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ROSA LUXEMBURG E LA VERA RIVOLUZIONE

Rosa Luxemburg parla alla Conferenza femminile dell'Internazionale socialista, Stoccarda, 1907

Rosa Luxemburg parla alla Conferenza femminile dell’Internazionale socialista, Stoccarda, 1907

Osserva Roberto Coaloa: “La comunista Rosa amava Tolstoj, ma non amava Lenin”. Fu però una vera rivoluzionaria. “Una donna comme il faut”. 

Il poeta tedesco Bertold Brecht scrisse:
“Ora è sparita anche la Rosa rossa,
non si sa dov’è sepolta.
Siccome ai poveri ha detto la verità
i ricchi l’hanno spedita nell’aldilà”.

Proponiamo un ricordo dello storico Roberto Coaloa, durante la commemorazione del centenario della morte di Rosa Luxemburg tenuta al Club Dumas il 15 gennaio 2019. Le immagini sono state realizzate nella soirée dedicata alla vita e all’opera di Rosa Luxemburg.

ROSA LUXEMBURG NON AMAVA LENIN…

Di Roberto Coaloa

Alla fine del 1917, Rosa Luxemburg approva entusiasticamente l’iniziativa rivoluzionaria dei bolscevichi, come prologo di una possibile rivoluzione mondiale, e ne apprezza il “volontarismo”, come aveva fatto Gramsci nel famoso e sorprendente articolo: “La rivoluzione contro il Capitale” (con la c maiuscola), apparso su “L’Avanti!” poche settimane dopo l’assalto al Palazzo d’Inverno. Tuttavia, in una serie di atti compiuti dal governo bolscevico (lo scioglimento con la forza dell’Assemblea costituente nel novembre 1917, l’abolizione della libertà di stampa, l’esautoramento dei Soviet, che fino a quel momento avevano canalizzato la partecipazione attiva e consapevole delle masse, l’istituzione della polizia segreta), Rosa “La Rossa” scorge e denuncia i tratti embrionali di un nuovo Leviatano, i cui germi stavano nella concezione leninista, elitaria e autoritaria, del partito. Dal suo punto di vista, la “dittatura del proletariato” non può concretizzarsi nella “dittatura di un partito o di una cricca”, ma come “dittatura della ‘classe’, cioè nella più larga pubblicità, con la più attiva e libera partecipazione delle masse popolari in una democrazia senza limiti” e, pertanto, occorre non abolire, ma estendere le libertà “formali” di stampa e di associazione, tanto più nella società socialista, perché “la libertà riservata ai partigiani del governo, ai soli membri di un unico partito – siano pure numerosi quanto si vuole – non è libertà, la libertà è sempre soltanto libertà di chi pensa diversamente”. Va da sé che la “fede” nel socialismo, con il suo portato di profetismo e messianismo, poteva inficiare l’oggettività e anche la coerenza logica delle analisi pur sempre stringenti della Luxemberg.
Ad esempio, negli stessi anni, toccava a Max Weber dimostrare come fosse moralistica e infondata la denuncia socialista del carattere “anarchico” del modo di produzione capitalistico, mostrando come esso scaturisse dall’etica economica delle religioni e dalla piena emancipazione del calcolo economico dall’utile soggettivo e individuale. Così come la morte prematura e violenta impedì a Rosa Luxemburg di chiarire come la necessità, mai negata, di un partito come avanguardia e testa del proletariato prima, durante e dopo la rivoluzione, potesse scongiurare che questo partito non si comportasse come organo di potere. È sempre questa fede, che traeva linfa dalla fiducia per un’umanità rigenerata, che, alla vigilia della prima guerra mondiale, la renderà immune dalle sirene della Kriegsideologie, dai fervori bellicisti e dal gesto “opportunista” più clamoroso della socialdemocrazia tedesca, che, nell’agosto 1914, approva i crediti di guerra in Parlamento in nome dell’unità nazionale. Rosa Luxemberg resterà pacifista e internazionalista, mentre si sfalda la Seconda Internazionale, e, col protrarsi del conflitto, comincerà a vedere nelle conseguenze catastrofiche della guerra l’occasione di una crisi  risolutiva, del punto di rottura dell’ordine sociale capitalistico, attestandosi così sulle posizioni radicali, che, con Karl Liebknecht, l’unico deputato socialdemocratico che non si era allineato a quel drammatico voto, la porteranno a fondare la “Lega di Spartaco” e, poi, il Partito comunista tedesco.
Se, dopo il 15 gennaio 1919, l’azione e la voce carismatica di Rosa Luxemburg avessero risuonato anche nella Repubblica di Weimar, non sappiamo come ella avrebbe sviluppato la sua critica al sistema  sovietico, quale ruolo avrebbe assunto nel filone che Maurice Merleau-Ponty chiamerà “marxismo occidentale” e, soprattutto, come avrebbe inciso nella dinamica dei rapporti politici e parlamentari tra comunisti e socialdemocratici, considerato che proprio il suo assassinio e quello di Karl Liebknecht apriranno un fossato permanente e una ferita non più rimarginata tra i due partiti, che agevolerà l’ascesa elettorale e le possibilità di manovra politica dei nazisti, a partire dagli anni trenta. Quel che possiamo oggi raccogliere ed estrapolare dalle teorie, dai discorsi, dalle lettere, che hanno ispirato la militanza appassionata che ha fagocitato quasi tutta la sua vita tragicamente spezzata all’età di quarantotto anni, sono due parole chiave, le impronte di un pensiero combattivo e di una sensibilità politica in continua evoluzione: democrazia e compassione. La sua idea di un partito che non inquadra e dirige le masse, ma ne incoraggia le lotte spontanee e ne valorizza la creatività, è solidale con il nesso indissolubile, ai suoi occhi, di socialismo e democrazia. La democrazia “borghese” con i suoi istituti e con le sue forme politiche è necessaria per Rosa Luxemburg ancora di più al movimento operaio verso il traguardo del socialismo, ma anche alla costruzione della società socialista stessa. Indispensabile per far avanzare i diritti e gli interessi delle classi lavoratrici nella società capitalistica, ma anche per trasformare in senso socialista la società, considerato che il capitalismo pone dei limiti alla democrazia e all’esercizio delle libertà democratiche. Rosa Luxemburg puntava insomma a tenere insieme ciò che altre correnti del marxismo separavano e contrapponevano: democrazia formale e democrazia reale, democrazia borghese e democrazia proletaria.
E quando i nodi pratici e non solo teorici di questa distinzione vennero al pettine con la rivoluzione bolscevica, la Luxemburg, come si è visto con La rivoluzione russa scritta nell’autunno del 1918, si oppose all’idea di Lenin e Trockij di realizzare la seconda mediante la “dittatura” del partito comunista come rappresentante dei lavoratori o anche solo dei soviet e in opposizione e alternativa all’“astrattezza” della seconda. Per la rivoluzionaria polacca era giusto pensare a un sistema istituzionale misto dove le istituzioni della democrazia (parlamento, suffragio universale, libertà di espressione) potessero coesistere con i consigli degli operai e dei soldati. Un’idea che tra l’altro convergeva con le posizioni anche della frazione dei socialdemocratici indipendenti dell’USPD come Rudolf Hilferding et Karl Kautsky e che si è affacciata anche nella tormentata vicenda dei Paesi del “socialismo reale” alla ricerca di un “socialismo dal volto umano”. Quel che rimane rilevante di questa impostazione di Rosa Luxemburg, al di là delle stesse oscillazioni che ella ebbe dal novembre 1918, è il fatto di innestare, valorizzandoli, nella prospettiva marxista, gli aspetti “formali” della democrazia e, combinando strutture di base e strutture rappresentative, lo sforzo di concepire forme istituzionali capaci di estendere la democrazia, oltre i limiti posti dalle diseguaglianze concrete e dalle sperequazioni generate dal sistema capitalistico. Questo sforzo non è lontano da quello compiuto, più di recente, da filosofi e scienziati politici come Robert Dahl, che si è posto il problema della ineguaglianza delle risorse d’influenza politica nelle democrazie pluraliste, o dalle carte costituzionali più avanzate come quella repubblicana italiana, che al secondo comma dell’articolo 3, assegna alla Repubblica “il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”.
Ma c’è una Rosa Luxemburg che, quando esce dalle categorie rigide della concezione materialistica della storia, soprattutto nella corrispondenza, si avventura nel campo delle emozioni, della loro fecondità esistenziale e politica, e, in una lettera, tra le più note, scritta dal carcere nel dicembre 1917 e destinata a Sonja Liebkenecht, ne incontra una particolarmente rivelativa: l’emozione della compassione. In questa lettera, che Karl Kraus pubblica nella rivista Fackel nel luglio 1920, auspicando che sia ospitata nelle antologie scolastiche per il suo pregio letterario, la Luxemburg innanzitutto, per contrasto all’inquietudine che vive l’amica, si scopre straordinariamente “calma e serena”, nonostante le condizioni di dura segregazione e desolazione in carcere. Confessa all’amica: “Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità… Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa” e aggiunge, in uno slancio di solidarietà amicale: “Quanto mi piacerebbe potervi dare la chiave di questo incanto, perché vediate sempre e in ogni situazione quel che nella vita è bello e gioioso… vorrei soltanto donarvi la mia inesauribile letizia”.
E più avanti, Rosa racconta del dolore che le ha provocato assistere a una scena: due bufali usati come animali da soma per trasportare carichi enormi di giubbe e altro materiale di guerra, così brutalmente percossi da un soldato, da suscitare la compassione della guardiana e, poi, la sua nel vedere uno dei due bufali sanguinare e assumere “un’espressione simile a quella di un bambino che abbia pianto a lungo”, tanto da farle sospirare: “Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia”. Nell’equiparare la propria condizione a quella dell’animale, pur così diversa, Rosa Luxemburg muove dalla valutazione della comune vulnerabilità al dolore, alla fame, alla malattia e ad altre forme di sofferenza (la sofferenza del bufalo sottratto alle sue praterie rumene, come bottino di guerra, diventa l’epitome di tutte le sofferenze umane e non umane provocate dalla guerra, come dimostra la conclusione della lettera), che sta sempre alla base del sentimento di compassione, che, a differenza dell’empatia, che consiste nel sentire o entrare in risonanza con ciò che sente un’altra persona particolare, rinvia a una morale naturale e universale, indipendente dalle culture e dalle epoche storiche. La Luxemburg sembra intuire la forza etica e umanizzante che può avere la capacità di compassione, quando – come si vede nelle ultime scene del film che le ha dedicato Margarethe von Trotta nel 1986 – dettando proprio a Sonja il suo editoriale per il giornale di partito, nei giorni concitati dell’insurrezione berlinese, dice sorprendentemente: “L’uomo affrettato da un’azione importante, che, negligentemente, calpesta un miserabile verme, commette un crimine”.
Pochi cenni, ma significativi, dove il concetto di socialismo sembra  allargarsi a quello di una socialità che trova il suo fondamento nella  capacità di compatire l’altro e nello spirito attivo e cooperativo che la compassione induce. Troviamo così i prodromi di una riflessione sul significato morale e cognitivo, sociale e politico, della compassione, che coinvolgerà molti esponenti della scena filosofica contemporanea, da Lévinas a Nussbaum, arrivando fino ai giorni nostri. D’altra parte, la preoccupazione di Rosa Luxemburg di preservare le libertà democratiche che l’autoritarismo bolscevico russo annullava, non conteneva forse la preoccupazione di creare le condizioni istituzionali e giuridiche che promuovessero le capacità di convivenza disinteressata e affettiva dei singoli individui e lo sradicamento della violenza permeante la struttura di classe della società capitalistica che la Luxemburg vedeva riproporsi drammaticamente, in forme nuove, nel socialismo realizzato dei bolscevichi? Se è così, suonano allora pertinenti le parole dell’epitaffio che le dedicò Bertolt Brecht, dopo il ritrovamento del suo corpo e la sepoltura: “Qui giace sepolta/ Rosa Luxemburg/ Un’ebrea polacca/ Che combatté in difesa dei lavoratori tedeschi,/ Uccisa/ Dagli oppressori tedeschi. Oppressi,/ Seppellite la vostra discordia!” (Poesie e canzoni, Einaudi, Torino 1981, p. 182)
Prima del 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg pensava che Berlino potesse nasconderla. L’anno era appena iniziato e la rivoluzionaria marxista insieme al compagno di lotte Karl Liebknecht era riuscita a trasformare un’ondata di scioperi e proteste in una rivoluzione, la Spartakusaufstand, Rivolta spartachista. Ma quando il governo socialdemocratico di Friedrich Ebert diede ordine ai Freikorps di sedare i rivoltosi, non ci fu riparo o nascondiglio sicuro. Fu una soffiata a portare le milizie paramilitari di orientamento reazionario nell’appartamento sulla Mannheimer Strasse dove si erano rifugiati Rosa e Karl. Li condussero nel lussuoso Hotel Eden al cospetto del capitano Waldemar Pabst.

Pabst aveva sentito Rosa Luxemburg arringare ed era convinto che metterla a tacere avrebbe distrutto la più grande arma dei rivoluzionari. Perciò aveva già messo a punto uno squadrone della morte. Era il 15 gennaio, dopo avere interrogato e torturato Luxemburg e Liebknecht disse che li avrebbe fatti portare nella prigione Moabit in due auto diverse. Ma, su suo ordine, i due non raggiunsero mai il carcere.

Liebknecht fu portato nel parco di Tiergarten e giustiziato. Un colpo di pistola alla testa mise invece fine alla vita di Luxemburg. Il suo corpo fu gettato nelle fredde acque del canale Landwehr e recuperato solo cinque mesi dopo. È così che finì la Rivoluzione e iniziò la Repubblica di Weimar. Con due martiri della causa comunista. La Rosa rossa della sinistra aveva solo 47 anni e aveva dedicato tutta la sua esistenza alla lotta per l’emancipazione dei lavoratori.

“Ella fu – e resta per noi – un’aquila. E non solo i comunisti in tutto il mondo onoreranno la sua memoria, ma la sua biografia e la sua opera completa serviranno come utili manuali per formare molte generazioni di comunisti in tutto il mondo”, scrisse il leader della Rivoluzione russa Vladimir Lenin. Parole preveggenti: a cento anni da quella morte brutale, Rosa Luxemburg è tuttora riconosciuta come una delle menti più brillanti dell’ideologia marxista.

E dire che i rapporti tra Luxemburg e Lenin non erano stati dei migliori: Rosa non credeva nell’idea di imporre “l’emancipazione” del proletariato dall’alto o dell’avanguardia del partito che guida le masse verso la Rivoluzione. E soprattutto aveva subito intuito che la strada intrapresa dai bolscevichi nel 1917 portava in sé il germe di pericolose involuzioni dittatoriali, benché avesse fatto della Rivoluzione il suo sogno e obiettivo.

La sua prima Rivoluzione era stata contro le circostanze. Era nata ebrea, donna e zoppa a Zamosc, nella Polonia controllata dall’Impero russo. Ma non lasciò che fosse questo a definirla. Iscritta al Proletariat polacco a 15 anni, volò in Svizzera prima di stabilirsi nel 1898 a Berlino per essere – credeva – al centro della lotta comunista.

Quando scoppiò la prima Guerra mondiale, dopo anni di militanza nel Partito socialdemocratico, si schierò sul fronte pacifista e insieme a Liebknecht creò il Gruppo Internazionale, divenuto poi Lega Spartachista e infine nucleo del Partito Comunista tedesco.

Nel 1916 fu arrestata durante uno sciopero e condannata a due anni di prigione, ma continuava a scrivere e a incitare anche da dietro le sbarre. In una lettera dal carcere scrisse: “Restare un essere umano è la cosa più importante di tutte… Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita sulla grande bilancia del destino, ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola… Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e sarebbe ancora più bello se non vi fossero sulla terra dei vigliacchi e dei codardi”.

E ancora nel saggio “La Rivoluzione Russa”, molto critico nei confronti di Lenin e dei bolscevichi (tanto da essere pubblicato nella Germania Est solo nel 1974): “La libertà solo per i sostenitori del governo, solo per i membri di un partito – per quanto numerosi possano essere – non è libertà. La libertà è sempre libertà di chi pensa diversamente”

Fu rilasciata nel 1918. Ci erano voluti il crollo della monarchia e la sconfitta in una guerra orribile, ma a 55 anni dalla sua creazione l’Spd era finalmente salita al potere e non voleva che niente o nessuno glielo togliessero. Perciò quando nel gennaio 1919 Luxemburg e Liebkneckt sfruttarono il caos seguito all’umiliazione tedesca per dare slancio alla seconda ondata della Rivoluzione berlinese, Ebert diede mano libera ai Freikorps perché sopprimessero le manifestazioni. Ci misero tre giorni a scovare Rosa e Karl.

Chissà che cosa sarebbe successo se Rosa Luxemburg fosse sopravvissuta. Forse la storia avrebbe preso una piega diversa: forse l’Europa non avrebbe conosciuto il fascismo o il comunismo non sarebbe sfociato nella dittatura. Non lo sapremo mai…

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

1. ROBERTO AL BIALBERO

CENTENARIO DELLA FINE DEI ROMANOV

Di Roberto Coaloa

L’intera famiglia imperiale russa – lo Zar Nicola II, la Zarina Alessandra, i cinque figli – fu sterminata dopo la mezzanotte del 16 luglio 1918, cento anni fa: il massacro dei Romanov avvenne tra le due e le tre di notte del 17 luglio 1918. Furono assassinati anche il medico, il dottor Botkin, tre persone di servizio e due cani, il bulldog della granduchessa Tatiana e il cagnolino Jemmy, mentre l’adorato King Charles spaniel dello Zarevič Alessio, Joy, scappò durante la strage e finì i suoi giorni a Windsor.

Perché accadde la strage a Ekaterinburg? Dal castello di Windsor, dove giacciono negli archivi le corrispondenze tuttora inedite tra la famiglia imperiale russa e quella inglese, emergono alcune verità. Ai Romanov fu più fatale l’amicizia con la corona di San Giacomo che la Rivoluzione russa. I bolscevichi ebbero il ruolo di semplici esecutori materiali dell’eccidio.

Nel 1917, infatti, Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, che in un primo momento era sembrato disponibile con i suoi uomini di fiducia a soccorrere lo Zar. Solo l’Imperatore Carlo d’Asburgo si preoccupò di Nicky e della sua famiglia, cercando di liberarli dalla prigionia costituendo un commando, formato principalmente da italiani di Trieste. Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere in Inghilterra il cugino Romanov (tra l’altro alleato contro il Reich del Kaiser), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione dello Zar.

Nel 2000 lo Zar Nicola II e la sua famiglia sono stati canonizzati. I resti dello Zar e della Zarina e le loro tre figlie ricevettero un funerale di stato prima di essere sepolti nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo il 17 luglio 1998, ottantesimo anniversario della strage. Gli ultimi riconoscimenti sono stati fatti nel 2007, ma il mistero sui Romanov continua ancora oggi: i presunti resti parziali degli scheletri di Alessio e Maria non hanno convinto la Chiesa.

I resti dello Zar Nicola II, inoltre, sono poi stati riesumati nel 2015 per prelevare campioni di DNA nell’ambito dell’indagine riaperta. Nel 2015, infatti, la Commissione d’inchiesta del ministero degli Interni ha riaperto il fascicolo per consentire alla Chiesa un’ultima verifica sull’identità della famiglia, verifica che è stata effettuata grazie al DNA di Nicola e Alessandra (temporaneamente riesumati), di Ella (sepolta a Gerusalemme), di Alessandro II (del quale è stata utilizzata la giacca macchiata di sangue custodita all’Ermitage) e di Alessandro III. Nell’ottobre 2016 il patriarca della Chiesa ortodossa ha dichiarato che i test saranno presto completati. Finora, i resti del principe ereditario Alessio e di sua sorella Maria non sono sepolti: sono conservati nell’archivio statale russo.

JACOB BURCKHARDT. BICENTENARIO DELLA NASCITA. 1818-2018.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Con un ritratto dello storico a Vicenza nel 1993: Nina Huygen, Machteld Voss, Marieke Oudejans, Davide Tardivo e Roberto Coaloa.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Con un ritratto dello storico a Vicenza nel 1993: Nina Huygen, Machteld Voss, Marieke Oudejans, Davide Tardivo e Roberto Coaloa.

Oggi, venerdì 25 maggio 2018, al Club Dumas, si tiene una conferenza di Roberto Coaloa dedicata al bicentenario della nascita dello storico Jacob Burckhardt (1818-1897), nato a Basilea il 25 maggio 1818, morto a Basilea l’8 agosto 1897. L’opera più nota dello storico svizzero è La civiltà del Rinascimento in Italia, pubblicata nel 1860. Uno dei libri più fortunati di Burckhardt è il Cicerone, che ebbe molte edizioni durante la vita dell’autore. Fu pubblicato per la prima volta nel 1855. La nona edizione di Der Cicerone fu pubblicata a Lipsia nel 1904 a cura di Wilhelm Bode e Cornelius von Fabriczy.

Anticipiamo e riassumiamo l’intervento di Roberto Coaloa, che da tempo indaga sul pensiero e sulla vita dello storico svizzero.

 

JACOB BURCKHARDT. BICENTENARIO DELLA NASCITA. 1818-2018.

Di Roberto Coaloa

Burckhardt, per Aby Warburg, era un «lucido negromante». Era un «veggente», come Friedrich Nietzsche.

Si dovrebbe ricordare Burckhardt solo per il fatto che fu Maestro di Nietzsche, che lo considerava l’uomo più «straordinario» della sua epoca.

E come non ricordare Nietzsche, che si rivolse sempre con rispetto al suo Maestro, prima e dopo la follia.

Da Sils Maria, nell’autunno del 1888. Nietzsche scrisse a Burckhardt, annunciando Il caso Wagner:

Illustrissimo signor Professore,

mi prendo la libertà di presentarLe un piccolo scritto estetico, scritto per ricrearmi in mezzo alla severità dei miei compiti, ma non per questo scevro di serietà.

Il tono ironico e leggero dell’opuscolo – ne sono certo – non La ingannerà. Forse io ho il diritto di parlare finalmente chiaro del “caso Wagner”, forse ne ho il dovere. Oggi il favore di Wagner è all’apice. I tre quarti dei musicisti del mondo sono convinti wagneriani; da Pietroburgo a Parigi, da Bologna a Montevideo i teatri vivono di quest’arte; recentemente il giovane imperatore di Germania ha definito la faccenda un evento nazionale di prim’ordine ponendosene alla testa: sufficiente motivo per scendere in campo. Riconosco – dato il carattere internazionale del problema – che avrebbe dovuto essere scritto, anziché in tedesco, in francese…

Ho saputo che poco tempo fa la pietas di un’intera città ha ricordato con profonda riconoscenza il suo primo educatore e benefattore. Modestamente mi son fatto lecito di unire i miei sentimenti a quelli di un’intera città.

Il suo Dr. Friedrich Nietzsche.

Nietzsche indirizzò poi a Burckhardt quello che sarebbe stato il suo ultimo biglietto della follia, da Torino, il 4 gennaio 1889, il giorno seguente il fatidico 3 gennaio, quando il filosofo abbracciò un cavallo in via Po. Nietzsche, firmandosi nel biglietto con un semplice «Dioniso», scrisse:

Ecco il piccolo scherzo per l’amor del quale dimentico la noia di aver creato il mondo. Ora lei è – tu sei – il nostro grande maggiore Maestro: giacché io, con Arianna, non abbiamo che da essere l’aureo equilibrio delle cose: in ogni ramo vi è qualcosa al disopra di noi…

Oggi, nel bicentenario della nascita del più grande storico dell’Ottocento, leggeremo alcune pagine tratte dai suoi maggiori lavori: Die Zeit Constantins des Großen, Cicerone e Die Kultur der Renaissance in Italien.

Jacob Burckhardt nel 1895.

Jacob Burckhardt nel 1895.

Da leggere attentamente sono poi alcune opere di Burckhardt nate dagli appunti dei suoi studenti di Basilea. Si tratta di Weltgeschichtliche Betrachtungen e Historische Fragmente.

In queste pagine Burckhardt appare non solo lo storico del Rinascimento in Italia. È uno dei pensatori più influenti, amato da Walter Benjamin, indispensabile alla nostra sensibilità moderna, impregnata dalla filosofia di Nietzsche. Non a caso fu Nietzsche a citare lo storico in Sull’utilità e danno della storia per la vita. Il filosofo scrive del tipo di storia antiquaria che custodisce e venera: «Con quest’animo Goethe contemplò il monumento di Erwin von Steinbach… Un tale senso e impulso guidò gli Italiani del Rinascimento e risvegliò nei loro poeti l’antico genio italico a una “nuova meravigliosa risonanza di una corda antichissima”, come dice Jacob Burckhardt».

La nostra coscienza è legata a un atavismo europeo, quello del mondo di ieri, delicato e fine, di cui Burckhardt è il massimo interprete. Lo storico criticò la moderna società industriale e fu contrario alle tendenze idealistiche e storicistiche dominanti nel mondo accademico dell’epoca, elaborando una caratteristica analisi storiografica, chiamata Kulturgeschichte.

Burckhardt ci ha mostrato il compito più urgente di tutti: quello di salvare la cultura, anche in quanto storia. Inoltre occorre lottare per difendere il patrimonio spirituale dell’umanità, perché è frottola ottimistica che esso non possa mai andare perduto. Più volte Burckhardt afferma che lo storico non è autorizzato né a sperare né a disperare del presente, per quanto i segni che stanno all’orizzonte possano far prevedere catastrofi e sconvolgimenti.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Roberto Coaloa con un ritratto dello storico a Milano, Castello Sforzesco, aprile 1993.

In viaggio con Carl Jacob Christoph Burckhardt! Roberto Coaloa con un ritratto dello storico a Milano, Castello Sforzesco, aprile 1993.

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

COPERTINA MULINO

 

Il saggio di Roberto Coaloa, Viva Valentina! La Rivoluzione russa a fumetti, apre il primo numero della rivista del  «Mulino» nel 2018, il 495.

Nel 2018 la rivista festeggerà i 500 numeri. L’anno inizia quindi con una nuova copertina: disegnata per mettere in evidenza il filo conduttore del fascicolo, il concetto di «rivoluzione».

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

Di Roberto Coaloa

Perché uno storico, a cento anni dalla Rivoluzione russa, si deve occupare di un artista complesso come Guido Crepax (nato a Milano il 15 luglio 1933, morto nella sua città il 31 luglio 2003), l’inventore di Valentina? Perché la sua eroina, una delle poche protagoniste di fumetti, nasce sulla rivista «Linus» proprio alla viglia del 1968, anno di una nuova stagione rivoluzionaria. Valentina ha reso famoso Crepax in tutto il mondo. Ora, con l’ausilio prezioso dei figli – Antonio, Caterina e Giacomo – che hanno creato l’Archivio Crepax, l’artista sta vivendo un’altra stagione fortunatissima, con nuove traduzioni e l’interesse del cinema americano.

Valentina, che nasce e invecchia con il suo creatore, è lo specchio di una generazione, quella protagonista del 1968. La Rivoluzione è stata un grande sogno per i ventenni che hanno provato a riaffermarne i valori nel 1968 e negli anni successivi. Valentina è la protagonista di storie che hanno come punto di riferimento la Milano intellettuale degli anni Sessanta e Settanta. Lenin in quella nuova stagione rivoluzionaria era à la page! La Rivoluzione è stata studiata, pensata e poi scritta e disegnata da Crepax. È dunque interessante ripercorrere la figura di questo artista e intellettuale engagé che riflette attraverso il fumetto sulle vicende storiche del Novecento. Non solo: la figura di Valentina (la descrizione del mondo russo, raccontato nella sua complessità) ha influenzato artisti e studiosi protagonisti del nostro tempo.

Anticipiamo che l’anno 1977 segnerà per l’artista una cesura netta nel pensare l’Ottobre. Prima di quella data Crepax ha già disegnato diverse avventure di Valentina raccontando la Rivoluzione. Esamineremo le storie che a nostro modesto parere mostrano meglio la riflessione di Crepax sul mondo russo, senza dimenticare che più in generale quella storia riecheggia in tantissimi altri lavori dell’artista. Nel 1968, ad esempio, disegna Valentina perduta nel paese dei Sovieti. Poi c’è il film di Corrado Farina del 1973, dal titolo Baba Yaga, liberamente tratto da un fumetto di Valentina. Senza dimenticare la battaglia e il gioco dedicati da Crepax alla figura di Aleksandr Nevskij.

Proprio l’invenzione di giochi da tavolo ci consente di aprire una piccola parentesi. Crepax, laureato in architettura, diventato disegnatore, passava interi pomeriggi alla biblioteca Sormani di Milano per cercare nei volumi i costumi, le uniformi. Amava la messinscena, che diventava mania; forse avrebbe voluto avere il talento di un attore come Laurence Olivier, quando parla ai soldati prima della battaglia di San Crispino. A Crepax piaceva rappresentare la storia come se fosse a teatro, facendo uso di costumi. Desiderava, insomma, la drammatizzazione alla Olivier. Da artista ricostruiva la storia. E lo faceva alla Salgari, che non aveva mai visto gli scenari esotici delle avventure di corsari e avventurieri che raccontava. Crepax, anche lui come Salgari, era un viaggiatore immobile. Fermo nel suo studio, tra i suoi libri, in un vorticare di letture. Lo storico ambirebbe a essere uno sciamano capace di fermare il tempo storico, di vederlo e descriverlo a distanza di anni, di secoli. L’artista ha i mezzi per fermare il tempo e non solo.

LENIN DI GUIDO CREPAXTra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 Crepax disegna Io, Valentina. La prima pagina è dedicata alla sua nascita: 25 dicembre 1942. La giovane Valentina studia la storia. Dopo la morte di Stalin il padre afferma: «Adesso potremo dire la verità senza la paura di sembrare anticomunisti». In una vignetta successiva compare Lenin, cappello in testa, come ce lo mostrano i ritratti ufficiali, che pronuncia la storica frase: «La verità è rivoluzionaria». Lenin aveva detto quella frase? No! È una frase di Gramsci («La verità è sempre rivoluzionaria»), che ha segnato la storia del Partito Comunista Italiano nel Novecento. È stata ripresa in tono polemico, con l’aggiunta di un «non» in un film di Francesco Rosi, Cadaveri eccellenti (1976), ispirato a Il contesto di Leonardo Sciascia, dove primeggia l’attore Lino Ventura, in una delle sue migliori interpretazioni: il commissario Rogas, ucciso insieme al segretario del Partito comunista. Nel film la frase è pronunciata nelle sequenze finali, davanti al quadro di Guttuso, I funerali di Togliatti, sintesi della storia del Partito comunista italiano. Un amico di Rogas, un comunista radicale, affronta un funzionario del proprio partito, quello che si suppone occuperà il posto del segretario ucciso, e gli chiede: «Allora la gente non deve sapere la verità?». Il futuro segretario risponde: «La verità non è sempre rivoluzionaria». Questa frase non c’è nel libro di Sciascia. È un’invenzione della sceneggiatura (pare che l’avesse detta Giancarlo Pajetta), usata da Rosi per denotare l’omertà dell’opposizione di fronte alla corruzione imperante e molto spesso impunita. Questo film del 1976 è rappresentativo di un clima di tensione che si avvertiva allora in Italia. Siamo in un’epoca in cui il Partito comunista, dopo il 15 giugno 1975, era in grandissima ascesa, tanto è vero che la proposta di Berlinguer sul compromesso storico si era rafforzata. In quel momento le preferenze di Crepax e, ovviamente, quelle di Valentina, sono simili a quelle dell’amico dell’ispettore Rogas: sono per Lev Trockij, in quegli anni il modello per chi intende l’esperienza rivoluzionaria come «Rivoluzione permanente».

A Trockij, infatti, sono dedicate due puntate di Alterlinus tra l’agosto e il settembre 1974, dal titolo Viva Trotskij. Poi, non a caso, proprio nel 1976, Trockij è ancora il protagonista di una bellissima tavola con Valentina in bicicletta: è stata realizzata per il mensile Linus in occasione delle elezioni politiche di quell’anno.

Il fumetto Viva Trotskij è per noi di grande interesse. Nella prima pagina compare Valentina che travolge letteralmente gli autocrati della Russia alla vigilia della Rivoluzione. Nella grande tavola compare anche un quadrunvirato, formato dai giovanissimi «Uljanov, Bronstejn, Tsederbaum e Džugašvili». Essi sono ovviamente, nell’ordine, da sinistra a destra come compaiono nella tavola: Lenin, Trockij, Martov e Stalin. Tra i quattro il meno conosciuto e ovvio nelle scelte di Crepax-Valentina è Julij Martov, nato Julij Osipovič Cederbaum. Trockij lo definì «l’Amleto del socialismo democratico». La presenza di Martov è rivelatrice di una conoscenza non superficiale (e critica) della Rivoluzione da parte di Crepax.

Quali sono le fonti storiche di Crepax? In una prima indagine sulla sua biblioteca si notano alcuni testi, in particolare la famosa trilogia di Isaac Deutscher: Il profeta armato. Trotsky 1879-1921, Longanesi, Milano, 1965; Il profeta disarmato. Trotsky 1921-1929, Longanesi, Milano, 1970; Il profeta esiliato. Trotsky 1929-1940, Longanesi, Milano, 1965. Poi gli scritti di Victor Serge, tra i quali: Vita e morte di Trotskij, Editori Laterza, Roma-Bari, 1973. Gli studi sulla Rivoluzione presenti nella sua biblioteca sono di Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1964 e Roy Medveev, La rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, Editori Riuniti, Roma, 1976.

Nella seconda puntata di Viva Trotskij la storia si apre con Valentina, che armata di scopa caccia i nemici della Rivoluzione: lo Zar e la sua camarilla. Nelle immagini finali Valentina saluta con due braccia alzate i vittoriosi bolscevichi e pensa: «Con tutto il corpo… con tutto il cuore… con tutta la coscienza… ascoltiamo la Rivoluzione». Si tratta di un omaggio al poeta Aleksandr Blok, l’«angelo caduto fra le paludi di Pietroburgo» (come lo definì Angelo Maria Ripellino). Crepax, però, fa una scelta controcorrente. Non riporta di Blok la poesia più nota, I dodici. Cita il finale di un pezzo, pubblicato nel gennaio 1918 sulla rivista «Znamja truda», L’intelligencija e la rivoluzione. Il 1917 per il poeta è una visione mistica e un tema musicale. Egli è il flâneur di Pietrogrado, attento ai rumori delle lotte, alle grida, agli spari. Per lui questi suoni nuovi sono l’anticipazione di una nuova grande epoca. «Con tutto il corpo, con tutto il cuore, con tutta la coscienza, ascoltate la Rivoluzione». Non è casuale la scelta di Crepax di far pensare Valentina con le parole del disilluso Blok, che fa un’analisi spietata dell’immediata conversione della Rivoluzione da mamma a matrigna, da utopia a massacro, dove ai lupi zaristi si sostituiscono le iene bolsceviche.

 

Nel 1977 esce il volume di Crepax, L’uomo di Pskov (Edizioni Cepim, Milano). È il momento di cesura. Prima di quella data la Rivoluzione russa era stata per Crepax un ideale positivo, un sogno, un mito. Nel giovane artista degli anni Sessanta, il ricordo della fine della Seconda guerra mondiale era vicino. Così come poteva esserci euforia nella Russia sovietica dopo la vittoriosa guerra contro il nazismo e il fascismo, quando un’ondata di euforia generale consentì a tutti di partecipare con slancio ed entusiasmo alla ricostruzione del paese e il sogno di una società più giusta, più equa, contagiò i cittadini di tutte le classi. Crepax, però, vive un complesso periodo storico e l’idea da lui abbracciata della «Rivoluzione permanente» di Trockij rivive nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano.

Alla fine degli anni Settanta, dopo la stagione del terrorismo (Crepax vedrà vicino a casa sua il cadavere di Antonio Custra, vicebrigadiere in forza al reparto celere di Milano, assassinato durante una manifestazione di militanti dell’estrema sinistra), l’artista, con L’uomo di Pskov, rivede criticamente i suoi miti giovanili. Lenin e i suoi compagni non appaiono più così buoni. Gli uomini vicini allo Zar non appaiono più così cattivi. Qui Crepax si avvicina come non mai al lavoro dello storico, intuendo l’immoralità professionale dello studioso che consiste nell’impossibilità di augurarsi l’inesistenza di una qualsiasi cosa esistita. E, infatti, essere un vero storico è sentirsi incapaci di voler vedere cancellato dalla storia persino quello che condanniamo. Nel racconto di Crepax, ambientato nell’autunno del 1919, l’uomo di Pskov è il tenente Orlov. È un “bianco” che combatte i bolscevichi, ma è un personaggio positivo che alla fine accetterà di morire per salvare la vita di due ragazze. Nel 1977 Crepax descrive la guerra civile russa scoppiata all’indomani dell’Ottobre.

Prezioso documento è quindi il fumetto L’uomo di Pskov, preceduto da un testo introduttivo – La rivoluzione russa – nel quale si racconta la complessità di quella storia. È interessante notare come Crepax sia capace attraverso il fumetto di ripercorre le vicende meno note della Rivoluzione, che è mostrata per quello che fu realmente: una tragedia per il popolo russo e l’inizio della sanguinosa dittatura di Lenin, che realizzò così l’inascoltata profezia di Rosa Luxemburg, secondo cui la vittoria del proletariato bolscevico si sarebbe trasformata nel regime del partito leninista.

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

CLARA STRADA JANOVIC DIPINTA DA ALEKSANDR LAKTIONOV

CLARA STRADA JANOVIC DIPINTA DA ALEKSANDR LAKTIONOV

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

Recensione di Roberto Coaloa a Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50), bel volume di memorie e di aneddoti di una ragazza sovietica, nata nel 1935, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Finito il conflitto, si chiude il sipario spensierato dell’infanzia siberiana, che lascia il posto a brevi ma efficaci descrizioni del mondo snob della Mosca che conta: le famiglie degli uomini del Partito, con i figli viziati come principi. L’autrice poi si concede un vivace finale, dove racconta i primi incontri con il mondo italiano. Nella Russia di Stalin era celebre Togliatti, soprattutto nel 1948, quando subì un attentato e si diceva che Stalin avesse rimproverato i compagni italiani per non aver salvaguardato l’incolumità del loro leader. È memorabile, quindi, nel 1963, l’incontro dell’autrice con Togliatti a Cogne, in Valle d’Aosta, sotto il Monte Bianco. Protagonista anche il giovane marito di Clara, Vittorio Strada.

Dal quotidiano “Libero”. Domenica 3 ottobre 2017.

 

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

Di Roberto Coaloa

Un volume atipico racconta la disperazione e l’angoscia della Russia di Stalin, l’infanzia di una donna siberiana, che dopo la Seconda guerra mondiale, sul finire degli anni Cinquanta, si sposerà felicemente con un italiano e vivrà con gioia nel Bel Paese. Si tratta di Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50). Clara è nata il 31 marzo 1935 nella regione di Chabarovsk. Laureatasi alla Facoltà di filologia dell’Università di Mosca, è stata poi docente di lingua russa nelle Università di Torino, Padova e Venezia. Filologa e traduttrice, a lei si devono versioni in italiano di Puškin, Čechov, Vladimir Propp e Michail Bachtin. Cinquantanove anni fa sposò lo slavista Vittorio Strada, dal matrimonio nacquero Olga e Nikita.

Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50).

Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50).

Una infanzia siberiana si legge d’un fiato, entrando in uno estremo oriente siberiano. C’è ancora l’eco di sangue della guerra civile, che dopo l’Ottobre aveva tragicamente segnato il vecchio Impero dei Romanov. La scrittrice ci descrive personaggi di un mondo di ieri: l’affittuaria del suo appartamento, vedova, nata in Bessarabia; il padre, nato sulle rive del lago Bajkal, in un piccolo centro ferroviario di nome Mysovaja, poi cambiato dopo la Rivoluzione in Babushkin, in onore di Ivan Babushkin, che durante la prima rivoluzione russa del 1905 aveva organizzato il trasporto di armi per le milizie operaie. Il nonno Jakov Ivanovic, di origini bielorusse, era stato ingaggiato per i lavori della costruzione della Transiberiana. La nonna, Anna Adamovna, era nata a Cracovia. La casa dell’infanzia siberiana è una solida costruzione fatta di tronchi di larice, coi pavimenti di legno, cassapanche, stufa in stile russo con forno, sgabuzzini, scale con balaustre tornite, con lungo il piano terra un terrapieno che riparava dal freddo, permettendo di conservare nella cantina ortaggi, derrate e confetture. Insomma nella nostra memoria appare il paesaggio del dottor Živago.

Clara Strada Janovic e Vittorio Strada a Venezia. Nel 2017, dopo 59 anni di matrimonio.

Clara Strada Janovic e Vittorio Strada a Venezia. Nel 2017, dopo 59 anni di matrimonio.

L’infanzia felice, dove fratelli e amici giocano in un paesaggio incantato, come la Lysaja Gora di Tolstoj, termina con la voce alla radio di Molotov: «C’è la guerra». Nella Russia di Stalin era celebre Togliatti. È memorabile, quindi, nel 1963, l’incontro dell’autrice con Togliatti a Cogne, in Valle d’Aosta, sotto il Monte Bianco. Togliatti si siede accanto a suo marito; il discorso cade sulle repressioni di Stalin degli anni Trenta: «Noi, Strada, non sapevamo niente». A quelle parole l’autrice perde le staffe, non credendo alle sue orecchie. Risponde a Togliatti che sta leggendo Victor Serge in quel momento. Fu così che il marito Vittorio, spinto dalla convenienza “diplomatica”, assestò alla moglie russa un memorabile calcio alla caviglia. Lo sguardo di Togliatti, nonostante il soccorso, trafisse la donna imprudente: «sembrava che mi avesse tagliato una lama d’acciaio, tanto si restrinsero le sue pupille».

INEDITO MARCEL

I divertimenti del giovane Proust. Tennis di Boulevard Bineau, Neuilly 1892: in piedi sulla sedia Jeanne Pouquet, alla quale Marcel fa la corte, ma Jeanne è già fidanzata con Gaston de Caillavet.

I divertimenti del giovane Proust. Tennis di Boulevard Bineau, Neuilly 1892: in piedi sulla sedia Jeanne Pouquet, alla quale Marcel fa la corte, ma Jeanne è già fidanzata con Gaston de Caillavet.

Prefigurazioni del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, si trovano negli scritti del giovanissimo scrittore, ora presentati in un bellissimo volume dalla copertina blu, Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

Tra questi piccoli capolavori narrativi La fine della gelosia e La morte di Baldassare Silvande.

Recensione di Roberto Coaloa sui “Racconti”.

Un’intera pagina dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

 

INEDITO MARCEL

Di Roberto Coaloa

Recensione di Roberto Coaloa sul volume “Racconti” di Marcel Proust, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise. Dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

Recensione di Roberto Coaloa sul volume “Racconti” di Marcel Proust, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise. Dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

Prefigurazioni del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, si trovano negli scritti del giovanissimo scrittore, ora presentati in un bellissimo volume dalla copertina blu, Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

I curatori sono due raffinati interpreti di Proust, Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia. Già Gide, nel 1923, osservava: «Tutto ciò che ammiriamo in Swann e nei Guermantes lo troviamo già qui, in filigrana, quasi insidiosamente anticipato: l’attesa infantile del bacio serale della madre; l’intermittenza del ricordo, lo stemperarsi dei rimpianti, la forza evocativa dei nomi e dei luoghi, i tormenti della gelosia, la seduzione dei paesaggi…». Per questo motivo, suffragati dalle osservazioni dell’amato censore Gide, apprezziamo questo importante lavoro di traduzione dal francese all’italiano, accompagnati discretamente da alcune osservazioni dei curatori, che si sono basati sull’edizione curata da Thierry Laget (Les plaisirs et les jours suivi de L’indifferent et autres textes) per Gallimard. Il volume italiano è impreziosito da una cronologia che ripercorre gli anni dal 1871 al 1897, cioè dalla nascita dello scrittore, il 10 luglio, al 6 febbraio di quel Fin de siècle, momento davvero memorabile per i biografi di Marcel Proust: lo scrittore si batté, infatti, a duello con Jean Lorrain, che aveva fatto uscire su «Le Journal» una velenosa stroncatura dei Piaceri, contenente anche una pubblica accusa di omosessualità. Era un pomeriggio freddo e piovoso alla Tour de Villebon nel Bois de Meudon, tradizionale terreno di scontro dei parigini. I padrini di Lorrain erano Paul Adam, il romanziere, che in seguito sarebbe stato dalla parte di Proust nell’affaire Dreyfus, e Octave Uzanne, il critico d’arte, che arrivò in ritardo di mezz’ora, con una faccia grigia e tirata, ancora sotto gli effetti della morfina. I padrini di Proust rappresentavano un vero e proprio trionfo mondano: il pittore impressionista Jean Béraud e Gustave de Borda, noto agli amici come Sword-Thrust Borda, spadaccino imbattibile, padrino ricercatissimo tra i rampolli dell’aristocrazia parigina. Questa volta, però, l’arma scelta fu la pistola. Gli avversari si scambiarono due colpi inefficaci a venticinque metri di distanza, probabilmente – come volevano le buone maniere quando non era in gioco una questione di estrema gravità – sparando in aria. Dopo il duello Lorrain lasciò in pace Proust, che si era dimostrato coraggioso, freddo e fermo nel suo intento di battersi, cosa eccezionale per i suoi amici che ne conoscevano il temperamento nervoso. Raccontiamo questo episodio perché se Proust avesse fatto la fine di Puškin, colpito a morte in duello da Georges-Charles de Heeckeren d’Anthès, noi avremmo perso la Recherche: un gran danno per la nostra storia letteraria. I Racconti sono appunto solo una prefigurazione del capolavoro di Proust, con Marcel narratore del suo primo incontro con la fatale duchessa. Avremmo perso le passeggiate mitiche di Odette, le manie della zia Leonia, i casi mondani di Swann, le avventure alcibiadee di Charlus, i ridicoli imbarazzi filologici di Cottard, i servi in livrea, i signori in monocolo al ricevimento in casa della marchesa di Saint-Euverte.

I Racconti, però, sono di per sé notevoli. Certo, la sintassi non è ancora così complessa come nella Recherche. Già fa capolino l’ironia, e ogni tanto qualcosa di lievemente comico e satirico (la vecchia dama che si tinge i capelli e paga i giornali perché parlino bene dei suoi ricevimenti). È un Proust nel suo noviziato culturale, pronto a spiccare il volo. I curatori hanno scelto i testi più apertamente e incontrovertibilmente narrativi, escludendo le prose incompiute (che nell’edizione critica sono in appendice, nel reliquat).

La morte di Baldassare Silvande (traduzione di Giuseppe Girimonti Greco) è il racconto più tolstojano di tutti. Il giovane Proust, infatti, era stato un avido lettore dello scrittore russo. Proust lesse i Récits militaires di Tolstoj, tradotti in francese da Halpérine-Kaminsky e Jaubert. Aveva letto, inoltre, Sonata a Kreutzer, che lo segnò profondamente nell’animo. Nel 1896 scrisse al suo amico Reynaldo: «Sarebbe nobile, forse, ma innaturale alla nostra età, vivere come chiede Tolstoj». A Parigi tutti gli intellettuali à la page adoravano Tolstoj. Oltre a Proust, Romain Rolland e Octave Mirbeau (per lui Tolstoj era un demi-dieu). La morte di Baldassare Silvande è quindi una mise en récit (et en abyme) della transizione dal dandysmo (e dall’estetica della morte del dandy) al tolstojsmo (e all’estetica della morte nel Segno del Vero).

Gli altri racconti del volume sono: Violante o la mondanità (traduzione di Ornella Tajani), Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves (traduzione di Ezio Sinigaglia), La confessione di una ragazza (traduzione di Federica Di Lella), La fine della gelosia e L’indifferente (traduzione di Mariolina Bertini).

Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

IL NOBEL PER LA PACE ITALIANO CHE SI ESALTAVA PER LA GUERRA

Ernesto Teodoro Moneta di Roberto Coaloa. Libero 10 febbraio 20

Sabato 10 febbraio 2018, centenario della morte di Moneta, sul quotidiano Libero, un’ampia pagina di Roberto Coaloa sul pacifista italiano.

«Ernesto Teodoro Moneta milanese illustre. Patriota, giornalista, premio Nobel per la Pace 1907» è la mostra milanese – organizzata dalla Fondazione Anna Kuliscioff e dalla Società per la Pace e la Giustizia Internazionale, con il patrocinio del Consiglio Regionale della Lombardia e del Comune – per ricordare il centenario della morte del Nobel italiano.

La mostra sarà inaugurata oggi, mercoledì 14 febbraio, alle ore 15.00, a Milano, all’Archivio di Stato (via Senato, 10).

La mostra (ingresso gratuito) sarà aperta fino al 5 marzo 2018.

Moneta è stato l’unico italiano Premio Nobel per la Pace nel 1907. La sua storia, i suoi legami con i movimenti pacifisti dell’epoca saranno raccontati in una seria d’incontri.

Sabato 10 febbraio, anniversario della morte di Moneta, sul quotidiano Libero, un’ampia pagina di Roberto Coaloa sul pacifista italiano.

 

IL NOBEL PER LA PACE ITALIANO CHE SI ESALTAVA PER LA GUERRA

Di Roberto Coaloa

L’unico Nobel per la Pace italiano è Ernesto Teodoro Moneta. La sua vita abbraccia le vicende del Risorgimento, dall’inizio alla fine. Nel 1848, appena quindicenne, Moneta è un rivoluzionario della prima ora: nelle Cinque Giornate di Milano tira i mattoni alle truppe biancovestite austriache. Da mazziniano, il giovane Moneta diventa prima compagno d’armi di Garibaldi e dopo un soldato del Regno d’Italia. Il 10 dicembre 1907 questo militare ottiene il Nobel per la Pace.

Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918).

Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918).

Nel 2007, con il centenario del Nobel per la pace, Moneta fu ricordato da chi scrive in un lungo saggio per gli Annali di Storia Moderna dell’Università Cattolica: L’altro Tolstoj e la sua difficile corrispondenza con Moneta. Due lettere inedite di Lev Nikolaevič Tolstoj a Ernesto Teodoro Moneta. La Nuova Antologia lo ricordò con  Arturo Colombo, Vita in tre tempi di Teodoro Moneta. A Milano, la Società del Giardino organizzò una mostra fotografica e una tavola rotonda, su Moneta e la rivoluzione giornalistica che «Il Secolo» rappresentò per il mondo dell’informazione nella prima generazione dell’Italia unitaria. Nel 2013 Moneta è stato omaggiato da un ottimo volume della storica Francesca Canale Cama, La pace dei liberi e dei forti. La rete di pace di Ernesto Teodoro Moneta, edito da Bononia University Press.

Ora, la Fondazione Anna Kuliscioff a cento anni dalla morte (avvenuta a Milano il 10 febbraio 1918) ripropone gli scritti di Moneta pubblicati sui vari «Almanacchi della Pace» che dal 1889 puntualmente uscivano alla vigilia del nuovo anno. Sono testi rari, arricchiti da splendide copertine, che lo studioso può oggi ammirare nella Biblioteca della Fondazione Anna Kuliscioff. Sono un documento prezioso per il bibliofilo, per la rilevanza dell’autore e per le illustrazioni liberty, davvero eccezionali. Il volume, Ernesto Teodoro Moneta. Un pacifista nella guerra, edito dalla Fondazione Anna Kuliscioff, è parte della collana “Figure del Novecento”. Introdotto dal presidente della Fondazione, Walter Galbusera, raduna gli scritti di Moneta dal 1890 al 1918.

Da «Ai padri ed alle madri di famiglia», del 1890, a «I cattolici e la guerra», del 1918, il volume della Fondazione Anna Kuliscioff ripercorre con Moneta la storia del pacifismo italiano fin de siècle. Una vicenda fatta da tanti pacifisti condizionati – come Moneta – che poi si trasformarono in interventisti all’alba del Novecento. Fu una minoranza ad abbracciare un pacifismo spirituale e nonviolento. Uomini come Luigi Luè, Giovanni Galiardi e Giovanni Pioli, che scelsero il pensiero di Tolstoj come guida, sono un’eccezione nel panorama italiano. Alcuni esponenti del modernismo aderirono alle idee di Tolstoj. Giovanni Semeria e Salvatore Minocchi, ad esempio, andarono a Jasnaja Poljana.

Moneta, comunque, è una delle personalità più rappresentative del pacifismo italiano (la sua rivista «La Vita internazionale», raccolse, tra gli altri, i contributi di Romain Rolland e Gaetano Salvemini). Vinse il Nobel, nel 1907, per la sua attività nel promuovere la pace attraverso il disarmo e l’arbitrato internazionale. Alcuni anni dopo, però, fu favorevole all’intervento italiano in Libia e poi alla guerra contro gli imperi centrali.

La vita di Moneta è di grandissimo interesse. L’agitatore del Risorgimento divenne l’infaticabile propugnatore del movimento pacifista, creando una rete inedita tra i pacifisti sparsi nel mondo, riuscendo a garantire in Europa un lungo periodo di pace. Dal 1867 fino al 1895, Moneta fu direttore del giornale «Il Secolo». Nel 1887 fondò L’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale e nel 1891 la Società per la pace e la Giustizia internazionale. Nel 1898 creò la rivista «La Vita Internazionale».

Moneta ebbe una delle corrispondenze più prestigiose della sua epoca. Da notare le sue lettere ai più grandi intellettuali e politici europei, da Vilfredo Pareto al conte Lev Tolstoj, da Edmondo De Amicis alla baronessa Bertha von Suttner.

Per Moneta, nato il 20 settembre 1833, nella Milano dell’incivilimento di Gian Domenico Romagnosi, le iniziative politiche dovevano prima di tutto rispondere a un imperativo etico. Dall’analisi rigorosamente storica, Moneta appare oggi con tutte le sue contraddizioni. Lo studioso si interroga sulla sua vita, sulle sue scelte. Continuava ad aver senso, ad esempio, dopo la sanguinosa guerra franco-prussiana e soprattutto all’indomani della guerra russo-giapponese, in decenni di profonde e sconvolgenti trasformazioni materiali e culturali, la lettura di Moneta? La sua era una visione della realtà che riproduceva i canoni interpretativi di un Ottocento ormai definitivamente tramontato.

In Moneta ravvisiamo un’ostinata volontà di continuare a perseguire le immutabili mete della sua giovinezza, senza misurarle con le novità dei tempi. L’italiano, dopo il Nobel, fece inorridire i pacifisti per il suo atteggiamento a favore della guerra nel 1911, per l’onore e l’interesse dell’Italia, contro l’Impero Ottomano. Moneta deluse nuovamente i pacifisti nella Grande Guerra; per lui, il 1915 era l’inizio della Quarta guerra del Risorgimento: «Non mi stranio, non mi apparto». Il Nobel per la Pace italiano morì nel momento in cui l’azione del presidente americano Wilson, promotore di una Società delle Nazioni, dava forza all’idea di una guerra in qualche modo definitiva, atroce ma necessaria per chiudere la lunga stagione di conflitti tra i popoli, epilogo romantico di un futuro armonioso, nel sovvenire del sogno ottocentesco, finalmente realizzato.

LE CRITICHE FEROCI DEL SAVINIO MUSICALE

Roberto Coaloa recensisce la nuova edizione di "Scatola sonora" di Alberto Savinio. Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

Roberto Coaloa recensisce la nuova edizione di “Scatola sonora” di Alberto Savinio. Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

Ravel e Schubert bocciati senza pietà.

Verdi e Musorgskij autori del “cuore”.

L’altro volto del geniale pittore e scrittore, fratello di Giorgio de Chirico.

Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

 

LE CRITICHE FEROCI DEL SAVINIO MUSICALE

Di Roberto Coaloa

Alberto Savinio (1891-1952), "Scatola sonora" (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34).

Alberto Savinio (1891-1952), “Scatola sonora” (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34).

Non è stato un musicista di genio, ma uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, colto, raffinatissimo. Così il suo volume sulla musica classica, da Monteverdi a Honegger, sul gusto dell’antico e sulla voce del violoncello, è indispensabile al buon flâneur, che, oziando, ama fischiettare Rossini e Verdi e, in bagno, esibirsi nel Mosè di Lorenzo Perosi. Stiamo parlando di un genio assoluto, scrittore abbiamo detto, per chi scrive tra i più amati di sempre, e poi pittore e compositore (e qui il mio modesto giudizio è assai severo). Ecco, infine, riedita – con la sorpresa di tanti scritti nuovi (figurano ad esempio diversi contributi destinati nel 1944 al settimanale Voci, fin ad ora non menzionati in alcuna bibliografia) – la magnifica opera di Alberto Savinio (1891-1952), Scatola sonora (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34), che raduna i suoi articoli musicali in un ordine brillante, che appare al lettore una eccentrica storia della moderna musica europea secundum Savinio.

D’altro canto eccentrico era Alberto Savinio, nome d’arte di Andrea Francesco Alberto de Chirico, terzo figlio dell’ingegnere ferroviario Evaristo de Chirico e Gemma Cervetto, fratello del pittore Giorgio de Chirico e di Adele, primogenita, morta nel 1891. Savinio studiò pianoforte e composizione al conservatorio della sua città natale, Atene, dove si diplomò a pieni voti nel 1903. Morto il padre, la madre portò i due fratelli artisti per la prima volta in Italia nel 1906. Poi si stabilirono a Monaco di Baviera. Lì Savinio, non ancora ventenne, diventò musicista e compositore, allievo di Max Reger, organista e compositore indimenticabile, soprannominato «il secondo Bach». In quegli anni tedeschi, Savinio portò a termine la composizione Carmela, la sua prima opera lirica, mai rappresentata e successivamente perduta o distrutta dall’Autore. Del Maestro Reger ricorda l’allievo Savinio (in pagine memorabili di Scatola sonora a proposito del tanto ammirato Verdi, che compone con le sue mani «vecchie e rugose come zampe di tartaruga» il Falstaff): «Max Reger mi diceva che comporre al piano è da schiappe… Povero ragioniere del contrappunto!».

Savinio, abbandonata la carriera di compositore, s’immerse dopo Monaco di Baviera nel tourbillon di Parigi, dove conobbe i più grandi artisti del Novecento. Continuò a scrivere di musica, come critico. Da allora Savinio si divertì a demolire ad uno ad uno i suoi miti musicali. L’opera Scatola sonora, in effetti, potremmo ribattezzarla “Savinio contro tutti”!

Del grande Maurice Ravel e del compositore e violinista Ernest Bloch non ha pietà alcuna. Nel 1941, Savinio osserva, a proposito di una soirée musicale a Siena: «Una sera del settembre scorso mi condussero in una casa tenebrosissima ove come prezzo di quel ratto all’antica mi fecero sentire la Sonata per piano di Strawinsky (anno 1924) poi lo Schwanendreher (Suonatore ambulante) di Hindemith, e fin qui andò benissimo. Ma dopo queste musiche tirate a pulimento e nette di ogni pittoresco, gli stessi miei rapitori mi vollero far sentire non so quale musica di Ravel e non so quale pezzo per viola e piano di Bloch. E l’impressione fu di stracci pendenti sopra una strada intenebrata dal lercio e agitati da un vento apportatore di miasmi».

Anni dopo, Savinio stronca definitivamente Bloch (per me, detto per inciso, compositore essenziale per capire una tradizione ebraica di musica europea e colta): «Il Quintetto di Bloch suggerisce alcune comparazioni alimentari. Se la musica di Stravinsky posteriore a Nozze ha le medesime qualità della carne ai ferri, ossia l’asciuttezza e la sostanza, la musica di Bloch, e particolarmente questo Quintetto così patetico e tirato su con fatica e strazio dai visceri come la più vergognosa delle confessioni, fa pensare a quello che nell’arte culinaria sono le spume (mousses). Non stabilisco graduatorie. Non dico che una braciola ai ferri è migliore di una spuma, o viceversa. A me piacciono anche le spume. Voglio dire che il mio stomaco richiede talvolta anche queste musiche che procedano per espansione, che sono come il vapore e il vento, che esercitano su noi una specie di stupore sonoro».

Di Schubert Savinio con estrema noncuranza demolisce una composizione: lo Stabat Mater. Lo contrappone, inoltre, a Beethoven e afferma che un confronto tra i due musicisti equivarrebbe a un paragone tra Michelangelo e Guardi. Di Schumann Savinio critica il «troppo dolce». Ama, invece, Brahms (perché odia i francesi) e Verdi (da leggere con attenzione le pagine di Savinio sulla musica dell’italiano e quella di Wagner). Savinio poi, e qui davvero ci sorprende positivamente, adora i compositori russi, primo fra tutti Modest Petrovič Musorgskij. Scrive: «Se il bello, come io credo, è verità, Boris Godunov è l’opera più bella che sia mai stata scritta».

MACCHÉ LENIN, I RUSSI CELEBRANO SOLO LO ZAR

La ballerina amante del futuro zar Nicola II

Matil’da Feliksovna Kšesinskaja (1872-1971)

Mosca si ribella contro il film Matilda, che racconta la relazione giovanile del futuro Zar Nicola II, martire della Chiesa ortodossa, con una ballerina del teatro imperiale della capitale zarista, l’étoile Matil’da Feliksovna Kšesinskaja.

Dal quotidiano “Libero”. Sabato 4 novembre 2017.

 

MACCHÉ LENIN, I RUSSI CELEBRANO SOLO LO ZAR

Di Roberto Coaloa

Mosca

Lo zar Nicola II (1868-1918).

Nicola II di Russia (1868-1918). Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nicola II e la sua famiglia. San Nicola II, imperatore martire e “grande portatore della Passione”, unitamente a santa Aleksandra, sant’Aleksej, santa Ol’ga, santa Tat’jana, santa Marija, sant’Anastasija e santa Elizaveta (la sorella della zarina, Elisabetta Fëdorovna, fondatrice di un ordine di monache e uccisa durante la rivoluzione) sono festeggiati il 17 luglio.

Il 25 ottobre è stato proiettato a Mosca l’attesissimo film del regista Alexei Uchitel sulla storia d’amore tra l’ultimo Zar Nicola II e la ballerina Matil’da Feliksovna Kšesinskaja. Il giorno prima il film era stato proiettato a San Pietroburgo senza incidenti. A Mosca, invece, nella prémière di Matilda sette persone sono state arrestate davanti al cinema. Il film non è piaciuto agli ortodossi, che venerano l’ultimo Zar, nel 2000 proclamato martire dalla Chiesa ortodossa.

Matilda mette in difficoltà anche il nuovo “zar” Putin, nell’anno in cui ricorre il centenario della Rivoluzione. Infatti, la riabilitazione della figura di Nicola II, voluta da Putin, è un modo per far passare in secondo piano le celebrazioni dei cento anni dell’Ottobre e del suo “eroe” Lenin.

Il dibattito storico e politico sul 1917 è in questo momento molto serrato in Russia. È stato innescato dal recente pellegrinaggio dello scorso 17 luglio a Ekaterinburg (nel 99° anniversario della fucilazione della famiglia imperiale russa), dove migliaia di persone hanno ricordato lo Zar. Ora, dopo la proiezione del film Matilda, l’esaltazione della figura dello Zar è ancora maggiore. Molti esponenti della politica e della Chiesa russa hanno posizioni monarchiche, come Natal’ja Poklonskaja, che il giorno dopo la proiezione del film a Mosca era infuriata. Il 26 ottobre, la Poklonskaja, deputata nella settima legislatura della Duma della Federazione russa, ha affermato: «Nel periodo sovietico si proteggevano in questo modo i centri culturali in cui si giudicavano gli ex fascisti: i collaborazionisti e i nazionalisti ucraini».

Fuori dalla polemica, noi storici riteniamo che lo Zar Nicola II sia una figura incompleta, che come politico fece pessime figure nelle relazioni internazionali. Natal’ja Poklonskaja, invece, è del parere opposto e non perde occasione di ricordare i Romanov con Putin. Forse, anche per questo motivo, i fermati, che facevano parte di un gruppo di ortodossi tradizionalisti che protestava contro la pellicola a Mosca, criticando il ritratto, a loro avviso, «indecente» di Nicola II, si sentivano legittimati nella loro protesta.

La storia, mettendo da parte la creazione fantastica, artistica, del film, è semplicemente la seguente. La vita di Matil’da Feliksovna Kšesinskaja (1872-1971), per i pochi happy few appassionati del grande balletto della scuola russa, appare come una specie di ape buona e operosa che passa nel mondo della danza da un successo all’altro e infrange un cuore dopo l’altro. Non ci fu il solo cuore di Nicola ad essere conquistato dalla ballerina (come racconta il film di Uchitel). Ai piedi della Kšesinskaja caddero anche i granduchi Serghei e Andrej. La fama della ballerina come amante dell’ultimo Zar era talmente grande che Lenin, quando conquistò il potere a Pietrogrado nel 1917, volle annunciare la vittoria della rivoluzione proletaria proprio dal lussuoso palazzo in Konverskij Prospekt, dono dello Zar alla ballerina.

La Kšesinskaja ci ha lasciato delle memorie, pubblicate a New York nel 1961 con il titolo Dancing in St. Petersburg. Era figlia del polacco Feliks Kšesinskij, grande danzatore solista di carattere, in servizio per i Romanov per più di quarant’anni, e di Julija Dominskaja. Nata a San Pietroburgo il 19 agosto (calendario giuliano) – 1 settembre nel calendario gregoriano – 1872, Matil’da crebbe in una famiglia agiata. La sorella Julia e il fratello Josif seguirono le orme del padre come lei, che entrò alla Scuola Imperiale nel 1880. Il 22 aprile del 1890 fece il suo debutto nel passo a due della Fille mal gardée con Nicolas Legat. I Romanov erano i finanziatori di buona parte dei teatri imperiali e non mancavano mai agli appuntamenti in cui era possibile riconoscere le future étoiles. Dal 1896 Matil’da fu nominata ballerina e approfittando del proprio ruolo di amante dell’erede al trono, lo zarevič Nicola, detto Niky, un piccolo fauno dai lineamenti fini, monopolizzò tutti i ruoli del Marinskij. Come ricorda il fratello Josif nelle sue memorie inedite, nel suo rapporto con Nicola II «lo aiutò a prendere coscienza della sua identità sessuale, liberandolo da certi malsani compromessi con la carne e dalla sua crescente paura delle donne».

Quando Niky si sposò, nel 1896, la loro relazione ebbe termine, ma la ballerina riuscì a conservare il proprio potere illimitato sul Marinskij. Un potere che comunque non avrebbe potuto mantenere se non fosse stata dotata di un reale talento di danzatrice. Matil’da Kšesinskaja morì a Parigi, quasi centenaria, il 6 dicembre 1971.

QUANDO LA RIVOLUZIONE RUSSA AMMAZZÒ LA CULTURA

Todorov alla cerimonia di consegna del premio Principe delle Asturie nel 2008 a Oviedo.

Todorov alla cerimonia di consegna del premio Principe delle Asturie nel 2008 a Oviedo.

Un saggio di Todorov descrive la parabola degli artisti e intellettuali sovietici traditi dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Dal quotidiano “Libero”. Mercoledì 25 ottobre 2017.

QUANDO LA RIVOLUZIONE RUSSA AMMAZZÒ LA CULTURA

Di Roberto Coaloa

Mosca

Roberto Coaloa recensisce Tzvetan Todorov. Dal quotidiano “Libero”. Mercoledì 25 ottobre 2017.

Roberto Coaloa recensisce Tzvetan Todorov. Dal quotidiano “Libero”. Mercoledì 25 ottobre 2017.

Nel centenario dello scoppio della Rivoluzione, il 25 ottobre 1917 (la data dell’insurrezione a Pietrogrado, la capitale russa, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello Zar, il 7 novembre per il nostro calendario), gli storici dibattono su quella che fu una vera tragedia per il popolo russo. Inutile è celebrare una rivoluzione eroica. Meglio, a cento anni dall’evento, riflettere sulle ripercussioni che la Rivoluzione russa ha avuto nella storia moderna. A seguito di questo evento drammatico, la dottrina comunista, sull’esempio delle grandi religioni del passato, si è diffusa e ha influenzato lo svolgersi della vita politica in numerosi Stati, sia perché è stata rivendicata dai detentori del potere, sia perché è stata indicata come il principale nemico da combattere. Queste riflessioni sono presentate per la prima volta al lettore italiano dal libro testamento di un maestro di libertà: Tzvetan Todorov (1939-2017), L’arte nella tempesta. L’avventura di poeti, scrittori e pittori nella rivoluzione russa (Traduzione di Emanuele Lana, Garzanti, pp. 256, euro 22). Todorov narra uno degli aspetti del regime totalitario nato dall’Ottobre, ovvero i rapporti ideologici che si stabilirono tra i «creatori» nei diversi ambiti artistici (letteratura, pittura, musica, teatro, cinema) e i dirigenti del nuovo Stato sovietico. Todorov abbraccia un arco temporale ampio: gli anni che precedono il 1917 fino al 1941. Così, il volume racconta anche la storia della Rivoluzione dai suoi primi vagiti, le premesse promettenti (gli intellettuali russi la sentirono come una apocalisse, una palingenesi con la nascita di una nuova società) al caos organizzato proprio di una macchina totalitaria (si vedano i casi di disillusione, in toni differenti, dei poeti Aleksandr Blok e Majakovskij).

Il rapporto dei «creatori» con l’Ottobre si stabilisce in due tempi: il primo è anteriore al 1917 e si tratta dell’atteggiamento che assumono gli artisti rispetto all’idea di rivoluzione prima del suo inizio. Il loro ruolo in questo caso è attivo: elaborano un’immagine che, a sua volta, influenzerà la rivoluzione nascente. Il secondo tempo riguarda il rapporto che s’instaura tra gli artisti e i rappresentanti del potere una volta che la rivoluzione è avvenuta. Questo periodo, analizzato ampliamente nel volume di Todorov, avrebbe potuto assumere il titolo di “Rivoluzione tradita”. La Rivoluzione fa nascere uno Stato, quello di Lenin e Stalin, che deluderà i «creatori» (è il caso esemplare del pittore Kazimir Malevič).

Prima del 1917, in Russia, gioca un ruolo importante una forma di creazione artistica, l’avanguardia, che fa tabula rasa delle tradizioni del passato. In Russia ne fanno parte Kandinskij, Larionov e molti altri, che si considerano rivoluzionari, ciascuno nel proprio ambito, e provano una forte simpatia per la rivoluzione sociale e politica, anche se non vi prendono parte. Per quanto riguarda la pittura, dopo il 1917, occorre notare che le avanguardie saranno completamente ignorate nella Russia totalitaria. Il regime impone l’arte figurativa. Da qui la delusione degli artisti che si consideravano avanguardisti e rivoluzionari. Lenin e Stalin, però, non si limitarono a bloccare i fermenti artistici, diventando i soli architetti della società sovietica: i dittatori comunisti uccisero gli artisti che non riuscivano a controllare. Trockij dopo l’Ottobre chiese pene più severe per gli intellettuali, ma si andò oltre: è il caso del poeta Nikolaj Gumilëv, uno spirito indipendente, accusato di aver preso parte a un complotto antibolscevico, di cui non è mai stata dimostrata l’esistenza. Il poeta fu arrestato e condannato a morte nel 1921. Todorov poi ci racconta altre esperienze tragiche, tra le quali quelle di Bulgakov, Babel’, Cvetaeva, Mandel’štam e Mejerchol’d.