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L’IMPRESA FIUMANA CENTO ANNI DOPO. COME RICORDARLA OGGI

FIUME O MORTE!

Oggi non dobbiamo stupirci di come la Croazia, con la voce del suo capo di Stato, Kolinda Grabar-Kitarović (nata a Fiume nel 1968, prima Presidente donna della Croazia e la più giovane nella storia del Paese), e quella del suo ministro degli esteri, condanni fortemente la decisione della città di Trieste di inaugurare un monumento a Gabriele d’Annunzio, nel giorno del centesimo anniversario dell’avventura fiumana.

Come europei, e italiani, cioè del grande Paese fondatore dell’Unione europea, non possiamo che essere d’accordo con gli amici croati. Le tombe nelle cripte di Vienna sono sigillate col piombo, le trincee ed i camminamenti sono ricoperti di terra e di erba. La “lettera ai Dalmati” di Gabriele d’Annunzio è stata archiviata, altri fantasmi si spera spariti per sempre: italijanska vojaska gobda e gli ustascia di Ante Pavelic. Nessun fantasma dovrebbe aggirarsi per la Mitteleuropa. E, invece, per colpa di una piccola statua al poeta nazionalista e poi fascista italiano Gabriele d’Annunzio si sentono delle voci. Qualcuno – italiano – scherza con la storia. La nostalgia fa strani scherzi: le piste di “neve” del Vate a Fiume sono scambiate per una rivoluzione in stile sessantotto. I legionari e le legionarie di Gabriele d’Annunzio non anticiparono il sessantotto! Nella spedizione del Vate c’è l’anticipazione della marcia su Roma e Fiume diventò per un breve periodo il laboratorio politico del ventennio fascista.

Come storici, però, ricordiamo l’evento. Puntando la nostra attenzione su alcuni fatti.

 

L’IMPRESA FIUMANA CENTO ANNI DOPO. COME RICORDARLA OGGI

Di Roberto Coaloa

Cento anni fa, il 12 settembre 1919 Gabriele d’Annunzio da Ronchi di Monfalcone, a capo di una legione di volontari dell’Esercito, arrivò in auto a Fiume (oggi Rijeka, città della Croazia) e occupò la città contestata alla sovranità italiana.

Ronchi di Monfalcone, oggi, come cittadina facente parte della regione italiana Friuli-Venezia Giulia, ha il nome di Ronchi dei Legionari, proprio in ricordo di quel fatale giorno del 1919.

Gabriele d'Annunzio (il primo a destra con gli occhiali) sull'auto che lo porta a Fiume. Il 12 settembre 1919.

Gabriele d’Annunzio (il primo a destra con gli occhiali) sull’auto che lo porta a Fiume. Il 12 settembre 1919.

Lenin sostenne la Reggenza dannunziana, e come riferì Nicola Bombacci, il leader bolscevico, contestando l’inattività dei socialisti italiani, definì polemicamente il poeta Gabriele d’Annunzio come l’unica persona in grado di portare avanti la rivoluzione in Italia. Era, insomma, uno schiaffo ai socialisti italiani, incapaci per Lenin di seguire l’esempio russo. Notevole, tuttavia, fu la fortuna nella rivoluzione di Fiume, di un Lenin alleato di d’Annunzio. L’appoggio leninista, infatti, fu ricambiato: difatti, la Reggenza del Carnaro fu la prima autorità governativa al mondo a riconoscere l’Unione Sovietica. Bisogna anche ricordare che il mercantile Persia con gli armamenti da portare ai controrivoluzionari russi fu abbordato dal sindacalista Giuseppe Giulietti e dagli uscocchi (veri pirati croati dell’Adriatico) per esser dirottato a Fiume, dove fu accolto da d’Annunzio stesso con tutti gli onori.

L’eclissi del vecchio ordine europeo (per intenderci quello del Kaiser Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re d’Ungheria), si frantumò nella Grande guerra, che cancellò dalla Storia non solo secolari regni, ma anche quelle antiche dinastie che avevano caratterizzato la storia del vecchio Continente. Dopo il 1918 fu plasmata una nuova Europa. I vincitori del primo conflitto mondiale desideravano un «Mondo nuovo» e fecero di tutto per annientare l’Impero d’Austria-Ungheria, il Reich di Guglielmo II e l’Impero ottomano. Non è vero, come sostiene una certa vulgata italiana, che la conclusione del conflitto mondiale non aveva preventivato la dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Anzi! Fu la nascita del nuovo Stato balcanico, chiamato Jugoslavia, ha complicare l’ormai secolare questione adriatica, a sfavore degli intenti espansionistici del Regno d’Italia.

Nella distruzione della Duplice Monarchia degli Asburgo fu fatale il ruolo della massoneria in Italia tra il 1914 e il 1918 – messo troppo spesso in un andito buio dalla storiografia, ingiustamente.

La ricostruzione del ruolo italiano nel conflitto, spiega alcuni passaggi fondamentali della Grande guerra: il rifiuto di una pace separata da parte delle potenze dell’Intesa, alleate dell’Italia, il non ascolto da parte dell’Intesa del grido di dolore del pontefice Benedetto XV sull’«inutile strage» e la disfatta italiana di Caporetto, dove tutti i responsabili di quell’inaudita catastrofe, da Pietro Badoglio a Luigi Bongiovanni, erano affiliati a una loggia massonica, oltre a essere amici personali di Re Vittorio Emanuele III, massone della prima ora.

I vincitori della Grande guerra, quindi, erano tutti massoni. Le élites al potere in Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti d’America erano unite da un forte accordo massonico. Nel maggio 1915 i massoni italiani si mobilitarono con tutte le loro logge nel cosiddetto fronte interno, con azioni di propaganda (memorabili gli appelli di Gabriele d’Annunzio e di Cesare Battisti per l’intervento), affiancando le autorità nell’individuazione degli elementi disfattisti e dei sabotatori, e trasformandosi pertanto in una sorta di milizia civile. Il conflitto era per il Re d’Italia e per i massoni il compimento del Risorgimento e la sua evoluzione verso un «Mondo nuovo» dominato dalla democrazia e dall’armonia dei popoli. Il Regno d’Italia s’inventò la «Quarta guerra d’indipendenza» contro il nemico storico, l’Impero degli Asburgo, ma poi il nazionalismo sempre più radicale superò l’élite massonica: le logge italiane furono profondamente trasformate all’appuntamento con il dopoguerra, al pari dello Stato liberale che avevano contribuito a creare.

Gabriele d’Annunzio, infatti, dopo aver proclamato la Reggenza italiana del Carnaro, cercò di dar vita a una singolare forma di Stato, di cui abbozza un originale ordinamento, con visioni sociali anticipatrici, che contrastarono, però, con un futuro oltranzismo di stile fascista. Gabriele d’Annunzio, ad esempio, per delegittimare l’avversario si prodigò con gli strumenti della penna (a lui congeniale) per ridicolizzarlo. Nitti fu soprannominato Cagoia. L’intolleranza (non solo con la penna) era la regola. Dalla festa della rivoluzione fiumana si passò al circo liberticida. Per il poeta, Nitti era un basso crapulone senza patria. Nel 1919, invece, merito fondamentale di Nitti era di tutelare la legalità democratica dello Stato liberale. Il politico Giovanni Amendola, sostenitore di Nitti (morto in Francia, il 7 aprile 1926, per le conseguenze dell’attentato avvenuto il 20 luglio 1925, in provincia di Pistoia, a colpi di bastone da parte di una quindicina di uomini, capitanati dallo squadrista Carlo Scorza, futuro segretario del Partito nazionale fascista), capiva che il movimento dei legionari di Gabriele d’Annunzio a Fiume puntava più in alto di una “impresa”: a Roma, al governo, allo Stato. L’impresa fiumana voleva spazzare via non solo il ministero di Nitti, ma tutto quel poco di regime democratico, che si era salvato dal ciclone militarista bellico della Grande guerra. Che fosse in atto un ben orchestrato attacco al cuore dello Stato liberale non sfuggiva ai suoi più strenui e coerenti fautori. Amendola scriveva all’amico Albertini: «Chi vive profondamente il sentimento della Patria non può, in questo momento, far altro che schierarsi con ogni risolutezza dalla parte dello Stato, che pericola tra le follie patriottarde e quelle bolsceviche… Vi è tutto il mondo che è salito con la guerra, che si difende ferocemente contro la smobilitazione e la ricostruzione pacifica ed in quel mondo l’impresa dannunziana ha trovato i mezzi e le indispensabili connivenze… Ora Nitti ha molti difetti; ma creda che la reazione contro di lui non è dovuta ai difetti, ma alle buone intenzioni ed alla sana volontà di ricostruzione».

Gabriele d’Annunzio sa che la sua avventura non è destinata a durare e che il Governo sarà costretto, per motivi di politica internazionale, a soffocarla. Nitti si impose a livello internazionale con la sua fermezza mossa dal desiderio di pace e questo era l’aspetto che non gli perdonavano i sovvertitori dell’ordine costituzionale che, fermati nel loro primo tentativo a Fiume, provvedevano a vomitare sul politico italiano le ingiurie più turpi e “immaginifiche”.

Alla fine dell’avventura, Gabriele d’Annunzio, quando la lotta con le truppe regolari si trasforma in rissa fratricida, abbandona alla chetichella Fiume.

Oggi non dobbiamo stupirci di come la Croazia, con la voce del suo capo di Stato, Kolinda Grabar-Kitarović (nata a Fiume nel 1968, prima Presidente donna della Croazia e la più giovane nella storia del Paese), e quella del suo ministro degli esteri, condanni fortemente la decisione della città di Trieste di inaugurare un monumento a Gabriele d’Annunzio nel giorno del centesimo anniversario dell’avventura fiumana. Come europei, e italiani, cioè del grande Paese fondatore dell’Unione europea, non possiamo che essere d’accordo con gli amici croati. I legionari e le legionarie di Gabriele d’Annunzio non anticiparono il sessantotto! Nella spedizione del Vate c’è l’anticipazione della marcia su Roma e Fiume diventò per un breve periodo il laboratorio politico del ventennio fascista. A Fiume, Gabriele d’Annunzio sperimentò la politica di massa, offrì al fascismo il mito della romanità, il braccio teso e i saluti come “Eia eia alalà”, la canzone Giovinezza, il legame mistico tra la folla e il Capo, a suon di marcette.

Come storici, però, ricordiamo l’evento. Puntando la nostra attenzione su alcuni fatti, che sintetizzati al massimo per il lettore sono i seguenti.

La Croazia è dal 1º luglio 2013 il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea, con una popolazione di 4.154.200 abitanti (2017), la sua capitale è Zagabria con 792.875 abitanti (ultimo censimento nel 2011). Insieme a Cipro, Bulgaria e Romania, la Croazia ha sottoscritto la Convenzione di Schengen. Questi quattro Stati, però, restano fuori dallo Spazio Schengen per mancanza di adeguamenti tecnici e mantengono quindi i controlli alle frontiere.

Al termine della Grande guerra, nel 1919, con il Trattato di Versailles, la Croazia-Slavonia e la Dalmazia entrarono a far parte del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, successivamente denominato (1929) Regno di Jugoslavia, mentre l’Istria e la città di Fiume furono annesse al Regno d’Italia del quale fecero parte integrante fino al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 1939 la Croazia divenne un’entità autonoma (Banato di Croazia). Nel 1941, nel corso della Seconda guerra mondiale, grazie all’appoggio italo-tedesco, la Croazia si costituì in Stato nominalmente indipendente, ma di fatto satellite delle Potenze dell’Asse, con un governo collaborazionista presieduto da Ante Pavelić.

Da sottolineare: c’è stata la Seconda guerra mondiale e noi italiani abbiamo provocato tutto il male possibile, insieme ai nazisti, nei Balcani. Da qui poi l’atrocità delle foibe, ritorsione comunista alle atrocità commesse dai fascisti nei Balcani. Una vendetta atroce, sulla pelle delle popolazioni italiane, nella Jugoslavia di Tito. Oggi, quindi, se un italiano omaggia Gabriele d’Annunzio, simbolo della cultura fascista e del nazionalismo italiano militaresco, non può trovare, per così dire, grande “simpatia” in Slovenia, Croazia, Serbia e Montenegro…

Altro: Fiume e Gabriele d’Annunzio non posso essere paragonati al movimento del 1968. Tra gli States e l’Europa, il 1968 fu soprattutto un movimento pacifista. Nulla a che fare con il clima guerrafondaio alla D’Annunzio con i suoi legionari pronti a “menar le mani”. Nel 1968 una lunga tradizione di non violenza, risposta alla guerra del Vietnam, incontrava la cultura pacifista ottocentesca di Tolstoj, che, all’inizio del Novecento da Gandhi arrivava fino al secondo dopoguerra a Martin Luther King.

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Nel 1926 la giornalista Matilde Serao era la candidata più accreditata. Ma i suoi romanzi-verità contro guerra e politica glielo impedirono.

Un mio pezzo sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutarne la figura di scrittrice e di giornalista.

Matilde Serao, scrive l’Enciclopedia Treccani, è nata il 7 marzo 1856 (però, alcuni decenni dopo Anna Banti scrisse con sicurezza 1857) a Patrasso (Grecia) da Francesco, profugo napoletano, e Paolina Bonelly, di nazionalità greca; morta a Napoli il 25 luglio 1927. Il giudizio sulla scrittrice nella Treccani è di Emilio Cecchi, che scrive: «Come notò Benedetto Croce in un saggio rimasto fondamentale, la Serao che conta e conterà è quella che s’ispira alle angosce degli umili, che appassionatamente rievoca aspetti mutevoli e toccanti della vita napoletana, continuamente dimenticando i programmi della narrativa “verista”. Il suo dialogo è allora spigliato e convincente; sicura l’intuizione delle anime, specialmente giovani. Lo stile è inadorno, ma capace di tenere suggestioni, di penetrazioni sottili; talvolta anche d’una certa barocca grandiosità. Così nelle pagine sul Carnevale, nel Paese della cuccagna (1890), che sarebbe fra gli ottimi romanzi della Serao, il suo cristianesimo ingenuamente paganeggiante; escluse s’intende le presuntuose alterazioni di tono bourgetiano».

Oggi, nel 2016, è forse venuto il tempo di rileggere Donna Matilde, che a mio modesto avviso avrebbe fatto la felicità del pacifista Tolstoj.

 

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Di Roberto Coaloa

Nella leggenda c’è una donna tozza, brutta e ridanciana, una “cicciottella” che gesticolava e motteggiava instancabilmente nella Roma umbertina.

È la scrittrice Matilde Serao, la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il giorno di Napoli»; antesignana del giornalista moderno. «Donna Matilde», nata a metà Ottocento a Patrasso e morta a Napoli, il 25 luglio 1927, fu diffamata dalle élites.

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per "La Revue Blanche" (1891).

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per “La Revue Blanche” (1891).

Soprattutto spunta la notizia, rilevata nelle presentazioni della riproposta  – ad opera dello Studio Garamond – del suo libro Mors tua che Serao a un passo dal Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (poi lo vinse Grazia Deledda) non se lo vide assegnare perché bloccata dal mondo borghese dei salotti, da quello delle industrie belliche e soprattutto da quello del governo italiano. C’erano dei motivi. Attualissimi. Mors tua (Studio Garamond, collana Supernova, Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo, pagg. 288, € 14,50) è un romanzo contro la guerra, antimilitarista, che sarebbe piaciuto a Lev Tolstoj. Radicale nel suo pacifismo, Mors tua è anche un affresco di un Paese, il Regno d’Italia, e di una generazione perduta, quella sacrificata nelle trincee della Grande Guerra, forse migliore di quelle successive. Uno dei protagonisti del romanzo afferma: «Ho coraggio… non temo di morire. Temo di uccidere». Figuriamoci come la prese il re (c’era Re Vittorio Emanuele III, “il Re Soldato”)! Serao era una donna dalla spiccata creatività, un’anima solitaria che ebbe la sventura di sposare un uomo vanesio e inutile (che amava Nietzsche, così com’era conosciuto malamente allora nel Regno d’Italia, e la Germania d’operetta e bellicosissima del Kaiser Guglielmo II). Fuori dalla leggenda non benigna (la sua figura, infatti, è conosciuta dal largo pubblico per una serie di episodi banali, un vero e proprio florilegio fin de siècle di pessimo gusto) Matilde Serao e il suo mondo di idee appare ancora vitale e originale, e chi scrive trova questa donna “Chiattulella” o “Pagnuttella”, per dirla alla napoletana, molto affascinante.

A Mors tua s’aggiunge un altro testo di Matilde Serao che le tagliò le gambe, definitivamente, col Nobel. L’altro testo appena riproposto è il romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, oggi pubblicato da Stampa Alternativa (pagg. 326, € 15), dopo quasi novanta anni. La passione che vi domina è una sola, quella del giornalismo, del giornale da conquistare e possedere, costi quel che costi, e il prezzo da pagare è l’eterno compromesso, l’espediente facinoroso o meschino da inventare ogni ventiquattr’ore. La passione, insomma, del «quarto potere». Il romanzo narra la vita di Riccardo, prima giovanotto e impiegato statale, uno dei tanti travet della nuova Roma: un rassegnato al grigiore di una vita mediocre. Con il giornalismo, Riccardo diventa improvvisamente celebre. Ma resta un piccolo Gabriele d’Annunzio, che gira con molte donne, ma che alla fine non “chiava” mai: Riccardo con nessuna va a letto. La sua passione predominante è il giornale; il suo cruccio è il denaro che gli manca sempre. Solamente con una piccola prostituta si confessa, piangendo sulla sua spalla, a notte alta, davanti al Colosseo.

Questo romanzo di Donna Matilde, che avrebbe potuto chiamarsi balzachianamente «Grandezze e miserie del giornalismo», è attualissimo. Chi pensasse, infatti, che i vizi del giornalismo italiano vadano ricercati nell’asservimento di una dittatura prima e poi al fenomeno degli editori “impuri”, troppo inclini a usare i giornali a supporto dei loro interessi extra-editoriali, potrà ricredersi leggendo le avventure di Riccardo Joanna, alter ego della scrittrice. Tra giornalismo e politica, il romanzo è una grandissima denuncia di Matilde Serao. Certo, la scrittura non è di quelle raffinate dei contemporanei francesi, tuttavia c’è l’ispirazione e qualcosa che lascia un segno indelebile. Ad esempio la pennellata sui giornalisti «con la loro aria liturgica, di sacerdoti che pontificano», giornalisti che però in redazione non si vedono mai. Favolose poi le ricette giornalistiche di Joanna: «Nessun articolo, nessuna opinione politica enunciata, difesa o attaccata. Nessuna traccia di arte, di letteratura, di scienza: nulla». Il giornalista pensa: «È abbastanza brutto per tirare centomila copie, ma si può farlo più brutto ancora». Poi c’è la sulfurea descrizione di un’epoca che potrebbe essere anche la nostra: «gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri». Ebbe, naturalmente, tutta la stampa contro. E con la stampa, la politica. E, ovviamente, il Premio Nobel si allontanò da lei.

Il non-Nobel Matilde Serao diceva: «non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente». Non siamo nel 2016, ma nel 1887…

LA GRANDE GUERRA. IL MIRACOLO DEI RAGAZZI DEL ’99 CHE NON GETTARONO LA DIVISA

Roberto Coaloa ricorda il 24 maggio 1915, le ombre di Caporetto, l’atavismo risorgimentale di una élite di governo che trasformò il primo conflitto mondiale degli italiani in una “privata” questione italo-austriaca, in «l’ultima guerra dell’indipendenza».

Dal quotidiano “Libero”, mercoledì 27 maggio 2015. 

 

Una celebre immagine di propaganda del disegnatore Antonio Rubino (1880-1964), dal giornale di trincea "La tradotta".

Una celebre immagine di propaganda del disegnatore Antonio Rubino (1880-1964), dal giornale di trincea “La tradotta”.

 

LA GRANDE GUERRA. IL MIRACOLO DEI RAGAZZI DEL ’99 CHE NON GETTARONO LA DIVISA

Di Roberto Coaloa

Il 24 maggio, cento anni fa, l’Italia entrò nella Grande Guerra. Nella memoria comune sul “15-18” resta soprattutto la disfatta di Caporetto. Al punto da relegare in un angolo l’impresa militare e culturale che, nel giro di poco tempo da quel drammatico ottobre 1917, portò il nostro esercito a ribaltare le sorti di un conflitto che sembrava irrimediabilmente perduto.

Lo sforzo bellico italiano dopo Caporetto, tuttavia, fu così intenso che nella memoria popolare quella guerra italo-austriaca, iniziata con un anno di ritardo rispetto al conflitto mondiale, restò impressa come una lotta di resistenza contro l’invasione. Le cose erano, invece, andate diversamente: fu il regio esercito, gridando «Savoia!», ad attaccare. L’Italia, infatti, dopo quasi un anno di attesa dall’inizio del conflitto, disertò l’alleanza con Vienna, schierandosi con le forze dell’Intesa. Per l’imperatore Francesco Giuseppe fu un tradimento.

Ora gli storici discutono su quel fatale 1915. Alcuni ricordano che il giovane Regno d’Italia entrò nella guerra per ragioni di politica interna, contro Giolitti; si dibatte su quella scelta del re e del suo ministro Sonnino. Restando neutrale, infatti, l’Italia poteva ottenere ugualmente le province irredente (con l’esclusione del porto di Trieste). Antonio Salandra, presidente del Consiglio dal 1914 al 1916, scriverà: «Senza i giornali l’intervento dell’Italia forse non sarebbe stato possibile». Per questo motivo Giolitti era infuriato con il re, con Salandra e soprattutto con Sonnino, che avrebbe voluto far impiccare.

Sul fronte dell’informazione il tamburo fu suonato dal «Corriere della Sera», che il 24 maggio 1915 non aveva dubbi: «Guerra! La parola formidabile tuona da un capo all’altro d’Italia e si avventa alla frontiera orientale, dove i cannoni la ripeteranno agli echi delle terre che aspettano la liberazione: guerra! È l’ultima guerra dell’indipendenza».

Il partito interventista aveva vinto nel 1915: la scelta non maturò in Parlamento, dove sarebbe stata costituzionalmente corretta, ma nelle piazze agitate da Gabriele d’Annunzio, con l’appoggio tacito del governo. Era una sonora sberla all’Italia giolittiana! Passò l’idea della «Quarta guerra d’indipendenza» contro l’Austria (cosa che tra l’altro danneggiò, e non poco, la posizione dell’Italia alla pace di Versailles, considerata, ingiustamente, da Thomas Woodrow Wilson, Georges Clemenceau e David Lloyd George, come la protagonista di una guerra “privata” e non mondiale).

Gabriele d'Annunzio appunta la medaglia al valore al Capitano Natale Palli dopo il celebre e avventuroso "Volo su Vienna" (9 agosto 1918).

Gabriele d’Annunzio appunta la medaglia al valore al Capitano Natale Palli dopo il celebre e avventuroso “Volo su Vienna” (9 agosto 1918).

Dopo un lungo periodo di pace, nel 1915, lo spettro risorgimentale del nemico dell’Unità ritornava nel Bel Paese. Non è un caso che la canzone più nota, fischiettata e cantata tutt’oggi, è la Leggenda del Piave, quella contro «lo straniero», che comincia con le parole: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio». Era una canzone di propaganda, utile a rendere più spavaldi i ragazzi del 99. Era simile, ai fini della propaganda di guerra, alla nascita dei giornali di trincea come «La Tradotta». Quella canzone fu più potente di altri mille episodi del riscatto italiano dopo Caporetto, come il folle volo su Vienna di Gabriele d’Annunzio, le imprese marittime di Buccari e di Premuda. Anzi, a ben vedere il testo della canzone è ben più moderno delle poesie o dei dispacci del Vate, spesso non memorabili.

Lo scrittore e poeta milanese Delio Tessa (1886-1939).

Lo scrittore e poeta milanese Delio Tessa (1886-1939).

In una antologia di poeti italiani nella Prima guerra mondiale, dopo Caporetto, valgono cento volte di più, rispetto a quelli di d’Annunzio, i versi in dialetto milanese di Delio Tessa: «L’e el dì di Mort, alegher! … I noster patatocch a furia de traij ciocch, de ciappaij per el cuu, de mandalij a cà busca m’an buttaa via la rusca». Questa è la rappresentazione esatta della guerra come tragedia: «I nostri fanti a furia di intontirli, di prenderli per il culo, di mandarli a prender botte hanno gettato la divisa».

Chi scrive ha pubblicato, l’anno scorso, un volume sull’Arciduca assassinato a Sarajevo, Francesco Ferdinando. Il libro lo dedicai a mio nonno Giovanni Coaloa, Granatiere di Sardegna. Lo dedicai ai miei bisnonni, gli arditi Santo Auguzzi e Stefano Ardito (nomen omen), combattenti nell’immenso campo di battaglia in cui fu ridotta l’Europa, in quella guerra che, nel 1917, ricevette da papa Benedetto XV la memorabile espressione di «inutile strage». Lo dedicai anche allo zio Biagio Fontana, classe 1900, soldato nelle due guerre mondiali. A qualcuno è parso strano tutto questo: dedicare a dei soldati italiani un libro su un membro della Casa d’Austria, agli Asburgo, il nemico storico del Risorgimento! Rispondo che uno storico deve comprendere il passato, anche se forse non potremmo mai sapere cosa indusse veramente i nostri predecessori a scatenare qualcosa di così mostruoso come la Prima guerra mondiale, tragedia europea. Cento anni fa, semplicemente, l’Europa, «il mondo di ieri», si suicidò. L’Italia, dimenticandosi degli eroismi e dei sacrifici del Risorgimento, tradì la generazione di Solferino e di San Martino, quando austriaci, francesi, italiani, dopo quella sanguinosa guerra del 1859, erano diventati «Tutti fratelli!». Tra il 1915 e il 1918, ahimè, nacque un nuovo barbaro: l’italiano incivilito con la clava, modello Ansaldo.

Per la previsione di alcune grandi imprese, la guerra in Europa avrebbe dovuto prolungarsi ancora per un anno. La Grande Guerra fu una guerra di materiali, per dirla con Ernst Jünger. Lì, tra le tempeste d’acciaio, i poveri fanti-contadini erano destinati a soccombere per la felicità di pochi. «Oh! What a Lovely War», come sostenne, ironicamente, il regista inglese Richard Attenborough! Le élites dell’Intesa gioirono per i facili guadagni negli anni di guerra, ma le loro errate e ciniche previsioni determinarono, in un secondo tempo, una grave crisi di sovrapproduzione, che avrebbe reso più ardua la riconversione post-bellica con pesanti conseguenze non solo di ordine economico.