martina Belli

Lord Percy: Piero Pretti

Enrico: Carlo Colombara

Lord Rocheford: Mattia Denti

Sir Hervey : Giovanni Sala

 

Donizetti è ritornato à la page nei teatri italiani. A Napoli, al San Carlo, ha trionfato la Lucia di Lammermoor con Maria Grazia Schiavo (applausi anche per Saimir Pirgu e Claudio Sgura). A Roma, al Teatro dell’Opera, c’è stato il successo di Maria Stuarda con Marina Rebeka. A Milano, alla Scala, il loggione implacabile ha fischiato il direttore d’orchestra e la regia di Anna Bolena, salvando, però, l’ottima interprete della regina, Hibla Gerzmava. Il pubblico, a Milano, non ama le regie innovative, si sa. Ad ogni modo il Bel Paese si riappropria del geniale Donizetti, che si riconferma come eccezionale banco di prova di invenzione e difficoltà vocale.

 

I FISCHI ALLA SCALA. QUEL LOGGIONE IMPLACABILE E UN TANTINO INGENEROSO

Di Roberto Coaloa

Nostalgia della Callas a Milano? Nell'immagine Maria Callas nei panni di Anna Bolena nell'edizione scaligera dell'omonima opera di Donizetti. A partire dall'aprile 1957, Maria Callas recitò questa parte per due stagioni, complessivamente in dodici recite. La regia era affidata a Luchino Visconti.

Nostalgia della Callas a Milano? Nell’immagine Maria Callas nei panni di Anna Bolena nell’edizione scaligera dell’omonima opera di Donizetti. A partire dall’aprile 1957, Maria Callas recitò questa parte per due stagioni, complessivamente in dodici recite. La regia era affidata a Luchino Visconti.

Come d’abitudine il loggione della Scala non perdona! E doveva essere per forza così per la ripresa (e che ripresa!) dell’opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti (1797-1848). Proprio 60 anni fa, alla Scala, ci fu la leggendaria Anna Bolena diretta da Gavazzeni con Maria Callas nel ruolo di Anna. E dopo ben 35 anni di oblio (nel 1982 l’ultimo allestimento al Piermarini firmato Patanè-Visconti) non pareva vero al pubblico di Milano di ritrovare l’opera che consacrò trionfalmente Donizetti proprio alla Scala, nel 1830. Donizetti alla Scala è quindi un appuntamento che vale più di una Prima: appuntamento per melomani e fini intenditori. Questa volta gli ultrà della Scala, gli  “esagerati” del Loggione, hanno avuto ragione a fischiare, ma come al solito hanno esagerato. D’accordo: la regia di questo capolavoro di Donizetti è discutibile, qualche cantante (Carlo Colombara nella parte del basso Enrico VIII) non è stato all’altezza, il direttore d’orchestra, Ion Marin, che compirà 57 anni a luglio, è parso sin dall’inizio un po’ superficiale, già nella famosa ouverture dell’opera, una delle pagine più misteriose e nichiliste del grande compositore di Bergamo.

Tuttavia, cosa dire della regia? Quella presentata ieri sera alla Scala è una produzione del 2014 dell’ Opéra National de Bordeaux. Qualcosa che abbiamo già visto. Perché il pubblico della Scala ha bocciato lo spettacolo firmato dalla svizzera Marie-Louise Bischofberger?

Mitica: Leyla Gencer nel ruolo di Anna Bolena. Un cofanetto che racchiude altre opere di Donizetti in sei CD. Purtroppo la registrazione di Anna Bolena, con l'Orchestra e Coro della Rai di Milano, diretta da Gianandrea Gavazzeni, è monca della celebre ouverture.

Mitica: Leyla Gencer nel ruolo di Anna Bolena. Un cofanetto che racchiude altre opere di Donizetti in sei CD. Purtroppo la registrazione di Anna Bolena, con l’Orchestra e Coro della Rai di Milano, diretta da Gianandrea Gavazzeni, è monca della celebre ouverture.

Gli Snob di Milano! Chi scrive, stima la regista e ammira il senso musicale, la scuola mitteleuropea di Marin. Nell’aria, ieri alla Scala, c’era troppa tensione. A Roma, tra l’altro, sta trionfando, proprio in questo periodo, un’altra opera di Donizetti: Maria Stuarda. A Milano, ovviamente, si vuole superare la capitale. Ci vuole pazienza. Aspettiamo le prossime repliche. Siamo in presenza di uno dei migliori cast dei nostri giorni. Il pubblico della Scala, certo, è conservatore; ammira il passato e storce il naso per uno spettacolo che poggia su una scena fissa, con un enorme muro grigio, una grande crepa della forma di un quadrato appoggiato su uno dei vertici. Un po’ di luce, comunque, c’è stata per questa importante ripresa scaligera di Anna Bolena: applausi calorosi per Gerzmava (Anna Bolena) e Pretti (Percy).

Roberto Coaloa commenta Anna Bolena alla Scala sul quotidiano Libero, domenica 2 aprile 2017.

Roberto Coaloa commenta Anna Bolena alla Scala sul quotidiano Libero, domenica 2 aprile 2017.

VLADIMIR LENIN. IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c'è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l'intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d'ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua...

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c’è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l’intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d’ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua…

 

Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

Una nuova biografia su Lenin scritta da Victor Sebestyen mostra il leader comunista ossessionato dal ménage à trois con amante e moglie, descrivendo, fuori dalla leggenda, gli episodi più famosi della rivoluzione di cent’anni fa, resa possibile dall’aiuto del Kaiser tedesco e da molta fortuna.

IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Di Roberto Coaloa

"Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

“Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

A Zurigo, all’inizio del 1917, l’anno della Rivoluzione d’ottobre, mentre pacifisti e rivoluzionari trovavano rifugio dall’«inutile strage» nella Svizzera neutrale, Stefan Zweig incontrò diverse volte Lenin al Café Odeon, dove si radunavano i bolscevichi (pare che i menscevichi preferissero l’Adler). Zweig non restò impressionato dal leader russo e anni dopo si chiese: come mai «questo piccolo uomo caparbio, Lenin, diventò tanto importante?».

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, "Lenin", pubblicato da Rizzoli.

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, “Lenin”, pubblicato da Rizzoli.

A spiegarci il successo di Lenin e i suoi segreti è oggi Victor Sebestyen nel suo ampio e avvincente saggio Lenin, pubblicato da Rizzoli (pp. 562, € 25,00). Il leader russo aveva un’idea fissa: la Rivoluzione, ma nel farla ebbe fortuna e, dopo aver letto attentamente il volume di Sebestyen, che ci racconta molto del Lenin “borghese”, «innamorato», si intuisce che il principale leader della Rivoluzione fosse in realtà lo spietato Lev Trockij. Ma questa è un’altra storia… Il segreto di Lenin, per Sebestyen, fu l’essere “coccolato” e sostenuto dalle donne. Donne della Rivoluzione, ovviamente. Lenin fu anche un “mammone”: la madre Marija Aleksandrovna Blank lo sostenne economicamente fino a 46 anni, cioè fino a un anno prima della Rivoluzione, quando lei  morì a 81 anni.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Le donne della sua vita furono due rivoluzionarie, e in questo Lenin fu davvero un buon rivoluzionario per i suoi tempi, inaugurando lo stile novecentesco del  ménage à trois. La moglie, ovviamente, brutta, sembrava un’aringa. Nadja Krupskaja fu così definita dalla cognata, Anna, legata al fratello da un affetto un po’ tirannico ed esclusivo. E poi l’amante: Elisabeth Inès Armand. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei. Era nata l’8 maggio 1874, anche se nel corso degli anni sono state indicate altre date da lei, dalla sua famiglia o da compagni per confondere le autorità di polizia e dell’immigrazione in vari Paesi europei. Nacque a Parigi, ma ci visse poco, finché vi tornò in qualità di attivista bolscevica quando aveva circa trent’anni. Era una femminista convinta e appassionata, che ammirava Tolstoj. Inés si era sposata a diciotto anni in Russia con un signore francese, Armand, rampollo di una ricca famiglia che aveva fatto fortuna nel nuovo settore industriale. Inés, ben presto, lasciò la casa e i figli, e si dedicò completamente alla Rivoluzione. Il marito continuò a seguirla, ad aiutarla da lontano, pagando le cauzioni e le spese di processo in occasione dei suoi frequenti arresti. Fino a quando la vittoria dei bolscevichi gli fece perdere le fabbriche di famiglia. Lenin incontrò Inès a Parigi nel 1910. Non solo gli amici della vecchia guardia, ma anche la Krupskaja era al corrente del legame di Lenin con Inès. Lui stesso glielo aveva confessato, obbedendo ai principi dell’etica rivoluzionaria, e i due coniugi avevano discusso il problema con franchezza e serenità. Lei, Nadezda, aveva subito proposto al marito di andarsene, per lasciarlo libero di dedicarsi all’amante. Ma Lenin le aveva chiesto di restare: malgrado l’amore per l’ardente francesina, era troppo importante – e rassicurante – per lui quel cantuccio di domestica calma che la moglie aveva saputo costruirgli intorno, con materna abnegazione.

Sebestyen poi ci racconta alcuni episodi entrati nella leggenda rivoluzionaria, come l’arrivo di Lenin dopo l’esilio nella capitale russa, Pietrogrado, già scossa dalla prima Rivoluzione di febbraio, e, soprattutto, la presa del Palazzo d’Inverno, che sembra un’avventura fantozziana e non certo l’eroica impresa descritta cinematograficamente, qualche anno dopo, da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sine ira et studio, questi due episodi, raccontati da Sebestyen, sono fuori da ogni grandezza, anzi: provocano una grande risata per la loro comicità. Per entrare in Russia, Lenin aveva tre scelte: in aereo (troppo pericoloso nel 1917 per la distanza), fingendosi svedese e sordomuto o travestito da bibliotecario. Il viaggio, infine, si fece con il leggendario vagone piombato (in realtà, fuori dalla leggenda, un vagone speciale e niente affatto piombato), pagato, però, dal Kaiser Guglielmo II, che, con quella inaudita collaborazione con il rivoluzionario russo, riuscì a fermare la guerra sul fronte orientale, a far scoppiare la Rivoluzione d’ottobre, facendo poi la pace con il trattato di Brest-Litovsk, cioè la resa e l’uscita della Russia dalla Prima guerra mondiale. Per questo motivo Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

P.S. L’articolo è stato ripreso anche da questi siti:

https://www.pressreader.com/italy/libero/20170324/282106341466845

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/triangolo-rivoluzione-libro-racconta-vladimir-lenin-piccolo-144295.htm

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS DI LONDRA CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919). Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919).
Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

 

La visita a Londra di un appassionato d’arte e di storia. Un commento alla mostra Revolution.

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Di Roberto Coaloa

"Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

“Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra-evento, “Revolution: Russian Art 1917-1932”, è la Royal Academy of Arts di Londra. La mostra, inaugurata sabato 11 febbraio, ha segnato l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale russa, Pietrogrado, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello zar, il 7 novembre per il nostro calendario) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò il comunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con un appassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titolo We cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime. Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia dell’umanità». In effetti, la mostra è caratterizzata dallo sbandieramento di gonfaloni rossi. Tuttavia, il taglio dei curatori non mira alla celebrazione del comunismo, ma a una chiara definizione dei rapporti che ebbero le avanguardie russe e il realismo socialista dal 1917 al 1932 col potere politico.

La mostra è aperta fino al 17 aprile e vale la pena, soltanto per alcune importanti opere presenti alla Royal Academy (tra le quali quelle di Kandinskij, Malevič, Chagall e Rodčenko), fare un viaggio a Londra. L’ingresso alla mostra costa 18 sterline, il catalogo 40 sterline ed è edito dalla Royal Academy. La mostra è curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray. Tra le opere di propaganda esposte a Londra, le più rilevanti sono «Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij e «Il bolscevico» di Boris Kustodiev.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

Il primo è un manifesto geniale dal punto di vista visivo: un affilato triangolo rosso è diretto contro una massa bianca, come un paletto contro il cuore di un vampiro: è un’immagine di supporto per i bolscevichi che hanno preso il potere. La seconda opera, dalla Galleria Tret’jakov, rappresenta l’uomo nuovo: il bolscevico. Soprattutto descrive il desiderio, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, di combattere la cosiddetta pittura da cavalletto.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

Tra le curiosità della mostra un’opera di Kliment Red’ko, «Insurrezione», sempre dalla Galleria Tret’jakov, in cui Lenin appare attorniato dalla folla e dai suoi apostoli, tra i quali Trockij. Ovviamente fu sequestrata sotto Stalin e riapparve solo nel 1980. Di Isaak Israilevič Brodskij, il più rilevante seguace del realismo socialista, ci sono i famosi ritratti dei leader comunisti: «Lenin allo Smol’ny», dove il rivoluzionario è intento a scrivere con dei fogli appoggiati sulla gamba, un altro potente ritratto di Lenin, con alle spalle la bandiera rossa e la folla, e Stalin, nel 1928. All’opera figurativa di Kuzma Petrov-Vodkin c’è un’intera sezione della mostra londinese, dove stupiscono la «Fantasia» del 1920 e il contestato ritratto di Lenin nella bara. Inoltre, trovano spazio le fabbriche tessili di Dejneka, le fotografie di Arkadij Šajchet, i film sperimentali di David Abelevič Kaufman, noto come Dziga Vertov, e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sorge anche la ricostruzione di un esemplare, di abitazione sovietica, austera e funzionale, la Kommunalka, e il meraviglioso «Letatlin» dell’architetto Vladimir Evgrafovič Tatlin.

La mostra di Londra appare eccezionale per qualità di pezzi esposti, eppure mancano alcune cose. Da una parte, come ha già notato il critico Jones, la mostra omette la spietata brutalità del comunismo sovietico. Dall’altra, lo notiamo con un certo stupore, Revolution elude la grande colpa del nonno di The Queen. Re Giorgio V, infatti, non salvò i Romanov.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Nel 1917 Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, ma il re inglese non fece nulla e l’intera famiglia imperiale russa fu sterminata nel 1918. Pavel Nikolaevič Miljukov, ministro degli esteri del governo provvisorio, aveva inutilmente supplicato il governo inglese di offrire un aiuto alla famiglia imperiale russa, un asilo politico: «C’est la dernière chance – scrisse Miljukov – de sauver la liberté et peut-être la vie de ces malheureux». Il governo britannico attese, Giorgio V sottovalutò il problema, mentre uno scarno comunicato del Foreign Office domandava al governo provvisorio russo «de choisir une autre résidence pour Leur Majestés impériales».

Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere il cugino Romanov (tra l’altro alleato della Gran Bretagna contro il Reich del Kaiser Guglielmo II), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione della famiglia imperiale, che, “imprigionata” dai bolscevichi in un primo tempo nella sfarzosa reggia di Carskoe Selo, fu trasferita a Tobolsk in Siberia e poi a Ekaterimburg, aldilà degli Urali, il 26 aprile 1918, e segregata nella casa Ipatiev. Il 16 luglio 1918, a mezzanotte, l’intera famiglia imperiale fu massacrata. La notizia non arrivò subito a Giorgio V, ma quando si seppe quell’atrocità, nel 1921, il re britannico non esitò a salvare la vita all’ex “nemico”, l’imperatore d’Austria Carlo d’Asburgo, anche lui minacciato dai venti rivoluzionari.

Il costo delle vite umane della Rivoluzione e degli anni immediatamente successivi fu immenso: milioni di morti. La Russia, negli anni successivi la Rivoluzione, perse anche una grossa parte dei suoi uomini migliori: esiliati per forza o per propria volontà. Se ne andarono dalla Russia sovietica autentici geni, come, ad esempio, Evgraf Petrovič Kovalevskij e suo figlio Pierre, emigrarono artisti come Andrej Jakovlevič Beloborodov e Grigorij Ivanovič Šil’tjan. Molti scelsero l’Italia, come la figlia primogenita di Lev Tolstoj, e tanti aristocratici e intellettuali. A Sanremo si trasferì Aleksandr S. Botkin, fratello di Evgenij, medico personale dello zar Nicola II, fucilato a Ekaterimburg con la famiglia imperiale. La Rivoluzione creò un nuovo Stato totalitario e le conseguenze più nefaste le subirono immediatamente i paesi “satelliti” del moderno Impero sovietico, come Georgia e Armenia, segnati da terrore rosso, pogrom antiebraici, carestia, freddo e malattie. Paese delle «pietre urlanti», ad esempio, è la definizione coniata dal poeta russo Osip Mandel’stam per l’Armenia.

Epilogo: Londra, non dimentichiamolo, è storica terra di rivoluzionari. Al Cimitero di Highgate c’è la tomba di Marx. A Percy Circus c’è la casa di Lenin…

SHAKESPEARE UN MOSAICO RAFFAZZONATO

Roberto Coaloa fotografato a Parigi, tra i suoi ultimi volumi dedicati a Tolstoj, nella libreria italiana "Tour de Babel" al numero 10 di "Rue du Roi de Sicile" nel Marais. Martedì 31 gennaio 2017 dal fotografo Ernie Engadin.

Roberto Coaloa fotografato a Parigi, tra i suoi ultimi volumi dedicati a Tolstoj, nella libreria italiana “Tour de Babel” al numero 10 di “Rue du Roi de Sicile” nel Marais. Martedì 31 gennaio 2017 dal fotografo Ernie Engadin.

Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio sul drammaturgo inglese in un saggio dell’inizio del Novecento sulla rivista “La parola russa”. La critica viene recuperata dallo studioso Roberto Coaloa che la pubblica con una sua introduzione.

Dal quotidiano Messaggero, martedì 31 gennaio 2017.

 

SHAKESPEARE UN MOSAICO RAFFAZZONATO

Di Annarosa Mattei

Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio sul drammaturgo inglese in un saggio dell’inizio del Novecento sulla rivista “La parola russa”. La critica viene recuperata dallo studioso Roberto Coaloa che la pubblica con una sua introduzione. Recensione di Annarosa Mattei dal quotidiano Messaggero, martedì 31 gennaio 2017.

Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio sul drammaturgo inglese in un saggio dell’inizio del Novecento sulla rivista “La parola russa”. La critica viene recuperata dallo studioso Roberto Coaloa che la pubblica con una sua introduzione. Recensione di Annarosa Mattei dal quotidiano Messaggero, martedì 31 gennaio 2017.

“Ricordo lo stupore che avvertii alla prima lettura di Shakespeare. Mi aspettavo di provare un forte gradimento estetico, ma leggendo una dopo l’altra le sue opere annoverate tra le migliori, Re Lear, Romeo e Giulietta, Amleto e Macbeth, io non solo non provavo soddisfazione, ma, al contrario, sentivo irresistibile ostilità, tedio e imbarazzo.” Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio in un saggio intitolato Su Shakespeare e il dramma, pubblicato nel 1906 sulla rivista «La parola russa», tradotto subito in inglese (On Shakespeare. A critical Essay on Shakespeare), poi in francese e in tedesco. Comparso in Italia tra il ’60 e il ’64 e ormai introvabile, lo propone ora in una nuova traduzione, tratta dall’edizione russa delle opere complete, lo studioso Roberto Coaloa, che in un’ampia introduzione ne ricostruisce la genesi e l’accoglienza critica. Tolstoj, nel 1894, nella tenuta di Jasnaja Poljana, aveva ricevuto lo scrittore  americano Ernest Howard Crosby, sostenitore e divulgatore delle sue idee sociali, e, pur giudicandolo proprio un “americano” per educazione e temperamento, una “persona per bene, non stupida, ma superficiale”, aveva mantenuto con lui un contatto epistolare. Quando, nel 1903, Crosby gli fa recapitare un suo saggio, intitolato Shakespeare’s attitude toward the Working class, Tolstoj ne è colpito e decide di scriverne una prefazione che man mano diventa un libro. Un vero pamphlet, più scandaloso dei precedenti scritti, per dimostrare che l’arte e il gusto sono controllati da una minoranza capace di sfruttare le mode del momento, che classici, come Beethoven, Raffaello, Dante, lo stesso Shakespeare, hanno fama immeritata grazie a un’accumulazione di giudizi, di “suggestioni epidemiche che la gente ha sempre subito e sempre subisce”. Tolstoj, che non aveva mai smesso di amare e odiare il “talento drammatico” di Shakespeare, dopo aver letto il saggio di Crosby, rilegge tutte le sue opere dimostrando che “non hanno assolutamente nulla in comune con l’arte e la poesia”, che sono “artificiosamente incollate, come un mosaico di pezzetti e raffazzonate a casaccio”, che la maestria dell’autore consiste nello sviluppare le scene senza badare alla credibilità e alla misura, concludendo che lui, Tolstoj, vuole  “salvare la gente dalla necessità di fingere di amare questa roba”. A riprova del suo giudizio analizza soprattutto Re Lear valutandola “opera molto scadente e buttata giù alla rinfusa, la quale anche se poteva essere per qualcuno interessante, in un certo pubblico a quell’epoca, oggi per noi non può suscitare alcuna impressione ma disgusto e noia”. Ne critica la trama, il linguaggio artificioso, l’assenza di significato e di verosimiglianza nelle parole e negli atti del vecchio re, trova le situazioni e i caratteri non conformi ai tempi e ai luoghi, trame e personaggi non originali e tratti da altre storie. Tolstoj aveva già riflettuto sull’arte, soprattutto sul ruolo della musica, che amava e praticava molto anche in casa, suscitando enorme scalpore con le sue idee radicali. In Che cos’è l’arte?, in Sonata a Kreutzer, come nel saggio su Shakespeare, Tolstoj afferma che l’arte è autentica solo se ha una finalità etica, se è volta alla comunità e sa destare in essa “un contagio di sentimenti” “necessario alla vita e al progresso verso il bene”.  Se la qualità di un’opera si misura dalla bellezza di forme, contenuti, linguaggi, sincerità d’intenti, i drammi di Shakespeare, carichi “di orrori, di buffonerie, di ragionamenti a effetto”, sono, a parer suo, inutile intrattenimento, spettacolo adatto “allo spirito irreligioso e immoralistico diffuso nella gente d’alto ceto”. Paradossale giudizio critico, secondo Coaloa, che nel vecchio Tolstoj ottantaduenne, in fuga da Jasnaja Poljana, da sé e dalla sua morte, ritiene, con qualche fondamento, di riconoscere proprio il tragico personaggio di re Lear.

Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, a cura di Roberto Coaloa, Libreria Utopia Editrice, Milano, pag. 144, €. 17

Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, a cura di Roberto Coaloa, Libreria Utopia Editrice, Milano, pag. 144, €. 17

 

LEV TOLSTOJ, “SU SHAKESPEARE E IL DRAMMA”. A CURA DI ROBERTO COALOA

Roberto Coaloa (a cura di), Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, Milano, Libreria Utopia Editrice, pagg. 144, € 17,00.

Roberto Coaloa (a cura di), Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, Milano, Libreria Utopia Editrice, pagg. 144, € 17,00.

 

#400Shakespeare #Tolstoj

Ospitiamo un intervento di Debora Vitulano, studentessa di Civiltà e Lingue straniere moderne all’Università degli studi di Parma, sulla presentazione del volume di Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma a Milano.

LEV TOLSTOJ, SU SHAKESPEARE E IL DRAMMA. A CURA DI ROBERTO COALOA. PRESENTAZIONE CON IL CURATORE, MARGHERITA CREPAX, SILVIA PIETTA E LUCIO MORAWETZ ALLA LIBRERIA UTOPIA DI MILANO

Di Debora Vitulano

Domenica 20 novembre 2016 alla Libreria Utopia di Milano (via Marsala 2) è stato presentato il saggio critico di Lev Tolstoj Su Shakespeare e il dramma, tradotto e curato da Roberto Coaloa, edito da Libreria Utopia Editrice.

Era dal 1964 che l’opera non appariva tradotta in Italia. Due furono, infatti, le precedenti edizioni italiane: la prima del 1960 a cura di Vittorio Beonio Brocchieri e la seconda del 1964 a cura di Lubomir Radoyce. Entrambe risultano, però, costellate d’inesattezze, come rileva Coaloa nell’introduzione al volume. La sua traduzione è, invece, il frutto di un attento lavoro sul testo originale, contenuto nell’edizione russa delle Opere complete in novanta volumi, e di ricerche condotte nella casa museo di Tolstoj a Mosca e nella biblioteca di Jasnaja Poljana. Ricerche che hanno evidenziato come Tolstoj avesse letto Shakespeare per tutta la vita, essendone influenzato, confrontandosi con lui e arrivando, nel 1906, a stroncarlo con questo saggio critico, uscito per la prima volta sulla rivista La parola russa (Novoe Russkoe Slovo) con il titolo О Шекспире и о драме (критический очерк) (O Šekspire i o drame (kritičeskij očerk)).

Milano. Libreria Utopia. Domenica 20 novembre 2016. Roberto Coaloa e Margherita Crepax.

Milano. Libreria Utopia. Domenica 20 novembre 2016. Roberto Coaloa e Margherita Crepax.

Perché Tolstoj non amava Shakespeare? Che cosa lo indispettiva tanto del drammaturgo inglese, molto osannato, per giunta, in Russia? È quanto ha spiegato, davanti ad un numeroso pubblico, il curatore Roberto Coaloa alla presentazione del saggio di Tolstoj. Con lui sono intervenuti l’editore Lucio Morawetz, l’attrice shakespeariana Silvia Pietta e la slavista Margherita Crepax, traduttrice, tra le altre cose, de Il Maestro e Margherita di Bulgakov per Feltrinelli, che ha molto apprezzato la puntualità del lavoro di Coaloa, definendolo “Толстовед” (Tolstoved), un autentico studioso di Tolstoj.

"King Lear Weeping over the Dead Body of Cordelia", un enorme dipinto eseguito da James Barry tra il 1786-87. Olio su tela per la Boydell Gallery (ora Londra, Tate).

“King Lear Weeping over the Dead Body of Cordelia”, un enorme dipinto eseguito da James Barry tra il 1786-87. Olio su tela per la Boydell Gallery (ora Londra, Tate).

All’inizio del Novecento il mito di Shakespeare subì una radicale demitizzazione. Da una parte la desacralizzazione operata da Tolstoj, dall’altra la sottile ironia di George Bernard Shaw, tra i primi nel mondo britannico ad applaudire il saggio critico dello scrittore russo. In realtà, quando Tolstoj uscì con questo nuovo lavoro, si levarono numerose critiche. A molti il saggio su Shakespeare appariva come un’imbarazzante caduta di stile dell’autore di Guerra e pace. Per questa ragione, Coaloa ha ricordato, tra le altre, la critica di George Orwell, il quale affermava che Tolstoj non poteva soffrire Shakespeare e forse gli serbava rancore per aver prefigurato in Re Lear quello che sarà il fallimento della sua vita familiare.

Coaloa, contrariamente a Orwell e all’opinione più diffusa, sostiene che l’intervento di Tolstoj su Shakespeare sia di grande valore, non tanto dal punto di vista della critica, ma perché interpella ancora il lettore moderno su un problema decisivo dell’arte: in che maniera si crea un certo canone del gusto e perché piacciono autori universalmente considerati geni e le loro opere, senza discuterne il reale valore di capolavoro.

E proprio in questo senso che Shaw apprezza il lavoro critico, apparentemente strambo, del più grande scrittore allora vivente. Shaw, infatti, si ribella alle sciocche sovrastrutture del mito attorno al Bardo: «Stiamo facendo un feticcio del nostro Cigno. Era la più grande intelligenza che avessimo mai prodotto, ma proprio la tendenza a considerarlo superiore alla stessa critica è controproducente… Adorarlo come un semidio infallibile è falsa ammirazione».

L'attrice Silvia Pietta

L’attrice Silvia Pietta

Inoltre, Coaloa nota che non è vero che Tolstoj avesse un’imperfetta conoscenza dell’inglese (molti critici, infatti, hanno paragonato Tolstoj a Voltaire, cui nuoceva nel giudizio la scarsa competenza dell’inglese). Tolstoj a settantacinque anni rilegge tutto Shakespeare e cerca di comprenderlo addirittura in varie lingue, passando dall’inglese al tedesco, al francese. Il problema, come tra l’altro notò il già citato Shaw, era che non esisteva ancora una seria critica filologica sui testi del drammaturgo inglese, cosa, invece, che sarà ampiamente fatta nel corso del Novecento. L’importanza di Su Shakespeare e il dramma è, dunque, da ricercare nell’inaugurazione, finalmente, di un’attenta analisi delle opere del Bardo. Come ha notato l’attrice Silvia Pietta durante il reading, solo recentemente è stata rimossa, perché ritenuta spuria, la prima parte di Re Lear, presente, invece, nell’edizione letta da Tolstoj e da lui a ragione criticata.

Per Tolstoj, anch’egli autore di teatro, Shakespeare «non aveva niente da dire». Egli ritiene che quello del Bardo fosse, semplicemente, un teatro d’intrattenimento, fatto di retorica, contrasti e parallelismi tipici dell’arte scenica elisabettiana, che per lui non sono altro che fonte di “отвращение, скучу и недоумение” (otrvrascienie, skuču i nedoumenie), “repulsione, tedio e imbarazzo”. Ed è proprio sull’azione e sulle parole e non su un’etica che Shakespeare avrebbe costruito i suoi personaggi, cui risulta, quindi, impossibile attribuire dei caratteri ben definiti. Scrive, infatti, Tolstoj: «Anche quei personaggi che nei suoi drammi si distinguono come caratteri, altro non sono che caratteri imprestati da opere precedenti, le quali sono servite a lui per la base del dramma. I personaggi sono rappresentati per lo più non già con il metodo drammatico, consistente nell’obbligare ogni personaggio a parlare con un linguaggio proprio, bensì con il metodo epico, facendo descrivere ad alcuni di loro le qualità di altri». E prende in esame Amleto, figura che ebbe grande fortuna in Russia dalla metà del Settecento, ma alle cui azioni e ai cui discorsi Tolstoj non riesce proprio a trovare una giustificazione.

Inoltre, nel teatro shakespeariano è assente l’etica. In Re Lear, ad esempio, quanto ci potrebbe essere di commovente, come la scena di Lear con la figlia, sarebbe poi vanificato dall’assenza di un significato profondo. Che cosa ha spinto, allora, intere generazioni di lettori e spettatori a elogiare Shakespeare proprio per la sua profondità? Secondo Tolstoj, la moda. Shakespeare è un grande perché così dicono tutti. Lo dicevano i romantici. Lo diceva Goethe. E per questo lo dice ogni nobile russo. Le critiche al Bardo diventano, dunque, anche un attacco alle classi agiate del suo tempo, come nota nell’introduzione Coaloa, rappresentati in Anna Karenina da Karenin, il marito della protagonista, di cui Tolstoj scrive: «Anna sapeva che in politica, filosofia e teologia il marito si concedeva dubbi e lunghe ricerche, mentre in materia d’arte e di poesia – e soprattutto di musica, che proprio non capiva – aveva opinioni saldissime e perfettamente definite. Amava parlare di Shakespeare, Raffaello e Beethoven e del ruolo delle nuove scuole di poesia e musica, che sapeva elencare in nitidissima successione». Coaloa osserva: «A questo trio di sciagurati Tolstoj aggiunge più tardi Dante. Le ragioni di questo atteggiamento sono da ricercare nell’idea che Tolstoj ha dell’arte. Ritornando al povero Karenin, con le sue orecchie che non piacevano alla moglie, Tolstoj prende di mira e denuncia una classe sociale, quella dei ricchi, per i quali sapere un po’ di Shakespeare, Dante, Raffaello e Beethoven è una condizione necessaria per passare, nella loro ristretta cerchia di amici, per persone colte».

Tolstoj afferma che il culto di Shakespeare non è altro che il frutto di un’infatuazione generale immeritata, poiché il poeta di Stratford non era un artista e le sue opere non sono opere d’arte. Tolstoj si propone, quindi, di dimostrare che la fama acquistata e conservata da Shakespeare nel corso dei secoli deriva da una suggestione dannosa: «La suggestione costituisce sempre una menzogna, e ogni menzogna costituisce un male». Le ragioni esposte da Tolstoj per il suo giudizio di condanna sono differenti e vanno dalla mancanza di equilibrio estetico all’assenza di preoccupazioni morali e sociali, senza le quali l’opera d’arte scade al livello di puro divertimento.

Il saggio Su Shakespeare e il dramma non è, dunque, una semplice stroncatura del drammaturgo inglese, ma un pamphlet in cui Tolstoj riflette sull’arte, sul suo ruolo nella società contemporanea e sulla figura dell’artista. Per Tolstoj l’arte non deve mai essere fine a se stessa, né pura fonte d’intrattenimento, ma deve sempre essere subordinata a una superiore finalità etica e quindi al servizio dell’uomo. Già nel 1897, in Che cos’è l’arte?, egli scriveva: «L’arte non è, come dicono i metafisici, la manifestazione di qualche idea misteriosa, della bellezza o di Dio; non è, come dicono i fisiologi, un giuoco in cui l’uomo sfoga le superflue energie accumulate; non è la produzione di opere gradevoli; e, ciò che più importa, non è godimento; ma è un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini accumunandone le sensazioni, ed è necessario alla vita e al progresso verso il bene del singolo uomo e dell’umanità». E questo, secondo lo scrittore russo, non è ciò che fa Shakespeare. Ne deriva che la sua fama non sarebbe da imputare all’effettiva qualità del suo lavoro, quanto piuttosto a un’accumulazione di giudizi sproporzionati: «L’evidente esagerazione di questi giudizi dimostra in modo più convincente di ogni altra cosa che tale valutazione è la conseguenza non di un sano ragionamento, ma di un’allucinazione. Quanto più insignificante, più basso, più vuoto è il fenomeno, purché esso sia divenuto oggetto di suggestione, tanto più gli si attribuisce un significato sovrannaturale, esagerato. Il papa non è semplicemente santo, ma è santissimo, e così via. Shakespeare non è solo un buon scrittore, ma un grandissimo genio, l’eterno maestro dell’umanità». E, in una società in cui una minoranza controlla i gusti di una maggioranza, seguendo prettamente le mode, tali giudizi vengono presi per un dato di fatto e ripetuti senza alcun vaglio critico. Gli elogi riservati al drammaturgo inglese sarebbero, quindi, solo il frutto di una suggestione e non stupisce che tali lodi siano sgradite a un intellettuale come Tolstoj, che fece della verità la sua bandiera.

Roberto Coaloa (a cura di), Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, Milano, Libreria Utopia Editrice, pagg. 144, € 17,00.

A PROPOSITO DI ŠENTALINSKIJ E BULGAKOV

Parma. Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi. 28 ottobre 2016. Lo scrittore e poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij con Luciana Vagge Saccorotti e Maria Candida Ghidini.

Parma. Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi. 28 ottobre 2016. Lo scrittore e poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij con Luciana Vagge Saccorotti e Maria Candida Ghidini.

Abbiamo visto come la studiosa italiana Luciana Vagge Saccorotti ha messo in luce il lavoro dello scrittore e poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, che ha recuperato gli scritti di Michail Bulgakov negli archivi di Mosca.

Ora ospitiamo un intervento di Debora Vitulano, studentessa di Civiltà e Lingue straniere moderne all’Università degli studi di Parma, sul tour italiano di Šentalinskij, che ha illustrato in una serie di incontri aperti al pubblico i risultati delle sue ricerche.

A PROPOSITO DI ŠENTALINSKIJ E BULGAKOV

Di Debora Vitulano

Giovedì 13 ottobre, nel plesso di Lingue e letterature straniere dell’Università degli Studi di Parma, lo scrittore, giornalista e poeta russo Vitalij Šentalinskij ha tenuto una conferenza sulla sua opera di recupero e pubblicazione dei manoscritti contenuti negli archivi della Lubjanka, sede dei servizi segreti sovietici prima e russi poi a Mosca. Ad organizzare l’incontro, aperto non solo a noi russisti ma anche a semplici curiosi, la professoressa di letteratura russa Maria Candida Ghidini, con la dottoressa Giulia De Florio a tradurre Šentalinskij.

Sono state due ore dense e toccanti, durante le quali lo scrittore settantasettenne ha ripercorso in maniera appassionata la sua avventura alla Lubjanka, dalla prima volta che vi mise piede, alla fine del 1988, fino alla pubblicazione dei frutti del suo lavoro, prima in Francia e poi in Russia: La Parole ressuscitée. Dans les archives littéraires du K.G.B. (Parigi, 1993) – Рабы свободы (Mosca, 1995) e Les surprises de la Loubianka. Nouvelles découvertes dans les archives littéraires du K.G.B. (Parigi, 1996) – Донос на Сократа (Mosca, 2001); in Italia I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB, edito da Garzanti nel 1994. Quello di Šentalinskij è stato un titanico lavoro filologico, che ha ridato alla luce i fascicoli degli arresti e degli interrogatori subiti da poeti, scrittori e intellettuali a partire dagli anni Trenta, quando intere classi sociali divennero bersaglio delle persecuzioni del regime stalinista, le loro confessioni, i romanzi, i racconti secretati, bozze, manoscritti e fotografie che non lasciano dubbi sui metodi utilizzati dai čekisti. Čeka è una delle tante sigle che definì i servizi segreti sovietici. ČEKA, VCK, GPU, OGPU, NKDV, MGB, MVD, KGB. Allineate così producono un suono di mitraglia, osserva Šentalinskij. Una mitraglia che ha continuato a mietere vittime per anni e anni: è stato stimato che quasi tremila scrittori siano stati arrestati e che più della metà sia morta in lager. Non stupisce, dunque, che Vitalij definisca la Lubjanka “кровавая кухня” (“fucina insanguinata”) e “грабница исторической памяти России” (“tomba della memoria storica russa”). E fu proprio la memoria a spingerlo sul suo cammino. “Без памяти нет создании, а без создании нет человека” (“senza memoria non esistono radici e senza radici non esiste l’essere umano”), spiega Šentalinskij. Negli anni Ottanta, in pieno clima di perestrojka, la Russia stava cambiando e sentiva la necessità di ricostruire la propria storia come mezzo per riappropriarsi della propria identità, poiché fino ad allora aveva vissuto solo a metà. Quella sovietica era stata una società con coscienze scisse: “Одно говоришь, другое думаешь, а третие делаешь” (“dici una cosa, ne pensi un’altra e ne fai una terza). A muovere lo scrittore fu poi anche la volontà di rendere giustizia a quella letteratura che ha da sempre rappresentato in Russia un secondo potere accanto a quello politico, un parlamento quando di un parlamento reale non c’era ancora traccia, e che è la più grande ricchezza esportata all’estero. Egli ritiene che il grande successo della letteratura russa derivi dal suo essere non soltanto una forma d’arte, ma anche una via di salvezza per l’uomo, prendendo su di sé tutti i colpi che la vita gli infligge. Ed è forse per questo che gli scrittori russi non hanno mai esitato a sacrificarle le proprie vite e ciò da ben prima di Stalin, del KGB e della Lubjanka (si pensi, per esempio, a Puškin). Šentalinskij ricorda che una giornalista russa una volta gli disse: “Россия-это страна, которая убивает своих поэтов, но которая рождает людей готовых умерать для своиx стихов” (“la Russia è quel paese che uccide i suoi poeti, ma che fa nascere persone pronte a morire per i propri versi”). Ed è proprio a queste persone che egli ha dedicato il suo lavoro, perché se restituire loro la vita di cui sono stati privati è cosa impossibile, garantirne la sopravvivenza nella memoria e soprattutto nell’arte è un dovere.

Del suo primo giorno alla Lubjanka Šentalinskij ricorda tutto perfettamente. All’ingresso c’era ad attenderlo un čekista, che gli fece notare come lui fosse il primo scrittore ad entrare volontariamente in quel luogo. Una volta nell’archivio, poi, gli domandò: “Где Bас посадить?” (“Dove la faccio sedere?”, ma in russo il verbo посадить ha come primo significato “arrestare”). Che il gioco di parole fosse voluto o meno, a Vitalij pare ancora di sentire un brivido corrergli lungo la schiena. Quello stesso čekista sarebbe rimasto con lui per tutta la durata delle sue ricerche, che si svolsero anche alla presenza di un procuratore e i cui risultati venivano pubblicati in itinere sulla rivista “Ogonjok”. Mentre parla, lo scrittore fa passare davanti ai nostri occhi verbali degli interrogatori, condanne, dichiarazioni, manoscritti e fotografie degli arrestati prima e durante la loro permanenza alla Lubjanka. I volti tumefatti e gli occhi vacui di grandi del panorama intellettuale sovietico, come il filosofo, matematico e presbitero Pavel Aleksandrovič Florenskij e il regista Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d, sono angoscianti. Ma non mancano neanche le sorprese. Con stupore degli stessi addetti ai lavori, negli archivi furono ritrovati anche manoscritti  di Lev Tolstoj, che morì prima ancora della nascita dell’Urss, nel 1910, ed un carteggio tra lo scrittore ed un insegnante. Nel caos infuriante in seguito alla rivoluzione del 1905, quest’ultimo gli chiedeva: “Как жить дальше?” (“Come andare avanti a vivere?”). La risposta di Tolstoj fu: “Чтобы делать лучшей жизнь не переделайте других, а себя” (“per rendere migliore la vita non cerchi di cambiare gli altri, ma se stesso”). Alla rivoluzione propugnata da Lenin l’autore di Guerra e pace contrapponeva l’evoluzione, ma il giovane insegnante non gli diede ascolto: si unì ai rivoluzionari, fu arrestato e giustiziato. Inestimabile è poi la poesia Non ci sentiamo il paese sotto i piedi di Osip Mandel’štam, scritta di suo pugno in sede di interrogatorio. Questi versi costituivano un forte attacco a Stalin, al punto da costargli l’arresto. Una volta alla Lubjanka, un ufficiale iniziò a recitarglieli, chiedendogli se fossero effettivamente suoi. Per tutta risposta, Mandel’štam lo corresse, poiché era stato impreciso nella citazione, scrisse la poesia di suo pugno e si firmò. Dall’immagine che ci proietta Vitalij notiamo che non c’è traccia di cancellature o esitazioni: il poeta aveva firmato la sua condanna senza timore, convinto com’era che l’identità del poeta stesse nella sua fedeltà alla verità (“Поэт-это сознание своей праваты”). Alla fine se la cavò con un confino, ma qualche anno dopo, durante il Grande Terrore del 1937, fu di nuovo arrestato, condannato ai lavori forzati e morì in un lager di transito. Il pezzo forte, però, Šentalinskij lo riserva per il finale: Michail Bulgakov. Bulgakov non condivise il destino di Mandel’štam, ma fu per tutta la vita vittima della censura del regime stalinista. L’apice delle persecuzioni nei suoi confronti fu la confisca del manoscritto di Cuore di cane e del suo diario personale. L’autore de Il Maestro e Margherita lottò per tre anni per riaverli e, quando finalmente gli furono restituiti, decise di bruciare il diario, sentito come qualcosa di estremamente intimo che non avrebbe dovuto finire nelle mani di terzi. La perdita per i posteri sarebbe stata, però, immensa, trattandosi di un documento artistico, storico e sociale di grande valore. Fortuna che alla Lubjanka ne avessero fatto a sua insaputa una copia, che sarebbe poi stata ritrovata da Vitalij. Ad aggiungere rilievo a questo episodio è la sua straordinaria coincidenza col passo forse più famoso del capolavoro di Bulgakov. Nel Il Maestro e Margherita, il Maestro, alter ego dell’autore, scrive un romanzo su Ponzio Pilato e dinanzi all’impossibilità di pubblicarlo decide di bruciarne il manoscritto. Quello stesso manoscritto gli verrà, però, riconsegnato alla fine da Voland, il Diavolo, il quale lo apostroferà così: “Чепуха, рукаписи не горят” (“Sciocchezze, i manoscritti non bruciano”). Questa, ovviamente, è una cosa che accade solo ai grandi, osserva Šentalinskij ridendo.

La questione del diario di Michail Bulgakov è stata approfondita ulteriormente nella seconda tappa parmigiana di Vitalij, che mercoledì 26 ottobre è stato ospite alla Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi con la studiosa, ricercatrice e scrittrice Luciana Vagge Saccorotti, che alla sua riscoperta di Bulgakov negli archivi della Lubjanka ha dedicato un libro, Il maestro svelato, uscito quest’anno per Gammarò edizioni. Ad un certo punto, qualcuno tra il pubblico ha chiesto loro quale fosse la ragione dell’insofferenza del regime nei confronti di Bulgakov. I due, ridendo, hanno citato il dramma Batumi. In molti avevano sollecitato lo scrittore a comporre una pièce su Stalin, per mettere così fine alle persecuzioni nei suoi confronti. Ed egli lo fece, ma, lungi dallo scrivere una pièce comunista, diede vita a Batumi, un’opera teatrale in cui il giovane Stalin viene rappresentato nell’atto di ricevere un pugno da una guardia bianca. Non stupisce che lo stesso Stalin ne abbia vietato la rappresentazione con un sonoro “Не надо” (“meglio di no”).

Ad accompagnare Šentalinskij in tutte le sue tappe italiane (non solo Parma, ma anche Torino, La Spezia, Pordenone…) la moglie Tatjana, che Vagge Saccorotti nella sua prefazione definisce “donna affascinante, intelligente, studiosa anche lei dei popoli artici [come la stessa autrice], autrice di libri e articoli sui Russi che da secoli vivono nel grande grembo della Siberia avvolti in un sincretismo culturale con le popolazioni aborigene”. Se Vitalij è riuscito a portare a termine la sua impresa è anche merito suo, che per aiutarlo è arrivata a lasciare il suo lavoro. E lui, con sguardo di chi con la propria compagna di vita ha avuto la fortuna di condividere tanto, non manca di ringraziarla, raccontando di come una volta fosse stato sul punto di mollare e lei lo avesse spronato a continuare, dicendogli che se non avesse scritto lui lo avrebbe fatto lei: “Io mi sono vergognato e sono andato avanti”.

MICHAIL BULGAKOV. I DIARI DEL MAESTRO SVELATI DAGLI ARCHIVI DELLA LUBJANKA

Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, sabato 27 agosto 2016: "I diari del Maestro svelati dagli archivi della Lubjanka".

Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, sabato 27 agosto 2016: “I diari del Maestro svelati dagli archivi della Lubjanka”.

La studiosa italiana Luciana Vagge Saccorotti mette in luce il titanico lavoro di Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, poeta e scrittore, per recuperare gli scritti di Michail Bulgakov. I manoscritti dell’autore del Maestro e Margherita sono conservati negli archivi della Lubjanka. Lo scrittore russo aveva bruciato gli appunti confiscati e poi restituiti avventurosamente dai servizi segreti sovietici. Ma alla Lubjanka ne avevano fatte copie, ora riemerse. Un intervento di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, sabato 27 agosto 2016.

P.S. Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij sarà ospite domenica 18 settembre alla rassegna “Pordenonelegge” (a Pordenone, al Teatro Verdi, ore 11) insieme a Luciana Vagge Saccorotti.

 

Michail Afanas'evič Bulgakov (1891-1940)

Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940)

MICHAIL BULGAKOV. I DIARI DEL MAESTRO SVELATI DAGLI ARCHIVI DELLA LUBJANKA

Di Roberto Coaloa

Oggi Michail Bulgakov, l’autore del Maestro e Margherita, è tra gli autori più amati in Russia e nel mondo dalla nuove generazioni. Però, per collocarlo tra i giganti del periodo sovietico è occorso molto tempo: solo nel 1973 c’è stata la prima edizione sovietica non censurata del Maestro e Margherita, solo a partire dal 1989 sono state pubblicate numerose raccolte di opere di varie dimensioni. Tutti gli studiosi di Bulgakov hanno un forte debito di riconoscenza verso la Čudakova e la Janovskaja, che nel corso degli anni Ottanta hanno stabilito il testo definitivo di una buona parte dei lavori di Bulgakov. Dagli anni Novanta, dagli archivi cominciarono a uscire materiali relativi alle opere principali; altri documenti furono ritrovati in modi fortunosi.

Julie Curtis

Julie Curtis

Oggi, il cammino da percorrere per la pubblicazione di una vera e propria raccolta delle opere complete è ancora lungo. In Italia, nel 1992, uscì per Rizzoli I manoscritti non bruciano della slavista Julie Curtis in cui per la prima volta furono pubblicati degli scritti inediti di Bulgakov, diari e lettere, usciti dagli archivi del KGB. In Italia, ricordiamo la pubblicazione di otto pièces teatrali, nel 1968 per De Donato, nelle traduzioni di Laura Boffa, Tania Gargiulo, Bruno Meriggi e Maria Olsoufieva e, in tempi più recenti, l’ottimo lavoro di Serena Prina per Feltrinelli, nella riproposta di La guardia bianca.

Luciana Vagge Saccorotti

Luciana Vagge Saccorotti

Ora, grazie a Luciana Vagge Saccorotti, è pubblicata un’interessante sintesi della trilogia di Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, autore di tre volumi frutto di ricerche negli archivi della Lubjanka, la sede dei Servizi Segreti sovietici, durante la perestrojka.

Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij

Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij

Vagge Saccorotti ha estratto con avidità e amore tutto ciò che riguardava Bulgakov, il dossier redatto dal KGB e parte dei diari, che, come abbiamo visto erano stati già pubblicati, non in maniera completa, nel lavoro pionieristico di Julie Curtis. Ne risulta un’opera straordinaria per il lettore italiano: gli scritti di Bulgakov che riemergono dalla Lubjanka in Il Maestro svelato, pubblicati da Gammarò edizioni (pp. 174, € 18,00) mostrano lo spirito indomito dello scrittore, il suo straordinario coraggio.

C’è una storia curiosa a proposito delle pagine di diario che Bulgakov tenne nei primi anni Venti, poco dopo essersi stabilito a Mosca. Nel 1926 l’OGPU (una delle strutture che anticiparono il KGB) perquisì l’appartamento di Bulgakov e confiscò il suo diario insieme al manoscritto di Cuore di cane. In maniera rocambolesca, nel 1929, lo scrittore riebbe i due testi e bruciò immediatamente il diario e decise di non tenerne mai più. Da allora si credette che il diario fosse definitivamente perduto. L’avvento della glasnost’ indusse il KGB ad ammettere che, in realtà, negli anni Venti l’OGPU aveva fatto copie di almeno una parte del diario, e che tali copie erano conservate negli archivi del KGB. Il testo fu pubblicato, praticamente in versione integrale, nel 1989-90. In quegli anni si conobbe anche meglio il romanzo Il Maestro e Margherita. Tutto questo ha attribuito forza particolare a una frase del romanzo che proclama coraggiosamente l’integrità dell’arte: «I manoscritti non bruciano».

I lettori di Bulgakov amano la figura del Maestro e sorridono di Pilato, una figura umana che ha un solo amico, Banga, un gigantesco cane grigio dalle orecchie aguzze, con un collare ornato da piastre colorate. Il Maestro è la tipica figura del dissidente, confinato come un pazzo in quanto autore di un romanzo su Ponzio Pilato, ovviamente demolito dalla critica del regime. Quel romanzo, osserva la studiosa Vagge Saccorotti: «Dopo tanti tormenti, durante i quali dopo la rabbia e l’indignazione era subentrata la paura, e avendo capito che il suo lavoro non avrebbe mai visto la luce, il Maestro lo getta nel fuoco: “Spezzandomi le unghie, laceravo i quaderni”. Qui Bulgakov descrive l’incenerimento del romanzo con le stesse identiche parole che aveva usate per raccontare la distruzione dei suoi Diari che gli erano stati restituiti dall’OGPU». Le corrispondenze tra il Maestro e Bulgakov sono più evidenti che mai.

EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

 

Ezio Gribaudo, pittore, collezionista, amico di Bacon e Fontana, confidente di Picasso. Vita e confessioni del novantenne editore d’arte omaggiato da una mostra a Taormina. Intervista di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, martedì 13 settembre 2016.

La mostra dedicata a Gribaudo è nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera» (fino al 16 ottobre). Sempre a Taormina si sta svolgendo (e termina il 17 settembre) Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

Oggi, 13 settembre, per Taobuk, una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», con Paola Gribaudo e Barbara Tutino, pensata in occasione della mostra «Dall’opera al libro, dal libro all’opera».

 

EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Di Roberto Coaloa

Fino al 17 settembre torna Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

È l’occasione anche di visitare, nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja, una mostra dedicata a Ezio Gribaudo: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera». La preziosa esposizione termina il 16 ottobre. Il catalogo è un vero e proprio libro d’artista, realizzato dall’editore Gli Ori di Pistoia (ottimo esempio di libro da collezionare, un tesoro in sé). Il volume documenta l’opera di Gribaudo, con un ricco apparato di immagini, lettere e fotografie, e la storia di un editore, con testi di Mario Andreose e Barbara Tutino. Non mancano i riferimenti alla Sicilia, il dipinto di Guarienti «Lettera dalla Sicilia» e Renato Guttuso i cui testi furono scritti da Vincenzo Consolo, Giuseppe Tornatore e Fabio Carapezza. Il tutto è curato da Paola Gribaudo, figlia e prima collaboratrice di Ezio che in mostra espone una selezione dei mille libri che ha curato fino ad ora e terrà una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», al Taobuk il 13 settembre.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Chi scrive ha intervistato Ezio Gribaudo (nato il 10 gennaio 1929 a Torino) nel suo studio nell’antica capitale sabauda. Lì, ci sono i suoi libri, le sue opere. Da un’ampia finestra si vede la Mole Antonelliana e il giro delle Alpi che circonda Torino. Il Maestro mi guarda attraverso i suoi occhiali scuri. Guardo Gribaudo (vestito da gran flâneur, con le mani eleganti sempre in movimento) e gli chiedo se ha nostalgie: «Sì. Francis Bacon mi disse: “Vieni a Londra perché voglio farti un ritratto di quelli piccoli”. Gli dissi che sarei andato, ma preso da mille cose… stupidamente non trovai il tempo. Voleva che posassi per lui a Londra. Un rimpianto che mi porterò dietro tutta la vita». Non possiamo che sorridere a questa “disavventura”; ma d’altro canto va gustata come un bellissimo aneddoto di una vita irripetibile d’artista.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Il giovane Gribaudo («avrei voluto essere uno studente dandy di Eton College») studiò architettura interessandosi alle tecniche grafiche e tipografiche. Vicino alle esperienze di Tapies, Burri, Fontana, Gribaudo ha esaltato l’importanza della materia; per le sue tavole (rilievi, rilievi e serigrafie, bassorilievi) e per le sue sculture, realizzate in polistirolo (Logogrifi), ha sempre usato prevalentemente il bianco su bianco. Il Maestro è anche un noto collezionista d’arte, una figura ricca di sfaccettature anche se l’editoria è stata sempre la sua passione predominante: «la mia prima casa editrice era la Pozzo, che stampava gli orari ferroviari e grazie a me iniziò a fare libri d’artista». Nella sua “galleria editoriale” c’è il meglio del Novecento: da Fabbri editori, Tallone e Vanni Scheiwiller. Poi ci sono le relazioni con gli artisti di cui Gribaudo fu amico, editore, collaboratore e, più di tutto corrispondente spirituale: Lucio Fontana, De Chirico, Picasso, Mirò, Sutherland. Le monografie degli artisti pubblicate da Gribaudo sono sempre accompagnate dagli scritti di letterati e poeti. Beckett, ad esempio, scrisse per Bram Van Velde. Nella mostra di Taormina sono così uniti Pasolini, Moravia, Bacon e Jean Dubuffet.

Gribaudo ricorda i suoi viaggi: «Il più importante fu quello con Fontana nel 1961 a New York». Il Maestro torinese pubblicò Devenir de Fontana: «Lucio stava ore alle lastre. Gli ori erano ottenuti da una carta speciale, metallica. Abbiamo poi realizzato un’edizione di cento esemplari che conteneva un originale. Quelle copie sono servite a coprire le spese. Ecco, questi sono i lavori che Fontana ha fatto con le carte metalliche. Ne possiedo uno, minuscolo, rosso, di rara bellezza. Lui aveva una straordinaria creatività. Gli operai ne erano affascinati».

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Intensi anche i viaggi di Gribaudo in Russia; i primi da ragazzo, negli anni Cinquanta, per scoprire i maestri delle avanguardie. Poi l’amicizia con Chemiakin, di cui Gribaudo diventò editore. Nel 1988 il poeta russo Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, ospite d’onore del primo Salone del Libro, saputo che a casa di Gribaudo era ospite il connazionale Tselkov, tralasciò tutti gli impegni ufficiali per andare a casa dell’artista torinese. Gribaudo ricorda: «E così improvvisammo una cena a cui parteciparono anche Roberto Calasso e sua moglie Fleur Jaeggy. Prima di andarsene, a notte fonda, Brodskij disegnò un gatto sul mio librino d’oro».

Claudio Pavone. Un tuffo nell’era di Chruščёv

Un pezzo di Roberto Coaloa, “Domenica”, Il Sole – 24 Ore, sul volume dello storico Claudio Pavone, Aria di Russia (Laterza). Domenica 31 luglio 2016.

Roberto Coaloa, “Domenica”, Il Sole – 24 Ore, sul volume dello storico Claudio Pavone, Aria di Russia (Laterza). Domenica 31 luglio 2016.

Roberto Coaloa, “Domenica”, Il Sole – 24 Ore, sul volume dello storico Claudio Pavone, Aria di Russia (Laterza). Domenica 31 luglio 2016.

 

Un tuffo nell’era Chruščёv

Di Roberto Coaloa

Il diario dello storico Claudio Pavone, nella Russia di Nikita Chruščёv, dedicato a un breve viaggio nel 1963, si legge d’un fiato, talmente è ricco di sapide osservazioni su un mondo che a noi – storici di un’altra generazione – appare quasi mitologico. Pavone adopera un’energia titanica nell’osservare tutto e tutti, facendo riflessioni su tutto e tutti. Nel diario si respira costantemente un’aria da guerra fredda: ci sono le atmosfere grigie, il clima spossato e ambiguo del dopoguerra, come nel film Il terzo uomo. Il diario, però, è una descrizione fedele della realtà. A Graham Greene, tuttavia, non sarebbe dispiaciuto il suo giovane accompagnatore, il sovietico Georgij Papavian, che compare sempre, anche durante la macabra visita alla mummia di Lenin. Papavian, a ogni osservazione dell’italiano, risponde con il solito «molto interessante».

Aria di Russia è la scoperta di un “nuovo mondo” dopo la caduta di Stalin, nel cauto disgelo del suo successore, attraverso gli occhi di un archivista italiano di quarantadue anni (oggi storico di fama internazionale, che compirà novantasei anni il prossimo 30 novembre). Nel 1963, Pavone fu invitato in Urss, nell’ambito di un accordo bilaterale, per raccogliere informazioni sui documenti italiani. Il diario è stato scritto da un uomo che aveva partecipato attivamente alla Resistenza, esperienza che determinerà in Pavone anche la sua attività di ricercatore scientifico, nel campo storico, in maniera completa. Nel diario, gli studiosi troveranno delle considerazioni inedite sul fenomeno della Resistenza come “Secondo Risorgimento”.

Nel viaggio verso Mosca, in treno, Pavone fa una tappa intermedia a Karlovy Vary (la Karlsbad dell’Ottocento, ora Repubblica Ceca). Nelle “Terme di Carlo”, Pavone partecipa tra il 2 e il 4 settembre 1963 al III Convegno internazionale di storia della Resistenza. Lì, in quella landa dell’ex Impero asburgico, dove si conservano i modi di un estetismo fin de siècle, Pavone osserva lo strano fenomeno di un congresso che raccoglie le migliori menti della sinistra europea, in edifici prima frequentati da aristocratici e intellettuali cosmopoliti e ora, oltre ai professori di Italia, Francia, Inghilterra e dei Paesi del Patto di Varsavia, dai militari sovietici. Queste sono le pagine più noir, affascinanti e ricche di spunti narrativi, con una serie di profili indimenticabili: lo storico cecoslovacco Karel Bartošek, quello francese Henri Michel, lo storico militare sovietico Evgenij Boltin e Giorgio Rumi, accompagnato dalla fidanzata «bella, elegante, silenziosa, dal volto fisso». Pavone attraversa altri Paesi del Blocco Sovietico e arriva a Mosca, dove sta fino al 19 settembre. Una parentesi è dedicata alla ricerca negli archivi di Leningrado, dal 20 al 26 settembre. Il 28 settembre, Pavone è a Kiev, poi all’inizio di ottobre nuovamente a Mosca, da dove riparte il 5 ottobre per l’Italia, questa volta in aereo. A Mosca, il giovane archivista è un flâneur felice: osserva compiaciuto l’eleganza della casa moscovita di Lev Tolstoj, diventata museo; gode di numerosi concerti, delle bellezze del Cremlino e di tanti incontri. Soprattutto annota le soddisfazioni d’archivio: accorgersi di saperne più del diavolo, nella fattispecie, più di Franco Venturi, lo studioso italiano che più si è occupato della storia russa.

A Mosca, Pavone entra nel mausoleo di Lenin. Non leggiamo delle considerazioni sulla Rivoluzione del 1917 (quelle le farà, con molta lucidità, qualche anno dopo, nel 1967, Alberto Ronchey), ma una descrizione precisa della visita e della gente sovietica che «non si ferma mai», come in un funerale di paese: «Finalmente vedo Lenin, prima di profilo, poi di fronte, poi di nuovo di profilo. È tutto vestito di nero, e il corpo è appiattito. Ha la giubba chiusa dei primi bolscevichi (di quelle che portano ancora i cinesi). La testa la fisso a lungo, per decidere se è una statua o un uomo vero: può sembrare assurdo, ma la cosa non appare affatto chiara. E non tanto perché il volto di Lenin, come le sue mani, sembra di cera, ma perché la domanda che mi sta più pressando dentro è questa: cosa aggiunge alla verità che è per noi Lenin vederne così il corpo? Guardo di sottecchi Papavian, ma il suo volto non tradisce reazioni. Lenin è somigliantissimo a quello che si vede nelle fotografie: la fissità e la mancanza di espressione hanno rinsecchito l’aspetto puramente morfologico, che è così vicino al vero, ma come in una copia mummificata (del resto, è proprio la parola adatta). Una fotografia ha gli occhi vivi; qui c’è il corpo vero, ma gli occhi sono chiusi. Cosa vale di più?».

Claudio Pavone, Aria di Russia. Diario di un viaggio in Urss. Laterza, Roma-Bari, pagg. 218, € 20,00.

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