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IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Nel 1926 la giornalista Matilde Serao era la candidata più accreditata. Ma i suoi romanzi-verità contro guerra e politica glielo impedirono.

Un mio pezzo sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutarne la figura di scrittrice e di giornalista.

Matilde Serao, scrive l’Enciclopedia Treccani, è nata il 7 marzo 1856 (però, alcuni decenni dopo Anna Banti scrisse con sicurezza 1857) a Patrasso (Grecia) da Francesco, profugo napoletano, e Paolina Bonelly, di nazionalità greca; morta a Napoli il 25 luglio 1927. Il giudizio sulla scrittrice nella Treccani è di Emilio Cecchi, che scrive: «Come notò Benedetto Croce in un saggio rimasto fondamentale, la Serao che conta e conterà è quella che s’ispira alle angosce degli umili, che appassionatamente rievoca aspetti mutevoli e toccanti della vita napoletana, continuamente dimenticando i programmi della narrativa “verista”. Il suo dialogo è allora spigliato e convincente; sicura l’intuizione delle anime, specialmente giovani. Lo stile è inadorno, ma capace di tenere suggestioni, di penetrazioni sottili; talvolta anche d’una certa barocca grandiosità. Così nelle pagine sul Carnevale, nel Paese della cuccagna (1890), che sarebbe fra gli ottimi romanzi della Serao, il suo cristianesimo ingenuamente paganeggiante; escluse s’intende le presuntuose alterazioni di tono bourgetiano».

Oggi, nel 2016, è forse venuto il tempo di rileggere Donna Matilde, che a mio modesto avviso avrebbe fatto la felicità del pacifista Tolstoj.

 

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Di Roberto Coaloa

Nella leggenda c’è una donna tozza, brutta e ridanciana, una “cicciottella” che gesticolava e motteggiava instancabilmente nella Roma umbertina.

È la scrittrice Matilde Serao, la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il giorno di Napoli»; antesignana del giornalista moderno. «Donna Matilde», nata a metà Ottocento a Patrasso e morta a Napoli, il 25 luglio 1927, fu diffamata dalle élites.

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per "La Revue Blanche" (1891).

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per “La Revue Blanche” (1891).

Soprattutto spunta la notizia, rilevata nelle presentazioni della riproposta  – ad opera dello Studio Garamond – del suo libro Mors tua che Serao a un passo dal Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (poi lo vinse Grazia Deledda) non se lo vide assegnare perché bloccata dal mondo borghese dei salotti, da quello delle industrie belliche e soprattutto da quello del governo italiano. C’erano dei motivi. Attualissimi. Mors tua (Studio Garamond, collana Supernova, Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo, pagg. 288, € 14,50) è un romanzo contro la guerra, antimilitarista, che sarebbe piaciuto a Lev Tolstoj. Radicale nel suo pacifismo, Mors tua è anche un affresco di un Paese, il Regno d’Italia, e di una generazione perduta, quella sacrificata nelle trincee della Grande Guerra, forse migliore di quelle successive. Uno dei protagonisti del romanzo afferma: «Ho coraggio… non temo di morire. Temo di uccidere». Figuriamoci come la prese il re (c’era Re Vittorio Emanuele III, “il Re Soldato”)! Serao era una donna dalla spiccata creatività, un’anima solitaria che ebbe la sventura di sposare un uomo vanesio e inutile (che amava Nietzsche, così com’era conosciuto malamente allora nel Regno d’Italia, e la Germania d’operetta e bellicosissima del Kaiser Guglielmo II). Fuori dalla leggenda non benigna (la sua figura, infatti, è conosciuta dal largo pubblico per una serie di episodi banali, un vero e proprio florilegio fin de siècle di pessimo gusto) Matilde Serao e il suo mondo di idee appare ancora vitale e originale, e chi scrive trova questa donna “Chiattulella” o “Pagnuttella”, per dirla alla napoletana, molto affascinante.

A Mors tua s’aggiunge un altro testo di Matilde Serao che le tagliò le gambe, definitivamente, col Nobel. L’altro testo appena riproposto è il romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, oggi pubblicato da Stampa Alternativa (pagg. 326, € 15), dopo quasi novanta anni. La passione che vi domina è una sola, quella del giornalismo, del giornale da conquistare e possedere, costi quel che costi, e il prezzo da pagare è l’eterno compromesso, l’espediente facinoroso o meschino da inventare ogni ventiquattr’ore. La passione, insomma, del «quarto potere». Il romanzo narra la vita di Riccardo, prima giovanotto e impiegato statale, uno dei tanti travet della nuova Roma: un rassegnato al grigiore di una vita mediocre. Con il giornalismo, Riccardo diventa improvvisamente celebre. Ma resta un piccolo Gabriele d’Annunzio, che gira con molte donne, ma che alla fine non “chiava” mai: Riccardo con nessuna va a letto. La sua passione predominante è il giornale; il suo cruccio è il denaro che gli manca sempre. Solamente con una piccola prostituta si confessa, piangendo sulla sua spalla, a notte alta, davanti al Colosseo.

Questo romanzo di Donna Matilde, che avrebbe potuto chiamarsi balzachianamente «Grandezze e miserie del giornalismo», è attualissimo. Chi pensasse, infatti, che i vizi del giornalismo italiano vadano ricercati nell’asservimento di una dittatura prima e poi al fenomeno degli editori “impuri”, troppo inclini a usare i giornali a supporto dei loro interessi extra-editoriali, potrà ricredersi leggendo le avventure di Riccardo Joanna, alter ego della scrittrice. Tra giornalismo e politica, il romanzo è una grandissima denuncia di Matilde Serao. Certo, la scrittura non è di quelle raffinate dei contemporanei francesi, tuttavia c’è l’ispirazione e qualcosa che lascia un segno indelebile. Ad esempio la pennellata sui giornalisti «con la loro aria liturgica, di sacerdoti che pontificano», giornalisti che però in redazione non si vedono mai. Favolose poi le ricette giornalistiche di Joanna: «Nessun articolo, nessuna opinione politica enunciata, difesa o attaccata. Nessuna traccia di arte, di letteratura, di scienza: nulla». Il giornalista pensa: «È abbastanza brutto per tirare centomila copie, ma si può farlo più brutto ancora». Poi c’è la sulfurea descrizione di un’epoca che potrebbe essere anche la nostra: «gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri». Ebbe, naturalmente, tutta la stampa contro. E con la stampa, la politica. E, ovviamente, il Premio Nobel si allontanò da lei.

Il non-Nobel Matilde Serao diceva: «non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente». Non siamo nel 2016, ma nel 1887…

ROBERT MUSIL. «GLI UOMINI SENZA QUALITÀ VENGONO DA BERLINO»

Il Kaiser Guglielmo II e il generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke, noto anche come von Moltke il giovane, Capo di Stato Maggiore, alla viglia della Grande Guerra.

Il Kaiser Guglielmo II e il generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke, noto anche come von Moltke il giovane, Capo di Stato Maggiore, alla viglia della Grande Guerra.

Dal quotidiano “Libero”, martedì 3 marzo 2015. Mia recensione a «L’uomo tedesco come sintomo» di Robert Musil, un’opera del 1923 ora edita in Italia (nella traduzione e con un saggio introduttivo di Francesco Valagussa per l’editore Pendragon di Bologna).

«GLI UOMINI SENZA QUALITÀ VENGONO DA BERLINO»

Di Roberto Coaloa

Robert Musil (Klagenfurt, 6 novembre 1880 – Ginevra, 15 aprile 1942), in una fotografia giovanile, quand'era "Cavaliere" della Duplice Monarchia degli Asburgo. La sua opera principale è il romanzo "Der Mann ohne Eigenschaften".

Robert Musil (Klagenfurt, 6 novembre 1880 – Ginevra, 15 aprile 1942), in una fotografia giovanile, quand’era “Cavaliere” della Duplice Monarchia degli Asburgo. La sua opera principale è il romanzo “Der Mann ohne Eigenschaften”.

Per Robert Musil (1880-1942) «trattare l’uomo tedesco come sintomo significa porre il problema della civilizzazione». Una civilizzazione, che come ha illustrato la storia del Novecento è stata messa in crisi più volte dalla Kultur tedesca. E oggi «Deutsch Kultur» è soprattutto sinonimo di rigore finanziario e astrattismo formale. Che cosa direbbe oggi l’uomo della Carinzia (e suddito dell’Impero multinazionale degli Asburgo) dell’attuale Europa targata Germania? Che cosa direbbe di Angela Merkel? L’Europa sta subendo un nuovo Anschluss, un Anschluss mentale prima ancora che un’annessione politica ed economica? L’Europa è diventata una vera e propria gabbia istituzionale? È la nuova Kakania di Musil?

Oggi, a suscitare queste domande sulla superpotenza tedesca è l’uscita in Italia di un saggio del 1923, incompiuto, di Robert Musil, L’uomo tedesco come sintomo (Pendragon, Bologna, pagg. 128, € 14,00), nella traduzione e con un saggio introduttivo di Francesco Valagussa.

Il Kaiser Guglielmo II (Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern; Berlino, 27 gennaio 1859 – Doorn, 4 giugno 1941) in una celebre caricatura della Grande Guerra.

Il Kaiser Guglielmo II (Friedrich Wilhelm Viktor Albrecht von Hohenzollern; Berlino, 27 gennaio 1859 – Doorn, 4 giugno 1941) in una celebre caricatura della Grande Guerra.

La Kakania, dove tutto era «K. u. K.» (dalle iniziali «Kaiserlich und Königlich») era l’Impero di Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria. Questo secolare Impero si stava lentamente sfasciando proprio perché i suoi uomini chiave (ministri come Ottokar Czernin) aspiravano a una germanizzazione dell’Austria-Ungheria. Francesco Giuseppe e poi l’ultimo Imperatore Carlo (che non voleva far prevalere l’elemento tedesco nella Duplice Monarchia) furono ostaggi del Kaiser Guglielmo II all’indomani dello scoppio della Prima guerra mondiale, quando il popolo tedesco entrò nel conflitto con esagerato ottimismo.

Musil fu soprattutto un austriaco. Quando la Prima guerra mondiale distrusse l’Impero, egli diventò un intellettuale di lingua tedesca, che cercava la consacrazione letteraria in quella che allora era una capitale della cultura, Berlino. Restò in Germania fino alla presa di potere dei nazisti nel 1933, quando tornò a Vienna per il pericolo che sua moglie ebrea correva nel Reich. Nel 1938, dopo l’Anschluss, Musil emigrò con lei in Svizzera. A Ginevra lavorò alacremente per terminare l’opera L’uomo senza qualità, ma morì il 15 aprile 1942.

In L’uomo tedesco come sintomo, lo scrittore si pone delle domande sull’impossibilità di un’ideologia dominante, dopo la Grande Guerra. Distrutta ogni fede, ogni regola di vita, rimasto privo di una cultura, l’uomo crolla, trovandosi con un capitalismo che plasma e concentra le forze, in un’immane organizzazione dell’egoismo al ribasso. Oggi, non c’è più la Kakania di Musil, ossessionata dal Reich guglielmino come modello. C’è il Quarto Reich di Angela Merkel, che esercita spavaldo il suo predominio. Non c’è più il partito tedesco dell’Austria-Ungheria, che prima della Grande Guerra aveva, di fatto, esautorato il potere degli Asburgo alleandosi pericolosamente con Guglielmo II.

Uno dei tanti fotomontaggi che ben raccontano il sentimento antidesco di oggi: Angela Merkel con l'elmo a punta di prussiana memoria. il "Pickelhaube" (elmo chiodato).

Uno dei tanti fotomontaggi che ben raccontano il sentimento antidesco di oggi: Angela Merkel con l’elmo a punta di prussiana memoria. il “Pickelhaube” (elmo chiodato).

Oggi c’è il Quarto Reich di Frau Merkel, che con il suo eccesso di burocratismo minaccia gli equilibri economici e le conquiste sociali in Europa, sviluppatesi nel corso del Novecento. È il ritorno dell’uomo tedesco, compiaciuto, che osserva la sua pancia piena e non vede al di là del proprio ombelico, antesignano dell’uomo senza qualità.

Dopo la guerra, Musil scrisse: «Eravamo dei cittadini laboriosi, siamo diventati degli assassini, dei macellai, dei ladri, degli incendiari e roba simile». Siamo tornati a casa portando con noi «soltanto un’inquietudine piena di stupore». Il primo conflitto mondiale è il tournant: «Ciò che abbiamo vissuto nel 1914 ha insegnato di quali eccessi di espressioni contrapposte è capace il medesimo materiale umano».

Per Musil non bisogna fare gli errori del passato: l’uomo tedesco si è allontanato troppo dai suoi modelli incarnati da Goethe e Kant. L’economia, a un certo punto della storia tedesca, è prevalsa. Osserva: «Vi è qualcosa di provinciale che contamina questo volo in alta quota dello spirito tedesco che si leva da uno stato nano feudale e borghese, qualche cosa di ristretto tipico del Biedermeier». Parole che sono un preludio a una critica del mondo tedesco nel suo capolavoro, L’uomo senza qualità: «Nel mondo di Goethe il battito dei telai era ancora considerato un rumore molesto; ai tempi di Ulrich s’incominciò a gustare la canzone delle macchine, dei magli e delle sirene di fabbrica».

Robert Musil, L’uomo tedesco come sintomo (Pendragon, Bologna, pagg. 128, € 14,00),

Robert Musil, L’uomo tedesco come sintomo (Pendragon, Bologna, pagg. 128, € 14,00),

MEMORIE DI UN’EUROPA IN CRISI, TRA DECADENZA E NOSTALGIA IMPERIALE

Cavaliere tedesco del XIII secolo, miniatura del manoscritto di Minnesänger.

Cavaliere tedesco del XIII secolo, miniatura del manoscritto di Minnesänger.

 

Le impressioni del vostro Flâneur europeo, Roberto Coaloa. A proposito del recente pamphlet di Donald Sassoon, «Quo vadis Europa?» (Castelvecchi) e del prezioso volume di Lucien Febvre, «Europa. Storia di una civiltà» (Feltrinelli).

 

MEMORIE DI UN’EUROPA IN CRISI, TRA DECADENZA E NOSTALGIA IMPERIALE

Di Roberto Coaloa

Un recente pamphlet di Donald Sassoon e un volume di Lucien Febvre, sul corso tenuto al Collège de France nell’anno accademico 1944-1945, riproposto settant’anni dopo la sua realizzazione, indagano, ognuno a suo modo, sull’Europa, nata sulle ceneri dell’antica Roma («è sorta quando l’Impero è crollato», diceva Marc Bloch) e sul suo futuro. Il continente visto quindi attraverso il lungo periodo della sua storia millenaria: un approccio significativo, ancora più attuale a cento anni dall’inizio della Grande Guerra e in un momento di profonda crisi degli ideali targati Europa. Per la generazione di Febvre, la scelta europea, dopo due conflitti mondiali, era il ritorno dello sviluppo della ragione. Settanta anni dopo la lezione dello storico francese, l’europeismo è il gran malato, a cagione anche di una stagione politica, suggerisce Sassoon, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, in cui la politica come professione è stata irrisa in molti Stati europei.

Sassoon osserva in Quo vadis Europa? (Castelvecchi, pagg. 48, € 6,00): «Negli anni Novanta, e anche prima, molti politologi e commentatori pensavano che il disincanto popolare per la politica fosse dovuto all’incapacità dei politici di governare. La loro ossessione con i cicli elettorali, la loro paura di prendere decisioni impopolari, il loro costante tentativo di cercare di piacere a tutti avevano portato alla paralisi politica. La soluzione, si pensava, era delegare la decisione difficile a degli “esperti” non eletti come i banchieri centrali, i quali, privi della preoccupazione di non piacere e del bisogno di essere eletti o rieletti, possono fare quel che è necessario senza timore di ripercussioni».

Febvre in Europa. Storia di una civiltà (a cura di Thérèse Charmasson e Brigitte Mazon, traduzione di Adelina Galeotti, Feltrinelli, pagg. 356, € 15) ricorda (approvando e correggendo Bloch) che «L’Europa diventa una possibilità da quando l’Impero si disgrega».

Febvre è stato uno dei più grandi storici francesi del Novecento. Nato a Nancy, il 22 luglio 1878, lo storico combatté nella Grande Guerra. Nel 1929 Febvre e Bloch fondarono il giornale Annales d’histoire économique et sociale. Nel 1933 Febvre ottenne una cattedra al Collegio di Francia. Pubblicò svariati studi, interrotti durante la Seconda guerra mondiale. Fernand Braudel fu suo allievo e con lui fondò la sesta sezione della École pratique des hautes études. Morì il 25 settembre 1956 a Saint-Amour.

La nascita dell’Europa coincide con l’espansione del Cristianesimo a Est. In questa indagine, però, non si tratta di attardarsi inutilmente sul problema dei confini: l’Europa non è soltanto uno spazio, ma anche una civiltà. Emblematico è il caso russo. Su questo Lucien Febvre è perentorio: la Russia è più volte europea, e innanzitutto per la sua popolazione slava, come quella della Polonia, della Boemia o della Serbia; lo è anche per l’estensione che ha dato al cristianesimo, che ha portato fino in Siberia; per aver protetto l’Occidente contro la minaccia turca; la Russia è certamente Europa per la sua cultura, che allinea un tale palmarès, da Cechov a Stravinskij, da Rublëv a Tolstoj e a Dostoevskij, che poche nazioni europee possono farle concorrenza. Dunque, l’Europa fu a lungo una definizione geografica un po’ vaga, a cui su attribuiva un confine atroce – gli Urali – e su cui ha poggiato una entità storica che ha preso corpo, che ha avuto una identità, in verità variabile. È alla ricerca di questa identità che parte Febvre. E a leggerlo si capisce come abbia potuto stregare i suoi contemporanei: Marc Bloch, Fernand Braudel e Robert Mandrou. Osserva Febvre: «Quando gli europei hanno paura delle rivolte che piovono contro le vecchie egemonie coloniali nei territori esterni; hanno paura di vedere l’Europa invasa da forme sociali diverse dalle nostre forme sociali tradizionali; paura di se stessi, infine, e delle proprie discordie. Tutto questo c’è in fondo al mito europeo che abbiamo visto svilupparsi sotto i nostri occhi…».

Tra l’Ottocento e la Prima guerra mondiale, il nazionalismo, attore principale nell’agone politico e in sanguinosissime guerre, provoca la crisi dell’immagine dell’Europa. La nazione non è fatta da individui, osserva Febvre, è fatta da gruppi che avvertono la dimensione europea come proprio nemico.

Il testo di Febvre rimane un monito contro i semplici entusiasmi e soprattutto contro le semplificazioni della politica. Non c’è ottimismo e grandezza, anche se qualcuno venti anni fa pensò che la parola Europa evocasse un percorso degno delle glorie degli imperatori romani. I termini della questione, oggi, sono atrocemente complicati, e, come suggerisce con disincanto Sassoon, non dobbiamo obnubilare il nostro sguardo da false speranze. Per comprendere l’Europa di domani occorrerà riflettere sulla sua attuale e futura povertà. «Le possibilità per i giovani di trovare lavoro – scrive Sassoon – saranno assai inferiori a quelle esistite nell’epoca aurea degli anni Sessanta e Settanta».

Sir Winston Leonard Spencer Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 – Londra, 24 gennaio 1965).

Sir Winston Leonard Spencer Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 – Londra, 24 gennaio 1965).

Sì, certo, ma – aggiungiamo noi – è finita la Guerra Fredda, abbiamo goduto di un lungo periodo di libertà e la comprensione della situazione ritornerà, forse anche grazie anche agli storici. Una strada si troverà! È lo spirito di Winston Churchill l’ausilio prezioso in questo momento difficile. Ricordiamo il suo scoramento dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche il suo ottimismo, sorretto da una grande cultura storica: «È mia sincera speranza che lo studio del passato possa servirci di guida nei giorni avvenire, dando alle nuove generazioni la possibilità di riparare alcuni degli errori dei trascorsi anni, e permettendo loro, in armonia con i bisogni e la dignità dell’uomo, di possedere la tremenda e segreta conoscenza del futuro» (Chartwell, Westerbam, Kent. Marzo 1948).

Lucien Febvre, Europa. Storia di una civiltà, a cura di Thérèse Charmasson e Brigitte Mazon, traduzione di Adelina Galeotti, Feltrinelli, pagg. 356, € 15.

Lucien Febvre, Europa. Storia di una civiltà, a cura di Thérèse Charmasson e Brigitte Mazon, traduzione di Adelina Galeotti, Feltrinelli, pagg. 356, € 15.

GRANDE GUERRA. GLI STORICI ORA SMINUISCONO LE RESPONSABILITÀ DEL KAISER

Il Kaiser Guglielmo II, nelle vesti di ammiraglio, con tanto di feluca e cannocchiale.

Il Kaiser Guglielmo II, nelle vesti di ammiraglio, con tanto di feluca e cannocchiale.

 

Recensione di Roberto Coaloa – GLI STORICI ORA SMINUISCONO LE RESPONSABILITÀ DEL KAISER– su tre recenti saggi che tornano sulle cause della Grande Guerra, scagionando Guglielmo II e tirando in ballo anche l’Italia e il sonnambulismo delle élites europee. Articolo apparso su Libero, sabato 12 aprile 2014.

Recensione di Roberto Coaloa – GLI STORICI ORA SMINUISCONO LE RESPONSABILITÀ DEL KAISER– su tre recenti saggi che tornano sulle cause della Grande Guerra, scagionando Guglielmo II e tirando in ballo anche l’Italia e il sonnambulismo delle élites europee.
Articolo apparso su Libero, sabato 12 aprile 2014.

La mia recensione – GLI STORICI ORA SMINUISCONO LE RESPONSABILITÀ DEL KAISER– su tre recenti saggi che tornano sulle cause della Grande Guerra, scagionando Guglielmo II e tirando in ballo anche l’Italia e il sonnambulismo delle élites europee.

Articolo apparso su Libero, sabato 12 aprile 2014.

 

GLI STORICI ORA SMINUISCONO LE RESPONSABILITÀ DEL KAISER

Di Roberto Coaloa

La recente storiografia sulle origini e le cause della Grande Guerra, e in particolare quest’anno con il centenario del conflitto, tende a scardinare la celebre tesi dello storico tedesco Fritz Fischer sulle responsabilità del Secondo Reich. Anzi sempre di più si ritorna a ribadire che la Germania non fu la sola colpevole, facendo una clamorosa eco alle parole di David Lloyd George, convinto che alla vigilia del 1914 «le nazioni strisciavano sull’orlo del calderone bollente della guerra senza alcuna traccia di paura o sgomento».

Quella del 1914, quindi, non fu solo la guerra provocata dagli Imperi Centrali e in particolare dal Kaiser Guglielmo II. Ora, finalmente, si scoprono le tendenze pacifiste dell’Arciduca Francesco Ferdinando, assassinato a Sarajevo, mostrando invece le responsabilità di Stati perturbatori della pace europea, come Italia e Serbia, come ha proposto l’originale volume La scintilla di Franco Cardini e Sergio Valzania (Mondadori, pp. 200, € 19).

A conti fatti, però, l’attuale storiografia sembra più interessata a domandarsi come e perché nella fatidica estate del 1914 l’Europa abbia finito per percepire la guerra come un’ipotesi più realistica della pace. Margaret MacMillan (canadese, docente a Oxford) in 1914. Come la luce si spense sul mondo di ieri (Rizzoli, pp. 784, € 28), si domanda: «Che cosa credevano di ottenere gli uomini da cui dipendeva il destino del continente? Perché rinunciarono a cercare soluzioni pacifiche, come avevano già fatto in passato? In breve: perché il meccanismo della pace si inceppò?»

Sullo stesso solco interpretativo si pone lo storico Christopher Clark (professore di storia a Cambridge), I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra (Laterza, pp. 716, € 35). È lui a ribadire con forza la necessità di ritornare al dibattito sulle cause del conflitto, che in realtà si aprì quando ancora non erano stati esplosi i primi colpi, generando una letteratura storiografica senza precedenti per vastità e tensione morale. Lavoro necessario perché gli orrori cui l’Europa ha assistito nel ventesimo secolo – le dittature comuniste, naziste, fasciste, la Seconda guerra mondiale e molti problemi dell’attuale Europa, non ancora unita culturalmente – derivano da questa immane catastrofe innescata dalla morte di Francesco Ferdinando a Sarajevo il 28 giugno 1914.

L’opera di Margaret MacMillan, sorretta da una raffinata scrittura, riporta il sapore di un’epoca, quella che precede la catastrofe del conflitto: l’altra faccia del solare medaglione della Belle Époque (che ebbe la sua apoteosi nell’Esposizione universale di Parigi, inaugurata il 14 aprile 1900 dal presidente della Repubblica Émile Loubet con una sfarzosa e solenne cerimonia, e che, visitata da oltre 50 milioni di persone, si sarebbe rivelata un successo colossale). Nell’epoca della modernità trionfante, la studiosa scandaglia gli abissi neri dell’uomo europeo di fine Ottocento, rilevando quelle sfumature – espresse da Nietzsche – di décadence e “fine secolo”.

Il volume della studiosa canadese, 1914, ci propone anche un’altra chiave di lettura sulle cause della Grande Guerra: l’irruzione del fato, dell’errore e delle decisioni prese fuori tempo massimo. Osserva l’autrice: «Questo vale per il 1914 come per il nostro tempo. La macchina governativa tedesca (come d’altra parte quella russa), era talmente complessa e inefficiente che spesso neppure i massimi decisori erano al corrente dei piani militari, anche quando taluni aspetti avevano implicazioni politiche. Francesco Ferdinando, l’arciduca austriaco assassinato a Sarajevo, teneva testa da anni alle forze che premevano per risolvere con la guerra i problemi dell’impero austroungarico. Triste ironia, la sua morte fece uscire di scena l’unico uomo in grado di impedire al suo Paese di dichiarare guerra alla Serbia, innescando una fatale reazione a catena. L’attentato di Sarajevo coincise con l’inizio delle ferie estive. Quando la crisi iniziò a dilagare gli statisti, i diplomatici e i leader militari europei non erano più ai loro posti nelle capitali. Il ministro degli Esteri britannico, Sir Edward Grey, si stava dedicando al suo hobby, l’osservazione degli uccelli nel loro habitat naturale. Il presidente francese e il suo primo ministro erano partiti per un viaggio in Russia e nella regione baltica».

Sembra proprio che alla vigilia della guerra, nessuno fosse al proprio posto. Aggiungiamo che il Kaiser Guglielmo era a Kiel per le regate con il suo yacht Meteor, il suo capo di stato maggiore, Moltke, era alle terme a Karlsbad e il capo della Marina, Tirpitz, in Engadina. Responsabilità di nessuno? Forse. È affascinante quindi la tesi sostenuta da Clark in The Sleepwalkers: re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali, tutti coloro che avevano le leve del potere erano, nel 1914, come dei sonnambuli, apparentemente vigili, tormentati da inquietanti rovelli interiori, completamente ciechi però dinnanzi alla realtà dell’orrore che stava per sconvolgere il mondo.

Quindi, ritornando alle cause della Grande Guerra, la responsabilità è di tutti? Soprattutto dell’inettitudine delle élites europee alla vigilia del conflitto? Sì, sicuramente, ma come sottolinea Clark, e con maggior forza Cardini e Valzania, se occorre cercare ogni dettaglio della crisi del 1914, bisogna essere acuti sulle cause balcaniche del conflitto. Proprio a Sarajevo fu accesa la miccia della bomba che l’Italia innescò con l’aver indebolito nel 1911 l’Impero ottomano, favorendo l’espansione della Serbia.

Il dibattito sulle cause del primo conflitto mondiale è nuovamente aperto.