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MOLETO. LA RASSEGNA “UNDICIMILA VERBI”. DAI LIBRI AL CINEMA. COSA RESTA DI SCIASCIA A TRENT’ANNI DALLA MORTE

Fotografia di Ferdinando Scianna. Lo scrittore Leonardo Sciascia a Parigi, in Rue de la Seine, davanti alla statua di Voltaire. 1978.

Fotografia di Ferdinando Scianna. Lo scrittore Leonardo Sciascia a Parigi, in Rue de la Seine, davanti alla statua di Voltaire. 1978.

 

LEONARDO SCIASCIA ALLE CAVE DI MOLETO. CON ROBERTO COALOA E OMBRETTA ZAGLIO. NEL RICORDO DEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DELLO SCRITTORE DI RACALMUTO

Mercoledì  20 novembre 2019. Ore 21.

Trent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia.

La seconda serata della Sesta Edizione di Undicimila Verbi («rassegna di patafisica, letteratura, storia, cinema e filosofia nel buen retiro di Moleto»), dedicata alla memoria del bibliofilo ed editore Klaus Gerhard Renner, ci porta in Sicilia.

Nel trentesimo anniversario della morte di Leonardo Sciascia, scomparso a Palermo il 20 novembre 1989, lo storico e critico letterario Roberto Coaloa, curatore della rassegna “Undicimila Verbi”, dedicherà allo scrittore di Racalmuto un approfondimento con una conferenza appositamente ideata per Moleto (accompagnata da letture, immagini, spezzoni cinematografici e da interventi musicali): Leonardo Sciascia e il cinema. Dal testo letterario alla trasposizione cinematografica (tema del prossimo volume dello studioso di Casale Monferrato).

Nel film “Cadaveri eccellenti” di Rosi, tratto da “Il contesto” di Sciascia, una delle scene più riuscite e quella dell’incontro del protagonista, il commissario  Rogas, interpretato da Lino Ventura, con il presidente Riches, Max Von Sydow. Il protagonista dell’incontro è in realtà il filosofo Voltaire (stracitato nelle opere di Sciascia).

In un’intervista del 1987, nel commentare l’etichetta di «moralista impegnato» attribuitagli dai critici, Sciascia ha dichiarato: «Io sono un uomo che ha una vita morale. Non so però se sono un moralista. Un moralista degno di quelli della letteratura francese? Non lo credo. E poi, che cos’è un moralista? Io sono impegnato, ma impegnato per me stesso. La nozione di letteratura impegnata mi è dunque estranea, tanto più che oggi chi dice letteratura impegnata dice letteratura politica o letteratura di un partito. Il fatto di cercare e dire la verità rinvia, più che a una tradizione umanista, a una tradizione del secolo dei lumi. Voltaire è stato davvero il padre di questo atteggiamento, ripreso più tardi da Zola, consistente nel seguire con attenzione tutto quanto accadesse nel mondo».

Le letture dei testi di Sciascia sono state affidate alla performer, attrice e regista Ombretta Zaglio.

Reading di Il contesto di Sciascia e proiezione del film Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi a cui il romanzo è liberamente ispirato. La sceneggiatura del film fu di Tonino Guerra, Lino Iannuzzi e Francesco Rosi. Il cast fu prestigioso: Lino Ventura (ispettore Amerigo Rogas), Renato Salvatori (commissario di polizia), Max Von Sydow (presidente Riches), Alain Cuny (giudice Rasto), Fernando Rey (ministro dell’Interno) Charles Vanel (procuratore Varga), Francesco Callari (giudice Sanza), Paolo Bonacelli (dottor Maxia), Tino Carraro (capo della polizia), Marcel Bozzuffi (l’ozioso), Maria Carta (signora Cres), Luigi Pistilli (Cusano), Tina Aumont (la prostituta), Paolo Graziosi (Galano), Anna Proclemer (la signora Nocio), Alfonso Gatto (Vilfredo Nocio), Carlo Tamberlani (l’arcivescovo), Enrico Ragusa (frate cappuccino di Palermo), Corrado Gaipa (mafioso interrogato da Rogas), Claudio Nicastro (generale), Silverio Blasi (dottor Bloma, capo della squadra politica), Florestano Vancini (dirigente del PCI).

Reading dal romanzo A ciascuno il suo. Nel 1967 uscì il film omonimo di Elio Petri, sceneggiato dal regista e da Ugo Pirro, con un cast di grande qualità: Gian Maria Volonté (Paolo Laurana), Irene Papas (Luisa Roscio), Gabriele Ferzetti (avvocato Rosello), Salvo Randone (professor Roscio), Luigi Pistilli (Arturo Manno, il farmacista), Laura Nucci (madre di Paolo Laurana), Mario Scaccia (curato di Sant’Amo), Leopoldo Trieste (deputato comunista).

Raro 45 giri del tango di Astor Piazzolla nel film "Cadaveri eccellenti" di Francesco Rosi.

Raro 45 giri del tango di Astor Piazzolla nel film “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi.

Nella “Stalla” del Ristorante Cave di Moleto saranno esposte – per la serata dedicata allo scrittore siciliano – una collezione privata di libri e di fotografie originali di Leonardo Sciascia, con manifesti originali dei film Cadaveri eccellenti di Rosi e A ciascuno il suo di Petri. DJ set con le musiche di Luis Enríquez Bacalov, Astor Piazzolla e Piero Piccioni.

Ingresso gratuito.

Gradita prenotazione per la cena al ristorante Cave di Moleto.

Proponiamo il pezzo di Brunello Vescovi comparso sul quotidiano La Stampa mercoledì 20 novembre 2019.

LA RASSEGNA “UNDICIMILA VERBI”

DAI LIBRI AL CINEMA. COSA RESTA DI SCIASCIA A TRENT’ANNI DALLA MORTE

Di Brunello Vescovi

Articolo di Brunello Vescovi. La Stampa. Mercoledì 20 novembre 2019.

Articolo di Brunello Vescovi. La Stampa. Mercoledì 20 novembre 2019.

A trent’anni esatti dalla morte di Leonardo Sciascia, la rassegna “Undicimila Verbi” regala stasera alle Cave di Moleto (nel borgo che fa parte del Comune di Ottiglio) una serata sullo scrittore, alle 21. «Vorrei far conoscere anche altri scrittori siciliani – spiega l’ideatore Roberto Coaloa -, come Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino. Anche Giuseppe Bonaviri, che scrisse un bellissimo romanzo intitolato La ragazza di Casalmonferrato». A Milano Coaloa seguì un corso sull’etica della fotografia tenuto da Ferdinando Scianna, fotografo di Sciascia, e poi nel 2000 mise a frutto quell’esperienza in un evento in collaborazione con il Comune di Milano, fotografando Vincenzo Consolo, che all’epoca abitava nel capoluogo lombardo. Da Scianna ebbe in regalo una foto che raffigura Sciascia a Racalmuto: farà bella mostra stasera insieme ad altre immagini. In una di queste si vede lo scrittore a Parigi, sotto una statua che raffigura Voltaire. Non è un caso, visto che al filosofo francese Sciascia si richiama spesso. «Di lui amo l’attenzione con cui seguì ciò che avvenne in quel piccolo mondo che è la Sicilia – nota Coaloa – osservava con sguardo profetico. Lo trovo interessante per il diuturno impegno nel seguire i fatti, la politica del suo Paese senza mai concedersi ozi letterari». Di Sciascia molti libri sono stati trasposti sul grande schermo. Stasera si vedranno estratti da A ciascuno il suo di Elio Petri, e da Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi, ispirato a Il contesto. Di questo libro sarà esposta una prima edizione e la successiva di Adelphi. Ci sarà anche un reading con l’attrice Ombretta Zaglio e un dj set riproporrà musiche di Bacalov, Piazzolla, Piccioni.

 

MANIFESTO SERATA SCIASCIA A MOLETO

Ristorante Cave di Moleto. Frazione Moleto 4. 15038 Ottiglio (AL)

Per Info e prenotazioni: 0142/617005 – 3459086134

Per Info sulla Sesta edizione di Undicimila Verbi a Moleto: [email protected]

Per chi volesse pernottare a Moleto: B&B Villa Celoria di Bernard Glénat. Solo WhatsApp 3358049969

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Nel 1926 la giornalista Matilde Serao era la candidata più accreditata. Ma i suoi romanzi-verità contro guerra e politica glielo impedirono.

Un mio pezzo sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutarne la figura di scrittrice e di giornalista.

Matilde Serao, scrive l’Enciclopedia Treccani, è nata il 7 marzo 1856 (però, alcuni decenni dopo Anna Banti scrisse con sicurezza 1857) a Patrasso (Grecia) da Francesco, profugo napoletano, e Paolina Bonelly, di nazionalità greca; morta a Napoli il 25 luglio 1927. Il giudizio sulla scrittrice nella Treccani è di Emilio Cecchi, che scrive: «Come notò Benedetto Croce in un saggio rimasto fondamentale, la Serao che conta e conterà è quella che s’ispira alle angosce degli umili, che appassionatamente rievoca aspetti mutevoli e toccanti della vita napoletana, continuamente dimenticando i programmi della narrativa “verista”. Il suo dialogo è allora spigliato e convincente; sicura l’intuizione delle anime, specialmente giovani. Lo stile è inadorno, ma capace di tenere suggestioni, di penetrazioni sottili; talvolta anche d’una certa barocca grandiosità. Così nelle pagine sul Carnevale, nel Paese della cuccagna (1890), che sarebbe fra gli ottimi romanzi della Serao, il suo cristianesimo ingenuamente paganeggiante; escluse s’intende le presuntuose alterazioni di tono bourgetiano».

Oggi, nel 2016, è forse venuto il tempo di rileggere Donna Matilde, che a mio modesto avviso avrebbe fatto la felicità del pacifista Tolstoj.

 

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Di Roberto Coaloa

Nella leggenda c’è una donna tozza, brutta e ridanciana, una “cicciottella” che gesticolava e motteggiava instancabilmente nella Roma umbertina.

È la scrittrice Matilde Serao, la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il giorno di Napoli»; antesignana del giornalista moderno. «Donna Matilde», nata a metà Ottocento a Patrasso e morta a Napoli, il 25 luglio 1927, fu diffamata dalle élites.

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per "La Revue Blanche" (1891).

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per “La Revue Blanche” (1891).

Soprattutto spunta la notizia, rilevata nelle presentazioni della riproposta  – ad opera dello Studio Garamond – del suo libro Mors tua che Serao a un passo dal Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (poi lo vinse Grazia Deledda) non se lo vide assegnare perché bloccata dal mondo borghese dei salotti, da quello delle industrie belliche e soprattutto da quello del governo italiano. C’erano dei motivi. Attualissimi. Mors tua (Studio Garamond, collana Supernova, Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo, pagg. 288, € 14,50) è un romanzo contro la guerra, antimilitarista, che sarebbe piaciuto a Lev Tolstoj. Radicale nel suo pacifismo, Mors tua è anche un affresco di un Paese, il Regno d’Italia, e di una generazione perduta, quella sacrificata nelle trincee della Grande Guerra, forse migliore di quelle successive. Uno dei protagonisti del romanzo afferma: «Ho coraggio… non temo di morire. Temo di uccidere». Figuriamoci come la prese il re (c’era Re Vittorio Emanuele III, “il Re Soldato”)! Serao era una donna dalla spiccata creatività, un’anima solitaria che ebbe la sventura di sposare un uomo vanesio e inutile (che amava Nietzsche, così com’era conosciuto malamente allora nel Regno d’Italia, e la Germania d’operetta e bellicosissima del Kaiser Guglielmo II). Fuori dalla leggenda non benigna (la sua figura, infatti, è conosciuta dal largo pubblico per una serie di episodi banali, un vero e proprio florilegio fin de siècle di pessimo gusto) Matilde Serao e il suo mondo di idee appare ancora vitale e originale, e chi scrive trova questa donna “Chiattulella” o “Pagnuttella”, per dirla alla napoletana, molto affascinante.

A Mors tua s’aggiunge un altro testo di Matilde Serao che le tagliò le gambe, definitivamente, col Nobel. L’altro testo appena riproposto è il romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, oggi pubblicato da Stampa Alternativa (pagg. 326, € 15), dopo quasi novanta anni. La passione che vi domina è una sola, quella del giornalismo, del giornale da conquistare e possedere, costi quel che costi, e il prezzo da pagare è l’eterno compromesso, l’espediente facinoroso o meschino da inventare ogni ventiquattr’ore. La passione, insomma, del «quarto potere». Il romanzo narra la vita di Riccardo, prima giovanotto e impiegato statale, uno dei tanti travet della nuova Roma: un rassegnato al grigiore di una vita mediocre. Con il giornalismo, Riccardo diventa improvvisamente celebre. Ma resta un piccolo Gabriele d’Annunzio, che gira con molte donne, ma che alla fine non “chiava” mai: Riccardo con nessuna va a letto. La sua passione predominante è il giornale; il suo cruccio è il denaro che gli manca sempre. Solamente con una piccola prostituta si confessa, piangendo sulla sua spalla, a notte alta, davanti al Colosseo.

Questo romanzo di Donna Matilde, che avrebbe potuto chiamarsi balzachianamente «Grandezze e miserie del giornalismo», è attualissimo. Chi pensasse, infatti, che i vizi del giornalismo italiano vadano ricercati nell’asservimento di una dittatura prima e poi al fenomeno degli editori “impuri”, troppo inclini a usare i giornali a supporto dei loro interessi extra-editoriali, potrà ricredersi leggendo le avventure di Riccardo Joanna, alter ego della scrittrice. Tra giornalismo e politica, il romanzo è una grandissima denuncia di Matilde Serao. Certo, la scrittura non è di quelle raffinate dei contemporanei francesi, tuttavia c’è l’ispirazione e qualcosa che lascia un segno indelebile. Ad esempio la pennellata sui giornalisti «con la loro aria liturgica, di sacerdoti che pontificano», giornalisti che però in redazione non si vedono mai. Favolose poi le ricette giornalistiche di Joanna: «Nessun articolo, nessuna opinione politica enunciata, difesa o attaccata. Nessuna traccia di arte, di letteratura, di scienza: nulla». Il giornalista pensa: «È abbastanza brutto per tirare centomila copie, ma si può farlo più brutto ancora». Poi c’è la sulfurea descrizione di un’epoca che potrebbe essere anche la nostra: «gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri». Ebbe, naturalmente, tutta la stampa contro. E con la stampa, la politica. E, ovviamente, il Premio Nobel si allontanò da lei.

Il non-Nobel Matilde Serao diceva: «non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente». Non siamo nel 2016, ma nel 1887…

LA BAMBOLA PARLANTE ALL’ORIGINE DI PINOCCHIO

Una delle tavole dell'edizione originale francese (1862) del romanzo "La poupée parlante. Histoire extraordinaire et incroyable d’une poupée qui parle, agit, pense, chante et danse" del misterioso François Janet, forse un nom de plume.

Una delle tavole dell’edizione originale francese (1862) del romanzo “La poupée parlante. Histoire extraordinaire et incroyable d’une poupée qui parle, agit, pense, chante et danse” del misterioso François Janet, forse un nom de plume.

Recensione di Roberto Coaloa a François Janet, La bambola parlante (Libero, pag. 24, sabato 7 novembre 2015).

Luni presenta la prima traduzione italiana di un rarissimo libro illustrato del 1862 (ne esistono soltanto quattro copie) che sembra aver ispirato a Collodi le avventure del suo celebre burattino.

 

LA BAMBOLA PARLANTE ALL’ORIGINE DI PINOCCHIO

Di Roberto Coaloa

Per Pietro Citati, Le avventure di Pinocchio disegnano la linea di un’iniziazione. Le avventure del burattino non sono casuali ed erratiche: sono una storia esoterica, che narra la morte, la rinascita, il peccato e la redenzione. Così, il nostro amato Pinocchio è inserito in un’atmosfera settecentesca da Flauto Magico, o in una novella romantica come La fata delle briciole di Charles Nodier. Certo l’ambiente in cui viveva Carlo Lorenzini (1826-1890), dal 1856 solito firmarsi con lo pseudonimo di  Collodi, non sarebbe potuto essere più lontano dalla Vienna dei Lumi, e arcimassonica, di Mozart; o dalle biblioteche vere e immaginarie di Parigi, dove abitava, “vegetava” e fantasticava il povero Nodier.

Le avventure di Pinocchio hanno trovato un’alchimia davvero straordinaria, tanto che uno studioso come Èlemire Zolla notò che «Il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile».

Per questo motivo, per queste bizzarrie della storia della letteratura che pretende che ogni grande scrittore generi i propri precursori, gli studiosi e i cultori dell’esoterismo si sono arrovellati per più di un secolo su chi potesse avere ispirato Carlo Collodi, educatore, letterato e soprattutto “Inventore” di Pinocchio. Come è noto, Collodi pubblicò la Storia di un burattino sulle pagine del Giornale per i bambini, settimanale diretto da Ferdinando Martini, fin dal primo numero del 7 luglio 1881.

Il 1881 è, quindi, il compleanno del celebre burattino italiano. È stato Collodi, tuttavia, il solo “Inventore” di Pinocchio? Non si può dire. Inoltre, da che cosa avesse tratto spunto, ispirazione, il geniale Collodi, questo, oggi, è rimasto un mistero. Eppure esiste un libro francese originalissimo, del 1862, di François Janet, La poupée parlante. Histoire extraordinaire et incroyable d’une poupée qui parle, agit, pense, chante et danse, che ha delle straordinarie analogie con il Pinocchio di Collodi. Il volume fu stampato a Parigi, da Magnin & Blanchard, e rimase per molto tempo un oggetto patafisico per bibliofili e per oziosi affaccendati. Oggi è stato riedito in Italia e, finalmente, offre un elegante cambio di marcia a quella storia dei precursori…

Eccoci tra le mani un originalissimo libro, riproposto con molta cura da Luni Editrice, l’introvabile, fino ad ora, François Janet, La bambola parlante (pagg. 166, € 18,00). Dell’autore si sa poco, nulla. Gli studiosi dovrebbero indagare su questo autore, forse una maschera, un nom de plume. Ad ogni modo il volume di Janet fu pubblicato in diverse edizioni a tiratura assai limitata. Matteo Luteriani, che appone una nota introduttiva a questa scoperta editoriale, parla di quattro copie esistenti conosciute: una alla Biblioteca Nazionale di Francia e tre presenti alla mostra milanese Infinito Pinocchio. Nel legno l’anima viva del burattino senza fili, alla Biblioteca di Palazzo Sormani fino al 30 dicembre.

Luni Editrice propone il testo originale francese con la prima traduzione italiana del testo di Janet. Cosa molto importante: sono presenti le tavole dell’edizione del 1862, che sono una vera sorpresa. È noto che nell’Ottocento, le idee e i libri circolassero in modo vorticosissimo tra gli uomini di lettere. Purtroppo, si sa, che una volta morto Collodi, il 26 ottobre 1890, tutti i suoi effetti personali furono dispersi e nulla si sa delle sue letture.

Lo scrittore era stato anche un giornalista e un traduttore di fiabe francesi (Charles Perrault, Marie-Catherine d’Aulnoy, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont) pubblicate da Felice Paggi nel 1876 con il titolo I racconti delle fate. Nel 1878, Paggi chiese a Collodi di scrivere una storia basandosi su un testo scolastico molto in voga a quei tempi nelle scuole del Bel Paese, Giannetto, un testo di Luigi Perravicini, nel quale un fanciullo povero, modello di onestà e perfezione, riesce attraverso la cultura e la volontà, ad affermarsi nella vita. Nasce dalla penna di Collodi, Giannettino, che, al contrario del modello ispiratore, è un ragazzaccio vizioso.

Oggi, l’idea che unisce Collodi e la Bambola parlante di Janet è tutta da dimostrare, tuttavia le corrispondenze sono evidentissime. Bello è leggere la versione originale francese e la puntuale traduzione di Marta Luteriani. Si scopre un mondo magico, fatto di iniziazioni come quello di Pinocchio. In particolare, colpisce l’immagine di Janet, disegnata vent’anni prima della comparsa ufficiale del burattino: gli occhi iniziano a “bamboleggiare” e le due storie si confondono osservando il disegno. Guardate: è Geppetto che guarda Pinocchio sul suo banco di lavoro, o il meccanico francese (appassionato delle macchine di Norimberga), che aveva costruito la straordinaria Poupée parlante?

QUANDO LUCIANO BIANCIARDI COPIAVA BORSTAL BOY…

Gian Paolo Serino (a cura di), "Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale" (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90).

Gian Paolo Serino (a cura di), “Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale” (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90).

 

Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontato da Gian Paolo Serino: si scopre che lo scrittore copiò “La vita agra” dal collega Brendan Behan…  Serino evidenzia soprattutto il grande lavoro di traduzione dello scrittore di Grosseto. Segnalo la mia recensione dal quotidiano “Libero” di domenica 8 febbraio 2015. Con un pezzo ritrovato di Bianciardi.

 

QUANDO LUCIANO BIANCIARDI COPIAVA BORSTAL BOY

Di Roberto Coaloa

Per Gian Paolo Serino, Luciano Bianciardi (1922-1971) è stato – grazie al suo capolavoro La vita agra – uno degli autori più profetici del Novecento. Lo scrittore di Grosseto fu un uomo «coerente e onesto», che «aiutò talmente tanto i lettori, da dimenticare di aiutare se stesso». Morì, un mese prima di compiere quarantanove anni, sopraffatto dal demone dell’alcol.

Il critico letterario conosce Bianciardi come le sue tasche, forse meglio delle sue tasche: è, infatti, un profilo esatto e molto brillante quello che propone Serino come saggio introduttivo al volume da lui curato, Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90), un libro che è da considerare un invito alla lettura delle opere. Il saggio toglie finalmente da un andito buio della galleria degli scrittori del Novecento il geniale Bianciardi, mettendo in luce il suo lungo sguardo sulla modernità: «Bianciardi è stato il primo romanziere e saggista, ben prima di Umberto Eco e di Pier Paolo Pasolini, a intuire – e scrivere – come la società dei consumi sia stata soltanto una mera illusione». Amaramente osserva Serino, citando alcune pagine di La vita agra: «Se soldi e benessere circolano, la gente si spoglia di ciò che è umano: “Non trovi persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i bacelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi del loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano lingua e sangue, diventino gusci”. L’unico obiettivo è sistemarsi ai vertici e rimanerci». È il 1962, Milano è la capitale del Boom economico e di un effimero benessere. Bianciardi se ne accorge, ma il suo grido di dolore rimane incagliato in quella perversa macchina del progresso.

Di Bianciardi emerge anche il titanico lavoro di traduttore: «oltre cento traduzioni dai più importanti scrittori americani». Essere sempre a contatto con i grandi della letteratura gli regalò sicurezza e disinvoltura: «Scrissi il mio libro La vita agra subito dopo aver tradotto i due romanzi di Henry Miller, Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Ora chi esce da un simile tornado stilistico e psicologico non può risentirne: almeno un raffreddore te lo prendi».

BRENDAN BEHAN. RAGAZZO DEL BORSTALLa traduzione fa conoscere a Bianciardi uno scrittore irlandese: Brendan Behan, che si definiva un «alcolista con problemi di scrittura». Nel 1960 traspose Borstal Boy. È amore al primo “sorso”: il romanzo racconta di un intellettuale che da Dublino vuole raggiungere Londra per mettere delle bombe sotto i grattacieli dell’élite inglese. Simile la trama in La vita agra: il protagonista compie il suo pellegrinaggio da Grosseto a Milano con il disegno di far saltare in aria la Torre Galfa.

Serino propone un Bianciardi ostinato e controcorrente, che alle proposte di Indro Montanelli di scrivere sul Corriere della sera preferisce quelle di Gianni Brera. L’arcimatto (direttore del Guerin Sportivo) gli fa rispondere ai lettori della rivista. Scelte singolari, ma che ben raccontano l’uomo. Montanelli era per Bianciardi, negli anni Sessanta, un simbolo dell’Italia che non amava: quella del potere. Si sentiva, quindi, meno libero di esprimersi nel giornale di via Solferino. Brera, invece, poteva assomigliargli, anche per carattere, indipendenza e scrittura corrosiva. Nel Guerin Sportivo Bianciardi si diverte: lì Brera discetta del calcio d’antan, mentre lui può “delirare” con un linguaggio semplice, diretto e spassoso. Scrive ad esempio: «Il fuorigioco mi sta antipatico, come tutte le regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio».

Nessuno come Bianciardi ha saputo descrivere gli entusiasmi e le delusioni di una nuova generazione italiana, cresciuta all’alba di un nuovo mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Il Bel Paese era allora una grande “provincia”, dove si parlava di problemi e si progettavano saggi sulla struttura culturale. Negli anni Sessanta seguirono grandi disillusioni. Bianciardi racconta le vicende dei giovani che si credettero anticipatori di una nuova epoca e si scoprirono poi mediocri padri di famiglia, assillati dai soldi, sempre pochi, con la consolazione della grappa. Serino ci invita, invece, a essere coerenti con noi stessi, anche per far giustizia dello scrittore: «Se avete una “vita agra” non fate la sua fine. Non lo meritereste. Come non lo merita Luciano Bianciardi, che ha già pagato con la propria vita. Non è facile “non concedersi”: però si può».

 

COS’È IL CORAGGIO PER L’UOMO D’OGGI. UNA COSA CHE SERVE A VIVERE.

Bianciardi, nell’ottobre 1968, risponde alla rivista «New Kent, mensile per gli uomini» alla domanda “Cos’è il coraggio?”. Per lo scrittore è una cosa che serve per vivere. Nel giornale seguiranno altri interventi, tra i quali quelli di Mario Soldati, Gian Carlo Fusco e Gianni Brera. Il pezzo di Bianciardi, pubblicato sul numero 10 del 1968 (in copertina la leggiadra Georgia Moll fotografata da Giancarlo Botti) non compare nell’Antimeridiano a lui dedicato.

Per l’Autore il coraggio è quello di vivere secondo la nostra fantasia, vale a dire di inventare la vita, magari tentando di resistere alle leggi della civiltà dei consumi. Naturalmente, Bianciardi sul coraggio dice anche altre cose. Sono tutte nel pezzo che segue.

ROBERTO COALOA

«Forza d’animo, che, nascendo da un cosciente e sicuro dominio di sé e da un perfetto equilibrio morale e fisico, permette di affrontare le circostanze più difficili e i rischi anche più gravi con ardita decisione, con piena responsabilità, con sacrifico di sé».

In questo modo il più moderno e completo fra i dizionari della lingua italiana, definisce il coraggio. Resta inteso che la parola serba in sé la connotazione del “core”. In passato alle virtù si attribuiva sempre una sede corporea: un uomo di fegato è quello che ardisce; quello che digerisce (anche figuratamente) ogni cosa ha, si suol dire, «un bello stomaco»; e Cartesio collocava nella glandola pineale la sede dell’anima. La fortuna si designa, di solito, con un’altra parte del corpo, che qui evitiamo di nominare. […]

E ci vuole un bel coraggio a dire con la faccia di vetro (e di tolla, si capisce) che il signore se ne intende, che il bianco è sempre più bianco, quasi che il verde, o il giallo, o il rosso, non fossero altrettanto belli. Quando ci decideremo, noialtri uomini di reale coraggio, a inventare un detersivo che lavi “più rosa”? Infatti, «anche coraggio può avere mal senso, ma per ironia. Ci vuole un bel coraggio a predicare libertà con minaccia di chiudere la bocca a chiunque non la pensi come noi; a predicare amor di Dio e del prossimo con la minaccia perpetua del caldo eterno e del freddo temporale». Non sono parole di un “contestatore globale”, si badi bene. Sono parole del solito Tommaseo, che aveva spesso ragione. E intendeva giusto la possibilità di usare antifrasticamente la parola “coraggio”.

La quale diventava così sinonimo di impudenza, sfacciataggine, faccia tosta, sfrontatezza, spudoratezza. […]

Nessuno nasce coraggioso. Valoroso forse sì, ardito anche, temerario senz’altro. Da giovani siamo quasi tutti in quel modo. Invecchiando si diventa vili e paurosi. Ma anche coraggiosi. Invecchiando – cioè crescendo, perché la vita è una mezza parabola, sempre in ascesa – s’impara a non aver paura della vita. La paura della morte c’è, ammettiamolo. Ma finché si vive, s’impara a vivere, a non temere questa ottusa montagna che è la vita quotidiana. S’impara ad agguantarla per il verso giusto, a farla diventare un’acuta, variegata, duttile, policroma avventura nella quale perdersi e ritrovarsi a ogni momento. La vita, in sé, è molto stupida, se siamo noi che ci abbandoniamo alla vita. Diventa bella, cara e divertente se siamo noi a farla così. Ma ci vuole, per questo, tanto coraggio.

LUCIANO BIANCIARDI

Recensione di Roberto Coaloa sul quotidiano "Libero" (8 febbraio 2015) di "Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale" di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90). Nella pagina anche un testo ritrovato di Bianciardi: COS’È IL CORAGGIO PER L’UOMO D’OGGI. UNA COSA CHE SERVE A VIVERE (Da "New Kent", ottobre 1968).

Recensione di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero” (8 febbraio 2015) di “Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale” di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90). Nella pagina anche un testo ritrovato di Bianciardi: COS’È IL CORAGGIO PER L’UOMO D’OGGI. UNA COSA CHE SERVE A VIVERE (Da “New Kent”, ottobre 1968).

FUOCO NEMICO DI CAMILLA SALVAGO RAGGI: «DOWNTON ABBEY» ALL’ITALIANA. VECCHIE STORIE DI FAMIGLIA TRA I FORNELLI MAI AMICI E LE RICETTE RITROVATE

Camilla Salvago Raggi e Marcello Venturi.

Camilla Salvago Raggi e Marcello Venturi.

La mia recensione – «DOWNTON ABBEY» ALL’ITALIANA. VECCHIE STORIE DI FAMIGLIA TRA I FORNELLI MAI AMICI E LE RICETTE RITROVATE – al volume di Camilla Salvago Raggi, Fuoco Nemico (Il Canneto Editore, pagg.100, € 8,00). Dal quotidiano Libero, sabato 8 marzo 2014.

Adoro questo piccolo libro, Fuoco nemico, perché raduna storie e sensazioni di un mondo che non esiste più! E Camilla è l’ultima custode della Badia cistercense di Tiglieto e della villa di Campale, nel Monferrato…

«DOWNTON ABBEY» ALL’ITALIANA. VECCHIE STORIE DI FAMIGLIA TRA I FORNELLI MAI AMICI E LE RICETTE RITROVATE

 Di Roberto Coaloa

Recensione di Roberto Coaloa - «DOWNTON ABBEY» ALL’ITALIANA. VECCHIE STORIE DI FAMIGLIA TRA I FORNELLI MAI AMICI E LE RICETTE RITROVATE - al volume di Camilla Salvago Raggi, Fuoco Nemico (Il Canneto Editore, pagg.100, € 8,00). Dal quotidiano Libero, sabato 8 marzo 2014.

Recensione di Roberto Coaloa – «DOWNTON ABBEY» ALL’ITALIANA. VECCHIE STORIE DI FAMIGLIA TRA I FORNELLI MAI AMICI E LE RICETTE RITROVATE – al volume di Camilla Salvago Raggi, Fuoco Nemico (Il Canneto Editore, pagg.100, € 8,00). Dal quotidiano Libero, sabato 8 marzo 2014.

È uscito il nuovo e sorprendente volume di Camilla Salvago Raggi, Fuoco Nemico (Il Canneto Editore, pagg.100, € 8,00), dedicato alla cucina e anche alla grande storia, dove il fuoco è quello dei fornelli, «luogo di pena» per la celebre scrittrice. Di Camilla, nata a Genova nel 1924, si conosce la brillante carriera: nel 1960 fu pubblicata la sua prima opera da Feltrinelli, La notte dei mascheri; nel 1993 ha vinto il Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice per il suo Prima del fuoco (Longanesi); nel 2001 ha vinto il Premio Procida Elsa Morante per la sua traduzione di Suspense di Conrad (ora riedito da Il Canneto); sono memorabili inoltre le sue trasposizioni di De Profundis di Oscar Wilde, di L’ufficiale prussiano e altri racconti di David Herbert Lawrence. Moglie dello scrittore Marcello Venturi (morto a Molare, il 21 aprile 2008), Camilla discende da una nobile schiatta genovese, che diede al nostro Stato il diplomatico Giuseppe Salvago Raggi, senatore del regno il 1 gennaio 1918.

Ricordiamo l’ambasciatore Giuseppe, nato a Genova il 17 maggio 1866, perché nella scrittura, spesso autobiografica di Camilla, ricorre come un intrigante convitato di pietra, pronto a ricordare alla scrittrice e al lettore il grande stile del mondo di ieri. Entrato nella carriera diplomatica, Giuseppe fu nelle ambasciate di Madrid, Pietroburgo, Berlino e Costantinopoli. Nominato plenipotenziario a Pechino, si segnalò nel 1900 per il suo coraggioso atteggiamento durante la rivolta dei boxers e la difesa della legazione italiana. Successivamente fu al Cairo e nel 1907 fu nominato governatore dell’Eritrea, dove rimase sino al 1915; volontario di guerra, fu poi richiamato in servizio e inviato in missione in Egitto; nel 1916-17 fu ambasciatore a Parigi. Da storico, il sottoscritto ricorda una rara fotografia dell’ultima conferenza interalleata nella Grande Guerra, tenuta a Pietrogrado nel 1917. L’ambasciatore si trova insieme allo zar Nicola II, all’ambasciatore di Inghilterra, Sir. George William Buchanan e all’ambasciatore francese Maurice Paléologue. Alla sinistra dello zar, il marchese Andrea Carlotti, ambasciatore del Regno d’Italia e poi il Ministro Scialoia, delegato civile italiano, e il Generale Ruggeri Laderchi, delegato militare italiano. Un testimone della Storia, Giuseppe Salvago Raggi. Chi avrebbe potuto immaginare in quel momento la serie di eventi che avrebbero portato la Russia dello Zar a scomparire definitivamente con la Rivoluzione di ottobre (novembre per il nostro calendario)? Solo poche settimane dopo la storica fotografia, un mondo scompariva per sempre, incalzato dagli eventi: i disordini della Duma, l’arrivo di Lenin…

L’ambasciatore fece poi parte della delegazione italiana alla Conferenza della pace. Morì a Molare il 28 febbraio 1946. Fu anche scrittore e viaggiatore, il suo libro Lettere dall’Oriente, scritto in seguito ad esperienze di viaggio fatte all’età di venti anni nel mondo arabo, continua tutt’oggi ad essere ripubblicato.

Camilla conobbe il nonno, l’ambasciatore, soltanto nel 1936, quando morì suo padre Paris, che era figlio unico. Nonno e nipotina finirono in un tenerissimo idillio familiare, lui la adottò e Camilla, ormai marchesa, a ventidue anni si trovò a essere l’ultima del suo casato, l’erede della Badia cistercense di Tiglieto e della villa di Campale, nel Monferrato, dove tuttora vive e che fa da superba cornice a molte sue opere, come nel romanzo Il noce di Cavour (dimora mitica, dove nell’Ottocento, in alcune sue stanze, «si svolgeva il misterioso, brulicante e un po’ ributtante processo che va sotto il nome di bachicoltura»).

Camilla, nel suo nuovo libro Fuoco nemico, ci racconta altre storie, questa volta di cucina, con l’ausilio, ovviamente, del sorprendente baule del nonno Giuseppe. Lì ritrova, ad esempio, un vecchio menu del 1917, quando il nonno era nella Commissione delle Riparazioni (Parlement interallié): «Hors-d’oeuvre à la Française. Truite saumonée sauce riche. Bas-rond de Pauillac à l’Anglaise. Asperges sauce mousseline. Tarte parisienne. Dessert». Ed eravamo in tempo di guerra, durante il periodo degli ammutinamenti e delle fucilazioni sul fronte francese. Camilla ci avverte: «E questo passi, era ovvio che si trattava di un pranzo di gala. Ma anche in un qualunque giorno dell’anno – per esempio, il 9 dicembre del 1895, a Campale: Consommé aux quenelles. Petits patés de truffes. Truites de L’Orba. Tornedos Jardinière. Timbale à la Khédive. Choux de Bruxelles sauce mousseline. Bécasse roties. Truffes en salade. Mont Blanc. Dessert. Trote dell’Orba, tartufi… Cos’aveva di speciale quel 9 dicembre ?… Un ritrovarsi o un accomiatarsi dagli amici venuti dai castelli o dalle ville vicine ?… Il nonno giovane diplomatico in procinto di partire per una qualche prestigiosa destinazione?… Non ho fotografie di quegli anni, ne ho però una di un pranzo all’ambasciata di Pechino poco prima dell’assedio (il nonno era allora ambasciatore in carica), le signore in abiti da sera, nonna Camilla con una cascata di perle e il solito sorriso che maschera male la malinconia che l’avrebbe accompagnata fino alla separazione del marito».

La scrittrice ammette di essere una pessima cuoca, che adora le patatine fritte e le buste di surgelati: ai fornelli non è in grado di far nulla e niente al mondo l’annoia di più. Anzi, i dubbi in cucina la assalgono anche per preparare un uovo: «Certo nessun libro di cucina spiega come fare un uovo sodo. Si dà per scontato che lo si sappia. Io invece non lo so e mi trovo di fronte a un problema: metterlo a freddo o quando l’acqua bolle?»

A dispetto di questa colossale e imperdonabile sbadataggine in cucina, Camilla è attratta dall’arte culinaria in maniera irresistibile: sue devono essere tutte le vecchie riviste polverose di cucina, con le fantastiche rubriche, e i ricettari dell’Artusi. Golosa anche delle trasmissioni televisive moderne, con una preferenza alla Parodi. Fuoco nemico diventa così una piccola enciclopedia della memoria tra i fornelli, brillante e assai divertente, dove la rievocazione del passato è la testimonianza di un’antica famiglia italiana, sullo stile british di un Gosford Park o del più recente Downton Abbey, di «un mondo altro, arte di un passato che oggi non esiste più, perché non esistono più i presupposti per resuscitarlo».