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Roberto Coaloa, storico, giornalista e professore. Un Flâneur, un ozioso affaccendato (mutuando un pensiero di Goethe). Biografo di Carlo d'Asburgo, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria. Studioso del Risorgimento e della Grande Guerra. Dal 2002 scrivo sulle pagine culturali IlSole-24Ore Domenica. Ho scritto e scrivo su La Stampa, su "Saturno", inserto culturale del Fatto Quotidiano, su Libero e sul bisettimanale Il Monferrato. Insegno all'Università Statale di Milano nel corso di Scienze umane per la comunicazione.

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

COPERTINA MULINO

 

Il saggio di Roberto Coaloa, Viva Valentina! La Rivoluzione russa a fumetti, apre il primo numero della rivista del  «Mulino» nel 2018, il 495.

Nel 2018 la rivista festeggerà i 500 numeri. L’anno inizia quindi con una nuova copertina: disegnata per mettere in evidenza il filo conduttore del fascicolo, il concetto di «rivoluzione».

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

Di Roberto Coaloa

Perché uno storico, a cento anni dalla Rivoluzione russa, si deve occupare di un artista complesso come Guido Crepax (nato a Milano il 15 luglio 1933, morto nella sua città il 31 luglio 2003), l’inventore di Valentina? Perché la sua eroina, una delle poche protagoniste di fumetti, nasce sulla rivista «Linus» proprio alla viglia del 1968, anno di una nuova stagione rivoluzionaria. Valentina ha reso famoso Crepax in tutto il mondo. Ora, con l’ausilio prezioso dei figli – Antonio, Caterina e Giacomo – che hanno creato l’Archivio Crepax, l’artista sta vivendo un’altra stagione fortunatissima, con nuove traduzioni e l’interesse del cinema americano.

Valentina, che nasce e invecchia con il suo creatore, è lo specchio di una generazione, quella protagonista del 1968. La Rivoluzione è stata un grande sogno per i ventenni che hanno provato a riaffermarne i valori nel 1968 e negli anni successivi. Valentina è la protagonista di storie che hanno come punto di riferimento la Milano intellettuale degli anni Sessanta e Settanta. Lenin in quella nuova stagione rivoluzionaria era à la page! La Rivoluzione è stata studiata, pensata e poi scritta e disegnata da Crepax. È dunque interessante ripercorrere la figura di questo artista e intellettuale engagé che riflette attraverso il fumetto sulle vicende storiche del Novecento. Non solo: la figura di Valentina (la descrizione del mondo russo, raccontato nella sua complessità) ha influenzato artisti e studiosi protagonisti del nostro tempo.

Anticipiamo che l’anno 1977 segnerà per l’artista una cesura netta nel pensare l’Ottobre. Prima di quella data Crepax ha già disegnato diverse avventure di Valentina raccontando la Rivoluzione. Esamineremo le storie che a nostro modesto parere mostrano meglio la riflessione di Crepax sul mondo russo, senza dimenticare che più in generale quella storia riecheggia in tantissimi altri lavori dell’artista. Nel 1968, ad esempio, disegna Valentina perduta nel paese dei Sovieti. Poi c’è il film di Corrado Farina del 1973, dal titolo Baba Yaga, liberamente tratto da un fumetto di Valentina. Senza dimenticare la battaglia e il gioco dedicati da Crepax alla figura di Aleksandr Nevskij.

Proprio l’invenzione di giochi da tavolo ci consente di aprire una piccola parentesi. Crepax, laureato in architettura, diventato disegnatore, passava interi pomeriggi alla biblioteca Sormani di Milano per cercare nei volumi i costumi, le uniformi. Amava la messinscena, che diventava mania; forse avrebbe voluto avere il talento di un attore come Laurence Olivier, quando parla ai soldati prima della battaglia di San Crispino. A Crepax piaceva rappresentare la storia come se fosse a teatro, facendo uso di costumi. Desiderava, insomma, la drammatizzazione alla Olivier. Da artista ricostruiva la storia. E lo faceva alla Salgari, che non aveva mai visto gli scenari esotici delle avventure di corsari e avventurieri che raccontava. Crepax, anche lui come Salgari, era un viaggiatore immobile. Fermo nel suo studio, tra i suoi libri, in un vorticare di letture. Lo storico ambirebbe a essere uno sciamano capace di fermare il tempo storico, di vederlo e descriverlo a distanza di anni, di secoli. L’artista ha i mezzi per fermare il tempo e non solo.

LENIN DI GUIDO CREPAXTra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 Crepax disegna Io, Valentina. La prima pagina è dedicata alla sua nascita: 25 dicembre 1942. La giovane Valentina studia la storia. Dopo la morte di Stalin il padre afferma: «Adesso potremo dire la verità senza la paura di sembrare anticomunisti». In una vignetta successiva compare Lenin, cappello in testa, come ce lo mostrano i ritratti ufficiali, che pronuncia la storica frase: «La verità è rivoluzionaria». Lenin aveva detto quella frase? No! È una frase di Gramsci («La verità è sempre rivoluzionaria»), che ha segnato la storia del Partito Comunista Italiano nel Novecento. È stata ripresa in tono polemico, con l’aggiunta di un «non» in un film di Francesco Rosi, Cadaveri eccellenti (1976), ispirato a Il contesto di Leonardo Sciascia, dove primeggia l’attore Lino Ventura, in una delle sue migliori interpretazioni: il commissario Rogas, ucciso insieme al segretario del Partito comunista. Nel film la frase è pronunciata nelle sequenze finali, davanti al quadro di Guttuso, I funerali di Togliatti, sintesi della storia del Partito comunista italiano. Un amico di Rogas, un comunista radicale, affronta un funzionario del proprio partito, quello che si suppone occuperà il posto del segretario ucciso, e gli chiede: «Allora la gente non deve sapere la verità?». Il futuro segretario risponde: «La verità non è sempre rivoluzionaria». Questa frase non c’è nel libro di Sciascia. È un’invenzione della sceneggiatura (pare che l’avesse detta Giancarlo Pajetta), usata da Rosi per denotare l’omertà dell’opposizione di fronte alla corruzione imperante e molto spesso impunita. Questo film del 1976 è rappresentativo di un clima di tensione che si avvertiva allora in Italia. Siamo in un’epoca in cui il Partito comunista, dopo il 15 giugno 1975, era in grandissima ascesa, tanto è vero che la proposta di Berlinguer sul compromesso storico si era rafforzata. In quel momento le preferenze di Crepax e, ovviamente, quelle di Valentina, sono simili a quelle dell’amico dell’ispettore Rogas: sono per Lev Trockij, in quegli anni il modello per chi intende l’esperienza rivoluzionaria come «Rivoluzione permanente».

A Trockij, infatti, sono dedicate due puntate di Alterlinus tra l’agosto e il settembre 1974, dal titolo Viva Trotskij. Poi, non a caso, proprio nel 1976, Trockij è ancora il protagonista di una bellissima tavola con Valentina in bicicletta: è stata realizzata per il mensile Linus in occasione delle elezioni politiche di quell’anno.

Il fumetto Viva Trotskij è per noi di grande interesse. Nella prima pagina compare Valentina che travolge letteralmente gli autocrati della Russia alla vigilia della Rivoluzione. Nella grande tavola compare anche un quadrunvirato, formato dai giovanissimi «Uljanov, Bronstejn, Tsederbaum e Džugašvili». Essi sono ovviamente, nell’ordine, da sinistra a destra come compaiono nella tavola: Lenin, Trockij, Martov e Stalin. Tra i quattro il meno conosciuto e ovvio nelle scelte di Crepax-Valentina è Julij Martov, nato Julij Osipovič Cederbaum. Trockij lo definì «l’Amleto del socialismo democratico». La presenza di Martov è rivelatrice di una conoscenza non superficiale (e critica) della Rivoluzione da parte di Crepax.

Quali sono le fonti storiche di Crepax? In una prima indagine sulla sua biblioteca si notano alcuni testi, in particolare la famosa trilogia di Isaac Deutscher: Il profeta armato. Trotsky 1879-1921, Longanesi, Milano, 1965; Il profeta disarmato. Trotsky 1921-1929, Longanesi, Milano, 1970; Il profeta esiliato. Trotsky 1929-1940, Longanesi, Milano, 1965. Poi gli scritti di Victor Serge, tra i quali: Vita e morte di Trotskij, Editori Laterza, Roma-Bari, 1973. Gli studi sulla Rivoluzione presenti nella sua biblioteca sono di Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1964 e Roy Medveev, La rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, Editori Riuniti, Roma, 1976.

Nella seconda puntata di Viva Trotskij la storia si apre con Valentina, che armata di scopa caccia i nemici della Rivoluzione: lo Zar e la sua camarilla. Nelle immagini finali Valentina saluta con due braccia alzate i vittoriosi bolscevichi e pensa: «Con tutto il corpo… con tutto il cuore… con tutta la coscienza… ascoltiamo la Rivoluzione». Si tratta di un omaggio al poeta Aleksandr Blok, l’«angelo caduto fra le paludi di Pietroburgo» (come lo definì Angelo Maria Ripellino). Crepax, però, fa una scelta controcorrente. Non riporta di Blok la poesia più nota, I dodici. Cita il finale di un pezzo, pubblicato nel gennaio 1918 sulla rivista «Znamja truda», L’intelligencija e la rivoluzione. Il 1917 per il poeta è una visione mistica e un tema musicale. Egli è il flâneur di Pietrogrado, attento ai rumori delle lotte, alle grida, agli spari. Per lui questi suoni nuovi sono l’anticipazione di una nuova grande epoca. «Con tutto il corpo, con tutto il cuore, con tutta la coscienza, ascoltate la Rivoluzione». Non è casuale la scelta di Crepax di far pensare Valentina con le parole del disilluso Blok, che fa un’analisi spietata dell’immediata conversione della Rivoluzione da mamma a matrigna, da utopia a massacro, dove ai lupi zaristi si sostituiscono le iene bolsceviche.

 

Nel 1977 esce il volume di Crepax, L’uomo di Pskov (Edizioni Cepim, Milano). È il momento di cesura. Prima di quella data la Rivoluzione russa era stata per Crepax un ideale positivo, un sogno, un mito. Nel giovane artista degli anni Sessanta, il ricordo della fine della Seconda guerra mondiale era vicino. Così come poteva esserci euforia nella Russia sovietica dopo la vittoriosa guerra contro il nazismo e il fascismo, quando un’ondata di euforia generale consentì a tutti di partecipare con slancio ed entusiasmo alla ricostruzione del paese e il sogno di una società più giusta, più equa, contagiò i cittadini di tutte le classi. Crepax, però, vive un complesso periodo storico e l’idea da lui abbracciata della «Rivoluzione permanente» di Trockij rivive nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano.

Alla fine degli anni Settanta, dopo la stagione del terrorismo (Crepax vedrà vicino a casa sua il cadavere di Antonio Custra, vicebrigadiere in forza al reparto celere di Milano, assassinato durante una manifestazione di militanti dell’estrema sinistra), l’artista, con L’uomo di Pskov, rivede criticamente i suoi miti giovanili. Lenin e i suoi compagni non appaiono più così buoni. Gli uomini vicini allo Zar non appaiono più così cattivi. Qui Crepax si avvicina come non mai al lavoro dello storico, intuendo l’immoralità professionale dello studioso che consiste nell’impossibilità di augurarsi l’inesistenza di una qualsiasi cosa esistita. E, infatti, essere un vero storico è sentirsi incapaci di voler vedere cancellato dalla storia persino quello che condanniamo. Nel racconto di Crepax, ambientato nell’autunno del 1919, l’uomo di Pskov è il tenente Orlov. È un “bianco” che combatte i bolscevichi, ma è un personaggio positivo che alla fine accetterà di morire per salvare la vita di due ragazze. Nel 1977 Crepax descrive la guerra civile russa scoppiata all’indomani dell’Ottobre.

Prezioso documento è quindi il fumetto L’uomo di Pskov, preceduto da un testo introduttivo – La rivoluzione russa – nel quale si racconta la complessità di quella storia. È interessante notare come Crepax sia capace attraverso il fumetto di ripercorre le vicende meno note della Rivoluzione, che è mostrata per quello che fu realmente: una tragedia per il popolo russo e l’inizio della sanguinosa dittatura di Lenin, che realizzò così l’inascoltata profezia di Rosa Luxemburg, secondo cui la vittoria del proletariato bolscevico si sarebbe trasformata nel regime del partito leninista.

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

CLARA STRADA JANOVIC DIPINTA DA ALEKSANDR LAKTIONOV

CLARA STRADA JANOVIC DIPINTA DA ALEKSANDR LAKTIONOV

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

Recensione di Roberto Coaloa a Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50), bel volume di memorie e di aneddoti di una ragazza sovietica, nata nel 1935, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Finito il conflitto, si chiude il sipario spensierato dell’infanzia siberiana, che lascia il posto a brevi ma efficaci descrizioni del mondo snob della Mosca che conta: le famiglie degli uomini del Partito, con i figli viziati come principi. L’autrice poi si concede un vivace finale, dove racconta i primi incontri con il mondo italiano. Nella Russia di Stalin era celebre Togliatti, soprattutto nel 1948, quando subì un attentato e si diceva che Stalin avesse rimproverato i compagni italiani per non aver salvaguardato l’incolumità del loro leader. È memorabile, quindi, nel 1963, l’incontro dell’autrice con Togliatti a Cogne, in Valle d’Aosta, sotto il Monte Bianco. Protagonista anche il giovane marito di Clara, Vittorio Strada.

Dal quotidiano “Libero”. Domenica 3 ottobre 2017.

 

UN’INFANZIA SIBERIANA LIBERA E FELICE NELLA RUSSIA DI STALIN

Di Roberto Coaloa

Un volume atipico racconta la disperazione e l’angoscia della Russia di Stalin, l’infanzia di una donna siberiana, che dopo la Seconda guerra mondiale, sul finire degli anni Cinquanta, si sposerà felicemente con un italiano e vivrà con gioia nel Bel Paese. Si tratta di Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50). Clara è nata il 31 marzo 1935 nella regione di Chabarovsk. Laureatasi alla Facoltà di filologia dell’Università di Mosca, è stata poi docente di lingua russa nelle Università di Torino, Padova e Venezia. Filologa e traduttrice, a lei si devono versioni in italiano di Puškin, Čechov, Vladimir Propp e Michail Bachtin. Cinquantanove anni fa sposò lo slavista Vittorio Strada, dal matrimonio nacquero Olga e Nikita.

Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50).

Una infanzia siberiana di Clara Strada Janovic (Marsilio, pp. 160, euro 16,50).

Una infanzia siberiana si legge d’un fiato, entrando in uno estremo oriente siberiano. C’è ancora l’eco di sangue della guerra civile, che dopo l’Ottobre aveva tragicamente segnato il vecchio Impero dei Romanov. La scrittrice ci descrive personaggi di un mondo di ieri: l’affittuaria del suo appartamento, vedova, nata in Bessarabia; il padre, nato sulle rive del lago Bajkal, in un piccolo centro ferroviario di nome Mysovaja, poi cambiato dopo la Rivoluzione in Babushkin, in onore di Ivan Babushkin, che durante la prima rivoluzione russa del 1905 aveva organizzato il trasporto di armi per le milizie operaie. Il nonno Jakov Ivanovic, di origini bielorusse, era stato ingaggiato per i lavori della costruzione della Transiberiana. La nonna, Anna Adamovna, era nata a Cracovia. La casa dell’infanzia siberiana è una solida costruzione fatta di tronchi di larice, coi pavimenti di legno, cassapanche, stufa in stile russo con forno, sgabuzzini, scale con balaustre tornite, con lungo il piano terra un terrapieno che riparava dal freddo, permettendo di conservare nella cantina ortaggi, derrate e confetture. Insomma nella nostra memoria appare il paesaggio del dottor Živago.

Clara Strada Janovic e Vittorio Strada a Venezia. Nel 2017, dopo 59 anni di matrimonio.

Clara Strada Janovic e Vittorio Strada a Venezia. Nel 2017, dopo 59 anni di matrimonio.

L’infanzia felice, dove fratelli e amici giocano in un paesaggio incantato, come la Lysaja Gora di Tolstoj, termina con la voce alla radio di Molotov: «C’è la guerra». Nella Russia di Stalin era celebre Togliatti. È memorabile, quindi, nel 1963, l’incontro dell’autrice con Togliatti a Cogne, in Valle d’Aosta, sotto il Monte Bianco. Togliatti si siede accanto a suo marito; il discorso cade sulle repressioni di Stalin degli anni Trenta: «Noi, Strada, non sapevamo niente». A quelle parole l’autrice perde le staffe, non credendo alle sue orecchie. Risponde a Togliatti che sta leggendo Victor Serge in quel momento. Fu così che il marito Vittorio, spinto dalla convenienza “diplomatica”, assestò alla moglie russa un memorabile calcio alla caviglia. Lo sguardo di Togliatti, nonostante il soccorso, trafisse la donna imprudente: «sembrava che mi avesse tagliato una lama d’acciaio, tanto si restrinsero le sue pupille».

INEDITO MARCEL

I divertimenti del giovane Proust. Tennis di Boulevard Bineau, Neuilly 1892: in piedi sulla sedia Jeanne Pouquet, alla quale Marcel fa la corte, ma Jeanne è già fidanzata con Gaston de Caillavet.

I divertimenti del giovane Proust. Tennis di Boulevard Bineau, Neuilly 1892: in piedi sulla sedia Jeanne Pouquet, alla quale Marcel fa la corte, ma Jeanne è già fidanzata con Gaston de Caillavet.

Prefigurazioni del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, si trovano negli scritti del giovanissimo scrittore, ora presentati in un bellissimo volume dalla copertina blu, Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

Tra questi piccoli capolavori narrativi La fine della gelosia e La morte di Baldassare Silvande.

Recensione di Roberto Coaloa sui “Racconti”.

Un’intera pagina dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

 

INEDITO MARCEL

Di Roberto Coaloa

Recensione di Roberto Coaloa sul volume “Racconti” di Marcel Proust, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise. Dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

Recensione di Roberto Coaloa sul volume “Racconti” di Marcel Proust, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise. Dal quotidiano “Libero”. Martedì 27 marzo 2018.

Prefigurazioni del capolavoro di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, si trovano negli scritti del giovanissimo scrittore, ora presentati in un bellissimo volume dalla copertina blu, Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

I curatori sono due raffinati interpreti di Proust, Giuseppe Girimonti Greco e Ezio Sinigaglia. Già Gide, nel 1923, osservava: «Tutto ciò che ammiriamo in Swann e nei Guermantes lo troviamo già qui, in filigrana, quasi insidiosamente anticipato: l’attesa infantile del bacio serale della madre; l’intermittenza del ricordo, lo stemperarsi dei rimpianti, la forza evocativa dei nomi e dei luoghi, i tormenti della gelosia, la seduzione dei paesaggi…». Per questo motivo, suffragati dalle osservazioni dell’amato censore Gide, apprezziamo questo importante lavoro di traduzione dal francese all’italiano, accompagnati discretamente da alcune osservazioni dei curatori, che si sono basati sull’edizione curata da Thierry Laget (Les plaisirs et les jours suivi de L’indifferent et autres textes) per Gallimard. Il volume italiano è impreziosito da una cronologia che ripercorre gli anni dal 1871 al 1897, cioè dalla nascita dello scrittore, il 10 luglio, al 6 febbraio di quel Fin de siècle, momento davvero memorabile per i biografi di Marcel Proust: lo scrittore si batté, infatti, a duello con Jean Lorrain, che aveva fatto uscire su «Le Journal» una velenosa stroncatura dei Piaceri, contenente anche una pubblica accusa di omosessualità. Era un pomeriggio freddo e piovoso alla Tour de Villebon nel Bois de Meudon, tradizionale terreno di scontro dei parigini. I padrini di Lorrain erano Paul Adam, il romanziere, che in seguito sarebbe stato dalla parte di Proust nell’affaire Dreyfus, e Octave Uzanne, il critico d’arte, che arrivò in ritardo di mezz’ora, con una faccia grigia e tirata, ancora sotto gli effetti della morfina. I padrini di Proust rappresentavano un vero e proprio trionfo mondano: il pittore impressionista Jean Béraud e Gustave de Borda, noto agli amici come Sword-Thrust Borda, spadaccino imbattibile, padrino ricercatissimo tra i rampolli dell’aristocrazia parigina. Questa volta, però, l’arma scelta fu la pistola. Gli avversari si scambiarono due colpi inefficaci a venticinque metri di distanza, probabilmente – come volevano le buone maniere quando non era in gioco una questione di estrema gravità – sparando in aria. Dopo il duello Lorrain lasciò in pace Proust, che si era dimostrato coraggioso, freddo e fermo nel suo intento di battersi, cosa eccezionale per i suoi amici che ne conoscevano il temperamento nervoso. Raccontiamo questo episodio perché se Proust avesse fatto la fine di Puškin, colpito a morte in duello da Georges-Charles de Heeckeren d’Anthès, noi avremmo perso la Recherche: un gran danno per la nostra storia letteraria. I Racconti sono appunto solo una prefigurazione del capolavoro di Proust, con Marcel narratore del suo primo incontro con la fatale duchessa. Avremmo perso le passeggiate mitiche di Odette, le manie della zia Leonia, i casi mondani di Swann, le avventure alcibiadee di Charlus, i ridicoli imbarazzi filologici di Cottard, i servi in livrea, i signori in monocolo al ricevimento in casa della marchesa di Saint-Euverte.

I Racconti, però, sono di per sé notevoli. Certo, la sintassi non è ancora così complessa come nella Recherche. Già fa capolino l’ironia, e ogni tanto qualcosa di lievemente comico e satirico (la vecchia dama che si tinge i capelli e paga i giornali perché parlino bene dei suoi ricevimenti). È un Proust nel suo noviziato culturale, pronto a spiccare il volo. I curatori hanno scelto i testi più apertamente e incontrovertibilmente narrativi, escludendo le prose incompiute (che nell’edizione critica sono in appendice, nel reliquat).

La morte di Baldassare Silvande (traduzione di Giuseppe Girimonti Greco) è il racconto più tolstojano di tutti. Il giovane Proust, infatti, era stato un avido lettore dello scrittore russo. Proust lesse i Récits militaires di Tolstoj, tradotti in francese da Halpérine-Kaminsky e Jaubert. Aveva letto, inoltre, Sonata a Kreutzer, che lo segnò profondamente nell’animo. Nel 1896 scrisse al suo amico Reynaldo: «Sarebbe nobile, forse, ma innaturale alla nostra età, vivere come chiede Tolstoj». A Parigi tutti gli intellettuali à la page adoravano Tolstoj. Oltre a Proust, Romain Rolland e Octave Mirbeau (per lui Tolstoj era un demi-dieu). La morte di Baldassare Silvande è quindi una mise en récit (et en abyme) della transizione dal dandysmo (e dall’estetica della morte del dandy) al tolstojsmo (e all’estetica della morte nel Segno del Vero).

Gli altri racconti del volume sono: Violante o la mondanità (traduzione di Ornella Tajani), Malinconica villeggiatura di Madame de Breyves (traduzione di Ezio Sinigaglia), La confessione di una ragazza (traduzione di Federica Di Lella), La fine della gelosia e L’indifferente (traduzione di Mariolina Bertini).

Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

Racconti, edito da Edizioni Clichy (Firenze, pp. 200, € 12,00) nella collana Père Lachaise.

IL NOBEL PER LA PACE ITALIANO CHE SI ESALTAVA PER LA GUERRA

Ernesto Teodoro Moneta di Roberto Coaloa. Libero 10 febbraio 20

Sabato 10 febbraio 2018, centenario della morte di Moneta, sul quotidiano Libero, un’ampia pagina di Roberto Coaloa sul pacifista italiano.

«Ernesto Teodoro Moneta milanese illustre. Patriota, giornalista, premio Nobel per la Pace 1907» è la mostra milanese – organizzata dalla Fondazione Anna Kuliscioff e dalla Società per la Pace e la Giustizia Internazionale, con il patrocinio del Consiglio Regionale della Lombardia e del Comune – per ricordare il centenario della morte del Nobel italiano.

La mostra sarà inaugurata oggi, mercoledì 14 febbraio, alle ore 15.00, a Milano, all’Archivio di Stato (via Senato, 10).

La mostra (ingresso gratuito) sarà aperta fino al 5 marzo 2018.

Moneta è stato l’unico italiano Premio Nobel per la Pace nel 1907. La sua storia, i suoi legami con i movimenti pacifisti dell’epoca saranno raccontati in una seria d’incontri.

Sabato 10 febbraio, anniversario della morte di Moneta, sul quotidiano Libero, un’ampia pagina di Roberto Coaloa sul pacifista italiano.

 

IL NOBEL PER LA PACE ITALIANO CHE SI ESALTAVA PER LA GUERRA

Di Roberto Coaloa

L’unico Nobel per la Pace italiano è Ernesto Teodoro Moneta. La sua vita abbraccia le vicende del Risorgimento, dall’inizio alla fine. Nel 1848, appena quindicenne, Moneta è un rivoluzionario della prima ora: nelle Cinque Giornate di Milano tira i mattoni alle truppe biancovestite austriache. Da mazziniano, il giovane Moneta diventa prima compagno d’armi di Garibaldi e dopo un soldato del Regno d’Italia. Il 10 dicembre 1907 questo militare ottiene il Nobel per la Pace.

Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918).

Ernesto Teodoro Moneta (1833-1918).

Nel 2007, con il centenario del Nobel per la pace, Moneta fu ricordato da chi scrive in un lungo saggio per gli Annali di Storia Moderna dell’Università Cattolica: L’altro Tolstoj e la sua difficile corrispondenza con Moneta. Due lettere inedite di Lev Nikolaevič Tolstoj a Ernesto Teodoro Moneta. La Nuova Antologia lo ricordò con  Arturo Colombo, Vita in tre tempi di Teodoro Moneta. A Milano, la Società del Giardino organizzò una mostra fotografica e una tavola rotonda, su Moneta e la rivoluzione giornalistica che «Il Secolo» rappresentò per il mondo dell’informazione nella prima generazione dell’Italia unitaria. Nel 2013 Moneta è stato omaggiato da un ottimo volume della storica Francesca Canale Cama, La pace dei liberi e dei forti. La rete di pace di Ernesto Teodoro Moneta, edito da Bononia University Press.

Ora, la Fondazione Anna Kuliscioff a cento anni dalla morte (avvenuta a Milano il 10 febbraio 1918) ripropone gli scritti di Moneta pubblicati sui vari «Almanacchi della Pace» che dal 1889 puntualmente uscivano alla vigilia del nuovo anno. Sono testi rari, arricchiti da splendide copertine, che lo studioso può oggi ammirare nella Biblioteca della Fondazione Anna Kuliscioff. Sono un documento prezioso per il bibliofilo, per la rilevanza dell’autore e per le illustrazioni liberty, davvero eccezionali. Il volume, Ernesto Teodoro Moneta. Un pacifista nella guerra, edito dalla Fondazione Anna Kuliscioff, è parte della collana “Figure del Novecento”. Introdotto dal presidente della Fondazione, Walter Galbusera, raduna gli scritti di Moneta dal 1890 al 1918.

Da «Ai padri ed alle madri di famiglia», del 1890, a «I cattolici e la guerra», del 1918, il volume della Fondazione Anna Kuliscioff ripercorre con Moneta la storia del pacifismo italiano fin de siècle. Una vicenda fatta da tanti pacifisti condizionati – come Moneta – che poi si trasformarono in interventisti all’alba del Novecento. Fu una minoranza ad abbracciare un pacifismo spirituale e nonviolento. Uomini come Luigi Luè, Giovanni Galiardi e Giovanni Pioli, che scelsero il pensiero di Tolstoj come guida, sono un’eccezione nel panorama italiano. Alcuni esponenti del modernismo aderirono alle idee di Tolstoj. Giovanni Semeria e Salvatore Minocchi, ad esempio, andarono a Jasnaja Poljana.

Moneta, comunque, è una delle personalità più rappresentative del pacifismo italiano (la sua rivista «La Vita internazionale», raccolse, tra gli altri, i contributi di Romain Rolland e Gaetano Salvemini). Vinse il Nobel, nel 1907, per la sua attività nel promuovere la pace attraverso il disarmo e l’arbitrato internazionale. Alcuni anni dopo, però, fu favorevole all’intervento italiano in Libia e poi alla guerra contro gli imperi centrali.

La vita di Moneta è di grandissimo interesse. L’agitatore del Risorgimento divenne l’infaticabile propugnatore del movimento pacifista, creando una rete inedita tra i pacifisti sparsi nel mondo, riuscendo a garantire in Europa un lungo periodo di pace. Dal 1867 fino al 1895, Moneta fu direttore del giornale «Il Secolo». Nel 1887 fondò L’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale e nel 1891 la Società per la pace e la Giustizia internazionale. Nel 1898 creò la rivista «La Vita Internazionale».

Moneta ebbe una delle corrispondenze più prestigiose della sua epoca. Da notare le sue lettere ai più grandi intellettuali e politici europei, da Vilfredo Pareto al conte Lev Tolstoj, da Edmondo De Amicis alla baronessa Bertha von Suttner.

Per Moneta, nato il 20 settembre 1833, nella Milano dell’incivilimento di Gian Domenico Romagnosi, le iniziative politiche dovevano prima di tutto rispondere a un imperativo etico. Dall’analisi rigorosamente storica, Moneta appare oggi con tutte le sue contraddizioni. Lo studioso si interroga sulla sua vita, sulle sue scelte. Continuava ad aver senso, ad esempio, dopo la sanguinosa guerra franco-prussiana e soprattutto all’indomani della guerra russo-giapponese, in decenni di profonde e sconvolgenti trasformazioni materiali e culturali, la lettura di Moneta? La sua era una visione della realtà che riproduceva i canoni interpretativi di un Ottocento ormai definitivamente tramontato.

In Moneta ravvisiamo un’ostinata volontà di continuare a perseguire le immutabili mete della sua giovinezza, senza misurarle con le novità dei tempi. L’italiano, dopo il Nobel, fece inorridire i pacifisti per il suo atteggiamento a favore della guerra nel 1911, per l’onore e l’interesse dell’Italia, contro l’Impero Ottomano. Moneta deluse nuovamente i pacifisti nella Grande Guerra; per lui, il 1915 era l’inizio della Quarta guerra del Risorgimento: «Non mi stranio, non mi apparto». Il Nobel per la Pace italiano morì nel momento in cui l’azione del presidente americano Wilson, promotore di una Società delle Nazioni, dava forza all’idea di una guerra in qualche modo definitiva, atroce ma necessaria per chiudere la lunga stagione di conflitti tra i popoli, epilogo romantico di un futuro armonioso, nel sovvenire del sogno ottocentesco, finalmente realizzato.

LE CRITICHE FEROCI DEL SAVINIO MUSICALE

Roberto Coaloa recensisce la nuova edizione di "Scatola sonora" di Alberto Savinio. Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

Roberto Coaloa recensisce la nuova edizione di “Scatola sonora” di Alberto Savinio. Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

Ravel e Schubert bocciati senza pietà.

Verdi e Musorgskij autori del “cuore”.

L’altro volto del geniale pittore e scrittore, fratello di Giorgio de Chirico.

Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

 

LE CRITICHE FEROCI DEL SAVINIO MUSICALE

Di Roberto Coaloa

Alberto Savinio (1891-1952), "Scatola sonora" (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34).

Alberto Savinio (1891-1952), “Scatola sonora” (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34).

Non è stato un musicista di genio, ma uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, colto, raffinatissimo. Così il suo volume sulla musica classica, da Monteverdi a Honegger, sul gusto dell’antico e sulla voce del violoncello, è indispensabile al buon flâneur, che, oziando, ama fischiettare Rossini e Verdi e, in bagno, esibirsi nel Mosè di Lorenzo Perosi. Stiamo parlando di un genio assoluto, scrittore abbiamo detto, per chi scrive tra i più amati di sempre, e poi pittore e compositore (e qui il mio modesto giudizio è assai severo). Ecco, infine, riedita – con la sorpresa di tanti scritti nuovi (figurano ad esempio diversi contributi destinati nel 1944 al settimanale Voci, fin ad ora non menzionati in alcuna bibliografia) – la magnifica opera di Alberto Savinio (1891-1952), Scatola sonora (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34), che raduna i suoi articoli musicali in un ordine brillante, che appare al lettore una eccentrica storia della moderna musica europea secundum Savinio.

D’altro canto eccentrico era Alberto Savinio, nome d’arte di Andrea Francesco Alberto de Chirico, terzo figlio dell’ingegnere ferroviario Evaristo de Chirico e Gemma Cervetto, fratello del pittore Giorgio de Chirico e di Adele, primogenita, morta nel 1891. Savinio studiò pianoforte e composizione al conservatorio della sua città natale, Atene, dove si diplomò a pieni voti nel 1903. Morto il padre, la madre portò i due fratelli artisti per la prima volta in Italia nel 1906. Poi si stabilirono a Monaco di Baviera. Lì Savinio, non ancora ventenne, diventò musicista e compositore, allievo di Max Reger, organista e compositore indimenticabile, soprannominato «il secondo Bach». In quegli anni tedeschi, Savinio portò a termine la composizione Carmela, la sua prima opera lirica, mai rappresentata e successivamente perduta o distrutta dall’Autore. Del Maestro Reger ricorda l’allievo Savinio (in pagine memorabili di Scatola sonora a proposito del tanto ammirato Verdi, che compone con le sue mani «vecchie e rugose come zampe di tartaruga» il Falstaff): «Max Reger mi diceva che comporre al piano è da schiappe… Povero ragioniere del contrappunto!».

Savinio, abbandonata la carriera di compositore, s’immerse dopo Monaco di Baviera nel tourbillon di Parigi, dove conobbe i più grandi artisti del Novecento. Continuò a scrivere di musica, come critico. Da allora Savinio si divertì a demolire ad uno ad uno i suoi miti musicali. L’opera Scatola sonora, in effetti, potremmo ribattezzarla “Savinio contro tutti”!

Del grande Maurice Ravel e del compositore e violinista Ernest Bloch non ha pietà alcuna. Nel 1941, Savinio osserva, a proposito di una soirée musicale a Siena: «Una sera del settembre scorso mi condussero in una casa tenebrosissima ove come prezzo di quel ratto all’antica mi fecero sentire la Sonata per piano di Strawinsky (anno 1924) poi lo Schwanendreher (Suonatore ambulante) di Hindemith, e fin qui andò benissimo. Ma dopo queste musiche tirate a pulimento e nette di ogni pittoresco, gli stessi miei rapitori mi vollero far sentire non so quale musica di Ravel e non so quale pezzo per viola e piano di Bloch. E l’impressione fu di stracci pendenti sopra una strada intenebrata dal lercio e agitati da un vento apportatore di miasmi».

Anni dopo, Savinio stronca definitivamente Bloch (per me, detto per inciso, compositore essenziale per capire una tradizione ebraica di musica europea e colta): «Il Quintetto di Bloch suggerisce alcune comparazioni alimentari. Se la musica di Stravinsky posteriore a Nozze ha le medesime qualità della carne ai ferri, ossia l’asciuttezza e la sostanza, la musica di Bloch, e particolarmente questo Quintetto così patetico e tirato su con fatica e strazio dai visceri come la più vergognosa delle confessioni, fa pensare a quello che nell’arte culinaria sono le spume (mousses). Non stabilisco graduatorie. Non dico che una braciola ai ferri è migliore di una spuma, o viceversa. A me piacciono anche le spume. Voglio dire che il mio stomaco richiede talvolta anche queste musiche che procedano per espansione, che sono come il vapore e il vento, che esercitano su noi una specie di stupore sonoro».

Di Schubert Savinio con estrema noncuranza demolisce una composizione: lo Stabat Mater. Lo contrappone, inoltre, a Beethoven e afferma che un confronto tra i due musicisti equivarrebbe a un paragone tra Michelangelo e Guardi. Di Schumann Savinio critica il «troppo dolce». Ama, invece, Brahms (perché odia i francesi) e Verdi (da leggere con attenzione le pagine di Savinio sulla musica dell’italiano e quella di Wagner). Savinio poi, e qui davvero ci sorprende positivamente, adora i compositori russi, primo fra tutti Modest Petrovič Musorgskij. Scrive: «Se il bello, come io credo, è verità, Boris Godunov è l’opera più bella che sia mai stata scritta».

MACCHÉ LENIN, I RUSSI CELEBRANO SOLO LO ZAR

La ballerina amante del futuro zar Nicola II

Matil’da Feliksovna Kšesinskaja (1872-1971)

Mosca si ribella contro il film Matilda, che racconta la relazione giovanile del futuro Zar Nicola II, martire della Chiesa ortodossa, con una ballerina del teatro imperiale della capitale zarista, l’étoile Matil’da Feliksovna Kšesinskaja.

Dal quotidiano “Libero”. Sabato 4 novembre 2017.

 

MACCHÉ LENIN, I RUSSI CELEBRANO SOLO LO ZAR

Di Roberto Coaloa

Mosca

Lo zar Nicola II (1868-1918).

Nicola II di Russia (1868-1918). Nel 2000 la Chiesa Ortodossa russa, guidata dal Patriarca Aleksej II, ha canonizzato e dichiarato santi martiri Nicola II e la sua famiglia. San Nicola II, imperatore martire e “grande portatore della Passione”, unitamente a santa Aleksandra, sant’Aleksej, santa Ol’ga, santa Tat’jana, santa Marija, sant’Anastasija e santa Elizaveta (la sorella della zarina, Elisabetta Fëdorovna, fondatrice di un ordine di monache e uccisa durante la rivoluzione) sono festeggiati il 17 luglio.

Il 25 ottobre è stato proiettato a Mosca l’attesissimo film del regista Alexei Uchitel sulla storia d’amore tra l’ultimo Zar Nicola II e la ballerina Matil’da Feliksovna Kšesinskaja. Il giorno prima il film era stato proiettato a San Pietroburgo senza incidenti. A Mosca, invece, nella prémière di Matilda sette persone sono state arrestate davanti al cinema. Il film non è piaciuto agli ortodossi, che venerano l’ultimo Zar, nel 2000 proclamato martire dalla Chiesa ortodossa.

Matilda mette in difficoltà anche il nuovo “zar” Putin, nell’anno in cui ricorre il centenario della Rivoluzione. Infatti, la riabilitazione della figura di Nicola II, voluta da Putin, è un modo per far passare in secondo piano le celebrazioni dei cento anni dell’Ottobre e del suo “eroe” Lenin.

Il dibattito storico e politico sul 1917 è in questo momento molto serrato in Russia. È stato innescato dal recente pellegrinaggio dello scorso 17 luglio a Ekaterinburg (nel 99° anniversario della fucilazione della famiglia imperiale russa), dove migliaia di persone hanno ricordato lo Zar. Ora, dopo la proiezione del film Matilda, l’esaltazione della figura dello Zar è ancora maggiore. Molti esponenti della politica e della Chiesa russa hanno posizioni monarchiche, come Natal’ja Poklonskaja, che il giorno dopo la proiezione del film a Mosca era infuriata. Il 26 ottobre, la Poklonskaja, deputata nella settima legislatura della Duma della Federazione russa, ha affermato: «Nel periodo sovietico si proteggevano in questo modo i centri culturali in cui si giudicavano gli ex fascisti: i collaborazionisti e i nazionalisti ucraini».

Fuori dalla polemica, noi storici riteniamo che lo Zar Nicola II sia una figura incompleta, che come politico fece pessime figure nelle relazioni internazionali. Natal’ja Poklonskaja, invece, è del parere opposto e non perde occasione di ricordare i Romanov con Putin. Forse, anche per questo motivo, i fermati, che facevano parte di un gruppo di ortodossi tradizionalisti che protestava contro la pellicola a Mosca, criticando il ritratto, a loro avviso, «indecente» di Nicola II, si sentivano legittimati nella loro protesta.

La storia, mettendo da parte la creazione fantastica, artistica, del film, è semplicemente la seguente. La vita di Matil’da Feliksovna Kšesinskaja (1872-1971), per i pochi happy few appassionati del grande balletto della scuola russa, appare come una specie di ape buona e operosa che passa nel mondo della danza da un successo all’altro e infrange un cuore dopo l’altro. Non ci fu il solo cuore di Nicola ad essere conquistato dalla ballerina (come racconta il film di Uchitel). Ai piedi della Kšesinskaja caddero anche i granduchi Serghei e Andrej. La fama della ballerina come amante dell’ultimo Zar era talmente grande che Lenin, quando conquistò il potere a Pietrogrado nel 1917, volle annunciare la vittoria della rivoluzione proletaria proprio dal lussuoso palazzo in Konverskij Prospekt, dono dello Zar alla ballerina.

La Kšesinskaja ci ha lasciato delle memorie, pubblicate a New York nel 1961 con il titolo Dancing in St. Petersburg. Era figlia del polacco Feliks Kšesinskij, grande danzatore solista di carattere, in servizio per i Romanov per più di quarant’anni, e di Julija Dominskaja. Nata a San Pietroburgo il 19 agosto (calendario giuliano) – 1 settembre nel calendario gregoriano – 1872, Matil’da crebbe in una famiglia agiata. La sorella Julia e il fratello Josif seguirono le orme del padre come lei, che entrò alla Scuola Imperiale nel 1880. Il 22 aprile del 1890 fece il suo debutto nel passo a due della Fille mal gardée con Nicolas Legat. I Romanov erano i finanziatori di buona parte dei teatri imperiali e non mancavano mai agli appuntamenti in cui era possibile riconoscere le future étoiles. Dal 1896 Matil’da fu nominata ballerina e approfittando del proprio ruolo di amante dell’erede al trono, lo zarevič Nicola, detto Niky, un piccolo fauno dai lineamenti fini, monopolizzò tutti i ruoli del Marinskij. Come ricorda il fratello Josif nelle sue memorie inedite, nel suo rapporto con Nicola II «lo aiutò a prendere coscienza della sua identità sessuale, liberandolo da certi malsani compromessi con la carne e dalla sua crescente paura delle donne».

Quando Niky si sposò, nel 1896, la loro relazione ebbe termine, ma la ballerina riuscì a conservare il proprio potere illimitato sul Marinskij. Un potere che comunque non avrebbe potuto mantenere se non fosse stata dotata di un reale talento di danzatrice. Matil’da Kšesinskaja morì a Parigi, quasi centenaria, il 6 dicembre 1971.

QUANDO LA RIVOLUZIONE RUSSA AMMAZZÒ LA CULTURA

Todorov alla cerimonia di consegna del premio Principe delle Asturie nel 2008 a Oviedo.

Todorov alla cerimonia di consegna del premio Principe delle Asturie nel 2008 a Oviedo.

Un saggio di Todorov descrive la parabola degli artisti e intellettuali sovietici traditi dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Dal quotidiano “Libero”. Mercoledì 25 ottobre 2017.

QUANDO LA RIVOLUZIONE RUSSA AMMAZZÒ LA CULTURA

Di Roberto Coaloa

Mosca

Roberto Coaloa recensisce Tzvetan Todorov. Dal quotidiano “Libero”. Mercoledì 25 ottobre 2017.

Roberto Coaloa recensisce Tzvetan Todorov. Dal quotidiano “Libero”. Mercoledì 25 ottobre 2017.

Nel centenario dello scoppio della Rivoluzione, il 25 ottobre 1917 (la data dell’insurrezione a Pietrogrado, la capitale russa, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello Zar, il 7 novembre per il nostro calendario), gli storici dibattono su quella che fu una vera tragedia per il popolo russo. Inutile è celebrare una rivoluzione eroica. Meglio, a cento anni dall’evento, riflettere sulle ripercussioni che la Rivoluzione russa ha avuto nella storia moderna. A seguito di questo evento drammatico, la dottrina comunista, sull’esempio delle grandi religioni del passato, si è diffusa e ha influenzato lo svolgersi della vita politica in numerosi Stati, sia perché è stata rivendicata dai detentori del potere, sia perché è stata indicata come il principale nemico da combattere. Queste riflessioni sono presentate per la prima volta al lettore italiano dal libro testamento di un maestro di libertà: Tzvetan Todorov (1939-2017), L’arte nella tempesta. L’avventura di poeti, scrittori e pittori nella rivoluzione russa (Traduzione di Emanuele Lana, Garzanti, pp. 256, euro 22). Todorov narra uno degli aspetti del regime totalitario nato dall’Ottobre, ovvero i rapporti ideologici che si stabilirono tra i «creatori» nei diversi ambiti artistici (letteratura, pittura, musica, teatro, cinema) e i dirigenti del nuovo Stato sovietico. Todorov abbraccia un arco temporale ampio: gli anni che precedono il 1917 fino al 1941. Così, il volume racconta anche la storia della Rivoluzione dai suoi primi vagiti, le premesse promettenti (gli intellettuali russi la sentirono come una apocalisse, una palingenesi con la nascita di una nuova società) al caos organizzato proprio di una macchina totalitaria (si vedano i casi di disillusione, in toni differenti, dei poeti Aleksandr Blok e Majakovskij).

Il rapporto dei «creatori» con l’Ottobre si stabilisce in due tempi: il primo è anteriore al 1917 e si tratta dell’atteggiamento che assumono gli artisti rispetto all’idea di rivoluzione prima del suo inizio. Il loro ruolo in questo caso è attivo: elaborano un’immagine che, a sua volta, influenzerà la rivoluzione nascente. Il secondo tempo riguarda il rapporto che s’instaura tra gli artisti e i rappresentanti del potere una volta che la rivoluzione è avvenuta. Questo periodo, analizzato ampliamente nel volume di Todorov, avrebbe potuto assumere il titolo di “Rivoluzione tradita”. La Rivoluzione fa nascere uno Stato, quello di Lenin e Stalin, che deluderà i «creatori» (è il caso esemplare del pittore Kazimir Malevič).

Prima del 1917, in Russia, gioca un ruolo importante una forma di creazione artistica, l’avanguardia, che fa tabula rasa delle tradizioni del passato. In Russia ne fanno parte Kandinskij, Larionov e molti altri, che si considerano rivoluzionari, ciascuno nel proprio ambito, e provano una forte simpatia per la rivoluzione sociale e politica, anche se non vi prendono parte. Per quanto riguarda la pittura, dopo il 1917, occorre notare che le avanguardie saranno completamente ignorate nella Russia totalitaria. Il regime impone l’arte figurativa. Da qui la delusione degli artisti che si consideravano avanguardisti e rivoluzionari. Lenin e Stalin, però, non si limitarono a bloccare i fermenti artistici, diventando i soli architetti della società sovietica: i dittatori comunisti uccisero gli artisti che non riuscivano a controllare. Trockij dopo l’Ottobre chiese pene più severe per gli intellettuali, ma si andò oltre: è il caso del poeta Nikolaj Gumilëv, uno spirito indipendente, accusato di aver preso parte a un complotto antibolscevico, di cui non è mai stata dimostrata l’esistenza. Il poeta fu arrestato e condannato a morte nel 1921. Todorov poi ci racconta altre esperienze tragiche, tra le quali quelle di Bulgakov, Babel’, Cvetaeva, Mandel’štam e Mejerchol’d.

 

L’ITALIANO PIÙ AMATO DAI FRANCESI? UN PARMIGIANO CAMPIONE DI LOTTA

Lino Ventura in tenuta da lottatore nei primi anni Cinquanta.

Lino Ventura in tenuta da lottatore nei primi anni Cinquanta.

Una mostra a Parigi conferma il primato di notorietà di Lino Ventura in Francia.

A 30 anni dalla morte, l’era Macron celebra l’ex medaglia d’oro di greco-romana.

Dal quotidiano “Libero”. Giovedì 29 giugno 2017.

 

L’ITALIANO PIÙ AMATO DAI FRANCESI? UN PARMIGIANO CAMPIONE DI LOTTA

Di Roberto Coaloa

Parigi

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, giovedì 29 giugno 2017.

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.
Dal quotidiano “Libero”, giovedì 29 giugno 2017.

Nella capitale francese una mostra sul Bel Paese sta avendo un grandissimo successo di pubblico. È «Ciao Italia ! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960)», fino al 10 settembre al Musée national de l’histoire de l’immigration. Il percorso è affascinante perché nel secolo che va dal Risorgimento alla Dolce vita di Fellini i francesi sono diventati pazzi per il nostro cinema e per artisti come De Nittis, Modigliani, Boldini, Campigli, Severini e Cappiello. Nella rassegna di fotografie, caricature, illustrazioni pubblicitarie, quadri, film e documenti sui nostri connazionali in Francia non mancano le sorprese, come la riscoperta di un grande attore, quasi dimenticato da noi.

Trent’anni fa, nel 1987, un sondaggio rivelò che l’attore più amato dai francesi era Lino Ventura. Proprio in quell’anno, il 22 ottobre 1987, Ventura moriva a sessantasette anni. Contro ogni attesa la Francia aveva scelto come emblema del fascino maschile, genuinamente latino, non Jean Gabin, non Jean Paul Belmondo, non Alain Delon, ma un immigrato italiano, nato a Parma il 14 luglio 1919.

Catalogo della mostra «Ciao Italia ! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960)», fino al 10 settembre al Musée national de l’histoire de l’immigration di Parigi.

Catalogo della mostra «Ciao Italia ! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960)», fino al 10 settembre al Musée national de l’histoire de l’immigration di Parigi.

A sette anni, il piccolo Angiolino emigra con la madre a Parigi. La vita del piccolo Ventura è difficile, emarginato dai compagni di scuola francesi. Il riscatto avviene con lo sport: nel 1950 è campione d’Europa di lotta greco-romana. Poi, per caso, Ventura diventa una star del cinema, quando nello straordinario Grisbì (secondo François Truffaut un film sulla vecchiaia e l’amicizia) interpreta un feroce gangster. È lì che i francesi s’innamorano di Ventura. Per primo il suo scopritore, il regista Jacques Becker. La sua presenza scenica è ammirata anche da Jean Gabin, che gli trasmette, con Grisbì, il testimone del “gorilla” del cinema francese.

Di Ventura, battezzato il “Duca di Parma” da César, scultore e amico fraterno, all’anagrafe César Baldaccini, marsigliese di origini toscane, erano piaciuti il fisico allevato all’école de la rue, in uno dei quartieri più poveri di Parigi, Montreuil-Sous Bois. La sua aria da duro e la partecipazione alla Resistenza, combattuta dalla parte dei francesi contro gli italiani fascisti, lo aveva aiutato ad entrare nelle grazie di un pubblico bisognoso di antieroi. Poi, dall’altra parte, c’è l’aspetto umano di Ventura, che fu tra i primi a sensibilizzare l’opinione pubblica sui bambini portatori di handicap, lasciando il suo patrimonio a istituti di ricerca medica e creando l’associazione umanitaria «Perce-Neige» a Saint-Cloud.

Il trentacinquenne Lino Ventura con il leggendario Jean Gabin in "Grisbì" (1954).

Il trentacinquenne Lino Ventura con il leggendario Jean Gabin in “Grisbì” (1954).

Sono moltissimi i film francesi di Ventura: storie di gangsters, ovviamente, ma anche film antimilitaristi e in costume. Una delle sue interpretazioni migliori è nel film La Bonne Année di Claude Lelouch, accanto a Françoise Fabian.

Lino Ventura, nel film "La Bonne Année" (1973) di Claude Lelouch, accanto a Françoise Fabian.

Lino Ventura, nel film “La Bonne Année” (1973) di Claude Lelouch, accanto a Françoise Fabian.

Molto amati i suoi film, girati spesso con gli amici di una vita: Bernard Blier, Jacques Brel e Charles Vanel. Chez nous, Lino girò alcuni film importanti. Il primo, nel 1961, La ragazza in vetrina, diretto da Luciano Emmer: un film drammatico che racconta le condizioni miserabili dell’emigrazione italiana nel nord dell’Europa. Il secondo, nel 1976, Cadaveri eccellenti, diretto da Francesco Rosi, tratto dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia, con le musiche di Piero Piccioni. Il film è da guardare per almeno due ragioni. La prima è Ventura stesso, straordinario, che in una scena famosa dialoga con Max Von Sydow su Voltaire e «l’errore giudiziario». La seconda ragione per rivedere il film è il tema trattato: la situazione italiana degli anni Settanta, dove esiste un potere sopra lo Stato. Il terzo film, del 1984, è Cento giorni a Palermo, diretto da Giuseppe Ferrara, dove Ventura interpreta il generale Dalla Chiesa.

Jean Gabin con il cinquantenne Lino Ventura nel film di Henri Verneuil, "Il clan dei siciliani" (1969).

Jean Gabin con il cinquantenne Lino Ventura nel film di Henri Verneuil, “Il clan dei siciliani” (1969).

Chi è stato Lino Ventura? Una simpatica canaglia come attore, in privato un bon vivant, che amava la buona cucina italiana. Un numero uno, certo. Nella sua vita, però, fuori dalla carriera d’attore, troviamo sviluppati altri temi: l’immigrazione, la famiglia e l’amicizia. Su Lino Ventura, a 30 anni dalla morte, è in preparazione un’elaborata biografia che piacerà ai francesi. E, forse, tanto per cambiare, anche agli italiani.

A Roma Lino Ventura gioca a calcio, vestito da prete, durante le riprese del film di Duccio Tessari "Uomini duri" (1973).

A Roma Lino Ventura gioca a calcio, vestito da prete, durante le riprese del film di Duccio Tessari “Uomini duri” (1973).

DE CHIRICO IL RUSSO. A MOSCA MILLE VISITATORI AL GIORNO. TUTTI PAZZI PER L’ITALIANO METAFISICO

Mosca. Corrispondenza di Roberto Coaloa.

La grande mostra su Giorgio de Chirico, tra sculture, dipinti e costumi, conquista il pubblico di Mosca. Ricostruiti i legami profondi tra l’Artista e il mondo russo di Roma a metà Novecento.

Tutte le mostre negli ex musei sovietici, che ora parlano italiano, grazie anche all’impegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca

Dal quotidiano “Libero”. Venerdì 16 giugno 2017.

 

DE CHIRICO IL RUSSO. A MOSCA MILLE VISITATORI AL GIORNO. TUTTI PAZZI PER L’ITALIANO METAFISICO

Di Roberto Coaloa

Mosca

Corrispondenza da Mosca di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 16 giugno 2017.

Corrispondenza da Mosca di Roberto Coaloa.
Dal quotidiano “Libero”, venerdì 16 giugno 2017.

Nella Russia di Putin è di scena l’Italia e la grande avanguardia artistica del Novecento. Il pubblico di chi ama l’arte, infatti, ha preso d’assalto la mostra moscovita «Giorgio de Chirico. Metaphysical visions», appena inaugurata alla nuova Galleria Tretjakov, al numero 10 di Krymskij Val (aperta fino al 23 luglio). E forse non c’è luogo più adatto di Mosca per gustare appieno un grande surrealista come Giorgio de Chirico (1888-1978), fondatore del movimento della pittura metafisica. Il grande villaggio moscovita (bol’šaja derevnja) è una grande metropoli “metafisica”, avant la lettre: attraversare le sue strade, osservando i pinnacoli e le guglie dei grattacieli di Stalin, facendo meditazioni storiche e singulti reazionari, che trasudano potere, sprezzatura e totale indifferenza, si possono avere visioni alla de Chirico e riflettere sull’esistenza, che come dicono i russi è senza limiti (bespredel).

La mostra ha una grandissima affluenza di pubblico: più di mille persone ogni giorno. Nata dalla collaborazione tra la Galleria Tretjakov, la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e importanti musei prestatori italiani (GNAM di Roma, MART di Rovereto) con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura, la mostra ha un grandissimo valore, oltre che artistico, simbolico: si tratta della prima grande rassegna su de Chirico in Russia. A Mosca sono stati raccolti oltre cento capolavori tra dipinti, disegni, acquarelli, sculture e costumi teatrali. La grande varietà dei generi esposti consente di scoprire un de Chirico meno noto, il de Chirico scultore, scenografo e costumista. Fu proprio nell’ambito di questa sua multiforme attività che il Maestro stabilì uno dei più interessanti punti di contatto con la Russia, disegnando costumi e scenografie per i Balletti Russi di Sergej Djaghilev, il grande innovatore della scena teatrale europea e russa nel campo del balletto.

È proprio in Francia, che de Chirico si trova proiettato nel mondo magico della Russia, già “rivoluzionaria” prima dell’Ottobre e amata dagli amici surrealisti e dall’amico André Breton. E in mostra alla Tretjakov di Mosca ci sono ovviamente i sontuosissimi costumi realizzati da de Chirico. «Ieri ho firmato con de Chirico per il balletto di Vittorio Rieti (“Le Bal”)», scrive Djaghilev in una lettera a Ida Rubinštejn, «realizzerà gli schizzi con colori a olio, cosicché una certa collezione si arricchirà di bei lavori». “Le Bal” verrà messo in scena nel maggio 1929 a Monte Carlo e successivamente a Parigi. Nelle sue memorie de Chirico, che definisce Djaghilev non senza una lieve ironia “ballettomane”, ricorderà il grande successo con cui la rappresentazione fu accolta dal pubblico. Il rapporto tra Giorgio de Chirico e la Russia si articola in vari momenti, persone, luoghi. A Roma ci sono gli incontri con gli émigrés russes che nella capitale si raccolgono nel salotto di Olga Signorelli, e a Parigi nella cerchia di Jean Cocteau e Paul Éluard. Importante è l’esposizione nel 1929 di quattro opere di de Chirico al Museo Statale della Nuova Arte Occidentale nella Mosca bolscevica, il primo impatto che il pubblico russo avrà con la pittura dell’artista e che si ripeterà pochi anni dopo con un’esposizione di grafiche e disegni. Poi c’è un grande incontro: de Chirico conosce la ballerina russa Raissa Gurevič-Krol’, successivamente diventata sua moglie, che egli vide per la prima volta al Teatro dell’Arte a Roma, fondato da Pirandello a Palazzo Odescalchi.

La mostra moscovita è arricchita da un imponente volume, Giorgio de Chirico. Apparizioni metafisiche (edito da Antiga Edizioni), con testi in russo, inglese e italiano. Tra i saggi che migliorano la conoscenza di un de Chirico meno noto, “russo”, c’è il saggio di Tat’jana Goriačeva. Oltre a raccontare l’importanza del salotto romano di Olga Signorelli, che tradusse tra l’altro Nikolaj Berdjaev, Anton Čechov e Fëdor Dostoevskij, la studiosa russa ci racconta come nell’ambiente dell’intelligencija artistica di Roma godesse di popolarità anche un altro salotto: l’appartamento dello scrittore e storico dell’arte Pavel Muratov. Qui, ogni martedì, si radunavano gli artisti russi e oltre a de Chirico c’erano sempre Alberto Spaini, Corrado Alvaro, Vincenzo Cardarelli, Filippo de Pisis e Alberto Savinio. Il pittore Grigorij Šiltjan ha lasciato delle memorie sui martedì di Muratov: «Servivano tè, tartine e offrivano vino. Alla maniera russa, la serata si passava a tavola. Discutendo di arte, letteratura e religione ci si tratteneva fino a notte fonda. Tutti i rappresentanti della cultura russa che capitavano o vivevano a Roma frequentavano il salotto di Muratov: Vjačeslav Ivanov, l’architetto Andrej Beloborodov e, quando passava da lì dalla sua Firenze, lo straordinario copista degli antichi maestri Nikolaj Lochov». A Mosca, oggi, finalmente rivive il de Chirico “russo” che non ti aspetti!

 

DAI MAESTRI DEL RINASCIMENTO A CATTELAN

 

A Mosca la cultura italiana è amatissima. Segnaliamo oltre alla mostra su Giorgio de Chirico, quella del MAMM, il Multimedia Art Museum di Mosca, dal titolo “Precious Testimony”, una mostra che celebra la fotografa italiana Elisabetta Catalano (1941-2015), con 120 opere scattate dal 1964 al 2004, a cura di Laura Cherubini, fino al 17 luglio. Dal 13 settembre il MAMM ospiterà la collezione di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, un excursus sull’arte contemporanea degli ultimi decenni con particolare riferimento a Maurizio Cattelan (le cui opere verranno esposte in Russia per la prima volta). L’Istituto Italiano di Cultura di Mosca, diretto da Olga Strada, dà vita a due festival dedicati al Cinema italiano, da sempre molto amato e seguito in Russia, e nel corso del 2017 si sono svolti: “Da Venezia a Mosca”, giunto in questo mese di giugno alla settima edizione, e “New Italian Cinema Events”, che ha festeggiato la 20 edizione lo scorso aprile. L’Istituto nel periodo estivo sarà allietato da una serie di conferenze dedicate alla storia di Venezia ad accompagnamento della mostra, attualmente al Museo Puskin, “Il Rinascimento veneziano. Veronese, Tintoretto e Tiziano”. Alla VII Biennale di arte contemporanea di Mosca l’artista Chiara Dynys parteciperà al programma parallelo con una installazione nella tenuta museo di Archangelskoe (già proprietà dei principi Jusupov ci sono due tele del Tiepolo). A Mosca ci sono poi diverse iniziative per l’anniversario dei 450 anni dalla nascita di Claudio Monteverdi (1567-1643) con dei concerti al Conservatorio Ciajkovskij di Mosca.

 

Una visitatrice rossovestita alla mostra moscovita dedicata alla grande fotografa italiana Elisabetta Catalano (1941-2015)

Una visitatrice rossovestita alla mostra moscovita dedicata alla grande fotografa italiana Elisabetta Catalano (1941-2015)

LA RIVOLUZIONE DEL1917. UN CONVEGNO A MOSCA. NUOVI INDIRIZZI DI RICERCA, LEV TOLSTOJ E LE ORIGINI CULTURALI DELLA RIVOLUZIONE. LE PRIME REAZIONI DI GRAMSCI E MUSSOLINI IN ITALIA

Il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Mosca, 25-27 aprile 2017.

Il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Mosca, 25-27 aprile 2017.

Tre italiani, Francesca Gori, Roberto Valle e Roberto Coaloa, sono stati a Mosca, tra il 25 e il 27 aprile, per il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Su invito di «The State Central Museum of Contemporary History of Russia» (Il Museo Centrale dello Stato di Storia Contemporanea della Russia), Coaloa ha partecipato alla conferenza internazionale che ha coinvolto molti studiosi (provenienti da tutto il mondo, dall’Università di Stanford e Harvard all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi) per più di centoquaranta relazioni scientifiche.

Roberto Coaloa presenta la sua relazione a Mosca, durante il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Al palazzo del Comintern-Università Sociale dello Stato, 25 aprile 2017. Alla sua destra, seduti, Vladislav Hedeler e Alain Blum.

Roberto Coaloa presenta la sua relazione a Mosca, durante il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Al palazzo del Comintern-Università Sociale dello Stato, 25 aprile 2017. Seduti, da sinistra: Vladislav Hedeler e Alain Blum.

Coaloa ha proposto due temi:

1) Lenin e Trockij – I rivoluzionari lettori di Tolstoj.

2) Le prime notizie sulla Rivoluzione russa in Italia. I commenti di Gramsci e Mussolini.

Per il primo tema, lo studioso, seguendo la pista storiografica sulle «origini culturali della Rivoluzione», ha posto la lente d’ingrandimento sul caso russo, andando controcorrente rispetto alla vulgata che vuole Lev Tolstoj come «nemico» della Rivoluzione. Fu addirittura Lenin, nel gennaio 1918, in una celebre replica al socialista centrista francese Boris Souvarine, «Lettera aperta a Boris Souvarine», a scrivere: «È questa la mia risposta alla ridicola accusa che ci è stata mossa di condividere le idee di Tolstoj. Dichiarando che i socialisti devono tendere a trasformare la guerra in corso in guerra civile del proletariato contro la borghesia e per il socialismo, il nostro partito ha ripudiato sia la dottrina tolstoiana che il pacifismo».

Lev Tolstoj, "Guerra e rivoluzione", a cura di Roberto Coaloa, Milano, Feltrinelli, 2015.

Lev Tolstoj, “Guerra e rivoluzione”, a cura di Roberto Coaloa, Milano, Feltrinelli, 2015.

Per Coaloa, invece, l’autore di Guerra e pace è il protagonista di un’origine culturale della Rivoluzione russa: grazie alla costante erosione dell’autorità zarista provocata con il pamphlet Guerra e rivoluzione (censurato in Russia, ma fatto conoscere, non senza difficoltà, in Francia nel 1906, e riproposto da Coaloa con Feltrinelli nel 2015 in una traduzione italiana) e dai tantissimi appelli (contro la guerra russo-giapponese, la pena di morte e il servizio militare). Tolstoj preparò un terreno fertile – in Russia – e anche in Europa (dove erano diffusissimi i suoi scritti “politici”) per il successo di Lenin e Trockij.

L. Tolstoi, "37 ore di lavoro", Firenze, G. Nerbini, s.d. (Milano. Fondazione Feltrinelli).

L. Tolstoi, “37 ore di lavoro”, Firenze, G. Nerbini, s.d. (Milano. Fondazione Feltrinelli).

La relazione, quindi, fa conoscere i fondi nei quali gli scritti “rivoluzionari” di Tolstoj si trovano in archivi e biblioteche del Bel Paese. Per questo motivo la relazione di Coaloa sarà accompagnata da una serie di immagini che illustrano il successo dei libri “politici” di Tolstoj, in Francia, Inghilterra e Italia, e le prime edizioni degli interventi di Lenin e Trockij su Tolstoj, pubblicati su riviste tedesche o su giornali russi, conservati, ad esempio, alla Fondazione Feltrinelli di Milano.

Sempre alla Fondazione Feltrinelli di Milano si possono consultare i primi articoli scritti da Gramsci e Mussolini sulla Rivoluzione russa. Questi ultimi illustrano molto bene le posizioni di due socialisti della prima ora, che amarono Lenin e la Rivoluzione russa. Gramsci restò un lucido studioso del fenomeno rivoluzionario. Mussolini, invece, fondò un altro movimento rivoluzionario, il fascismo, che prese ad esempio la metodologia “inventata” da Lenin e Trockij per prendere il potere in Italia.

La cerimonia di apertura della conferenza di Mosca si è svolta il 25 aprile, nel palazzo del Comintern-Università Sociale dello Stato, in Via Wilgelma Pika 4.

Oltre all’intervento di Coaloa, interessanti gli interventi, sulle nuovi fonti storiche sulla Rivoluzione, dell’olandese Marien van der Heijden e del francese Alain Blum. Notevole l’intervento di Irina Lukka sui fondi della National Library of Finland.

 

Lenin e Trockij – I rivoluzionari lettori di Tolstoj

Di Roberto Coaloa

La Rivoluzione russa non è l’opus perfectum della filosofia marxista e del pensiero dei suoi due maggiori capi, Vladimir Il’ič Ul’janov e Lev Davidovič Bronštejn. Ciò che conta è l’inserimento, tanto della Rivoluzione russa, quanto di Lenin, Trockij, i bolscevichi e del marxismo in Russia, in uno sviluppo storico più ampio, che è, questo sì, la vera Rivoluzione e che è sostanzialmente il passaggio da una vita mitica tradizionale (mitica di religione, di sacralità, di autorità religiosa e politica) a una vita mitica nuova, o fede comune rinnovata, la cui affermazione più forte è di non volersi o di non sapersi mitica.

La Russia, dopo il 1917, grazie ai rivoluzionari, è traghettata in un “Mondo Nuovo”. Come notarono lucidamente Lenin e Trockij, quel “Mondo Nuovo” non è la Russia di Tolstoj, ma quella dei rivoluzionari.

La Russia sovietica è un’altra cosa. Trockij, già nel 1908, scriveva che Tolstoj non è dalla parte dei rivoluzionari, ma: «benché egli si rifiuti di accogliere con simpatia i nostri obiettivi rivoluzionari, sappiamo che ciò accade perché la storia ha rifiutato a lui personalmente la comprensione dei suoi sentieri rivoluzionari. Noi non lo condanneremo. E apprezzeremo sempre in lui non solo il suo grande genio, che non morrà sinché vivrà l’arte umana, ma anche il suo inflessibile coraggio morale che gli ha permesso di restarsene tranquillamente nelle file della loro ipocrita Chiesa, della loro società e del loro Stato, ma lo ha condannato a restare un solitario tra i suoi innumerevoli ammiratori». Lenin, anche lui nel 1908, osservava all’inizio del suo primo intervento dedicato interamente a Tolstoj: «Può sembrare a prima vista strano e artificioso collegare il nome del grande artista alla rivoluzione, che manifestamente non ha compreso e da cui si è evidentemente distolto».

Eppure, come già notò Vittorio Strada, nella letteratura russa prima della Rivoluzione, e in particolare in Tolstoj, scorgiamo certo i temi della tradizione del “Vecchio Mondo”, ma anche quelli della rivoluzione del “Mondo Nuovo”. Strada ripercorre e interpreta le pagine dedicate a Tolstoj di Lenin e Trockji, concludendo che «In Tolstoj dobbiamo riconoscere una delle testimonianze più autentiche e grandi della crisi della cultura del nostro tempo e una delle prove più limpide del dramma della cultura di questo tempo di crisi. Da Tolstoj dobbiamo accogliere la forza spirituale della sua inquieta e spietata ricerca della verità. A Tolstoj dobbiamo guardare affinché l’eroismo e la debolezza della sua “non resistenza” ci ispirino una più forte affermazione dei valori della giustizia e della libertà». [1]

Quale rivoluzione secondo Lev Nikolaevič?

Questa caricatura è stata disegnata nell'agosto 1908 prendendo spunto dal tentativo mancato di rinchiudere Lev Nikolaevič Tolstoj in monastero (pubblicata il 5 settembre 1908 su The Manchester Guardian). Lo zar si rivolge allo scrittore dicendo: "Io ti rinchiuderei... se tu non fossi così grande!" (Collezione privata di Roberto Coaloa).

Questa caricatura è stata disegnata nell’agosto 1908 prendendo spunto dal tentativo mancato di rinchiudere Lev Nikolaevič Tolstoj in monastero (pubblicata il 5 settembre 1908 su The Manchester Guardian). Lo zar si rivolge allo scrittore dicendo: “Io ti rinchiuderei… se tu non fossi così grande!” (Collezione privata di Roberto Coaloa).

Le riflessioni proposte in questo mio piccolo intervento, accolto nell’ambito della grande conferenza internazionale «Documentary Heritage of the Russian Revolution», si sono ampiamente avvalse delle critiche e dei suggerimenti rivolti da amici di lettere, all’indomani della mia pubblicazione, nel 2015, dell’inedito di Tolstoj Guerra e rivoluzione per Feltrinelli. Questo volume mette in evidenza che le parole di Lenin su Tolstoj non sono vere. Tolstoj ha compreso la Rivoluzione del 1905 e non si è «evidentemente distolto» da quegli eventi. Soprattutto Lenin ha torto quando scrive, nel 1908: «Tolstoj è ridicolo in quanto profeta che avrebbe scoperto nuove ricette per la salvezza dell’umanità».

In questi anni ho proseguito le mie ricerche sul grande scrittore russo, svelando il fascino che il suo pensiero ha avuto su un apostolo della non violenza come Gandhi. Ho poi mostrato le differenze sostanziali tra i pacifismi dei socialisti italiani, come il Nobel per la pace Ernesto Teodoro Moneta, e il pensiero di Tolstoj. Gli scritti di Tolstoj non lasciano spazio ad alcun equivoco: o la trasformazione della società sarà spirituale, oppure non sarà. Tolstoj è contro ogni tipo di violenza e a differenza di Marx sottolinea ripetutamente la natura fortemente religiosa di questa auspicata palingenesi.

Guerra e rivoluzione espone le riflessioni tra le ultime di Tolstoj. Vi si avverte tutto il peso di un’epoca che in Europa fu detta bella, ma che in Russia vide l’avventura disastrosa della guerra russo-giapponese e la fallita rivoluzione del 1905. Esse annunciavano per il mondo una svolta importante, il massacro fratricida della Prima guerra mondiale (che Tolstoj non vide ma di cui avvertì, tra i primi, l’incombente minaccia, l’ineluttabile precipizio).

Che Tolstoj fosse radicalmente contrario alla guerra col Giappone è prevedibile ed evidente. Lo scrittore, però, non attribuisce le cause della guerra agli zar, agli imperatori o ai capi del governo, ma «all’ordine delle cose che facilita le loro imprese nefaste e porta l’infelicità a milioni di uomini. Quindi il meccanismo sociale è il colpevole, e per conseguenza sono colpevoli coloro che l’hanno stabilito».

Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità. Di Roberto CoaloaIl sottoscritto, dopo Guerra e rivoluzione, ha proposto una biografia, Lev Tolstoj. Il coraggio della verità, edita da Edizioni della Sera (con una prefazione di Goffredo Fofi); poi nel 2016 un volume tra arte e storia, Lev Tolstoj e l’Italia, pubblicato da Gli Ori, e la traduzione dal russo di un saggio che mancava dalle librerie italiane da più di cinquant’anni, il saggio critico di Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, per Libreria Utopia Editrice.

Ho cercato, in questo ultimo lavoro, di essere preciso nella ricerca delle fonti e di avere il massimo scrupolo filologico: diversamente da molte ultime operazioni editoriali su Tolstoj in Italia, non mi sono limitato a proporre delle vecchie traduzioni o peggio delle traslazioni non dal russo originale ma dal francese o dall’inglese (com’è accaduto recentemente per la ripresa dei Diari, dello scritto Che fare, dunque? e di alcuni scritti di Lenin su Tolstoj). Per il saggio di Tolstoj su Shakespeare, ad esempio, la mia traduzione si basa sull’edizione russa delle Opere complete in novanta volumi, dove il saggio O Šekspire i o drame (kritičeskij očerk) si trova nel trentacinquesimo tomo, stampato a Mosca nel 1950, da pagina 216 a pagina 272.

COPERTINA DI LEV TOLSTOJ SU SHAKESPEARE E IL DRAMMA (A CURA DIL’attacco al Bardo di Tolstoj è assai significativo perché possiamo notare in che misura tracce del pensiero di Tolstoj sull’arte e la letteratura siano presenti nella riflessione di Lenin e quindi anche nel progetto e nel programma politico del partito. Per esempio, la concezione educativa, didattica dell’arte, sviluppata a fondo da Tolstoj nell’ultima parte della sua vita, non appare certo estranea al modo di concepire l’arte e il suo ruolo nella società che sarà fatto proprio dai bolscevichi e poi dal partito comunista.

Inoltre, mi sono confrontato, da decenni, con i maggiori esperti di Tolstoj. In Italia con Igor Sibaldi e Pier Cesare Bori, recentemente scomparso, al quale ho dedicato il lavoro di scoperta di Guerra e rivoluzione. All’estero con George Steiner, con il quale sono in corrispondenza. In Russia sono in contatto con le case-museo dedicate a Tolstoj, a Mosca e a Jasnaja Poljana, grazie al nipote di Tolstoj, Vladimir, attuale direttore della casa-museo di Jasnaja-Poljana. In Francia sono in stretto contatto con la contessa Colette Tolstoj.

Per il saggio Guerra e rivoluzione, ho avuto l’ausilio prezioso di una vera e propria passione bibliofila, che mi ha consentito di ritrovare un saggio completamente sconosciuto, perché censurato all’epoca e divenuto introvabile fino all’edizione italiana di Feltrinelli.

È tra l’ottobre e il novembre 1905 che Tolstoj produce quest’opera. Tolstoj indica la strada agli uomini verso una «vera concezione della vita». Per liberarsi da tutti i mali di cui soffrono gli uomini c’è un unico mezzo: il lavoro interiore che ognuno di noi deve fare al fine d’essere l’architetto del proprio miglioramento morale. Delegando il loro potere gli individui realizzano invece una sorta di schiavitù volontaria. Su questo tema Tolstoj attinge al pensatore Étienne de La Boétie, filosofo, scrittore, politico e giurista francese. Del misterioso Étienne de La Boétie, morto a soli trentatré anni, si conosce poco della vita e molto della sua amicizia con Montaigne, il quale, il 18 agosto 1563, vide morire tra le sue braccia l’amico. In Guerra e rivoluzione, Étienne de La Boétie è fatto conoscere alla rete pacifista dello scrittore russo, Alcune pagine dell’opera riportano i passi salienti del Discorso della servitù volontaria (o Il Contr’uno) a cui Tolstoj dedica un intero capitolo.

Lo scrittore russo per citare Étienne de La Boétie si serve di un testo a lui contemporaneo, il Discours sur la servitude volontaire, par E. de La Boétie, Edition de la Bibliothèque nationale, Paris 1901 (manoscritto della biblioteca di Henri de Mesmes, rinvenuto e pubblicato nel 1853 da J.-F. Payen). È importante osservare questa fonte di Tolstoj. Il pensiero del filosofo francese, infatti, ispirò anche il testo di Bakunin Stato e anarchia (1873), riflessione energica e tumultuosa sulla schiavitù imposta dagli imperi europei nell’Ottocento. Satira, ironia, pagine stilisticamente entusiasmanti per descrivere la miseria morale degli uomini. Questa è la lezione di Étienne de La Boétie, che Bakunin fa sua: «Il servilismo è una schiavitù volontaria». La stessa cosa fa Tolstoj, che a differenza di Bakunin cita abbondantemente l’autore francese.

Guerra e rivoluzione – una sofferta orazione che riflette sugli assetti politici del primo Novecento – fu poi pubblicato a Parigi, non senza difficoltà. Il volume diventò presto introvabile anche in Francia. Era Vladimir Čertkov, segretario e organizzatore infaticabile del movimento tolstojano, a coordinare lo spaccio dei testi del maestro di Jasnaja Poljana. La trasposizione del testo russo in francese fu quella di uno dei più importanti traduttori dello scrittore, Ely Halpérine-Kaminsky e comparve nel 1906, con il suggestivo titolo Guerre et Révolution. La fin d’un monde, presso la Bibliothèque-Charpentier dell’editore parigino Eugène Fasquelle.

Il libro è di 260 pagine nell’edizione di Parigi. La traduzione italiana di questo testo, pubblicato per la prima volta da Feltrinelli, è stata condotta da me nella citata edizione del 1906, con un puntuale confronto tra le variazioni del testo in russo che si trovano nell’edizione in 90 volumi dell’opera omnia dello scrittore.

Guerra e rivoluzione è importante per capire il pensiero di Tolstoj. Dal testo scaturisce quale sia il momento storico (la guerra russo giapponese, iniziata nel 1904, e la rivoluzione del 1905) in cui si afferma la convinzione di «rifiutare ogni violenza». Quanto alla fallita rivoluzione del 1905, e alle altre che potrebbero esplodere e che a suo parere senz’altro esploderanno, il giudizio di Tolstoj è netto: «la rivoluzione con la violenza ha fatto il suo tempo». Tolstoj prevede e annuncia la rivoluzione che verrà e ne spiega le cause, che sono sociali ed economiche e prima di tutto spirituali, morali, ma non approva le strade della violenza, né accetta che a un’idea di Stato se ne sostituisca un’altra che avrebbe un peso uguale nella vita dei singoli, e non auspica che l’economia possa seguire, anche sotto un nuovo regime, le stesse strade del progresso sino allora seguite da ogni potere, non solo in Russia. Tolstoj, quindi, è contrario ad ogni rivoluzione, se attuata con la violenza.

Leone Tolstoi, "Ai soldati - agli operai", Milano, Sonzogno, s.d. (Clooezione privata di Roberto Coaloa).

Leone Tolstoi, “Ai soldati – agli operai”, Milano, Sonzogno, s.d. (Collezione privata di Roberto Coaloa).

Ad ogni modo, grazie a una serie di scritti, diffusi fuori dalla Russia, ma stampati con fortuna in Inghilterra, come Patriotism and government, o in Italia, come Ai soldati – agli operai, Tolstoj è indiscutibilmente il protagonista di un’origine culturale della Rivoluzione russa, grazie alla costante erosione dell’autorità zarista provocata dai suoi appelli.

Tolstoj è contro lo Stato. Tolstoj vuole abolire lo Stato e la sua autorità basata sulla violenza. Lo Stato russo, ad esempio, è colpevole della guerra russo-giapponese. Per lo scrittore la Russia deve disinteressarsi di ogni guerra, perché essa deve compiere «la grande rivoluzione». Questa concezione sarà fatta propria da Gandhi, nel suo Satyagraha, la “Resistenza attiva”, mediante l’amore e il sacrificio, nella stessa intrepidezza d’animo che si oppone alla passività. Nel momento in cui Tolstoj scrive le pagine di Guerra e rivoluzione, lo scrittore era ancora commosso per uno dei più tragici esempi di questa eroica non resistenza al male, la sanguinosa manifestazione del 22 gennaio 1905, a Pietroburgo, dove una folla inerme, condotta dal pope Georgij Apollonovič Gapon, si lasciò mitragliare e sciabolare, senza un grido di odio, senza un gesto per difendersi. Quella giornata fu detta «la domenica di sangue» e segnò il preludio della prima Rivoluzione russa.

Tolstoj, per le sue parole usate in Guerra e rivoluzione fu sempre di più considerato scomodo dal movimento socialista, anche in Francia. Contro Tolstoj si sparava in maniera vigorosa: la prima fucileria era quella zarista, la seconda era il fuoco amico (i socialisti): un anno dopo la strage del 22 gennaio 1905, L’Humanité ricordava la Rivoluzione russa e, il 21 febbraio 1906, commentava l’appello di Tolstoj ai governanti, ai rivoluzionari e al popolo russo con queste parole: «Ma il filosofo evangelico non crede che i rivoluzionari possano migliorare la sorte del popolo, se essi non rendono gli uomini migliori. E Tolstoj conclude affermando che se i contadini conducono una vita tranquilla, non hanno bisogno di governo. Si può vivere senza un governo. La voce del grande filosofo s’innalza nel deserto. Il suo moralismo evangelico, ormai, non può esercitare nessuna influenza».

Il fuoco amico era quello più pericoloso perché condannava Tolstoj al ruolo di profeta inascoltato, in esilio forzato, distante anni luce dal suo tempo. Era una censura del suo pensiero, incompreso dai suoi contemporanei perché troppo ancorati ai vecchi schemi ottocenteschi (così pensavano, ad esempio, i socialisti come Moneta, i rivoluzionari come Lenin, la cui massima aspirazione era allora fare un’esperienza comunista sull’esempio della Comune di Parigi).

L’Humanité commenta l’appello ai russi, che, all’inizio del 1906, è un testo assai citato dalla Frei Deutsche Presse, ma come abbiamo visto il giornale socialista francese non crede agli appelli di Tolstoj, che, intanto, tuona: «La vostra salvezza non sta nelle Dume».

Tolstoj esorta i russi a compiere la vera rivoluzione: quella che ha descritto in Guerra e rivoluzione. Per lo scrittore è importante tale cambiamento, soprattutto dopo il succedersi degli eventi in Russia.

Preoccupato dallo sciopero generale e dai gravi tumulti dell’agosto 1905, lo zar emanò un proclama in cui, tra l’altro, si annunciava l’imminente convocazione di un parlamento (la Duma elettiva) con poteri legislativi. Le elezioni – a suffragio “composito”, a base censitaria, con elezioni indirette per i contadini – si svolsero alla fine d’aprile del 1906 e vennero ampiamente boicottate dai socialdemocratici e dalla sinistra. La Duma si riunì per la prima volta il 10 maggio, sciogliendosi meno di tre mesi dopo, a cagione dei disaccordi con il governo riguardo alle terre della famiglia imperiale, della chiesa, e dei maggiori latifondisti – che la Duma insisteva doversi distribuire al popolo. Nell’ottobre del 1905, durante il più grande sciopero della storia russa, a Pietroburgo duecentomila operai elessero un consiglio (Soviet), che si impose come un “secondo governo”, in concorrenza di quello zarista. L’attività del Soviet di Pietroburgo, guidato da Trockij, continuò tra continui appelli al popolo perché desse inizio alla rivoluzione, fino a dicembre di quell’anno, quando tutti i membri del Soviet furono arrestati. Trockij in prigione scrive Risultati e prospettive, dove, per la prima volta, avanza la teoria della «rivoluzione permanente».

I primi appunti di Tolstoj per questo appello risalgono all’inizio del novembre 1905, quando lo scrittore stava ancora lavorando alla seconda parte di Guerra e rivoluzione, dal titolo La fine di un mondo. Le prime stesure complete risalgono alla metà di dicembre. Risulta netta, fin da allora, la suddivisione dell’appello in tre parti, mentre il tono è più brusco, soprattutto nei confronti dei rivoluzionari. Gli obiettivi dei Trockij, dei Khrustalev-Nosar, sono definiti abietti e stupidi, «una tremenda follia», i cui atti «sono degni di malati di mente, che han perduto ogni sembiante umano, o di bestie rabbiose».

Nell’autunno del 1906, le riviste europee ripresero integralmente l’appello di Tolstoj. In Russia, invece, le riviste rimasero in silenzio. Solo nel 1907, il Novoe vremja pubblicò alcuni passi, eliminando qualsiasi riferimento al governo. Anche dopo la morte di Tolstoj, l’opera fu vietata in Russia. La moglie pubblicò l’appello nel 1911, ma il volume fu prontamente confiscato. Le parole di Tolstoj caddero, così, nel vuoto: «Sì, a voi, uomini di governo, non restano adesso che due vie di scampo: una strage fratricida e tutti gli orrori della rivoluzione, cui farà tuttavia seguito una inevitabile ignominiosa rovina, oppure venir incontro pacificamente all’eterna e giusta esigenza di tutto il popolo, indicando così anche ai popoli cristiano la via e la possibilità di distruggere quell’ingiustizia a motivo della quale gli uomini soffrono da tanto tempo e tanto crudelmente».

Gli uomini del governo russo scelsero la prima via: la strage nella guerra del 1914, la rivoluzione nel 1917, l’assassinio della famiglia imperiale russa nel 1918. Mai Tolstoj fu più profetico. Resosi conto d’essere inascoltato in Europa, la sua attenzione e le sue speranze si rivolsero allora all’Oriente, all’India in particolare.

La storia, a ben riflettere, è davvero diventata più cauta nell’indicazione dei rapporti di causa ed effetto. La difficoltà di addomesticare l’emergenza rude dell’avvenimento in categorie idonee a spiegarlo e l’impossibilità di pensare ormai l’avvenimento storico come necessario e dominato da una conclusione data hanno insegnato agli storici la prudenza e il dubbio. Si pensa forse di sfuggire ai pericoli della previsione retrospettiva, enunciata dopo che l’avvenimento si è svolto, sostituendo una parola a un’altra? La nostra intima convinzione è che parlando di un’origine culturale della Rivoluzione russa si permette di fare eco al percorso storiografico che, in questi ultimi cinquant’anni, ha accordato vantaggi maggiori alle ricerche di sociologia culturale che alla storia tradizionale delle idee. Essa è anche un mezzo per affermare che perfino le innovazioni concettuali più potenti e più singolari s’iscrivono in determinazioni collettive che, al di qua dei pensieri chiari, danno ordine e sovrintendono alle costruzioni intellettuali. Ma soprattutto essa vorrebbe indicare una trasformazione della domanda stessa: non si tratta più di sapere se l’avvenimento è già presente nelle idee che lo annunciano, lo prefigurano o lo rivendicano, ma di riconoscere i mutamenti di credenza o di sensibilità che renderanno decifrabile, accettabile la distruzione così rapida e così profonda dell’antico ordine politico e sociale. In questo senso attribuire “origini culturali” alla Rivoluzione russa non è in nessun modo stabilire le sue cause, ma piuttosto reperire alcune condizioni che l’hanno resa possibile, possibile perché pensabile. Seguendo la pista storiografica francese sulle «origini culturali della Rivoluzione», ho tentato di mettere la lente d’ingrandimento sul caso “culturale” russo, andando controcorrente rispetto alla vulgata che vuole il grande scrittore Lev Tolstoj come “nemico” della Rivoluzione. Da qui risulta interessante la riscoperta della lettura delle opere di Tolstoj che fecero i due titani della Rivoluzione d’ottobre, Lenin e Trockij, che riconobbero nello scrittore il grande artista, criticando però il suo pensiero anarchico, non concorde ai temi della Rivoluzione del 1917. Il sottotitolo di questo mio intervento potrebbe essere: «Le origini culturali della Rivoluzione russa».

Questo, lo anticipo, è il mio prossimo ampio e difficile lavoro di indagine e ricerca.

Adesso, però, entrerò nel vivo di questa relazione, notando da subito che potremmo scrivere una sorta di vite parallele dei due rivoluzionari e notare i punti sui quali il loro pensiero, unito dalla Rivoluzione, si distacca: dal giudizio su Tolstoj alla condotta da seguire per la pace di Brest-Litovsk. Interessante, inoltre, è osservare che tra Lenin e Trockij ci furono dei personaggi molto vicini allo scrittore russo. Ad esempio, Vladimir Bonč-Brujevič (1873-1955), che, dopo la morte di Tolstoj, divenne il segretario di Lenin (una figura interessantissima, poco nota, nonostante abbia collaborato prima della Rivoluzione con lo scrittore per far espatriare la setta dei Duchobory, perseguitati dallo zar, in Canada).

LENIN LEGGE TOLSTOJ

In Unione Sovietica si vendeva nelle edicole dei giornali, tra le decine di opuscoletti con la copertina morbida sempre esposti in vetrina. Si dava come esame a scuola, Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa, e non si poteva leggere Guerra e pace senza doversi sorbire anche il commento al vetriolo di Lenin, che con Tolstoj aveva un conto in sospeso, tanto da esserci tornato più volte, senza risparmiargli nulla: «utopista», «reazionario», «nocivo», «ingenuo», «debole», «contraddittorio», «immaturo». Il rivoluzionario compose tra il 1908 e il 1911 gli scritti su Tolstoj. Con il titolo Scritti su Tolstoj sono stati pubblicati ora in Italia, tradotti non dall’originale russo, ma dalla versione francese, di Vladimir Pozner, pubblicata a Parigi negli Anni Trenta da Romain Rolland.[2]

La polemica di Lenin con Tolstoj non è solo un documento interessante di un’epoca, ma anche l’autoritratto del leader della Rivoluzione e spiega molti tratti di quello che è stato il bolscevismo. Lenin riconosce la grandezza letteraria di Tolstoj: «Che colosso! Che figura gigantesca!», disse a Maksim Gor’kij, in un episodio diventato agiografico.

Così come non sono i condottieri alla Napoleone a vincere le battaglie, ma gli anonimi soldati che compongono gli eserciti, per Lenin il merito principale di Tolstoj sta nell’essersi fatto portavoce delle richieste di rinnovamento susseguitesi in Russia tra l’abolizione della servitù della gleba nel 1861 e la fallita rivoluzione del 1905. Lenin propone un bellissimo titolo per il suo primo intervento: Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa. La rivoluzione è ovviamente quella che segue la disastrosa guerra russo-giapponese. Lenin pensa al 1905, eppure la tesi di Tolstoj, “specchio” della rivoluzione, sarà ripresa, negativamente, da numerosi pensatori antibolscevichi, sotto forma di Tolstoj “precursore” o “padre” del bolscevismo. Per Lenin, molto semplicemente, laddove si schiera dalla parte delle necessità del popolo, Tolstoj è geniale. Fallisce miseramente, invece, quando pretende di ricondurre alla dimensione religiosa un sommovimento che, secondo Lenin, non può essere risolto se non attraverso il rigore del materialismo storico. Proprio su questo punto Tolstoj avrebbe avuto di che obiettare.

Vladimir Lenin, "Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa". Edizione sovietica (Collezione di Roberto Coaloa)

Vladimir Lenin, “Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa”. Edizione sovietica (Collezione di Roberto Coaloa)

Agli occhi di Lenin, Tolstoj è lo specchio fedele della rivoluzione del 1905, della sua forza e delle sue contraddizioni; incarna in sé, nella sua vita, nella sua ideologia e nelle sue opere, i sentimenti, la rabbia, il desiderio di una vita e di una società diverse che percorrono il mondo contadino russo dopo il 1861, ossia dopo la fine della servitù nelle campagne e l’avvio di una transizione rapida e drammatica verso una gestione di tipo capitalistico delle proprietà terriere, e insieme l’incapacità di tradurre in programma politico, in una prassi politica radicale questa trama confusa di aspirazioni, nostalgie, insofferenze. «Da noi, nel momento attuale, tutto […] è stato sconvolto e cerca di ordinarsi»: questa frase di un personaggio di Anna Karenina, Konstantin Dmitrič Lëvin, riassume in modo perfetto, sostiene Lenin, quanto accade in Russia tra il 1861 e il 1905, la trasformazione rapida e tumultuosa di un modo che per secoli era rimasto almeno apparentemente immobile, il trauma di una transizione verso esiti difficilmente prevedibili ma immediatamente percepiti come minacciosi, la difficoltà di immaginare modi di contrastare con efficacia questi processi. L’opera di Tolstoj, nella lettura di Lenin, è tutto questo, in modo magnifico, grandioso, irritante: la denuncia impietosa, realistica di un sistema di relazioni sociali inique, la descrizione di vite sfigurate e avvilite da povertà e ignoranza. Tutto quello che ha affascinato generazioni di lettori di Tolstoj – l’introspezione, i dialoghi, i ritratti psicologici, l’anatomia delle relazioni – sfugge allo sguardo di Lenin. Il «conte-contadino» è per lui un grande critico del sistema, del capitalismo e dello sfruttamento, che ha descritto magistralmente ciò che il popolo deve odiare, senza però indicare gli strumenti che questo odio deve adoperare. Quello che fa più imbestialire Lenin è la «non comprensione» della rivoluzione proletaria, «la predica di una delle cose più ignobili che sono al mondo, ovvero la religione» e soprattutto la «non resistenza al male». La non violenza di Tolstoj è, secondo Lenin, la causa della sconfitta della prima rivoluzione russa del 1905, e ai contadini disperati per il collasso del patriarcale mondo rurale della servitù propone come rimedio la lotta di classe, perché «la letteratura non può non essere di partito», come scrisse in un altro saggio imparato a memoria da generazioni di scrittori e critici sovietici.

È un’interpretazione, questa tracciata con rapidi schizzi da Lenin, tutt’altro che superficiale, ben presente nel dibattito interpretativo degli anni successivi. Non a caso, di questa lettura si sarebbe impadronito due decenni dopo, alla metà degli anni Trenta, György Lukàcs nei suoi Saggi sul realismo.

Tolstoj è una presenza costante nelle opere di Lenin, che lo aveva letto avidamente e, ne siamo sicuri, ne aveva discusso a lungo con le sue compagne: Nadja Krupskaja e Elisabeth Inès Armand. Le due donne avevano letto Tolstoj, e, per un periodo della loro vita, furono delle addette al culto del profeta di Jasnaja Poljana. Ma questa è un’altra storia, da approfondire in un’altra sede.

TROCKIJ LEGGE TOLSTOJ

“Penna”, come veniva soprannominato dai suoi compagni, manifesta la sua ammirazione per Tolstoj quasi nello stesso momento in cui si esprime il compagno Lenin, tra il 1908 e il 1910, cioè nei festeggiamenti dell’ottantesimo compleanno dello scrittore e al momento della sua morte. Quelle di Trockij sono pagine sorprendentemente letterarie, con intuizioni critiche, interpretazioni inedite, che provano le grandi qualità del rivoluzionario come semplice “lettore”, ma di gran classe. Trockij, ad esempio, nota come Dostoevskij abbia pensato e preso a modello Tolstoj nel suo Podrostok (L’adolescente), del 1875, nella parte finale del libro, dove si discute del ruolo della nobiltà russa. Trockij non cita il testo che riproduce di Dostoevskij, ma a un’attenta analisi si tratta proprio di Podrostok: «In una delle sue novelle Dostoevskij – l’abitante della città senza rango o titolo e il genio dell’anima inguaribilmente angustiata – questo poeta voluttuoso della crudeltà e della commiserazione contrappone nettamente ed espressamente se stesso al conte Tolstoj, cantore delle forme perfette del passato dei proprietari terrieri. “Se io fossi un romanziere russo e un romanziere di talento – dice Dostoevskij, parlando per bocca di uno dei suoi personaggi – vorrei immancabilmente trarre i miei eroi dalla ben nata nobiltà russa, perché questo è il solo tipo di russo capace di un minimo di sembianza di un bell’ordine e di belle sembianze… Dicendo questo, non sto affatto scherzando, benché io stesso non sia nobile, come già sapete… Credetemi, è qui che abbiamo avuto tra noi qualcosa di veramente bello sino a ora. Comunque, qui vi è qualcosa tra noi che è almeno perfetto. Non lo dico perché io sia d’accordo senza riserve con l’esattezza e la schiettezza di questa bellezza; ma qui, per esempio, abbiamo avuto forme perfette di onore e di dovere, che, a parte la nobiltà, in Russia non si possono trovare in nessun luogo non solo compiute, ma neppure in embrione… La posizione del nostro romanziere – continua Dostoevskij, senza menzionare Tolstoj, ma incontestabilmente pensando a lui – in tal caso sarebbe stata del tutto definita. Egli non sarebbe stato capace di scrivere se non storicamente, perché ai nostri giorni il tipo di bellezza non esiste più e se ve ne fossero in giro degli avanzi, secondo l’opinione prevalente, non avrebbero conservato alcuna bellezza per se stessi”. Quando il “bel tipo” è scomparso, sono caduti in rovina non solo gli oggetti immediati della creazione artistica, ma anche i fondamenti del fatalismo morale di Tolstoj e del suo panteismo estetico».

Saggio di Lev Trockij su Tolstoj. 1908 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Saggio di Lev Trockij su Tolstoj. 1908 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Trockij nel suo primo lavoro, Lev Tolstoj, pubblicato nella rivista della socialdemocrazia tedesca Die neue Zeit, il 18 settembre 1908,[3] propone un’analisi globale dell’opera dello scrittore russo. Il secondo lavoro è un breve articolo, dedicato alla morte di Tolstoj, pubblicato nella Pravda (giornale pubblicato a Vienna in lingua russa, tra il 1908 e il 1912).

Rispetto all’analisi “politica” di Lenin, colpisce in Trockij lo spunto puramente letterario della sua analisi. In Leo Tolstoi («Von L. Trotzky», come si legge nella rivista tedesca del 1908), Trockij esordisce con queste parole: «Tolstoj ha compiuto il suo ottantesimo compleanno e ora sta dinanzi a noi come un’enorme rupe frastagliata, coperta di muschio e proveniente da un mondo storico diverso… Cosa degna di nota: non solo Karl Marx, ma per citare un nome tratto dal campo più vicino a Tolstoj, anche Heinrich Heine ci sembra nostro contemporaneo. Invece dal nostro grande contemporaneo di Jasnaja Poljana siamo già separati da un flusso di tempo irreversibile che differenzia ogni cosa».

Trockij, nella prima parte del suo saggio, in realtà, come poi tanti altri rappresentanti della sociologia marxista, insiste su un aspetto della biografia tolstojana: la sua origine aristocratica. Osserva Trockij: «Quest’uomo aveva trentatré anni quando la servitù fu abolita in Russia. Come discendente di dieci generazioni non toccate dal lavoro, egli si è maturato e si è formato in un’atmosfera di vecchia nobiltà, tra i campi ereditati, in una spaziosa casa signorile, all’ombra dei viali di tigli, in una tranquillità da patrizio».

A parte queste pagine, che riecheggiano quelle di Plechanov: «Tolstoj fu e fino alla fine della sua vita rimase un grande barin», cioè un gran signore della nobiltà, le pagine più notevoli sono altrove, dove il rivoluzionario si dimostra grande critico: «Lo stile di Tolstoj è identico al suo genio: calmo, non affrettato, frugale senza essere avaro o ascetico: è muscoloso, all’occasione acuto, e rude. È tanto semplice e sempre incomprensibile nei risultati (è lontano da Turgenev che è lirico, civettuolo, scintillante e consapevole della bellezza della sua lingua, come lo è dalla lingua di Dostoevskij così tagliente, così involuta e butterata)».

Trockij, infine, ha parole di ammirazione per il vecchio conte di Jasnaja Poljana: «Nel fuoco della più vile e più criminale controrivoluzione che si sia registrata, che cerca con le orde delle sue forche di eclissare per sempre il sole dalla nostra terra; nell’atmosfera soffocante di un’opinione pubblica degradata e codardamente ufficiale, l’ultimo apostolo del perdono cristiano, in cui si riaccende la collera dei profeti biblici, ha lanciato il suo pamphlet Non posso tacere come una maledizione sopra le teste di coloro che agiscono da carnefici e come una condanna per coloro che mantengono il silenzio». 

GUERRA E PACE COME FIABA, NON COME ROMANZO STORICO. LA SUA PORTATA RIVOLUZIONARIA

« Eh bien, mon prince. Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, delle proprietà, de la famille Buonaparte. Non, je vous préviens que si vous ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous vous permettez encore de pallier toutes les infamies, toutes les atrocités de cet Antichrist (ma parole, j’y crois) – je ne vous connais plus, vous n’êtes plus mon ami, vous n’êtes plus il mio fedele schiavo, comme vous dites… Be’, intanto vi do il benvenuto. Je vois que je vous fais peur, sedete e raccontate ».

Così diceva nel giugno 1805 la famosa Anna Pàvlovna Scherer, damigella di corte e intima confidente dell’imperatrice Màrija Feodòrovna, accogliendo il principe Vasìlij…

Questo è il famoso incipit del capolavoro di Tolstoj. Recentemente, partendo proprio da queste prime righe, alcuni studiosi hanno suggerito una lettura controcorrente del romanzo, proponendo un’indagine sulla controversa questione del rapporto di Tolstoj con il mondo della massoneria russa, che lo avvicinerebbe sempre di più ai fermenti rivoluzionari nella Russia zarista, a partire dall’esperienza decabrista, fino alla tormentata vecchiaia dello scrittore.[4]

«Bezuchov, lui è blu, blu scuro e rosso, ed è quadrato…». Cosa si cela dietro queste misteriose parole di Nataša Rostova, o dietro la strana allusione del principe Andrej Bolkonskij a dei guanti di donna? Qual è il significato della rinascita di Pierre sullo sfondo dell’incendio di Mosca del 1812? E da dove ha origine l’immagine di Platon Karataev, con la sua rotondità?

Peregrinando nel laboratorio in cui hanno preso forma personaggi divenuti immortali, tra foglietti, appunti, varianti e brutte copie, alla scoperta di manoscritti, testi ermetici, rituali massonici – un materiale ricchissimo, tuttora sepolto negli archivi di Mosca, che ha nutrito l’immaginazione creativa di Tolstoj nei sette anni di gestazione di Guerra e pace – gli studiosi (compreso il sottoscritto, che si sente onorato d’essere considerato un “Толстовед” Tolstoved, un autentico studioso di Tolstoj), hanno svelato come nel tempo siano cambiati l’impianto del romanzo e la tecnica narrativa dello scrittore, proprio sotto la suggestione del simbolismo massonico e del linguaggio delle scienze ermetiche. Una prospettiva nuova, che apre squarci imprevedibili sull’epoca e sugli uomini che l’hanno abitata.

«Guerra e pace è il miracolo di una rinascita di epos in un mondo ormai morto all’epos», ha notato Vittorio Strada.[5] Un miracolo che, in parte, è storicamente spiegabile, poiché tale resurrezione avviene in una zona specifica del mondo, a metà cammino tra passato contadino e futuro borghese. Per quanto storico-oggettive possano essere le spiegazioni del miracolo, tuttavia, resta il fatto che anche in Russia tale miracolo non si ripeté e che esso si attuò in forme soggettivamente singole e specifiche, quelle tolstoiane appunto.

Nato nell’età del romanzo, il non-romanzo Guerra e pace poteva essere epos puro, nonostante l’omerica vastità del suo respiro. Si tratta di una resurrezione che è trasfigurazione. L’impurità di Guerra e pace rispetto all’epos autentico la vediamo nell’impulso stesso della narrazione, impulso di una nostalgia dell’anima verso un passato irrimediabilmente perduto. In questo senso, se ci è lecito un paradosso, Guerra e pace è opera di memoria non storiografica, bensì soggettiva, personale e morale. In Guerra e pace importante non è il fatto che Tolstoj proietti la sua esperienza individuale e familiare dell’aristocrazia russa sopra un’età storica a lui anteriore, ma il fatto che nel romanzo riviva un momento unico della storia russa, un momento di forte unità e unanimità patriarcale della società di fronte a un nemico giunto dall’Occidente europeo. Qui due aspetti vanno notati: quello del rapporto tra mondo russo e mondo occidentale, simboleggiati da Kutuzov e Napoleone, rapporto che rimanda al problema dell’influsso che su Tolstoj ebbero gli slavofili. Il più importante, però, è il secondo aspetto, del resto complementare al primo: quello della comunità. È da notare che la parola mir del titolo del romanzo ha diversi significati nella lingua russa: «pace», appunto, ma anche «mondo» e anche il piccolo villaggio contadino, la comunità, il mir.

Riprendendo una nota distinzione del sociologo Tönnies, si può dire che nelle opere narrative di Tolstoj la comunità, la società, come aggregato meccanico e convenzionale di rapporti interpersonali, si contrappone alla comunità. Come insieme organico di autentici e liberi legami intersoggettivi. Guerra e pace, come i romanzi di ambiente cosacco basati anche essi sull’opposizione comunità-società, è l’opera più grande in cui si realizza questa filosofia comunitaria. E va precisato che anche all’interno dell’unità comunitaria realizzata nella Russia del 1812 Tolstoj distingue una comunità non realizzata, ma potenziale ancora più autentica, anzi la sola veramente autentica: quella del mondo di Karataev e di Kutuzov.

Questa realtà comunitaria, tuttavia, è una realtà ideale, vissuta in una nostalgia morale e in una memoria dell’anima, nel momento storico in cui il mondo dei Rostov, il caro mondo delle tenute nobiliari russe, dallo stile quasi “prussiano”, e dei suoi patriarcali contadini comincia a diventare qualcosa di simile a quello che mezzo secolo più tardi Čechov simboleggerà, in tutt’altra aura, nell’immagine del «giardino dei ciliegi».

ALTRE CONSIDERAZIONI SU TOLSTOJ E LA SUA INFLUENZA NON SOLO SULLA RIVOLUZIONE RUSSA MA SULLA CULTURA E SULLA SOCIETÀ DI UN’INTERA EPOCA

"Lev Tolstoj e l'Italia" a cura di Roberto Coaloa, Pistoia, Gli Ori, 2016.

“Lev Tolstoj e l’Italia” a cura di Roberto Coaloa, Pistoia, Gli Ori, 2016.

Tra il 2015 e il 2016 ho curato due mostre su Tolstoj e l’Italia. La prima, nel settembre 2015, a Milano, grande e significativa, la cui sede era un bellissimo palazzo liberty di proprietà del Comune, situato proprio nell’importante strada milanese «Via Leone Tolstoi»; la seconda, tra l’ottobre e il novembre 2016, a Conzano, un paese laboratorio d’arte in Piemonte, dove ho riunito nella settecentesca Villa Vidua più di quaranta artisti italiani, che hanno dedicato le loro opere allo scrittore russo. La mostra su Tolstoj, tra i colli che amo del Monferrato, è stato un omaggio artistico alla Russia di Guerra e pace e non solo: l’esposizione ha raccontato non solo la storia di capolavori dell’Ottocento letterario, ma ha restituito anche un mondo, quello del Piemonte alla vigilia dell’Unità, che fa incontrare Tolstoj con gli italiani del Risorgimento: prima, nel 1855, come soldato, in Crimea; poi nel giugno 1857, in Piemonte, dove lo scrittore russo fa un breve ma intenso viaggio. A Torino conosce il personaggio del momento, Camillo Benso conte di Cavour, e resta così sorpreso dalla brillante vita torinese da scrivere sul suo taccuino: «dovunque si può vivere e bene». Ma cosa ci faceva il conte russo a Torino, nel 1857, proprio due anni dopo la guerra di Crimea?

Il viaggio è per l’aristocratico Tolstoj un ausilio prezioso per capire i motivi dell’arretratezza russa rispetto all’Europa che combatte per difendere il decadente Impero ottomano dalle mire espansionistiche dello zar nel Mediterraneo, e trovare degli esempi da emulare sul tema della politica, cogliendo le idee e i programmi che agitano gli schieramenti politici europei, in vista di un loro utilizzo in Russia per riforme che non sembrano ulteriormente rimandabili, dopo il disastro della Crimea e le crescenti tensioni sociali.

Del 1857 è una nota lettera inviata a Botkin da Parigi, la tappa iniziale del primo tour europeo del conte Tolstoj, in cui il futuro scrittore commenta la scena tremenda di un’esecuzione con la ghigliottina. Da questo momento, Lev Nikolaevič esprime la convinzione che tutti i governi e tutte le leggi umane fossero egualmente ingiuste: «La legge umana è un’assurdità! La verità è che lo Stato è una congiura allo scopo non solo di sfruttare, ma soprattutto di corrompere i cittadini. E tuttavia gli Stati esistono, e oltre tutto in tale forma imperfetta. E da quest’ordine di cose passare al socialismo non possono. Allora che fare? […] Io comprendo le leggi etiche, le leggi della morale e della religione, che non sono costrittive per nessuno, che guardano avanti e promettono un futuro di armonia; io sento le leggi dell’arte, che danno sempre felicità; ma le leggi politiche per me sono una menzogna talmente orrenda che non vedo in esse un meglio o un peggio. […] Mai e in nessun luogo presterò servizio presso alcun governo».

Il socialismo appare a Tolstoj del tutto inadeguato a fornire un’alternativa all’ordine di cose esistente, in cui dominano l’arbitrio e la violenza esercitata dall’uomo sull’uomo. Le idee rivoluzionarie che nella Russia dei primi anni Sessanta condurranno una frangia di giovani radicali verso il terrorismo gli rimarranno estranee, ed egli guarderà con orrore ai primi atti di violenza perpetrati in nome del bene comune.

Nel 1857, il viaggio nel cuore dell’Europa, inoltre, ripaga Tolstoj degli orrori della guerra, che ha vissuto sulla sua pelle, ma che ne ha fatto – inaspettatamente – un grande scrittore. Al conflitto è, infatti, ispirato un racconto del 1855, che il conte Tolstoj scrive quando, ufficiale della quattordicesima brigata di artiglieria dello zar, è schierato a difendere il bastione di Sebastopoli proprio dai piemontesi. Lì aveva sperimentato il coraggio e la gentilezza dei suoi soldati contadini, male equipaggiati e peggio armati, l’incompetenza dei comandanti, l’assurdità di una disciplina imposta con stupida ferocia. Lì, in Crimea, sotto centinaia di granate, fiorirà la sua vocazione pacifista e l’embrione di Guerra e pace come celebrazione dell’anima russa più vera e profonda, quella popolare.

A Torino il “turista” Tolstoj sa dove andare. È il 16 giugno 1857. Si sveglia presto, fa un bagno, corre all’Università, che nei suoi taccuini chiama «Athenaeum». Lo colpisce l’allegria degli studenti, la loro «vita giovane, forte, libera». Sotto i portici di via Po flaneggiano esuli e patrioti di mezza Italia e lui è piacevolmente colpito dalla frizzante aria intellettuale che avverte in giro. Poi passa al «Museo delle Armi», cioè l’Armeria Reale, che Carlo Alberto aveva aperto al pubblico venti anni prima. Infine il «Museo delle Statue», cioè l’Egizio inaugurato da Carlo Felice. Lo impressiona l’imponenza dello statuario. A Torino, però, Tolstoj vuole vedere Cavour. Per questo partecipa a una sessione del Parlamento piemontese, l’unico allora attivo e legiferante in Italia. Il «caso italiano», anzi piemontese, presenta un notevole interesse per chi cerca modelli praticabili. Tolstoj assiste alla seduta del 16 giugno, in cui Angelo Brofferio chiede lumi al governo sulla missione bolognese affidata a Carlo Boncompagni. Cavour risponde abilmente, lasciando intendere che la missione non è affatto un segno di debolezza o acquiescenza, ma vuole dimostrare all’Europa che lo Stato sabaudo è in grado di conciliare il rispetto dovuto al capo del cattolicesimo con il mantenimento dell’indipendenza del potere civile.

Nell’agosto 1857, al ritorno in Russia, Tolstoj scrive alla prozia, Aleksandra Andreevna Tolstaja, sua corrispondente e amica, chiamata affettuosamente «Babuška»: «A Pietroburgo e a Mosca tutti gridano, si sdegnano, aspettano qualcosa, e anche lontano dalla capitale domina la barbarie patriarcale, il disordine, il ladrocinio e l’illegalità. Volete credere che, arrivato in Russia, per molto tempo ho lottato con un senso di rivolta verso la patria e soltanto ora comincio ad abituarmi a tutte le cose tremende che rappresentano l’eterna normalità della nostra vita? Io so che voi non siete di questa opinione, ma che fare?».

«Babuška» gli risponde immediatamente: «Lo stato delle cose in generale è detestabile, ne convengo, e chi potrebbe negarlo? Ma attorno a noi – vicino a noi – è necessario si facciano riforme benefiche, se non vogliamo diventare complici di chi ruba, di chi uccide e di chi vive nell’oblio completo di Dio e dell’eternità».

Nell’ottobre 1859, Tolstoj apre a Jasnaja Poljana una scuola per i figli dei contadini e inventa un nuovo sistema di educazione e istruzione.

Durante un altro viaggio compiuto in Europa fra il luglio 1860 e il marzo 1861, Tolstoj ebbe modo di incontrare Aleksandr Herzen. Per Herzen come per Tolstoj e per molti di coloro che avevano frequentato casa Aksakov alla fine degli anni Cinquanta, una reale alternativa era riposta nel recupero della tradizione culturale propria al popolo russo, spontaneamente anarchico e istintivamente religioso: «Il popolo russo è in grado di vivere in modo repubblicano. IL governo, nella sua visione, non è un’esigenza ma una casualità», si legge nel diario dello scrittore alla data del 27 giugno 1857. E nel quaderno di appunti dello stesso periodo: «Tutti i governi si equivalgono nella misura del bene e del male. L’ideale da preferirsi è l’anarchia».

Tolstoj, tuttavia, segue alla lettera i consigli della saggia Aleksandra Andreevna, e forse anche grazie a lei diventa nella vecchiaia il grande profeta di Jasnaja Poljana, il riferimento del pacifismo internazionale, dal Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, ai maestri delle controculture contemporanee. Per questo motivo ciò che oggi ci intriga di più di Tolstoj, oltre alla bellezza dei suoi capolavori, come Guerra e pace e Anna Karenina,  è il modo in cui egli ha tentato di risolvere il conflitto tra l’artista e il profeta. Qui il confronto con Gandhi si impone.

Tra il mondo di “Leone Tolstoi” e il Bel Paese c’è un rapporto intenso, come dimostra la presenza a Roma, e anche in altre città, di un consistente numero di appassionati dello scrittore russo. A Roma visse la figlia di Tolstoj, Tat’jana (1864-1950), vedova di Michail Suchotin. La secondogenita di Lev e Sof’ja conobbe Maria Montessori e nella capitale allestì un piccolo museo dedicato al padre. Sua figlia, Tat’jana Michailovna Suchotina-Albertini (1905-1996), nel 1930, sposò Leonardo Albertini, figlio di Luigi Albertini, direttore dal 1900 al 1921 del Corriere della Sera. Oggi, madre e figlia sono sepolte insieme nella stessa tomba a Roma, al Cimitero Acattolico.

Nel 1869, alcuni brani di Guerra e pace furono tradotti in italiano dalla nobile e intellettuale di Pietroburgo, Sof’ja Bezobrazova, moglie del letterato e indianista Angelo De Gubernatis.

Giuseppe Mazzini e Silvio Pellico, intellettuali del Risorgimento, furono letti con interesse da Tolstoj.

In campo artistico si sono appassionati a Tolstoj, maestri della pittura: Giorgio Kienerk, Giacomo Balla e il polacco Jan Styka, nato nella Galizia dell’Impero asburgico e morto a Roma. Styka fu il pittore del significativo ritratto «Tolstoj, l’uomo della verità».

Di Pavel Petrovič Trubeckoj, “Paolo Troubetzkoy”, come si firmava all’italiana, grandissimo scultore, ricordato nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita, ho esposto un famoso bronzo che ritrae lo scrittore russo in sella al suo cavallo Délire (1901). Trubeckoj, membro di una famosa famiglia russa, nacque in Piemonte e fu un caro amico di Tolstoj.

Giorgio Kienerk, "Leone Tolstoi". Riprodotto in "Avanti della Domenica". 18 settembre 1904 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Giorgio Kienerk, “Leone Tolstoi”. Riprodotto in “Avanti della Domenica”. 18 settembre 1904 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Di Giorgio Kienerk ho esposto un ritratto di Tolstoj così come modernamente compare sulla copertina dell’Avanti della Domenica, il 18 settembre 1904. In mostra compare nella seziona storica, insieme alle stampe di Achille Beltrame per la Domenica del Corriere. Kienerk appare anche nella copertina del volume Lev Tolstoj e l’Italia. È una composizione libera, ispirata al “Leone Tolstoi” di Kienerk, un Tolstoj pop ante litteram, che anticipa di mezzo secolo Andy Warhol.

Negli incontri dedicati alla mostra su Tolstoj nel 2016 ho discusso in particolare di un ritratto davvero originale e mai esposto al pubblico di Giacomo Balla su Tolstoj (olio su carta applicata su masonite; le dimensioni dell’opera con la cornice sono cm. 104×101 e senza cornice cm. 82,8×85):  «Ritratto di Leone Tolstoi» (l’opera è di proprietà della Signora Laura Biagiotti).

La sensibilità georgica, ma non aulica, con cui Balla guarda alla natura si schiera agli antipodi della mitologia simbolista dei pittori del gruppo dei XXV della Campagna Romana che vede nelle terre dei dintorni di Roma i luoghi mitici di Enea. Balla preferisce seguire da vicino l’azione educativa e sanitaria dell’Ente Scuole per i Contadini diretto da Alessandro Marcucci, suo cognato, con Giovanni Cena, Angelo Celli, Sibilla Aleramo, che apporta ai “guitti”, cioè ai contadini dell’Agro Romano, l’alfabetizzazione e i cioccolatini al chinino contro la malaria. Viene così incaricato di esporre nella “grande capanna artistica”, ideata da Cambellotti in quanto simbolo della civiltà contadina, per la “Mostra dell’Agro Romano” che si tiene nel maggio-ottobre 1911, nell’ambito delle grandi esposizioni del cinquantenario d’Italia. Balla vi espone una serie di quadri a tema contadino e tecnica divisionistica, insieme a un «Ritratto di Leone Tolstoi», morto l’anno precedente. Il quadro, praticamente dipinto in un bianco e nero fotografico, propone un’immagine-manifesto come strumento di propaganda e di lotta sociale. Il socialismo umanitario si riconosceva allora nel pacifismo anarchico di Tolstoj, apostolo della nonviolenza, di una vita dove la prima legge è quella dell’amore. Inoltre, l’immagine di Tolstoj-contadino-anarchico era stata diffusa da centinaia di immagini, quella più nota in Russia era del pittore Il’ja Efimovič Repin, che ritraeva lo scrittore mentre traina con un cavallo l’aratro, in Italia, invece, era stata proposta dalle riviste, ad esempio da una bellissima copertina dedicata dall’«Avanti! della Domenica» il 28 giugno 1903. Il gesto di Balla, tuttavia, aveva anche un significato anticlericale e polemico, rivolto contro le grandi famiglie romane, come i Barberini, che avevano tentato di chiudere le scuole delle loro terre. L’episodio che vede Balla impegnato contro gli ambienti romani che ostacolavano la nascita dei valori della nuova nazione, aiuta a comprendere fin dove un certo fascismo, quello della bonifica della Paludi Pontine, potrà attirare anni dopo la simpatia dell’artista.

Di Alessandro Marcucci, di Giovanni Cena e della sua ispirazione tolstoiana, del suo «andare al popolo», del suo «amare per il popolo», parla Gramsci, che commenta lo scritto Che fare? di Cena, ricollegando l’intellettuale italiano all’attività svolta per le scuole dei contadini dell’Agro Romano.[6]

La morte di Tolstoj, avvenuta il 20 novembre 1910 (7 novembre per il vecchio calendario giuliano, conservato fino alla Rivoluzione in Russia), ebbe una risonanza enorme in Italia. L’Illustrazione Italiana uscì con una edizione straordinaria già il 20 novembre con l’intera copertina dedicata a Tolstoj e le pagine interne con memorabili fotografie: lo scrittore con il suo cavallo Délire e «Leone Tolstoi con la figlia Alessandra che lo raggiunse ad Astapovo dove è morto». Anche la Domenica del Corriere dedicò la copertina con una tavola di Achille Beltrame: «La morte di Leone Tolstoi nella piccola stazione ferroviaria di Astapovo (gov. Di Rjäsan) all’alba del 20 corrente». Lunedì 21 novembre 1910. Il Giornale d’Italia uscì con un titolo a caratteri cubitali: «Tolstoj è morto stamane alle 6, ad Astapovo». La fotografia che illustra l’apertura, gigantesca, ritrae «Tolstoj e la figlia prediletta Alessandra». L’immagine mostra lo scrittore con le mani incrociate, annodate, lignee, il cappello da pastore sulla testa, la barba lunghissima. Guarda verso Ovest, con il viso crudo, gli occhi stretti. Sembra un patriarca, il Giacobbe del romanzo europeo. È un’immagine indimenticabile quella di Tolstoj. Resa celebre dal più grande ritrattista del mondo russo, Il’ja Repin. Il vecchio Tolstoj è assai diverso dal giovane ufficiale di Sebastopoli, che indossava il cappotto con la lussuria di un dandy, ma anche dal romanziere di successo con lo sguardo perso nel vuoto, la barba folle e la larga camicia verde, ritratto da Ivan Nikolaevic Kramskoj. Come se dentro Tolstoj abitassero diversi, irrimediabili Tolstoj. A 82 anni il conte Lev Tolstoj, che amava vivere come un contadino, che aveva insegnato a Gandhi l’arte della non violenza, che aveva lottato per l’abolizione di ogni forma di servitù e parlato per primo di obiezione di coscienza, istigando i soldati ad abbandonare le armi, a quell’età, vecchio e vulcanico, lo scrittore di Guerra e pace lascia tutto e scappa, una vera fuga, forse un suicidio: un epilogo simile a quello della sua creatura letteraria, Anna Karenina. Un uomo che ha pagato la sua parte, che si è sentito solo e che forse non voleva essere felice, nonostante l’attenzione del mondo, nonostante fosse rappresentato come l’eroe della Belle Époque. Tolstoj, infatti, era l’idolo di molti, che vedevano in lui un’autorità morale, l’unico uomo che osava sfidare i potenti, come re e imperatori, dicendo sempre la sua e intervenendo, con il suo aiuto, in ogni disgrazia dell’umanità. Per questa ragione Achille Beltrame, in un’epoca in cui non esistevano ancora i supereroi, l’ha ritratto – lo scrittore in quel momento aveva settant’anni -, come un muscoloso pompiere che spegne coraggiosamente un incendio, mentre la folla scappa disperatamente. La tavola, sulla Domenica del Corriere 8 gennaio 1905, ha la seguente didascalia: «Leone Tolstoi, il grande scrittore russo, che spegne l’incendio scoppiato in un ospitale a Bogoroditzk».

Tolstoj ha affascinato la Belle Époque e dopo due guerre mondiali continua a essere fondamentale, per la letteratura – come ha suggerito George Steiner – grazie al suo tono omerico, unico, e per la nostra società, per l’insegnamento della nonviolenza e del pacifismo, temi centrali del suo pensiero. Tolstoj, con il suo rifiuto di ogni violenza e la proposta della legge dell’amore, segnò le esperienze del Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, e quelle del suo discepolo più famoso, Gandhi. Tolstoj ha scritto pagine memorabili sull’arte, la società, la filosofia, la storia, la religione, la pedagogia. In Italia fu studiato da Edmondo Marcucci, che scrisse Che cos’è il vegetarismo? e dedicò un saggio, ormai introvabile, alla memoria del padre, Studi su Tolstoi. Quel padre artista, Alessandro Marcucci, che aveva ispirato il bellissimo quadro su Tolstoj di Giacomo Balla.

Leone Tolstoi, "Non posso tacere", Milano, Società editoriale milanese, s.d. (Collezione Roberto Coaloa).

Leone Tolstoi, “Non posso tacere”, Milano, Società editoriale milanese, s.d. (Collezione Roberto Coaloa).

La rivoluzione, la guerra, il rapporto tra l’uomo e lo Stato, tra l’uomo e la religione, sono i temi dell’ultimo Tolstoj. Lo scoppio della prima rivoluzione russa nel 1905 fa nascere nello scrittore la convinzione che l’unica rivoluzione possibile per il riscatto dell’umanità non è una rivoluzione violenta, ma una rivoluzione pacifica, interiore. Eppure gli scritti dell’ultimo Tolstoj, deriso dagli uomini di lettere suoi contemporanei come un eccentrico “nobile penitente”, sono stati davvero incisivi nel preparare un terreno fertile a cambiamenti “rivoluzionari” non solo in Russia, ma anche altrove, come dimostra il successo di Tolstoj durante la Belle Époque in Francia, Italia, Regno Unito, Germania, Canada, Stati Uniti, Giappone…

Forse, aveva ragione Rosa Luxemburg, che osservava due cose essenziali su Tolstoj. La prima è che «non la Russia soltanto, ma tutta la storia sociale del secolo si riflette nell’opera» di Tolstoj.[7] La seconda osservazione è che la «critica sociale e le idee sociali di Tolstoj lo pongono tra le file del socialismo, tra le file della gloriosa avanguardia dei grandi spiriti che illuminano al proletariato moderno il suo cammino storico di emancipazione».[8] Questa tesi si fa più precisa là dove Rosa Luxemburg mette Tolstoj accanto ai «grandi socialisti utopistici del XIX secolo: Fourier, Saint-Simon e Owen».[9]

Lev Tolstoj, "Non uccidere" (Ne ubyj). Stampato in Inghilterra dal segretario di Tolstoj, Vladimir Čertkov. 1900 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Lev Tolstoj, “Non uccidere” (Ne ubyj). Stampato in Inghilterra dal segretario di Tolstoj, Vladimir Čertkov. 1900 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Il raffinato scrittore austriaco Stefan Zweig, cantore del «mondo di ieri» scrisse di Tolstoj: «A base di questa sua dottrina, del suo “messaggio” all’umanità Tolstoj pone la parola evangelica “Non resistere al male” e le dà questa creativa interpretazione: “Non resistere al male con la violenza”. In questa frase è latente tutta l’etica tolstojana: questa catapulta di pietra il grande lottatore l’ha lanciata così violentemente, con tutta la veemenza oratoria ed etica della sua coscienza esaltata dal dolore, contro la parete del secolo, ch’ancor oggi per la scossa ne tremano le travature mezzo schiantate. Impossibile misurar gli effetti spirituali di codesta predicazione in tutta la loro portata: la volontaria capitolazione dei russi dopo Brest-Litovsk, la non resistenza di Gandhi, l’appello pacifista di Rolland in piena guerra, la resistenza eroica di un’infinità di individui singoli ed anonimi contro la violenza inaudita alla coscienza, la campagna contro la pena di morte, tutti questi anni isolati e apparentemente privi di collegamento del nuovo secolo devono il loro impulso energetico al messaggio di Lev Tolstoj».[10]

Anche per le pagine di Rosa Luxemburg e di Stefan Zweig, mi pare interessante ritornare al pensiero “rivoluzionario” di Tolstoj, memore della lezione di un grande storico francese, Roger Chartier, che con il suo Les origines culturelles de la Révolution française (1990) ha aperto la strada, la metodologia, per questa mia indagine sulle origini culturali della Rivoluzione russa.

[1] Vittorio Strada, Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa. Nuova edizione accresciuta, Torino, Giulio Einaudi editore, 1980, p. 331.

[2] Cfr. Lenin, Scritti su Tolstoj. Introduzione di Roberto Peverelli. Traduzione dal francese di Luana Salvarini, Milano, Medusa, 2017.

[3] Gli scritti originali di Trockij, in questo caso il saggio originale su Lev Tolstoj in lingua tedesca per la rivista Die neue Zeit, come altri materiali originali sulla Rivoluzione russa, sono reperibili alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, da poco trasferita nella nuova sede di Viale Pasubio, 5. La fondazione milanese contiene l’archivio italiano più cospicuo sulla Rivoluzione russa, oltre a possedere tutte le opere complete, in russo e in altre lingue, di Lenin e Trockij.

[4] Cfr. Raffaella Faggionato, L’alambicco di Lev Tolstoj. Guerra e pace e la massoneria russa, Roma, Viella, 2015.

[5] Cfr. Vittorio Strada, op. cit, p. 327.

[6] Cfr. Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale. Nuova edizione riveduta e integrata. Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 115.

[7] Rosa Luxemburg, O Tolstom. Literaturno-kritičeskij sbornik, a cura di V. M. Frice, Moskva-Leningrad, 1928, p. 123.

[8] Ivi, p. 125.

[9] Ivi, p. 123.

[10] Cfr. Roberto Coaloa, Lev Tolstoj, tra guerra, pace e rivoluzione. Alla scoperta del profeta di Jasnaja Poljana, in: Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione (a cura di Roberto Coaloa), Milano, Feltrinelli, 2015, p. 149-150.

 

Le prime notizie sulla Rivoluzione russa in Italia. I commenti di Gramsci e Mussolini

Di Roberto Coaloa

Mussolini in prossimità dell'Isonzo, nel dicembre 1916, in divisa di caporale dei bersaglieri.

Mussolini in prossimità dell’Isonzo, nel dicembre 1916, in divisa di caporale dei bersaglieri.

Gramsci e Mussolini, due socialisti italiani di fronte alla Rivoluzione Russa. L’anno 1917 ha inciso profondamente la storia del Novecento, ma anche sulla vita di Antonio Gramsci, giovane sardo emigrato a Torino e giornalista socialista. Ancora di più, la Rivoluzione ha segnato il destino di Benito Mussolini, giovane romagnolo socialista, diventato interventista nella Prima guerra mondiale. Addirittura Mussolini ebbe un incontro ravvicinato con Lenin, nel 1904, in un comizio a Ginevra dedicato alla Comune di Parigi…

LE PRIME NOTIZIE SULLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE IN ITALIA. GLI SCRITTI DI ANTONIO GRAMSCI. MUSSOLINI INCONTRA LENIN A GINEVRA, PRIMA DELLA RIVOLUZIONE. MUSSOLINI COME IMITATORE DI LENIN

Quando scoppiò la Rivoluzione russa, il Regno d’Italia era sull’orlo della disfatta militare e prossimo a una rivoluzione sociale. C’era stata Caporetto e gli Alleati dell’Italia accorsero immediatamente in soccorso dell’esercito italiano per potersi riorganizzare sulla linea del fiume Piave. I giornali italiani dell’epoca non parlavano d’altro, mentre il generale Cadorna accusava i soldati di tradimento. Gli avvenimenti russi, però, non sfuggirono all’attenzione di un grande intellettuale italiano, Antonio Gramsci.

Il noviziato di Gramsci, giovane sardo emigrato a Torino, fu in contatto con una realtà culturale, quella torinese, molto attenta alla cultura russa e al socialismo. Grazie a questa formazione Gramsci entrò in sintonia con il pensiero e l’azione di Lenin, che contro tutte le previsioni del marxismo ortodosso, oggettivista e determinista, realizzò la rivoluzione nel suo Paese. Gramsci scrisse i primi articoli sulla Rivoluzione su «Il Grido del Popolo» e sull’«Avanti». Essi testimoniano l’originalità del suo sguardo sui fatti di Russia.

GRAMSCI, LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA RIVOLUZIONE RUSSA

Antonio Gramsci in una celebre foto degli anni Venti del Novecento.

Antonio Gramsci ritratto all’inizio del 1920.

Gramsci si iscrisse al Partito socialista italiano prima dello scoppio della Grande guerra. Il suo debutto politico avvenne con un articolo intitolato Neutralità attiva e operante, pubblicato su Il Grido del Popolo il 31 ottobre 1914. Lo scritto suscitò molte polemiche, poiché cercava di fornire una chiave di lettura “di sinistra” delle posizioni di Mussolini, che stava rapidamente convertendosi a favore dell’intervento nel conflitto esploso in Europa nell’agosto 1914. In realtà Gramsci vi avanzava una posizione non molto lontana da quella che – in modo certo molto più maturo e consapevole – aveva espresso Lenin: i socialisti dovevano trasformare la guerra in una occasione rivoluzionaria. Del resto, il partito di Lenin, il Partito operaio socialdemocratico russo (frazione bolscevica), e il Partito socialista italiano furono i due partiti principali tra quelli che, nell’ambito della seconda Internazionale, si rifiutarono di appoggiare i rispettivi Stati nell’avventura bellica.

Il primo pezzo di Gramsci sulla Rivoluzione russa è del 20 aprile 1917: ovviamente si fa riferimento alla Rivoluzione di febbraio, quando scioperi operai e proteste popolari, iniziate il 23 febbraio a Pietrogrado, diventarono un’insurrezione che portò all’abdicazione dello zar il 2 marzo (le ultime due date sono quelle del calendario giuliano, in vigore in Russia fino al gennaio 1918). Gramsci commenta la “missione” di Oddino Morgari, dirigente del Partito socialista italiano, invitato dal segretario del partito, Costantino Lazzari, a recarsi nella capitale russa per prendere contatto con gli insorti. L’articolo esce su Avanti!, firmato «Alfa Gamma».

Scrive Gramsci: «I giornali borghesi sono nervosi. Il bagno freddo di realtà della rivoluzione russa è servito solo fino ad un certo punto. Sono diventati meno frenetici, qualche volta si degnano di abbassare gli occhi, allucinati dietro il volo delle aquile latine, su questo umile mondo di umili uomini che soffrono e muoiono, ma la frenesia li riprende di tanto in tanto. Le notizie sul viaggio a Stoccolma e Pietrogrado del nostro compagno Morgari hanno dato loro una nuova scossa. Prediche, minacce, moniti non sono risparmiati all’ambasciatore rosso».

Un altro articolo, Note sulla rivoluzione russa, firmato «A.G.», esce su Il Grido del Popolo il 29 aprile 1917. Un terzo articolo, I massimalisti russi, esce firmato «a.g.» su Il Grido del Popolo. Nei mesi successivi, sempre sull’Avanti! e su Il Grido del Popolo, usciranno altri pezzi, a volte non firmati, ma riconducibili a Gramsci, altre volte scritti a più mani.

L’articolo più interessante di Gramsci compare su Il Grido del Popolo il 1 dicembre 1917, firmato «a.g.», dal titolo La rivoluzione contro «Il Capitale». L’articolo fu completamente censurato. Uscì poi sull’Avanti! (edizione romana) del 22 dicembre (con la stessa firma), e in seguito sull’edizione milanese dell’Avanti! e di nuovo su Il Grido del Popolo. Gli uffici adibiti alla censura non sempre formulavano le stesse valutazioni. Per questo motivo un articolo censurato in una città veniva spesso riproposto su un altro organo della stampa socialista che si pubblicava in altra città e sottoposto dunque a diverso ufficio di censura. Una volta ottenuto il visto, l’articolo poteva poi essere riproposto anche sui giornali dove era stato precedentemente censurato.

Il 25 ottobre, secondo il calendario russo (il 7 novembre secondo quello occidentale) vi fu la presa del Palazzo d’Inverno, l’assunzione del potere da parte dei Soviet egemonizzati dai bolscevichi e dai loro alleati. È la «seconda rivoluzione», quella bolscevica, che Gramsci aveva annunciato e atteso da tempo. Per Gramsci si trattava di una rivoluzione contro Il Capitale, il libro di Marx, contro chi aveva dato di quel libro e del marxismo una lettura economicistica e deterministica, per la quale non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione socialista nella Russia arretrata prima di un adeguato sviluppo dello “stadio capitalistico” dell’industria e dunque della classe operaia russe. Scrive Gramsci: «La rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo a una forma definitiva di assestamento – che sarebbe stato un assestamento borghese -, si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi, per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppo grandi urti, partendo dalle grandi conquiste realizzate oramai».

MUSSOLINI E IL MONDO RUSSO DELLA RIVOLUZIONE

Nel dicembre 1901 il supplemento letterario della rivista «I Diritti della Scuola» pubblicò un articolo, firmato «Mussolini Benito», dedicato al romanzo russo.[1] Il giovane Mussolini aveva allora diciotto anni, era iscritto al Partito Socialista da un anno, e si era diplomato alla Scuola Tecnica di Forlimpopoli. Era il suo primo pezzo stampato, una bella soddisfazione per il neo maestro elementare. Per Mussolini il romanzo russo «trascende i confini della terra ov’è nato e s’identifica nell’universale» e «prende un lato corrotto della società e viviseziona le cancrena». Lo scrittore russo «è un uomo che vive umanamente, è un uomo e insieme un apostolo» fra il popolo, che «attraversa un periodo tristissimo». «L’assolutismo dello czar grava – immane cappa di piombo – sugli intelletti. Il cosacco spia insidioso le caserme e la censura tenta il monopolio del pensiero; ma le forze giovanili affrettano coll’opra e il sangue l’ora della redenzione».

È curioso osservare che nel 1901, Vladimir Il’ič Ul’janov era esule a Monaco di Baviera. Aveva trentun anni ed era sposato da tre con Nadežda Krupskaja. Con Plechanov e Martov aveva fondato il periodico Iskra (La scintilla) che usciva a Monaco di Baviera e a Lipsia per essere poi diffuso clandestinamente in Russia. Nel marzo 1901 fondò un’altra rivista da diffondere clandestinamente in Russia, Zarja (L’alba), dove si firmò per la prima volta con lo pseudonimo di Lenin nel mese di dicembre. Era nato il mito della Rivoluzione d’ottobre, ma in quella data Vladimir Il’ič Ul’janov era ancora uno sconosciuto per molti, anche se negli ambienti russi era un avvocato che difendeva la causa della Rivoluzione, lui stesso era un rivoluzionario comme il faut, che aveva scontato il suo impegno marxista nel duro esilio in Siberia. Nel marzo 1902, Lenin pubblicò presso l’editore Dietz di Stoccarda il saggio Che fare? (composto dal maggio 1901 al febbraio 1902). Era un titolo famoso nella tradizione saggistica russa. Qualche anno prima anche il grande Lev Tolstoj aveva scritto un saggio con quel titolo, riprendendo il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo Černyševskij, che aveva affascinato più di una generazione di «sognatori di libertà» russi. Nel Che fare? leninista, invece, non c’era spazio alla fantasia. Lenin vi continuava la polemica contro il revisionismo di Bernstein e gli economiisti, per i quali i marxisti russi dovevano limitarsi «alla lotta economica del proletariato e partecipare all’attività dell’opposizione liberale». In questo modo si negava la necessità dell’esistenza stessa di «un partito operaio indipendente, inseparabile dalla lotta di classe del proletariato, che si ponga il compito immediato della conquista della libertà politica» e il rapporto, «fuso in un tutto indivisibile» dal marxismo, tra lotta economica e lotta politica. Nel luglio 1903 durante il II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) tenuto a Bruxelles e poi a Londra emersero contrasti tra i socialisti russi: da un lato i seguaci di Lenin, appoggiati anche da Plechanov, concepivano il partito come un’organizzazione di lotta rivoluzionaria, della quale potessero far parte solo elementi coscienti e fidati, dall’altro i sostenitori di Martov e Aksel’rod intendevano concedere l’iscrizione a chiunque si dichiarasse simpatizzante con il programma del partito. Anche Trockij sosteneva che qualunque operaio in sciopero poteva considerarsi membro del partito. A Ginevra, dove si era trasferito, Lenin, il 18 marzo 1904, partecipò a un grande comizio per commemorare i martiri della Comune di Parigi del 1871. Al Comizio prese parte anche il futuro Duce!

A Ginevra Mussolini prese la parola: da anni stava facendo l’oratore per la propaganda socialista. Non si sa se i due – Lenin e Mussolini – si incontrarono, ma di sicuro quella commemorazione della Comune di Parigi fu la sola occasione di contatto tra i due futuri leader, come ha notato lo storico Renzo De Felice (anche se probabilmente Mussolini entrò in contatto con altri russi, in quella Svizzera d’inizio Novecento, che era un vero e proprio covo di rivoluzionari, oltre a Ginevra, Zurigo e Berna, dove, finalmente, il governo cantonale ha revocato un divieto, del 1970, di mostrare i documenti riguardanti Lenin – si tratta di una sessantina di schede di prestito alla biblioteca di Berna, utili per capire cosa leggesse Lenin alla vigilia della Rivoluzione).

Il 13 marzo, di quell’anno, Mussolini osservava in un articolo: «è antico il trucco pseudo-polemico di squalificare l’avversario affibbiandogli una idea che ripugna alla solita media comune. Dopo l’Enciclopedia tutti coloro che avevano ampiezza e tolleranza di raziocinio furono, dai deisti, accusati di ateismo. Bastava dubitare d’una cosa per essere dichiarato ateo. E ai tempi del Sant’Uffizio essere accusati d’ateismo era cosa ben più pericolosa che venir accusato d’anarchismo, oggi, tempo dei procuratori del Re». Per il giovane Mussolini: «La prossima rivoluzione sarà distinta dalle precedenti perché sarà generale e dovrà condurre all’espropriazione  della borghesia e all’abolizione dello Stato. Probabilmente trarrà origine da una disorganizzazione del potere centrale al seguito di una guerra provocata dalle gelosie reciproche di “preponderanza economica” sui mercati internazionali. I gruppo rivoluzionari ne approfitteranno per mettersi all’opera».

Il 9 maggio, Mussolini andò a Losanna, che già conosceva bene, e si iscrisse all’Università, facoltà di Scienze Sociali.

Nel 1912, a Praga, Lenin convocò il partito marxista rivoluzionario, il partito bolscevico, ma le posizioni all’interno del partito erano assai diverse. Nello stesso anno, a Reggio Emilia, Mussolini capeggiava la sinistra rivoluzionaria al congresso del partito socialista. Mussolini diventò celebre assumendo la direzione del giornale Avanti! Lenin su la Pravda commentò l’avvenimento, senza citare Mussolini, affermando che in Italia il partito socialista si era incamminato «sulla strada giusta». IN effetti la concezione rivoluzionaria del ventinovenne Mussolini era per qualche aspetto affine a quella del quarantaduenne Lenin, ma non risulta che l’italiano avesse mai sentito nominare Lenin e nulla ancora sapeva del partito bolscevico, concepito da Lenin come un’organizzazione di rivoluzionari di professione, con la quale mirava a conquistare il potere in Russia per instaurare la dittatura del proletariato.

Nel 1917 scoppiò la Rivoluzione di febbraio (secondo il vecchio calendario giuliano). In quel momento Lenin era ancora in Svizzera, e la notizia lo colse impreparato. Insieme a Nadežda Krupskaja e all’amante Inès Armand, Lenin raggiunse la Russia, grazie alla complicità del Kaiser Guglielmo II, già ad aprile.

La rivoluzione di febbraio aveva colto di sorpresa anche Mussolini, che a differenza di Lenin stava combattendo sul fronte italiano, per di più ferito dagli austro-ungarici. Mussolini si considerava socialista, ancora. Ma le sue posizioni erano assai diverse, in quel momento, da quelle dei rivoluzionari russi.

Quando la Rivoluzione di febbraio scalzò lo zar Nicola II dal potere, il nuovo giornale di Mussolini, Il popolo d’Italia, riportò in prima pagina, il 17 marzo: «La Santa Russia rivoluzionaria trionfa della reazione tedescofila. Il nuovo governo sarà l’espressione della Duma e della volontà popolare». Il giornale di Mussolini era convinto che il nuovo governo russo avrebbe proseguito la guerra a fianco delle democrazie. E questo era vero, anche nelle intenzioni del nuovo capo: Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, primo ministro della Russia dopo la caduta dello zar e immediatamente prima che i bolscevichi andassero al potere. Per il popolo d’Italia, «la Russia ormai è nostra. L’immensa forza morale, intellettuale, politica, economica, è entrata, col movimento odierno, definitivamente nell’orbita della civiltà e della libertà occidentale».

Nel suo primo commento sugli eventi russi, il 24 maggio 1917, Mussolini citò per la prima volta Lenin, dichiarando di non credere che la nuova Russia repubblicana avrebbe fatto la pace con la Germania, «assassinando la libertà europea». Se lo avesse fatto, la Russia e tutto l’Occidente, sarebbero stati annientati dal Secondo Reich, ed evocando la massima di Voltaire contro i progetti di pace dell’abbé di Saint-Pierre e Kant, Mussolini chiosava: «la Repubblica pacifondaia di Lenin non è che una parentesi – più o meno tempestosa – fra lo czarismo di ieri e quello di domani… I seguaci di Lenin hanno in programma la pace universale, il che nelle circostanze attuali è semplicemente assurdo. La pace universale è un’insegna di cimitero».

Lenin, invece, all’inizio del 1918, ottenne la pace separata a Brest Litovsk. Mussolini portò avanti la sua guerra e negli anni del dopoguerra fece tesoro della lezione di Lenin, fondando il suo partito rivoluzionario. Nel primo dopoguerra, in Italia, i fascisti della prima ora organizzarono una serie di colpi di mano rapidi e incruenti: la prova generale della marcia su Roma. Qualche anno prima, il controllo dei servizi pubblici – luce, telefoni, acqua – era stato utile a Lenin e Trockij per assediare Pietrogrado. La prima arena fu Ravenna, dove nel settembre del 1921 tremila fascisti accigliati e sporchi, Italo Balbo alla testa – alcuni di essi avevano percorso più di cento chilometri – si impadronirono della città. Il 12 maggio del 1922 fu la volta di Ferrara: sessantatremila fascisti assediarono tutti i punti vitali della città, mentre Balbo teneva il prefetto a mira di pistola, nel castello secentesco che era la sede della prefettura. Diciassette giorni più tardi, ventimila armati, accampati sulla paglia sotto i portici, tennero Bologna per cinque giorni. Una cosa si era dimostrata: qualsiasi città poteva essere occupata e dominata. Il fascismo, quindi, prendeva spunto dai metodi della Rivoluzione russa. Nei decenni successivi, però, in Italia e in Russia si svilupparono due totalitarismi uno contro l’altro armati: il comunismo e il fascismo, che, insieme al nazismo, cagionarono all’umanità delle atrocità inenarrabili, in uno scontro senza limiti, la Seconda guerra mondiale.

[1] Cfr. Benito Mussolini, Il romanzo russo, in: «I Diritti della Scuola, Supplemento Letterario», 8 (1901), p. 21; anche in Opera Omnia, volume 1 (1951), dove si trova come facsmile della prima edizione.