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Roberto Coaloa, storico, giornalista e professore. Un Flâneur, un ozioso affaccendato (mutuando un pensiero di Goethe). Biografo di Carlo d'Asburgo, ultimo imperatore dell'Austria-Ungheria. Studioso del Risorgimento e della Grande Guerra. Dal 2002 scrivo sulle pagine culturali IlSole-24Ore Domenica. Ho scritto e scrivo su La Stampa, su "Saturno", inserto culturale del Fatto Quotidiano, su Libero e sul bisettimanale Il Monferrato. Insegno all'Università Statale di Milano nel corso di Scienze umane per la comunicazione.

LA RIVOLUZIONE DEL1917. UN CONVEGNO A MOSCA. NUOVI INDIRIZZI DI RICERCA, LEV TOLSTOJ E LE ORIGINI CULTURALI DELLA RIVOLUZIONE. LE PRIME REAZIONI DI GRAMSCI E MUSSOLINI IN ITALIA

Il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Mosca, 25-27 aprile 2017.

Il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Mosca, 25-27 aprile 2017.

Tre italiani, Francesca Gori, Roberto Valle e Roberto Coaloa, sono stati a Mosca, tra il 25 e il 27 aprile, per il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Su invito di «The State Central Museum of Contemporary History of Russia» (Il Museo Centrale dello Stato di Storia Contemporanea della Russia), Coaloa ha partecipato alla conferenza internazionale che ha coinvolto molti studiosi (provenienti da tutto il mondo, dall’Università di Stanford e Harvard all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi) per più di centoquaranta relazioni scientifiche.

Roberto Coaloa presenta la sua relazione a Mosca, durante il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Al palazzo del Comintern-Università Sociale dello Stato, 25 aprile 2017. Alla sua destra, seduti, Vladislav Hedeler e Alain Blum.

Roberto Coaloa presenta la sua relazione a Mosca, durante il convegno internazionale sul centenario della Rivoluzione russa, «Documentary Heritage of the Russian Revolution». Al palazzo del Comintern-Università Sociale dello Stato, 25 aprile 2017. Seduti, da sinistra: Vladislav Hedeler e Alain Blum.

Coaloa ha proposto due temi:

1) Lenin e Trockij – I rivoluzionari lettori di Tolstoj.

2) Le prime notizie sulla Rivoluzione russa in Italia. I commenti di Gramsci e Mussolini.

Per il primo tema, lo studioso, seguendo la pista storiografica sulle «origini culturali della Rivoluzione», ha posto la lente d’ingrandimento sul caso russo, andando controcorrente rispetto alla vulgata che vuole Lev Tolstoj come «nemico» della Rivoluzione. Fu addirittura Lenin, nel gennaio 1918, in una celebre replica al socialista centrista francese Boris Souvarine, «Lettera aperta a Boris Souvarine», a scrivere: «È questa la mia risposta alla ridicola accusa che ci è stata mossa di condividere le idee di Tolstoj. Dichiarando che i socialisti devono tendere a trasformare la guerra in corso in guerra civile del proletariato contro la borghesia e per il socialismo, il nostro partito ha ripudiato sia la dottrina tolstoiana che il pacifismo».

Lev Tolstoj, "Guerra e rivoluzione", a cura di Roberto Coaloa, Milano, Feltrinelli, 2015.

Lev Tolstoj, “Guerra e rivoluzione”, a cura di Roberto Coaloa, Milano, Feltrinelli, 2015.

Per Coaloa, invece, l’autore di Guerra e pace è il protagonista di un’origine culturale della Rivoluzione russa: grazie alla costante erosione dell’autorità zarista provocata con il pamphlet Guerra e rivoluzione (censurato in Russia, ma fatto conoscere, non senza difficoltà, in Francia nel 1906, e riproposto da Coaloa con Feltrinelli nel 2015 in una traduzione italiana) e dai tantissimi appelli (contro la guerra russo-giapponese, la pena di morte e il servizio militare). Tolstoj preparò un terreno fertile – in Russia – e anche in Europa (dove erano diffusissimi i suoi scritti “politici”) per il successo di Lenin e Trockij.

L. Tolstoi, "37 ore di lavoro", Firenze, G. Nerbini, s.d. (Milano. Fondazione Feltrinelli).

L. Tolstoi, “37 ore di lavoro”, Firenze, G. Nerbini, s.d. (Milano. Fondazione Feltrinelli).

La relazione, quindi, fa conoscere i fondi nei quali gli scritti “rivoluzionari” di Tolstoj si trovano in archivi e biblioteche del Bel Paese. Per questo motivo la relazione di Coaloa sarà accompagnata da una serie di immagini che illustrano il successo dei libri “politici” di Tolstoj, in Francia, Inghilterra e Italia, e le prime edizioni degli interventi di Lenin e Trockij su Tolstoj, pubblicati su riviste tedesche o su giornali russi, conservati, ad esempio, alla Fondazione Feltrinelli di Milano.

Sempre alla Fondazione Feltrinelli di Milano si possono consultare i primi articoli scritti da Gramsci e Mussolini sulla Rivoluzione russa. Questi ultimi illustrano molto bene le posizioni di due socialisti della prima ora, che amarono Lenin e la Rivoluzione russa. Gramsci restò un lucido studioso del fenomeno rivoluzionario. Mussolini, invece, fondò un altro movimento rivoluzionario, il fascismo, che prese ad esempio la metodologia “inventata” da Lenin e Trockij per prendere il potere in Italia.

La cerimonia di apertura della conferenza di Mosca si è svolta il 25 aprile, nel palazzo del Comintern-Università Sociale dello Stato, in Via Wilgelma Pika 4.

Oltre all’intervento di Coaloa, interessanti gli interventi, sulle nuovi fonti storiche sulla Rivoluzione, dell’olandese Marien van der Heijden e del francese Alain Blum. Notevole l’intervento di Irina Lukka sui fondi della National Library of Finland.

 

Lenin e Trockij – I rivoluzionari lettori di Tolstoj

Di Roberto Coaloa

La Rivoluzione russa non è l’opus perfectum della filosofia marxista e del pensiero dei suoi due maggiori capi, Vladimir Il’ič Ul’janov e Lev Davidovič Bronštejn. Ciò che conta è l’inserimento, tanto della Rivoluzione russa, quanto di Lenin, Trockij, i bolscevichi e del marxismo in Russia, in uno sviluppo storico più ampio, che è, questo sì, la vera Rivoluzione e che è sostanzialmente il passaggio da una vita mitica tradizionale (mitica di religione, di sacralità, di autorità religiosa e politica) a una vita mitica nuova, o fede comune rinnovata, la cui affermazione più forte è di non volersi o di non sapersi mitica.

La Russia, dopo il 1917, grazie ai rivoluzionari, è traghettata in un “Mondo Nuovo”. Come notarono lucidamente Lenin e Trockij, quel “Mondo Nuovo” non è la Russia di Tolstoj, ma quella dei rivoluzionari.

La Russia sovietica è un’altra cosa. Trockij, già nel 1908, scriveva che Tolstoj non è dalla parte dei rivoluzionari, ma: «benché egli si rifiuti di accogliere con simpatia i nostri obiettivi rivoluzionari, sappiamo che ciò accade perché la storia ha rifiutato a lui personalmente la comprensione dei suoi sentieri rivoluzionari. Noi non lo condanneremo. E apprezzeremo sempre in lui non solo il suo grande genio, che non morrà sinché vivrà l’arte umana, ma anche il suo inflessibile coraggio morale che gli ha permesso di restarsene tranquillamente nelle file della loro ipocrita Chiesa, della loro società e del loro Stato, ma lo ha condannato a restare un solitario tra i suoi innumerevoli ammiratori». Lenin, anche lui nel 1908, osservava all’inizio del suo primo intervento dedicato interamente a Tolstoj: «Può sembrare a prima vista strano e artificioso collegare il nome del grande artista alla rivoluzione, che manifestamente non ha compreso e da cui si è evidentemente distolto».

Eppure, come già notò Vittorio Strada, nella letteratura russa prima della Rivoluzione, e in particolare in Tolstoj, scorgiamo certo i temi della tradizione del “Vecchio Mondo”, ma anche quelli della rivoluzione del “Mondo Nuovo”. Strada ripercorre e interpreta le pagine dedicate a Tolstoj di Lenin e Trockji, concludendo che «In Tolstoj dobbiamo riconoscere una delle testimonianze più autentiche e grandi della crisi della cultura del nostro tempo e una delle prove più limpide del dramma della cultura di questo tempo di crisi. Da Tolstoj dobbiamo accogliere la forza spirituale della sua inquieta e spietata ricerca della verità. A Tolstoj dobbiamo guardare affinché l’eroismo e la debolezza della sua “non resistenza” ci ispirino una più forte affermazione dei valori della giustizia e della libertà». [1]

Quale rivoluzione secondo Lev Nikolaevič?

Questa caricatura è stata disegnata nell'agosto 1908 prendendo spunto dal tentativo mancato di rinchiudere Lev Nikolaevič Tolstoj in monastero (pubblicata il 5 settembre 1908 su The Manchester Guardian). Lo zar si rivolge allo scrittore dicendo: "Io ti rinchiuderei... se tu non fossi così grande!" (Collezione privata di Roberto Coaloa).

Questa caricatura è stata disegnata nell’agosto 1908 prendendo spunto dal tentativo mancato di rinchiudere Lev Nikolaevič Tolstoj in monastero (pubblicata il 5 settembre 1908 su The Manchester Guardian). Lo zar si rivolge allo scrittore dicendo: “Io ti rinchiuderei… se tu non fossi così grande!” (Collezione privata di Roberto Coaloa).

Le riflessioni proposte in questo mio piccolo intervento, accolto nell’ambito della grande conferenza internazionale «Documentary Heritage of the Russian Revolution», si sono ampiamente avvalse delle critiche e dei suggerimenti rivolti da amici di lettere, all’indomani della mia pubblicazione, nel 2015, dell’inedito di Tolstoj Guerra e rivoluzione per Feltrinelli. Questo volume mette in evidenza che le parole di Lenin su Tolstoj non sono vere. Tolstoj ha compreso la Rivoluzione del 1905 e non si è «evidentemente distolto» da quegli eventi. Soprattutto Lenin ha torto quando scrive, nel 1908: «Tolstoj è ridicolo in quanto profeta che avrebbe scoperto nuove ricette per la salvezza dell’umanità».

In questi anni ho proseguito le mie ricerche sul grande scrittore russo, svelando il fascino che il suo pensiero ha avuto su un apostolo della non violenza come Gandhi. Ho poi mostrato le differenze sostanziali tra i pacifismi dei socialisti italiani, come il Nobel per la pace Ernesto Teodoro Moneta, e il pensiero di Tolstoj. Gli scritti di Tolstoj non lasciano spazio ad alcun equivoco: o la trasformazione della società sarà spirituale, oppure non sarà. Tolstoj è contro ogni tipo di violenza e a differenza di Marx sottolinea ripetutamente la natura fortemente religiosa di questa auspicata palingenesi.

Guerra e rivoluzione espone le riflessioni tra le ultime di Tolstoj. Vi si avverte tutto il peso di un’epoca che in Europa fu detta bella, ma che in Russia vide l’avventura disastrosa della guerra russo-giapponese e la fallita rivoluzione del 1905. Esse annunciavano per il mondo una svolta importante, il massacro fratricida della Prima guerra mondiale (che Tolstoj non vide ma di cui avvertì, tra i primi, l’incombente minaccia, l’ineluttabile precipizio).

Che Tolstoj fosse radicalmente contrario alla guerra col Giappone è prevedibile ed evidente. Lo scrittore, però, non attribuisce le cause della guerra agli zar, agli imperatori o ai capi del governo, ma «all’ordine delle cose che facilita le loro imprese nefaste e porta l’infelicità a milioni di uomini. Quindi il meccanismo sociale è il colpevole, e per conseguenza sono colpevoli coloro che l’hanno stabilito».

Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità. Di Roberto CoaloaIl sottoscritto, dopo Guerra e rivoluzione, ha proposto una biografia, Lev Tolstoj. Il coraggio della verità, edita da Edizioni della Sera (con una prefazione di Goffredo Fofi); poi nel 2016 un volume tra arte e storia, Lev Tolstoj e l’Italia, pubblicato da Gli Ori, e la traduzione dal russo di un saggio che mancava dalle librerie italiane da più di cinquant’anni, il saggio critico di Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, per Libreria Utopia Editrice.

Ho cercato, in questo ultimo lavoro, di essere preciso nella ricerca delle fonti e di avere il massimo scrupolo filologico: diversamente da molte ultime operazioni editoriali su Tolstoj in Italia, non mi sono limitato a proporre delle vecchie traduzioni o peggio delle traslazioni non dal russo originale ma dal francese o dall’inglese (com’è accaduto recentemente per la ripresa dei Diari, dello scritto Che fare, dunque? e di alcuni scritti di Lenin su Tolstoj). Per il saggio di Tolstoj su Shakespeare, ad esempio, la mia traduzione si basa sull’edizione russa delle Opere complete in novanta volumi, dove il saggio O Šekspire i o drame (kritičeskij očerk) si trova nel trentacinquesimo tomo, stampato a Mosca nel 1950, da pagina 216 a pagina 272.

COPERTINA DI LEV TOLSTOJ SU SHAKESPEARE E IL DRAMMA (A CURA DIL’attacco al Bardo di Tolstoj è assai significativo perché possiamo notare in che misura tracce del pensiero di Tolstoj sull’arte e la letteratura siano presenti nella riflessione di Lenin e quindi anche nel progetto e nel programma politico del partito. Per esempio, la concezione educativa, didattica dell’arte, sviluppata a fondo da Tolstoj nell’ultima parte della sua vita, non appare certo estranea al modo di concepire l’arte e il suo ruolo nella società che sarà fatto proprio dai bolscevichi e poi dal partito comunista.

Inoltre, mi sono confrontato, da decenni, con i maggiori esperti di Tolstoj. In Italia con Igor Sibaldi e Pier Cesare Bori, recentemente scomparso, al quale ho dedicato il lavoro di scoperta di Guerra e rivoluzione. All’estero con George Steiner, con il quale sono in corrispondenza. In Russia sono in contatto con le case-museo dedicate a Tolstoj, a Mosca e a Jasnaja Poljana, grazie al nipote di Tolstoj, Vladimir, attuale direttore della casa-museo di Jasnaja-Poljana. In Francia sono in stretto contatto con la contessa Colette Tolstoj.

Per il saggio Guerra e rivoluzione, ho avuto l’ausilio prezioso di una vera e propria passione bibliofila, che mi ha consentito di ritrovare un saggio completamente sconosciuto, perché censurato all’epoca e divenuto introvabile fino all’edizione italiana di Feltrinelli.

È tra l’ottobre e il novembre 1905 che Tolstoj produce quest’opera. Tolstoj indica la strada agli uomini verso una «vera concezione della vita». Per liberarsi da tutti i mali di cui soffrono gli uomini c’è un unico mezzo: il lavoro interiore che ognuno di noi deve fare al fine d’essere l’architetto del proprio miglioramento morale. Delegando il loro potere gli individui realizzano invece una sorta di schiavitù volontaria. Su questo tema Tolstoj attinge al pensatore Étienne de La Boétie, filosofo, scrittore, politico e giurista francese. Del misterioso Étienne de La Boétie, morto a soli trentatré anni, si conosce poco della vita e molto della sua amicizia con Montaigne, il quale, il 18 agosto 1563, vide morire tra le sue braccia l’amico. In Guerra e rivoluzione, Étienne de La Boétie è fatto conoscere alla rete pacifista dello scrittore russo, Alcune pagine dell’opera riportano i passi salienti del Discorso della servitù volontaria (o Il Contr’uno) a cui Tolstoj dedica un intero capitolo.

Lo scrittore russo per citare Étienne de La Boétie si serve di un testo a lui contemporaneo, il Discours sur la servitude volontaire, par E. de La Boétie, Edition de la Bibliothèque nationale, Paris 1901 (manoscritto della biblioteca di Henri de Mesmes, rinvenuto e pubblicato nel 1853 da J.-F. Payen). È importante osservare questa fonte di Tolstoj. Il pensiero del filosofo francese, infatti, ispirò anche il testo di Bakunin Stato e anarchia (1873), riflessione energica e tumultuosa sulla schiavitù imposta dagli imperi europei nell’Ottocento. Satira, ironia, pagine stilisticamente entusiasmanti per descrivere la miseria morale degli uomini. Questa è la lezione di Étienne de La Boétie, che Bakunin fa sua: «Il servilismo è una schiavitù volontaria». La stessa cosa fa Tolstoj, che a differenza di Bakunin cita abbondantemente l’autore francese.

Guerra e rivoluzione – una sofferta orazione che riflette sugli assetti politici del primo Novecento – fu poi pubblicato a Parigi, non senza difficoltà. Il volume diventò presto introvabile anche in Francia. Era Vladimir Čertkov, segretario e organizzatore infaticabile del movimento tolstojano, a coordinare lo spaccio dei testi del maestro di Jasnaja Poljana. La trasposizione del testo russo in francese fu quella di uno dei più importanti traduttori dello scrittore, Ely Halpérine-Kaminsky e comparve nel 1906, con il suggestivo titolo Guerre et Révolution. La fin d’un monde, presso la Bibliothèque-Charpentier dell’editore parigino Eugène Fasquelle.

Il libro è di 260 pagine nell’edizione di Parigi. La traduzione italiana di questo testo, pubblicato per la prima volta da Feltrinelli, è stata condotta da me nella citata edizione del 1906, con un puntuale confronto tra le variazioni del testo in russo che si trovano nell’edizione in 90 volumi dell’opera omnia dello scrittore.

Guerra e rivoluzione è importante per capire il pensiero di Tolstoj. Dal testo scaturisce quale sia il momento storico (la guerra russo giapponese, iniziata nel 1904, e la rivoluzione del 1905) in cui si afferma la convinzione di «rifiutare ogni violenza». Quanto alla fallita rivoluzione del 1905, e alle altre che potrebbero esplodere e che a suo parere senz’altro esploderanno, il giudizio di Tolstoj è netto: «la rivoluzione con la violenza ha fatto il suo tempo». Tolstoj prevede e annuncia la rivoluzione che verrà e ne spiega le cause, che sono sociali ed economiche e prima di tutto spirituali, morali, ma non approva le strade della violenza, né accetta che a un’idea di Stato se ne sostituisca un’altra che avrebbe un peso uguale nella vita dei singoli, e non auspica che l’economia possa seguire, anche sotto un nuovo regime, le stesse strade del progresso sino allora seguite da ogni potere, non solo in Russia. Tolstoj, quindi, è contrario ad ogni rivoluzione, se attuata con la violenza.

Leone Tolstoi, "Ai soldati - agli operai", Milano, Sonzogno, s.d. (Clooezione privata di Roberto Coaloa).

Leone Tolstoi, “Ai soldati – agli operai”, Milano, Sonzogno, s.d. (Collezione privata di Roberto Coaloa).

Ad ogni modo, grazie a una serie di scritti, diffusi fuori dalla Russia, ma stampati con fortuna in Inghilterra, come Patriotism and government, o in Italia, come Ai soldati – agli operai, Tolstoj è indiscutibilmente il protagonista di un’origine culturale della Rivoluzione russa, grazie alla costante erosione dell’autorità zarista provocata dai suoi appelli.

Tolstoj è contro lo Stato. Tolstoj vuole abolire lo Stato e la sua autorità basata sulla violenza. Lo Stato russo, ad esempio, è colpevole della guerra russo-giapponese. Per lo scrittore la Russia deve disinteressarsi di ogni guerra, perché essa deve compiere «la grande rivoluzione». Questa concezione sarà fatta propria da Gandhi, nel suo Satyagraha, la “Resistenza attiva”, mediante l’amore e il sacrificio, nella stessa intrepidezza d’animo che si oppone alla passività. Nel momento in cui Tolstoj scrive le pagine di Guerra e rivoluzione, lo scrittore era ancora commosso per uno dei più tragici esempi di questa eroica non resistenza al male, la sanguinosa manifestazione del 22 gennaio 1905, a Pietroburgo, dove una folla inerme, condotta dal pope Georgij Apollonovič Gapon, si lasciò mitragliare e sciabolare, senza un grido di odio, senza un gesto per difendersi. Quella giornata fu detta «la domenica di sangue» e segnò il preludio della prima Rivoluzione russa.

Tolstoj, per le sue parole usate in Guerra e rivoluzione fu sempre di più considerato scomodo dal movimento socialista, anche in Francia. Contro Tolstoj si sparava in maniera vigorosa: la prima fucileria era quella zarista, la seconda era il fuoco amico (i socialisti): un anno dopo la strage del 22 gennaio 1905, L’Humanité ricordava la Rivoluzione russa e, il 21 febbraio 1906, commentava l’appello di Tolstoj ai governanti, ai rivoluzionari e al popolo russo con queste parole: «Ma il filosofo evangelico non crede che i rivoluzionari possano migliorare la sorte del popolo, se essi non rendono gli uomini migliori. E Tolstoj conclude affermando che se i contadini conducono una vita tranquilla, non hanno bisogno di governo. Si può vivere senza un governo. La voce del grande filosofo s’innalza nel deserto. Il suo moralismo evangelico, ormai, non può esercitare nessuna influenza».

Il fuoco amico era quello più pericoloso perché condannava Tolstoj al ruolo di profeta inascoltato, in esilio forzato, distante anni luce dal suo tempo. Era una censura del suo pensiero, incompreso dai suoi contemporanei perché troppo ancorati ai vecchi schemi ottocenteschi (così pensavano, ad esempio, i socialisti come Moneta, i rivoluzionari come Lenin, la cui massima aspirazione era allora fare un’esperienza comunista sull’esempio della Comune di Parigi).

L’Humanité commenta l’appello ai russi, che, all’inizio del 1906, è un testo assai citato dalla Frei Deutsche Presse, ma come abbiamo visto il giornale socialista francese non crede agli appelli di Tolstoj, che, intanto, tuona: «La vostra salvezza non sta nelle Dume».

Tolstoj esorta i russi a compiere la vera rivoluzione: quella che ha descritto in Guerra e rivoluzione. Per lo scrittore è importante tale cambiamento, soprattutto dopo il succedersi degli eventi in Russia.

Preoccupato dallo sciopero generale e dai gravi tumulti dell’agosto 1905, lo zar emanò un proclama in cui, tra l’altro, si annunciava l’imminente convocazione di un parlamento (la Duma elettiva) con poteri legislativi. Le elezioni – a suffragio “composito”, a base censitaria, con elezioni indirette per i contadini – si svolsero alla fine d’aprile del 1906 e vennero ampiamente boicottate dai socialdemocratici e dalla sinistra. La Duma si riunì per la prima volta il 10 maggio, sciogliendosi meno di tre mesi dopo, a cagione dei disaccordi con il governo riguardo alle terre della famiglia imperiale, della chiesa, e dei maggiori latifondisti – che la Duma insisteva doversi distribuire al popolo. Nell’ottobre del 1905, durante il più grande sciopero della storia russa, a Pietroburgo duecentomila operai elessero un consiglio (Soviet), che si impose come un “secondo governo”, in concorrenza di quello zarista. L’attività del Soviet di Pietroburgo, guidato da Trockij, continuò tra continui appelli al popolo perché desse inizio alla rivoluzione, fino a dicembre di quell’anno, quando tutti i membri del Soviet furono arrestati. Trockij in prigione scrive Risultati e prospettive, dove, per la prima volta, avanza la teoria della «rivoluzione permanente».

I primi appunti di Tolstoj per questo appello risalgono all’inizio del novembre 1905, quando lo scrittore stava ancora lavorando alla seconda parte di Guerra e rivoluzione, dal titolo La fine di un mondo. Le prime stesure complete risalgono alla metà di dicembre. Risulta netta, fin da allora, la suddivisione dell’appello in tre parti, mentre il tono è più brusco, soprattutto nei confronti dei rivoluzionari. Gli obiettivi dei Trockij, dei Khrustalev-Nosar, sono definiti abietti e stupidi, «una tremenda follia», i cui atti «sono degni di malati di mente, che han perduto ogni sembiante umano, o di bestie rabbiose».

Nell’autunno del 1906, le riviste europee ripresero integralmente l’appello di Tolstoj. In Russia, invece, le riviste rimasero in silenzio. Solo nel 1907, il Novoe vremja pubblicò alcuni passi, eliminando qualsiasi riferimento al governo. Anche dopo la morte di Tolstoj, l’opera fu vietata in Russia. La moglie pubblicò l’appello nel 1911, ma il volume fu prontamente confiscato. Le parole di Tolstoj caddero, così, nel vuoto: «Sì, a voi, uomini di governo, non restano adesso che due vie di scampo: una strage fratricida e tutti gli orrori della rivoluzione, cui farà tuttavia seguito una inevitabile ignominiosa rovina, oppure venir incontro pacificamente all’eterna e giusta esigenza di tutto il popolo, indicando così anche ai popoli cristiano la via e la possibilità di distruggere quell’ingiustizia a motivo della quale gli uomini soffrono da tanto tempo e tanto crudelmente».

Gli uomini del governo russo scelsero la prima via: la strage nella guerra del 1914, la rivoluzione nel 1917, l’assassinio della famiglia imperiale russa nel 1918. Mai Tolstoj fu più profetico. Resosi conto d’essere inascoltato in Europa, la sua attenzione e le sue speranze si rivolsero allora all’Oriente, all’India in particolare.

La storia, a ben riflettere, è davvero diventata più cauta nell’indicazione dei rapporti di causa ed effetto. La difficoltà di addomesticare l’emergenza rude dell’avvenimento in categorie idonee a spiegarlo e l’impossibilità di pensare ormai l’avvenimento storico come necessario e dominato da una conclusione data hanno insegnato agli storici la prudenza e il dubbio. Si pensa forse di sfuggire ai pericoli della previsione retrospettiva, enunciata dopo che l’avvenimento si è svolto, sostituendo una parola a un’altra? La nostra intima convinzione è che parlando di un’origine culturale della Rivoluzione russa si permette di fare eco al percorso storiografico che, in questi ultimi cinquant’anni, ha accordato vantaggi maggiori alle ricerche di sociologia culturale che alla storia tradizionale delle idee. Essa è anche un mezzo per affermare che perfino le innovazioni concettuali più potenti e più singolari s’iscrivono in determinazioni collettive che, al di qua dei pensieri chiari, danno ordine e sovrintendono alle costruzioni intellettuali. Ma soprattutto essa vorrebbe indicare una trasformazione della domanda stessa: non si tratta più di sapere se l’avvenimento è già presente nelle idee che lo annunciano, lo prefigurano o lo rivendicano, ma di riconoscere i mutamenti di credenza o di sensibilità che renderanno decifrabile, accettabile la distruzione così rapida e così profonda dell’antico ordine politico e sociale. In questo senso attribuire “origini culturali” alla Rivoluzione russa non è in nessun modo stabilire le sue cause, ma piuttosto reperire alcune condizioni che l’hanno resa possibile, possibile perché pensabile. Seguendo la pista storiografica francese sulle «origini culturali della Rivoluzione», ho tentato di mettere la lente d’ingrandimento sul caso “culturale” russo, andando controcorrente rispetto alla vulgata che vuole il grande scrittore Lev Tolstoj come “nemico” della Rivoluzione. Da qui risulta interessante la riscoperta della lettura delle opere di Tolstoj che fecero i due titani della Rivoluzione d’ottobre, Lenin e Trockij, che riconobbero nello scrittore il grande artista, criticando però il suo pensiero anarchico, non concorde ai temi della Rivoluzione del 1917. Il sottotitolo di questo mio intervento potrebbe essere: «Le origini culturali della Rivoluzione russa».

Questo, lo anticipo, è il mio prossimo ampio e difficile lavoro di indagine e ricerca.

Adesso, però, entrerò nel vivo di questa relazione, notando da subito che potremmo scrivere una sorta di vite parallele dei due rivoluzionari e notare i punti sui quali il loro pensiero, unito dalla Rivoluzione, si distacca: dal giudizio su Tolstoj alla condotta da seguire per la pace di Brest-Litovsk. Interessante, inoltre, è osservare che tra Lenin e Trockij ci furono dei personaggi molto vicini allo scrittore russo. Ad esempio, Vladimir Bonč-Brujevič (1873-1955), che, dopo la morte di Tolstoj, divenne il segretario di Lenin (una figura interessantissima, poco nota, nonostante abbia collaborato prima della Rivoluzione con lo scrittore per far espatriare la setta dei Duchobory, perseguitati dallo zar, in Canada).

LENIN LEGGE TOLSTOJ

In Unione Sovietica si vendeva nelle edicole dei giornali, tra le decine di opuscoletti con la copertina morbida sempre esposti in vetrina. Si dava come esame a scuola, Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa, e non si poteva leggere Guerra e pace senza doversi sorbire anche il commento al vetriolo di Lenin, che con Tolstoj aveva un conto in sospeso, tanto da esserci tornato più volte, senza risparmiargli nulla: «utopista», «reazionario», «nocivo», «ingenuo», «debole», «contraddittorio», «immaturo». Il rivoluzionario compose tra il 1908 e il 1911 gli scritti su Tolstoj. Con il titolo Scritti su Tolstoj sono stati pubblicati ora in Italia, tradotti non dall’originale russo, ma dalla versione francese, di Vladimir Pozner, pubblicata a Parigi negli Anni Trenta da Romain Rolland.[2]

La polemica di Lenin con Tolstoj non è solo un documento interessante di un’epoca, ma anche l’autoritratto del leader della Rivoluzione e spiega molti tratti di quello che è stato il bolscevismo. Lenin riconosce la grandezza letteraria di Tolstoj: «Che colosso! Che figura gigantesca!», disse a Maksim Gor’kij, in un episodio diventato agiografico.

Così come non sono i condottieri alla Napoleone a vincere le battaglie, ma gli anonimi soldati che compongono gli eserciti, per Lenin il merito principale di Tolstoj sta nell’essersi fatto portavoce delle richieste di rinnovamento susseguitesi in Russia tra l’abolizione della servitù della gleba nel 1861 e la fallita rivoluzione del 1905. Lenin propone un bellissimo titolo per il suo primo intervento: Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa. La rivoluzione è ovviamente quella che segue la disastrosa guerra russo-giapponese. Lenin pensa al 1905, eppure la tesi di Tolstoj, “specchio” della rivoluzione, sarà ripresa, negativamente, da numerosi pensatori antibolscevichi, sotto forma di Tolstoj “precursore” o “padre” del bolscevismo. Per Lenin, molto semplicemente, laddove si schiera dalla parte delle necessità del popolo, Tolstoj è geniale. Fallisce miseramente, invece, quando pretende di ricondurre alla dimensione religiosa un sommovimento che, secondo Lenin, non può essere risolto se non attraverso il rigore del materialismo storico. Proprio su questo punto Tolstoj avrebbe avuto di che obiettare.

Vladimir Lenin, "Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa". Edizione sovietica (Collezione di Roberto Coaloa)

Vladimir Lenin, “Lev Tolstoj, come specchio della Rivoluzione russa”. Edizione sovietica (Collezione di Roberto Coaloa)

Agli occhi di Lenin, Tolstoj è lo specchio fedele della rivoluzione del 1905, della sua forza e delle sue contraddizioni; incarna in sé, nella sua vita, nella sua ideologia e nelle sue opere, i sentimenti, la rabbia, il desiderio di una vita e di una società diverse che percorrono il mondo contadino russo dopo il 1861, ossia dopo la fine della servitù nelle campagne e l’avvio di una transizione rapida e drammatica verso una gestione di tipo capitalistico delle proprietà terriere, e insieme l’incapacità di tradurre in programma politico, in una prassi politica radicale questa trama confusa di aspirazioni, nostalgie, insofferenze. «Da noi, nel momento attuale, tutto […] è stato sconvolto e cerca di ordinarsi»: questa frase di un personaggio di Anna Karenina, Konstantin Dmitrič Lëvin, riassume in modo perfetto, sostiene Lenin, quanto accade in Russia tra il 1861 e il 1905, la trasformazione rapida e tumultuosa di un modo che per secoli era rimasto almeno apparentemente immobile, il trauma di una transizione verso esiti difficilmente prevedibili ma immediatamente percepiti come minacciosi, la difficoltà di immaginare modi di contrastare con efficacia questi processi. L’opera di Tolstoj, nella lettura di Lenin, è tutto questo, in modo magnifico, grandioso, irritante: la denuncia impietosa, realistica di un sistema di relazioni sociali inique, la descrizione di vite sfigurate e avvilite da povertà e ignoranza. Tutto quello che ha affascinato generazioni di lettori di Tolstoj – l’introspezione, i dialoghi, i ritratti psicologici, l’anatomia delle relazioni – sfugge allo sguardo di Lenin. Il «conte-contadino» è per lui un grande critico del sistema, del capitalismo e dello sfruttamento, che ha descritto magistralmente ciò che il popolo deve odiare, senza però indicare gli strumenti che questo odio deve adoperare. Quello che fa più imbestialire Lenin è la «non comprensione» della rivoluzione proletaria, «la predica di una delle cose più ignobili che sono al mondo, ovvero la religione» e soprattutto la «non resistenza al male». La non violenza di Tolstoj è, secondo Lenin, la causa della sconfitta della prima rivoluzione russa del 1905, e ai contadini disperati per il collasso del patriarcale mondo rurale della servitù propone come rimedio la lotta di classe, perché «la letteratura non può non essere di partito», come scrisse in un altro saggio imparato a memoria da generazioni di scrittori e critici sovietici.

È un’interpretazione, questa tracciata con rapidi schizzi da Lenin, tutt’altro che superficiale, ben presente nel dibattito interpretativo degli anni successivi. Non a caso, di questa lettura si sarebbe impadronito due decenni dopo, alla metà degli anni Trenta, György Lukàcs nei suoi Saggi sul realismo.

Tolstoj è una presenza costante nelle opere di Lenin, che lo aveva letto avidamente e, ne siamo sicuri, ne aveva discusso a lungo con le sue compagne: Nadja Krupskaja e Elisabeth Inès Armand. Le due donne avevano letto Tolstoj, e, per un periodo della loro vita, furono delle addette al culto del profeta di Jasnaja Poljana. Ma questa è un’altra storia, da approfondire in un’altra sede.

TROCKIJ LEGGE TOLSTOJ

“Penna”, come veniva soprannominato dai suoi compagni, manifesta la sua ammirazione per Tolstoj quasi nello stesso momento in cui si esprime il compagno Lenin, tra il 1908 e il 1910, cioè nei festeggiamenti dell’ottantesimo compleanno dello scrittore e al momento della sua morte. Quelle di Trockij sono pagine sorprendentemente letterarie, con intuizioni critiche, interpretazioni inedite, che provano le grandi qualità del rivoluzionario come semplice “lettore”, ma di gran classe. Trockij, ad esempio, nota come Dostoevskij abbia pensato e preso a modello Tolstoj nel suo Podrostok (L’adolescente), del 1875, nella parte finale del libro, dove si discute del ruolo della nobiltà russa. Trockij non cita il testo che riproduce di Dostoevskij, ma a un’attenta analisi si tratta proprio di Podrostok: «In una delle sue novelle Dostoevskij – l’abitante della città senza rango o titolo e il genio dell’anima inguaribilmente angustiata – questo poeta voluttuoso della crudeltà e della commiserazione contrappone nettamente ed espressamente se stesso al conte Tolstoj, cantore delle forme perfette del passato dei proprietari terrieri. “Se io fossi un romanziere russo e un romanziere di talento – dice Dostoevskij, parlando per bocca di uno dei suoi personaggi – vorrei immancabilmente trarre i miei eroi dalla ben nata nobiltà russa, perché questo è il solo tipo di russo capace di un minimo di sembianza di un bell’ordine e di belle sembianze… Dicendo questo, non sto affatto scherzando, benché io stesso non sia nobile, come già sapete… Credetemi, è qui che abbiamo avuto tra noi qualcosa di veramente bello sino a ora. Comunque, qui vi è qualcosa tra noi che è almeno perfetto. Non lo dico perché io sia d’accordo senza riserve con l’esattezza e la schiettezza di questa bellezza; ma qui, per esempio, abbiamo avuto forme perfette di onore e di dovere, che, a parte la nobiltà, in Russia non si possono trovare in nessun luogo non solo compiute, ma neppure in embrione… La posizione del nostro romanziere – continua Dostoevskij, senza menzionare Tolstoj, ma incontestabilmente pensando a lui – in tal caso sarebbe stata del tutto definita. Egli non sarebbe stato capace di scrivere se non storicamente, perché ai nostri giorni il tipo di bellezza non esiste più e se ve ne fossero in giro degli avanzi, secondo l’opinione prevalente, non avrebbero conservato alcuna bellezza per se stessi”. Quando il “bel tipo” è scomparso, sono caduti in rovina non solo gli oggetti immediati della creazione artistica, ma anche i fondamenti del fatalismo morale di Tolstoj e del suo panteismo estetico».

Saggio di Lev Trockij su Tolstoj. 1908 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Saggio di Lev Trockij su Tolstoj. 1908 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Trockij nel suo primo lavoro, Lev Tolstoj, pubblicato nella rivista della socialdemocrazia tedesca Die neue Zeit, il 18 settembre 1908,[3] propone un’analisi globale dell’opera dello scrittore russo. Il secondo lavoro è un breve articolo, dedicato alla morte di Tolstoj, pubblicato nella Pravda (giornale pubblicato a Vienna in lingua russa, tra il 1908 e il 1912).

Rispetto all’analisi “politica” di Lenin, colpisce in Trockij lo spunto puramente letterario della sua analisi. In Leo Tolstoi («Von L. Trotzky», come si legge nella rivista tedesca del 1908), Trockij esordisce con queste parole: «Tolstoj ha compiuto il suo ottantesimo compleanno e ora sta dinanzi a noi come un’enorme rupe frastagliata, coperta di muschio e proveniente da un mondo storico diverso… Cosa degna di nota: non solo Karl Marx, ma per citare un nome tratto dal campo più vicino a Tolstoj, anche Heinrich Heine ci sembra nostro contemporaneo. Invece dal nostro grande contemporaneo di Jasnaja Poljana siamo già separati da un flusso di tempo irreversibile che differenzia ogni cosa».

Trockij, nella prima parte del suo saggio, in realtà, come poi tanti altri rappresentanti della sociologia marxista, insiste su un aspetto della biografia tolstojana: la sua origine aristocratica. Osserva Trockij: «Quest’uomo aveva trentatré anni quando la servitù fu abolita in Russia. Come discendente di dieci generazioni non toccate dal lavoro, egli si è maturato e si è formato in un’atmosfera di vecchia nobiltà, tra i campi ereditati, in una spaziosa casa signorile, all’ombra dei viali di tigli, in una tranquillità da patrizio».

A parte queste pagine, che riecheggiano quelle di Plechanov: «Tolstoj fu e fino alla fine della sua vita rimase un grande barin», cioè un gran signore della nobiltà, le pagine più notevoli sono altrove, dove il rivoluzionario si dimostra grande critico: «Lo stile di Tolstoj è identico al suo genio: calmo, non affrettato, frugale senza essere avaro o ascetico: è muscoloso, all’occasione acuto, e rude. È tanto semplice e sempre incomprensibile nei risultati (è lontano da Turgenev che è lirico, civettuolo, scintillante e consapevole della bellezza della sua lingua, come lo è dalla lingua di Dostoevskij così tagliente, così involuta e butterata)».

Trockij, infine, ha parole di ammirazione per il vecchio conte di Jasnaja Poljana: «Nel fuoco della più vile e più criminale controrivoluzione che si sia registrata, che cerca con le orde delle sue forche di eclissare per sempre il sole dalla nostra terra; nell’atmosfera soffocante di un’opinione pubblica degradata e codardamente ufficiale, l’ultimo apostolo del perdono cristiano, in cui si riaccende la collera dei profeti biblici, ha lanciato il suo pamphlet Non posso tacere come una maledizione sopra le teste di coloro che agiscono da carnefici e come una condanna per coloro che mantengono il silenzio». 

GUERRA E PACE COME FIABA, NON COME ROMANZO STORICO. LA SUA PORTATA RIVOLUZIONARIA

« Eh bien, mon prince. Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, delle proprietà, de la famille Buonaparte. Non, je vous préviens que si vous ne me dites pas que nous avons la guerre, si vous vous permettez encore de pallier toutes les infamies, toutes les atrocités de cet Antichrist (ma parole, j’y crois) – je ne vous connais plus, vous n’êtes plus mon ami, vous n’êtes plus il mio fedele schiavo, comme vous dites… Be’, intanto vi do il benvenuto. Je vois que je vous fais peur, sedete e raccontate ».

Così diceva nel giugno 1805 la famosa Anna Pàvlovna Scherer, damigella di corte e intima confidente dell’imperatrice Màrija Feodòrovna, accogliendo il principe Vasìlij…

Questo è il famoso incipit del capolavoro di Tolstoj. Recentemente, partendo proprio da queste prime righe, alcuni studiosi hanno suggerito una lettura controcorrente del romanzo, proponendo un’indagine sulla controversa questione del rapporto di Tolstoj con il mondo della massoneria russa, che lo avvicinerebbe sempre di più ai fermenti rivoluzionari nella Russia zarista, a partire dall’esperienza decabrista, fino alla tormentata vecchiaia dello scrittore.[4]

«Bezuchov, lui è blu, blu scuro e rosso, ed è quadrato…». Cosa si cela dietro queste misteriose parole di Nataša Rostova, o dietro la strana allusione del principe Andrej Bolkonskij a dei guanti di donna? Qual è il significato della rinascita di Pierre sullo sfondo dell’incendio di Mosca del 1812? E da dove ha origine l’immagine di Platon Karataev, con la sua rotondità?

Peregrinando nel laboratorio in cui hanno preso forma personaggi divenuti immortali, tra foglietti, appunti, varianti e brutte copie, alla scoperta di manoscritti, testi ermetici, rituali massonici – un materiale ricchissimo, tuttora sepolto negli archivi di Mosca, che ha nutrito l’immaginazione creativa di Tolstoj nei sette anni di gestazione di Guerra e pace – gli studiosi (compreso il sottoscritto, che si sente onorato d’essere considerato un “Толстовед” Tolstoved, un autentico studioso di Tolstoj), hanno svelato come nel tempo siano cambiati l’impianto del romanzo e la tecnica narrativa dello scrittore, proprio sotto la suggestione del simbolismo massonico e del linguaggio delle scienze ermetiche. Una prospettiva nuova, che apre squarci imprevedibili sull’epoca e sugli uomini che l’hanno abitata.

«Guerra e pace è il miracolo di una rinascita di epos in un mondo ormai morto all’epos», ha notato Vittorio Strada.[5] Un miracolo che, in parte, è storicamente spiegabile, poiché tale resurrezione avviene in una zona specifica del mondo, a metà cammino tra passato contadino e futuro borghese. Per quanto storico-oggettive possano essere le spiegazioni del miracolo, tuttavia, resta il fatto che anche in Russia tale miracolo non si ripeté e che esso si attuò in forme soggettivamente singole e specifiche, quelle tolstoiane appunto.

Nato nell’età del romanzo, il non-romanzo Guerra e pace poteva essere epos puro, nonostante l’omerica vastità del suo respiro. Si tratta di una resurrezione che è trasfigurazione. L’impurità di Guerra e pace rispetto all’epos autentico la vediamo nell’impulso stesso della narrazione, impulso di una nostalgia dell’anima verso un passato irrimediabilmente perduto. In questo senso, se ci è lecito un paradosso, Guerra e pace è opera di memoria non storiografica, bensì soggettiva, personale e morale. In Guerra e pace importante non è il fatto che Tolstoj proietti la sua esperienza individuale e familiare dell’aristocrazia russa sopra un’età storica a lui anteriore, ma il fatto che nel romanzo riviva un momento unico della storia russa, un momento di forte unità e unanimità patriarcale della società di fronte a un nemico giunto dall’Occidente europeo. Qui due aspetti vanno notati: quello del rapporto tra mondo russo e mondo occidentale, simboleggiati da Kutuzov e Napoleone, rapporto che rimanda al problema dell’influsso che su Tolstoj ebbero gli slavofili. Il più importante, però, è il secondo aspetto, del resto complementare al primo: quello della comunità. È da notare che la parola mir del titolo del romanzo ha diversi significati nella lingua russa: «pace», appunto, ma anche «mondo» e anche il piccolo villaggio contadino, la comunità, il mir.

Riprendendo una nota distinzione del sociologo Tönnies, si può dire che nelle opere narrative di Tolstoj la comunità, la società, come aggregato meccanico e convenzionale di rapporti interpersonali, si contrappone alla comunità. Come insieme organico di autentici e liberi legami intersoggettivi. Guerra e pace, come i romanzi di ambiente cosacco basati anche essi sull’opposizione comunità-società, è l’opera più grande in cui si realizza questa filosofia comunitaria. E va precisato che anche all’interno dell’unità comunitaria realizzata nella Russia del 1812 Tolstoj distingue una comunità non realizzata, ma potenziale ancora più autentica, anzi la sola veramente autentica: quella del mondo di Karataev e di Kutuzov.

Questa realtà comunitaria, tuttavia, è una realtà ideale, vissuta in una nostalgia morale e in una memoria dell’anima, nel momento storico in cui il mondo dei Rostov, il caro mondo delle tenute nobiliari russe, dallo stile quasi “prussiano”, e dei suoi patriarcali contadini comincia a diventare qualcosa di simile a quello che mezzo secolo più tardi Čechov simboleggerà, in tutt’altra aura, nell’immagine del «giardino dei ciliegi».

ALTRE CONSIDERAZIONI SU TOLSTOJ E LA SUA INFLUENZA NON SOLO SULLA RIVOLUZIONE RUSSA MA SULLA CULTURA E SULLA SOCIETÀ DI UN’INTERA EPOCA

"Lev Tolstoj e l'Italia" a cura di Roberto Coaloa, Pistoia, Gli Ori, 2016.

“Lev Tolstoj e l’Italia” a cura di Roberto Coaloa, Pistoia, Gli Ori, 2016.

Tra il 2015 e il 2016 ho curato due mostre su Tolstoj e l’Italia. La prima, nel settembre 2015, a Milano, grande e significativa, la cui sede era un bellissimo palazzo liberty di proprietà del Comune, situato proprio nell’importante strada milanese «Via Leone Tolstoi»; la seconda, tra l’ottobre e il novembre 2016, a Conzano, un paese laboratorio d’arte in Piemonte, dove ho riunito nella settecentesca Villa Vidua più di quaranta artisti italiani, che hanno dedicato le loro opere allo scrittore russo. La mostra su Tolstoj, tra i colli che amo del Monferrato, è stato un omaggio artistico alla Russia di Guerra e pace e non solo: l’esposizione ha raccontato non solo la storia di capolavori dell’Ottocento letterario, ma ha restituito anche un mondo, quello del Piemonte alla vigilia dell’Unità, che fa incontrare Tolstoj con gli italiani del Risorgimento: prima, nel 1855, come soldato, in Crimea; poi nel giugno 1857, in Piemonte, dove lo scrittore russo fa un breve ma intenso viaggio. A Torino conosce il personaggio del momento, Camillo Benso conte di Cavour, e resta così sorpreso dalla brillante vita torinese da scrivere sul suo taccuino: «dovunque si può vivere e bene». Ma cosa ci faceva il conte russo a Torino, nel 1857, proprio due anni dopo la guerra di Crimea?

Il viaggio è per l’aristocratico Tolstoj un ausilio prezioso per capire i motivi dell’arretratezza russa rispetto all’Europa che combatte per difendere il decadente Impero ottomano dalle mire espansionistiche dello zar nel Mediterraneo, e trovare degli esempi da emulare sul tema della politica, cogliendo le idee e i programmi che agitano gli schieramenti politici europei, in vista di un loro utilizzo in Russia per riforme che non sembrano ulteriormente rimandabili, dopo il disastro della Crimea e le crescenti tensioni sociali.

Del 1857 è una nota lettera inviata a Botkin da Parigi, la tappa iniziale del primo tour europeo del conte Tolstoj, in cui il futuro scrittore commenta la scena tremenda di un’esecuzione con la ghigliottina. Da questo momento, Lev Nikolaevič esprime la convinzione che tutti i governi e tutte le leggi umane fossero egualmente ingiuste: «La legge umana è un’assurdità! La verità è che lo Stato è una congiura allo scopo non solo di sfruttare, ma soprattutto di corrompere i cittadini. E tuttavia gli Stati esistono, e oltre tutto in tale forma imperfetta. E da quest’ordine di cose passare al socialismo non possono. Allora che fare? […] Io comprendo le leggi etiche, le leggi della morale e della religione, che non sono costrittive per nessuno, che guardano avanti e promettono un futuro di armonia; io sento le leggi dell’arte, che danno sempre felicità; ma le leggi politiche per me sono una menzogna talmente orrenda che non vedo in esse un meglio o un peggio. […] Mai e in nessun luogo presterò servizio presso alcun governo».

Il socialismo appare a Tolstoj del tutto inadeguato a fornire un’alternativa all’ordine di cose esistente, in cui dominano l’arbitrio e la violenza esercitata dall’uomo sull’uomo. Le idee rivoluzionarie che nella Russia dei primi anni Sessanta condurranno una frangia di giovani radicali verso il terrorismo gli rimarranno estranee, ed egli guarderà con orrore ai primi atti di violenza perpetrati in nome del bene comune.

Nel 1857, il viaggio nel cuore dell’Europa, inoltre, ripaga Tolstoj degli orrori della guerra, che ha vissuto sulla sua pelle, ma che ne ha fatto – inaspettatamente – un grande scrittore. Al conflitto è, infatti, ispirato un racconto del 1855, che il conte Tolstoj scrive quando, ufficiale della quattordicesima brigata di artiglieria dello zar, è schierato a difendere il bastione di Sebastopoli proprio dai piemontesi. Lì aveva sperimentato il coraggio e la gentilezza dei suoi soldati contadini, male equipaggiati e peggio armati, l’incompetenza dei comandanti, l’assurdità di una disciplina imposta con stupida ferocia. Lì, in Crimea, sotto centinaia di granate, fiorirà la sua vocazione pacifista e l’embrione di Guerra e pace come celebrazione dell’anima russa più vera e profonda, quella popolare.

A Torino il “turista” Tolstoj sa dove andare. È il 16 giugno 1857. Si sveglia presto, fa un bagno, corre all’Università, che nei suoi taccuini chiama «Athenaeum». Lo colpisce l’allegria degli studenti, la loro «vita giovane, forte, libera». Sotto i portici di via Po flaneggiano esuli e patrioti di mezza Italia e lui è piacevolmente colpito dalla frizzante aria intellettuale che avverte in giro. Poi passa al «Museo delle Armi», cioè l’Armeria Reale, che Carlo Alberto aveva aperto al pubblico venti anni prima. Infine il «Museo delle Statue», cioè l’Egizio inaugurato da Carlo Felice. Lo impressiona l’imponenza dello statuario. A Torino, però, Tolstoj vuole vedere Cavour. Per questo partecipa a una sessione del Parlamento piemontese, l’unico allora attivo e legiferante in Italia. Il «caso italiano», anzi piemontese, presenta un notevole interesse per chi cerca modelli praticabili. Tolstoj assiste alla seduta del 16 giugno, in cui Angelo Brofferio chiede lumi al governo sulla missione bolognese affidata a Carlo Boncompagni. Cavour risponde abilmente, lasciando intendere che la missione non è affatto un segno di debolezza o acquiescenza, ma vuole dimostrare all’Europa che lo Stato sabaudo è in grado di conciliare il rispetto dovuto al capo del cattolicesimo con il mantenimento dell’indipendenza del potere civile.

Nell’agosto 1857, al ritorno in Russia, Tolstoj scrive alla prozia, Aleksandra Andreevna Tolstaja, sua corrispondente e amica, chiamata affettuosamente «Babuška»: «A Pietroburgo e a Mosca tutti gridano, si sdegnano, aspettano qualcosa, e anche lontano dalla capitale domina la barbarie patriarcale, il disordine, il ladrocinio e l’illegalità. Volete credere che, arrivato in Russia, per molto tempo ho lottato con un senso di rivolta verso la patria e soltanto ora comincio ad abituarmi a tutte le cose tremende che rappresentano l’eterna normalità della nostra vita? Io so che voi non siete di questa opinione, ma che fare?».

«Babuška» gli risponde immediatamente: «Lo stato delle cose in generale è detestabile, ne convengo, e chi potrebbe negarlo? Ma attorno a noi – vicino a noi – è necessario si facciano riforme benefiche, se non vogliamo diventare complici di chi ruba, di chi uccide e di chi vive nell’oblio completo di Dio e dell’eternità».

Nell’ottobre 1859, Tolstoj apre a Jasnaja Poljana una scuola per i figli dei contadini e inventa un nuovo sistema di educazione e istruzione.

Durante un altro viaggio compiuto in Europa fra il luglio 1860 e il marzo 1861, Tolstoj ebbe modo di incontrare Aleksandr Herzen. Per Herzen come per Tolstoj e per molti di coloro che avevano frequentato casa Aksakov alla fine degli anni Cinquanta, una reale alternativa era riposta nel recupero della tradizione culturale propria al popolo russo, spontaneamente anarchico e istintivamente religioso: «Il popolo russo è in grado di vivere in modo repubblicano. IL governo, nella sua visione, non è un’esigenza ma una casualità», si legge nel diario dello scrittore alla data del 27 giugno 1857. E nel quaderno di appunti dello stesso periodo: «Tutti i governi si equivalgono nella misura del bene e del male. L’ideale da preferirsi è l’anarchia».

Tolstoj, tuttavia, segue alla lettera i consigli della saggia Aleksandra Andreevna, e forse anche grazie a lei diventa nella vecchiaia il grande profeta di Jasnaja Poljana, il riferimento del pacifismo internazionale, dal Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, ai maestri delle controculture contemporanee. Per questo motivo ciò che oggi ci intriga di più di Tolstoj, oltre alla bellezza dei suoi capolavori, come Guerra e pace e Anna Karenina,  è il modo in cui egli ha tentato di risolvere il conflitto tra l’artista e il profeta. Qui il confronto con Gandhi si impone.

Tra il mondo di “Leone Tolstoi” e il Bel Paese c’è un rapporto intenso, come dimostra la presenza a Roma, e anche in altre città, di un consistente numero di appassionati dello scrittore russo. A Roma visse la figlia di Tolstoj, Tat’jana (1864-1950), vedova di Michail Suchotin. La secondogenita di Lev e Sof’ja conobbe Maria Montessori e nella capitale allestì un piccolo museo dedicato al padre. Sua figlia, Tat’jana Michailovna Suchotina-Albertini (1905-1996), nel 1930, sposò Leonardo Albertini, figlio di Luigi Albertini, direttore dal 1900 al 1921 del Corriere della Sera. Oggi, madre e figlia sono sepolte insieme nella stessa tomba a Roma, al Cimitero Acattolico.

Nel 1869, alcuni brani di Guerra e pace furono tradotti in italiano dalla nobile e intellettuale di Pietroburgo, Sof’ja Bezobrazova, moglie del letterato e indianista Angelo De Gubernatis.

Giuseppe Mazzini e Silvio Pellico, intellettuali del Risorgimento, furono letti con interesse da Tolstoj.

In campo artistico si sono appassionati a Tolstoj, maestri della pittura: Giorgio Kienerk, Giacomo Balla e il polacco Jan Styka, nato nella Galizia dell’Impero asburgico e morto a Roma. Styka fu il pittore del significativo ritratto «Tolstoj, l’uomo della verità».

Di Pavel Petrovič Trubeckoj, “Paolo Troubetzkoy”, come si firmava all’italiana, grandissimo scultore, ricordato nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita, ho esposto un famoso bronzo che ritrae lo scrittore russo in sella al suo cavallo Délire (1901). Trubeckoj, membro di una famosa famiglia russa, nacque in Piemonte e fu un caro amico di Tolstoj.

Giorgio Kienerk, "Leone Tolstoi". Riprodotto in "Avanti della Domenica". 18 settembre 1904 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Giorgio Kienerk, “Leone Tolstoi”. Riprodotto in “Avanti della Domenica”. 18 settembre 1904 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Di Giorgio Kienerk ho esposto un ritratto di Tolstoj così come modernamente compare sulla copertina dell’Avanti della Domenica, il 18 settembre 1904. In mostra compare nella seziona storica, insieme alle stampe di Achille Beltrame per la Domenica del Corriere. Kienerk appare anche nella copertina del volume Lev Tolstoj e l’Italia. È una composizione libera, ispirata al “Leone Tolstoi” di Kienerk, un Tolstoj pop ante litteram, che anticipa di mezzo secolo Andy Warhol.

Negli incontri dedicati alla mostra su Tolstoj nel 2016 ho discusso in particolare di un ritratto davvero originale e mai esposto al pubblico di Giacomo Balla su Tolstoj (olio su carta applicata su masonite; le dimensioni dell’opera con la cornice sono cm. 104×101 e senza cornice cm. 82,8×85):  «Ritratto di Leone Tolstoi» (l’opera è di proprietà della Signora Laura Biagiotti).

La sensibilità georgica, ma non aulica, con cui Balla guarda alla natura si schiera agli antipodi della mitologia simbolista dei pittori del gruppo dei XXV della Campagna Romana che vede nelle terre dei dintorni di Roma i luoghi mitici di Enea. Balla preferisce seguire da vicino l’azione educativa e sanitaria dell’Ente Scuole per i Contadini diretto da Alessandro Marcucci, suo cognato, con Giovanni Cena, Angelo Celli, Sibilla Aleramo, che apporta ai “guitti”, cioè ai contadini dell’Agro Romano, l’alfabetizzazione e i cioccolatini al chinino contro la malaria. Viene così incaricato di esporre nella “grande capanna artistica”, ideata da Cambellotti in quanto simbolo della civiltà contadina, per la “Mostra dell’Agro Romano” che si tiene nel maggio-ottobre 1911, nell’ambito delle grandi esposizioni del cinquantenario d’Italia. Balla vi espone una serie di quadri a tema contadino e tecnica divisionistica, insieme a un «Ritratto di Leone Tolstoi», morto l’anno precedente. Il quadro, praticamente dipinto in un bianco e nero fotografico, propone un’immagine-manifesto come strumento di propaganda e di lotta sociale. Il socialismo umanitario si riconosceva allora nel pacifismo anarchico di Tolstoj, apostolo della nonviolenza, di una vita dove la prima legge è quella dell’amore. Inoltre, l’immagine di Tolstoj-contadino-anarchico era stata diffusa da centinaia di immagini, quella più nota in Russia era del pittore Il’ja Efimovič Repin, che ritraeva lo scrittore mentre traina con un cavallo l’aratro, in Italia, invece, era stata proposta dalle riviste, ad esempio da una bellissima copertina dedicata dall’«Avanti! della Domenica» il 28 giugno 1903. Il gesto di Balla, tuttavia, aveva anche un significato anticlericale e polemico, rivolto contro le grandi famiglie romane, come i Barberini, che avevano tentato di chiudere le scuole delle loro terre. L’episodio che vede Balla impegnato contro gli ambienti romani che ostacolavano la nascita dei valori della nuova nazione, aiuta a comprendere fin dove un certo fascismo, quello della bonifica della Paludi Pontine, potrà attirare anni dopo la simpatia dell’artista.

Di Alessandro Marcucci, di Giovanni Cena e della sua ispirazione tolstoiana, del suo «andare al popolo», del suo «amare per il popolo», parla Gramsci, che commenta lo scritto Che fare? di Cena, ricollegando l’intellettuale italiano all’attività svolta per le scuole dei contadini dell’Agro Romano.[6]

La morte di Tolstoj, avvenuta il 20 novembre 1910 (7 novembre per il vecchio calendario giuliano, conservato fino alla Rivoluzione in Russia), ebbe una risonanza enorme in Italia. L’Illustrazione Italiana uscì con una edizione straordinaria già il 20 novembre con l’intera copertina dedicata a Tolstoj e le pagine interne con memorabili fotografie: lo scrittore con il suo cavallo Délire e «Leone Tolstoi con la figlia Alessandra che lo raggiunse ad Astapovo dove è morto». Anche la Domenica del Corriere dedicò la copertina con una tavola di Achille Beltrame: «La morte di Leone Tolstoi nella piccola stazione ferroviaria di Astapovo (gov. Di Rjäsan) all’alba del 20 corrente». Lunedì 21 novembre 1910. Il Giornale d’Italia uscì con un titolo a caratteri cubitali: «Tolstoj è morto stamane alle 6, ad Astapovo». La fotografia che illustra l’apertura, gigantesca, ritrae «Tolstoj e la figlia prediletta Alessandra». L’immagine mostra lo scrittore con le mani incrociate, annodate, lignee, il cappello da pastore sulla testa, la barba lunghissima. Guarda verso Ovest, con il viso crudo, gli occhi stretti. Sembra un patriarca, il Giacobbe del romanzo europeo. È un’immagine indimenticabile quella di Tolstoj. Resa celebre dal più grande ritrattista del mondo russo, Il’ja Repin. Il vecchio Tolstoj è assai diverso dal giovane ufficiale di Sebastopoli, che indossava il cappotto con la lussuria di un dandy, ma anche dal romanziere di successo con lo sguardo perso nel vuoto, la barba folle e la larga camicia verde, ritratto da Ivan Nikolaevic Kramskoj. Come se dentro Tolstoj abitassero diversi, irrimediabili Tolstoj. A 82 anni il conte Lev Tolstoj, che amava vivere come un contadino, che aveva insegnato a Gandhi l’arte della non violenza, che aveva lottato per l’abolizione di ogni forma di servitù e parlato per primo di obiezione di coscienza, istigando i soldati ad abbandonare le armi, a quell’età, vecchio e vulcanico, lo scrittore di Guerra e pace lascia tutto e scappa, una vera fuga, forse un suicidio: un epilogo simile a quello della sua creatura letteraria, Anna Karenina. Un uomo che ha pagato la sua parte, che si è sentito solo e che forse non voleva essere felice, nonostante l’attenzione del mondo, nonostante fosse rappresentato come l’eroe della Belle Époque. Tolstoj, infatti, era l’idolo di molti, che vedevano in lui un’autorità morale, l’unico uomo che osava sfidare i potenti, come re e imperatori, dicendo sempre la sua e intervenendo, con il suo aiuto, in ogni disgrazia dell’umanità. Per questa ragione Achille Beltrame, in un’epoca in cui non esistevano ancora i supereroi, l’ha ritratto – lo scrittore in quel momento aveva settant’anni -, come un muscoloso pompiere che spegne coraggiosamente un incendio, mentre la folla scappa disperatamente. La tavola, sulla Domenica del Corriere 8 gennaio 1905, ha la seguente didascalia: «Leone Tolstoi, il grande scrittore russo, che spegne l’incendio scoppiato in un ospitale a Bogoroditzk».

Tolstoj ha affascinato la Belle Époque e dopo due guerre mondiali continua a essere fondamentale, per la letteratura – come ha suggerito George Steiner – grazie al suo tono omerico, unico, e per la nostra società, per l’insegnamento della nonviolenza e del pacifismo, temi centrali del suo pensiero. Tolstoj, con il suo rifiuto di ogni violenza e la proposta della legge dell’amore, segnò le esperienze del Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, e quelle del suo discepolo più famoso, Gandhi. Tolstoj ha scritto pagine memorabili sull’arte, la società, la filosofia, la storia, la religione, la pedagogia. In Italia fu studiato da Edmondo Marcucci, che scrisse Che cos’è il vegetarismo? e dedicò un saggio, ormai introvabile, alla memoria del padre, Studi su Tolstoi. Quel padre artista, Alessandro Marcucci, che aveva ispirato il bellissimo quadro su Tolstoj di Giacomo Balla.

Leone Tolstoi, "Non posso tacere", Milano, Società editoriale milanese, s.d. (Collezione Roberto Coaloa).

Leone Tolstoi, “Non posso tacere”, Milano, Società editoriale milanese, s.d. (Collezione Roberto Coaloa).

La rivoluzione, la guerra, il rapporto tra l’uomo e lo Stato, tra l’uomo e la religione, sono i temi dell’ultimo Tolstoj. Lo scoppio della prima rivoluzione russa nel 1905 fa nascere nello scrittore la convinzione che l’unica rivoluzione possibile per il riscatto dell’umanità non è una rivoluzione violenta, ma una rivoluzione pacifica, interiore. Eppure gli scritti dell’ultimo Tolstoj, deriso dagli uomini di lettere suoi contemporanei come un eccentrico “nobile penitente”, sono stati davvero incisivi nel preparare un terreno fertile a cambiamenti “rivoluzionari” non solo in Russia, ma anche altrove, come dimostra il successo di Tolstoj durante la Belle Époque in Francia, Italia, Regno Unito, Germania, Canada, Stati Uniti, Giappone…

Forse, aveva ragione Rosa Luxemburg, che osservava due cose essenziali su Tolstoj. La prima è che «non la Russia soltanto, ma tutta la storia sociale del secolo si riflette nell’opera» di Tolstoj.[7] La seconda osservazione è che la «critica sociale e le idee sociali di Tolstoj lo pongono tra le file del socialismo, tra le file della gloriosa avanguardia dei grandi spiriti che illuminano al proletariato moderno il suo cammino storico di emancipazione».[8] Questa tesi si fa più precisa là dove Rosa Luxemburg mette Tolstoj accanto ai «grandi socialisti utopistici del XIX secolo: Fourier, Saint-Simon e Owen».[9]

Lev Tolstoj, "Non uccidere" (Ne ubyj). Stampato in Inghilterra dal segretario di Tolstoj, Vladimir Čertkov. 1900 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Lev Tolstoj, “Non uccidere” (Ne ubyj). Stampato in Inghilterra dal segretario di Tolstoj, Vladimir Čertkov. 1900 (Milano. Fondazione Feltrinelli).

Il raffinato scrittore austriaco Stefan Zweig, cantore del «mondo di ieri» scrisse di Tolstoj: «A base di questa sua dottrina, del suo “messaggio” all’umanità Tolstoj pone la parola evangelica “Non resistere al male” e le dà questa creativa interpretazione: “Non resistere al male con la violenza”. In questa frase è latente tutta l’etica tolstojana: questa catapulta di pietra il grande lottatore l’ha lanciata così violentemente, con tutta la veemenza oratoria ed etica della sua coscienza esaltata dal dolore, contro la parete del secolo, ch’ancor oggi per la scossa ne tremano le travature mezzo schiantate. Impossibile misurar gli effetti spirituali di codesta predicazione in tutta la loro portata: la volontaria capitolazione dei russi dopo Brest-Litovsk, la non resistenza di Gandhi, l’appello pacifista di Rolland in piena guerra, la resistenza eroica di un’infinità di individui singoli ed anonimi contro la violenza inaudita alla coscienza, la campagna contro la pena di morte, tutti questi anni isolati e apparentemente privi di collegamento del nuovo secolo devono il loro impulso energetico al messaggio di Lev Tolstoj».[10]

Anche per le pagine di Rosa Luxemburg e di Stefan Zweig, mi pare interessante ritornare al pensiero “rivoluzionario” di Tolstoj, memore della lezione di un grande storico francese, Roger Chartier, che con il suo Les origines culturelles de la Révolution française (1990) ha aperto la strada, la metodologia, per questa mia indagine sulle origini culturali della Rivoluzione russa.

[1] Vittorio Strada, Tradizione e rivoluzione nella letteratura russa. Nuova edizione accresciuta, Torino, Giulio Einaudi editore, 1980, p. 331.

[2] Cfr. Lenin, Scritti su Tolstoj. Introduzione di Roberto Peverelli. Traduzione dal francese di Luana Salvarini, Milano, Medusa, 2017.

[3] Gli scritti originali di Trockij, in questo caso il saggio originale su Lev Tolstoj in lingua tedesca per la rivista Die neue Zeit, come altri materiali originali sulla Rivoluzione russa, sono reperibili alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, da poco trasferita nella nuova sede di Viale Pasubio, 5. La fondazione milanese contiene l’archivio italiano più cospicuo sulla Rivoluzione russa, oltre a possedere tutte le opere complete, in russo e in altre lingue, di Lenin e Trockij.

[4] Cfr. Raffaella Faggionato, L’alambicco di Lev Tolstoj. Guerra e pace e la massoneria russa, Roma, Viella, 2015.

[5] Cfr. Vittorio Strada, op. cit, p. 327.

[6] Cfr. Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale. Nuova edizione riveduta e integrata. Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 115.

[7] Rosa Luxemburg, O Tolstom. Literaturno-kritičeskij sbornik, a cura di V. M. Frice, Moskva-Leningrad, 1928, p. 123.

[8] Ivi, p. 125.

[9] Ivi, p. 123.

[10] Cfr. Roberto Coaloa, Lev Tolstoj, tra guerra, pace e rivoluzione. Alla scoperta del profeta di Jasnaja Poljana, in: Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione (a cura di Roberto Coaloa), Milano, Feltrinelli, 2015, p. 149-150.

 

Le prime notizie sulla Rivoluzione russa in Italia. I commenti di Gramsci e Mussolini

Di Roberto Coaloa

Mussolini in prossimità dell'Isonzo, nel dicembre 1916, in divisa di caporale dei bersaglieri.

Mussolini in prossimità dell’Isonzo, nel dicembre 1916, in divisa di caporale dei bersaglieri.

Gramsci e Mussolini, due socialisti italiani di fronte alla Rivoluzione Russa. L’anno 1917 ha inciso profondamente la storia del Novecento, ma anche sulla vita di Antonio Gramsci, giovane sardo emigrato a Torino e giornalista socialista. Ancora di più, la Rivoluzione ha segnato il destino di Benito Mussolini, giovane romagnolo socialista, diventato interventista nella Prima guerra mondiale. Addirittura Mussolini ebbe un incontro ravvicinato con Lenin, nel 1904, in un comizio a Ginevra dedicato alla Comune di Parigi…

LE PRIME NOTIZIE SULLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE IN ITALIA. GLI SCRITTI DI ANTONIO GRAMSCI. MUSSOLINI INCONTRA LENIN A GINEVRA, PRIMA DELLA RIVOLUZIONE. MUSSOLINI COME IMITATORE DI LENIN

Quando scoppiò la Rivoluzione russa, il Regno d’Italia era sull’orlo della disfatta militare e prossimo a una rivoluzione sociale. C’era stata Caporetto e gli Alleati dell’Italia accorsero immediatamente in soccorso dell’esercito italiano per potersi riorganizzare sulla linea del fiume Piave. I giornali italiani dell’epoca non parlavano d’altro, mentre il generale Cadorna accusava i soldati di tradimento. Gli avvenimenti russi, però, non sfuggirono all’attenzione di un grande intellettuale italiano, Antonio Gramsci.

Il noviziato di Gramsci, giovane sardo emigrato a Torino, fu in contatto con una realtà culturale, quella torinese, molto attenta alla cultura russa e al socialismo. Grazie a questa formazione Gramsci entrò in sintonia con il pensiero e l’azione di Lenin, che contro tutte le previsioni del marxismo ortodosso, oggettivista e determinista, realizzò la rivoluzione nel suo Paese. Gramsci scrisse i primi articoli sulla Rivoluzione su «Il Grido del Popolo» e sull’«Avanti». Essi testimoniano l’originalità del suo sguardo sui fatti di Russia.

GRAMSCI, LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA RIVOLUZIONE RUSSA

Antonio Gramsci in una celebre foto degli anni Venti del Novecento.

Antonio Gramsci ritratto all’inizio del 1920.

Gramsci si iscrisse al Partito socialista italiano prima dello scoppio della Grande guerra. Il suo debutto politico avvenne con un articolo intitolato Neutralità attiva e operante, pubblicato su Il Grido del Popolo il 31 ottobre 1914. Lo scritto suscitò molte polemiche, poiché cercava di fornire una chiave di lettura “di sinistra” delle posizioni di Mussolini, che stava rapidamente convertendosi a favore dell’intervento nel conflitto esploso in Europa nell’agosto 1914. In realtà Gramsci vi avanzava una posizione non molto lontana da quella che – in modo certo molto più maturo e consapevole – aveva espresso Lenin: i socialisti dovevano trasformare la guerra in una occasione rivoluzionaria. Del resto, il partito di Lenin, il Partito operaio socialdemocratico russo (frazione bolscevica), e il Partito socialista italiano furono i due partiti principali tra quelli che, nell’ambito della seconda Internazionale, si rifiutarono di appoggiare i rispettivi Stati nell’avventura bellica.

Il primo pezzo di Gramsci sulla Rivoluzione russa è del 20 aprile 1917: ovviamente si fa riferimento alla Rivoluzione di febbraio, quando scioperi operai e proteste popolari, iniziate il 23 febbraio a Pietrogrado, diventarono un’insurrezione che portò all’abdicazione dello zar il 2 marzo (le ultime due date sono quelle del calendario giuliano, in vigore in Russia fino al gennaio 1918). Gramsci commenta la “missione” di Oddino Morgari, dirigente del Partito socialista italiano, invitato dal segretario del partito, Costantino Lazzari, a recarsi nella capitale russa per prendere contatto con gli insorti. L’articolo esce su Avanti!, firmato «Alfa Gamma».

Scrive Gramsci: «I giornali borghesi sono nervosi. Il bagno freddo di realtà della rivoluzione russa è servito solo fino ad un certo punto. Sono diventati meno frenetici, qualche volta si degnano di abbassare gli occhi, allucinati dietro il volo delle aquile latine, su questo umile mondo di umili uomini che soffrono e muoiono, ma la frenesia li riprende di tanto in tanto. Le notizie sul viaggio a Stoccolma e Pietrogrado del nostro compagno Morgari hanno dato loro una nuova scossa. Prediche, minacce, moniti non sono risparmiati all’ambasciatore rosso».

Un altro articolo, Note sulla rivoluzione russa, firmato «A.G.», esce su Il Grido del Popolo il 29 aprile 1917. Un terzo articolo, I massimalisti russi, esce firmato «a.g.» su Il Grido del Popolo. Nei mesi successivi, sempre sull’Avanti! e su Il Grido del Popolo, usciranno altri pezzi, a volte non firmati, ma riconducibili a Gramsci, altre volte scritti a più mani.

L’articolo più interessante di Gramsci compare su Il Grido del Popolo il 1 dicembre 1917, firmato «a.g.», dal titolo La rivoluzione contro «Il Capitale». L’articolo fu completamente censurato. Uscì poi sull’Avanti! (edizione romana) del 22 dicembre (con la stessa firma), e in seguito sull’edizione milanese dell’Avanti! e di nuovo su Il Grido del Popolo. Gli uffici adibiti alla censura non sempre formulavano le stesse valutazioni. Per questo motivo un articolo censurato in una città veniva spesso riproposto su un altro organo della stampa socialista che si pubblicava in altra città e sottoposto dunque a diverso ufficio di censura. Una volta ottenuto il visto, l’articolo poteva poi essere riproposto anche sui giornali dove era stato precedentemente censurato.

Il 25 ottobre, secondo il calendario russo (il 7 novembre secondo quello occidentale) vi fu la presa del Palazzo d’Inverno, l’assunzione del potere da parte dei Soviet egemonizzati dai bolscevichi e dai loro alleati. È la «seconda rivoluzione», quella bolscevica, che Gramsci aveva annunciato e atteso da tempo. Per Gramsci si trattava di una rivoluzione contro Il Capitale, il libro di Marx, contro chi aveva dato di quel libro e del marxismo una lettura economicistica e deterministica, per la quale non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione socialista nella Russia arretrata prima di un adeguato sviluppo dello “stadio capitalistico” dell’industria e dunque della classe operaia russe. Scrive Gramsci: «La rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo a una forma definitiva di assestamento – che sarebbe stato un assestamento borghese -, si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi, per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppo grandi urti, partendo dalle grandi conquiste realizzate oramai».

MUSSOLINI E IL MONDO RUSSO DELLA RIVOLUZIONE

Nel dicembre 1901 il supplemento letterario della rivista «I Diritti della Scuola» pubblicò un articolo, firmato «Mussolini Benito», dedicato al romanzo russo.[1] Il giovane Mussolini aveva allora diciotto anni, era iscritto al Partito Socialista da un anno, e si era diplomato alla Scuola Tecnica di Forlimpopoli. Era il suo primo pezzo stampato, una bella soddisfazione per il neo maestro elementare. Per Mussolini il romanzo russo «trascende i confini della terra ov’è nato e s’identifica nell’universale» e «prende un lato corrotto della società e viviseziona le cancrena». Lo scrittore russo «è un uomo che vive umanamente, è un uomo e insieme un apostolo» fra il popolo, che «attraversa un periodo tristissimo». «L’assolutismo dello czar grava – immane cappa di piombo – sugli intelletti. Il cosacco spia insidioso le caserme e la censura tenta il monopolio del pensiero; ma le forze giovanili affrettano coll’opra e il sangue l’ora della redenzione».

È curioso osservare che nel 1901, Vladimir Il’ič Ul’janov era esule a Monaco di Baviera. Aveva trentun anni ed era sposato da tre con Nadežda Krupskaja. Con Plechanov e Martov aveva fondato il periodico Iskra (La scintilla) che usciva a Monaco di Baviera e a Lipsia per essere poi diffuso clandestinamente in Russia. Nel marzo 1901 fondò un’altra rivista da diffondere clandestinamente in Russia, Zarja (L’alba), dove si firmò per la prima volta con lo pseudonimo di Lenin nel mese di dicembre. Era nato il mito della Rivoluzione d’ottobre, ma in quella data Vladimir Il’ič Ul’janov era ancora uno sconosciuto per molti, anche se negli ambienti russi era un avvocato che difendeva la causa della Rivoluzione, lui stesso era un rivoluzionario comme il faut, che aveva scontato il suo impegno marxista nel duro esilio in Siberia. Nel marzo 1902, Lenin pubblicò presso l’editore Dietz di Stoccarda il saggio Che fare? (composto dal maggio 1901 al febbraio 1902). Era un titolo famoso nella tradizione saggistica russa. Qualche anno prima anche il grande Lev Tolstoj aveva scritto un saggio con quel titolo, riprendendo il titolo di un noto romanzo dello scrittore russo Černyševskij, che aveva affascinato più di una generazione di «sognatori di libertà» russi. Nel Che fare? leninista, invece, non c’era spazio alla fantasia. Lenin vi continuava la polemica contro il revisionismo di Bernstein e gli economiisti, per i quali i marxisti russi dovevano limitarsi «alla lotta economica del proletariato e partecipare all’attività dell’opposizione liberale». In questo modo si negava la necessità dell’esistenza stessa di «un partito operaio indipendente, inseparabile dalla lotta di classe del proletariato, che si ponga il compito immediato della conquista della libertà politica» e il rapporto, «fuso in un tutto indivisibile» dal marxismo, tra lotta economica e lotta politica. Nel luglio 1903 durante il II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR) tenuto a Bruxelles e poi a Londra emersero contrasti tra i socialisti russi: da un lato i seguaci di Lenin, appoggiati anche da Plechanov, concepivano il partito come un’organizzazione di lotta rivoluzionaria, della quale potessero far parte solo elementi coscienti e fidati, dall’altro i sostenitori di Martov e Aksel’rod intendevano concedere l’iscrizione a chiunque si dichiarasse simpatizzante con il programma del partito. Anche Trockij sosteneva che qualunque operaio in sciopero poteva considerarsi membro del partito. A Ginevra, dove si era trasferito, Lenin, il 18 marzo 1904, partecipò a un grande comizio per commemorare i martiri della Comune di Parigi del 1871. Al Comizio prese parte anche il futuro Duce!

A Ginevra Mussolini prese la parola: da anni stava facendo l’oratore per la propaganda socialista. Non si sa se i due – Lenin e Mussolini – si incontrarono, ma di sicuro quella commemorazione della Comune di Parigi fu la sola occasione di contatto tra i due futuri leader, come ha notato lo storico Renzo De Felice (anche se probabilmente Mussolini entrò in contatto con altri russi, in quella Svizzera d’inizio Novecento, che era un vero e proprio covo di rivoluzionari, oltre a Ginevra, Zurigo e Berna, dove, finalmente, il governo cantonale ha revocato un divieto, del 1970, di mostrare i documenti riguardanti Lenin – si tratta di una sessantina di schede di prestito alla biblioteca di Berna, utili per capire cosa leggesse Lenin alla vigilia della Rivoluzione).

Il 13 marzo, di quell’anno, Mussolini osservava in un articolo: «è antico il trucco pseudo-polemico di squalificare l’avversario affibbiandogli una idea che ripugna alla solita media comune. Dopo l’Enciclopedia tutti coloro che avevano ampiezza e tolleranza di raziocinio furono, dai deisti, accusati di ateismo. Bastava dubitare d’una cosa per essere dichiarato ateo. E ai tempi del Sant’Uffizio essere accusati d’ateismo era cosa ben più pericolosa che venir accusato d’anarchismo, oggi, tempo dei procuratori del Re». Per il giovane Mussolini: «La prossima rivoluzione sarà distinta dalle precedenti perché sarà generale e dovrà condurre all’espropriazione  della borghesia e all’abolizione dello Stato. Probabilmente trarrà origine da una disorganizzazione del potere centrale al seguito di una guerra provocata dalle gelosie reciproche di “preponderanza economica” sui mercati internazionali. I gruppo rivoluzionari ne approfitteranno per mettersi all’opera».

Il 9 maggio, Mussolini andò a Losanna, che già conosceva bene, e si iscrisse all’Università, facoltà di Scienze Sociali.

Nel 1912, a Praga, Lenin convocò il partito marxista rivoluzionario, il partito bolscevico, ma le posizioni all’interno del partito erano assai diverse. Nello stesso anno, a Reggio Emilia, Mussolini capeggiava la sinistra rivoluzionaria al congresso del partito socialista. Mussolini diventò celebre assumendo la direzione del giornale Avanti! Lenin su la Pravda commentò l’avvenimento, senza citare Mussolini, affermando che in Italia il partito socialista si era incamminato «sulla strada giusta». IN effetti la concezione rivoluzionaria del ventinovenne Mussolini era per qualche aspetto affine a quella del quarantaduenne Lenin, ma non risulta che l’italiano avesse mai sentito nominare Lenin e nulla ancora sapeva del partito bolscevico, concepito da Lenin come un’organizzazione di rivoluzionari di professione, con la quale mirava a conquistare il potere in Russia per instaurare la dittatura del proletariato.

Nel 1917 scoppiò la Rivoluzione di febbraio (secondo il vecchio calendario giuliano). In quel momento Lenin era ancora in Svizzera, e la notizia lo colse impreparato. Insieme a Nadežda Krupskaja e all’amante Inès Armand, Lenin raggiunse la Russia, grazie alla complicità del Kaiser Guglielmo II, già ad aprile.

La rivoluzione di febbraio aveva colto di sorpresa anche Mussolini, che a differenza di Lenin stava combattendo sul fronte italiano, per di più ferito dagli austro-ungarici. Mussolini si considerava socialista, ancora. Ma le sue posizioni erano assai diverse, in quel momento, da quelle dei rivoluzionari russi.

Quando la Rivoluzione di febbraio scalzò lo zar Nicola II dal potere, il nuovo giornale di Mussolini, Il popolo d’Italia, riportò in prima pagina, il 17 marzo: «La Santa Russia rivoluzionaria trionfa della reazione tedescofila. Il nuovo governo sarà l’espressione della Duma e della volontà popolare». Il giornale di Mussolini era convinto che il nuovo governo russo avrebbe proseguito la guerra a fianco delle democrazie. E questo era vero, anche nelle intenzioni del nuovo capo: Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, primo ministro della Russia dopo la caduta dello zar e immediatamente prima che i bolscevichi andassero al potere. Per il popolo d’Italia, «la Russia ormai è nostra. L’immensa forza morale, intellettuale, politica, economica, è entrata, col movimento odierno, definitivamente nell’orbita della civiltà e della libertà occidentale».

Nel suo primo commento sugli eventi russi, il 24 maggio 1917, Mussolini citò per la prima volta Lenin, dichiarando di non credere che la nuova Russia repubblicana avrebbe fatto la pace con la Germania, «assassinando la libertà europea». Se lo avesse fatto, la Russia e tutto l’Occidente, sarebbero stati annientati dal Secondo Reich, ed evocando la massima di Voltaire contro i progetti di pace dell’abbé di Saint-Pierre e Kant, Mussolini chiosava: «la Repubblica pacifondaia di Lenin non è che una parentesi – più o meno tempestosa – fra lo czarismo di ieri e quello di domani… I seguaci di Lenin hanno in programma la pace universale, il che nelle circostanze attuali è semplicemente assurdo. La pace universale è un’insegna di cimitero».

Lenin, invece, all’inizio del 1918, ottenne la pace separata a Brest Litovsk. Mussolini portò avanti la sua guerra e negli anni del dopoguerra fece tesoro della lezione di Lenin, fondando il suo partito rivoluzionario. Nel primo dopoguerra, in Italia, i fascisti della prima ora organizzarono una serie di colpi di mano rapidi e incruenti: la prova generale della marcia su Roma. Qualche anno prima, il controllo dei servizi pubblici – luce, telefoni, acqua – era stato utile a Lenin e Trockij per assediare Pietrogrado. La prima arena fu Ravenna, dove nel settembre del 1921 tremila fascisti accigliati e sporchi, Italo Balbo alla testa – alcuni di essi avevano percorso più di cento chilometri – si impadronirono della città. Il 12 maggio del 1922 fu la volta di Ferrara: sessantatremila fascisti assediarono tutti i punti vitali della città, mentre Balbo teneva il prefetto a mira di pistola, nel castello secentesco che era la sede della prefettura. Diciassette giorni più tardi, ventimila armati, accampati sulla paglia sotto i portici, tennero Bologna per cinque giorni. Una cosa si era dimostrata: qualsiasi città poteva essere occupata e dominata. Il fascismo, quindi, prendeva spunto dai metodi della Rivoluzione russa. Nei decenni successivi, però, in Italia e in Russia si svilupparono due totalitarismi uno contro l’altro armati: il comunismo e il fascismo, che, insieme al nazismo, cagionarono all’umanità delle atrocità inenarrabili, in uno scontro senza limiti, la Seconda guerra mondiale.

[1] Cfr. Benito Mussolini, Il romanzo russo, in: «I Diritti della Scuola, Supplemento Letterario», 8 (1901), p. 21; anche in Opera Omnia, volume 1 (1951), dove si trova come facsmile della prima edizione.

ALLONS ENFANTS, I LIBRAI ITALIANI CONQUISTANO PARIGI

Parigi, la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie.

Parigi, la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie.

Parigi. Corrispondenza di Roberto Coaloa.

Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia.

Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

 

ALLONS ENFANTS, I LIBRAI ITALIANI CONQUISTANO PARIGI

Di Roberto Coaloa

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.  Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia. Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.
Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia.
Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

La bella Italia è «à la page» dai nostri cugini: «Ah! Monsieur. Je réve de l’Italie…». A Parigi si ama da sempre l’Italia, per la letteratura, il cinema (lì vive una grande diva, Claudia Cardinale, ammirata da tutti), la moda e la sua cucina. Ora, in particolare, a Parigi, grazie alla presenza di molti intellettuali italiani, la nostra cultura è protagonista! Mentre in Italia le librerie stanno tradendo la loro missione, cioè consigliare e vendere i libri e fare opera di diffusione della cultura e dell’incivilimento di un Paese (diventando, invece, sempre di più dispensatrici di «food»), in Francia le librerie, che vendono solo narrativa e poesia del Bel Paese, si moltiplicano per i tantissimi amateurs de belles lettres! Non è poco! Ormai a Milano, Roma o Torino non si può sfogliare un volume senza essere disturbati dal vociare insulso di giovani e vecchi ubriachi di spritz o birretta da “apericena”. Per non parlare delle biblioteche italiane: chi scrive non le ama più da quando sono diventate una specie di supermercato alla ricerca di clienti, di “numeri”, arruolando ragazzi analfabeti, che si baloccano alla ricerca di Wi-Fi… In Francia, invece, le librerie sono librerie e basta. Le biblioteche hanno ancora una piccola o grande sala per gli studiosi e non sono il regno del selvaggio bivacco di studenti sfaccendati.

A Parigi si vendono tantissimi libri italiani; accanto alle librerie storiche crescono quelle nuove, come «Marcovaldo», al numero 61 di rue Charlot, e «La Libreria», al numero 89 di rue du Faubourg Poissonnière. La più bella è la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie. Fortunato è nato a Lucca Sicula (Agrigento), ma per lui è stato un puro caso trovare quell’indirizzo (così, almeno, mi assicura lui, assai divertito). Soprattutto quell’indirizzo è una grande fortuna (e a lui, con quel nome, non poteva che essere così): «Rue du Roi de Sicilie – spiega il libraio – è una parallela della parte terminale della più nota e lunghissima Rue de Rivoli, che da Place de la Concorde costeggia i maestosi Jardin des Tuileries, il Museo del Louvre, l’Hôtel de Ville fino a Saint Paul dove comincia Rue Saint Antoine che la congiunge a Place de la Bastille. Dalla fermata della metro, a Saint Paul, alla libreria ci sono a piedi meno di due minuti. Da qui poi inizia una zona favolosa di Parigi, passeggiando sul trottoir, a poche centinaia di metri c’è Place des Vosges, la più antica piazza di Parigi, la vecchia “Piazza Reale”, dove ora nella casa abitata da Victor Hugo c’è un bellissimo museo a lui dedicato. Per la mia libreria, avere la fermata della metropolitana a due passi è stato fondamentale per la nostra attività. Abbiamo una clientela che si sposta, che gattona volentieri nel Marais, spostandosi da altri quartieri». Quasi tutti francesi, innamorati dell’Italia, aggiungo io, davvero poco interessati al loro Victor Hugo, ma che invece desiderano ardentemente Dante, Manzoni, Pirandello… Fortunato aggiunge: «In Francia non c’è una crisi del libro, come altrove. Gli amici librai francesi hanno un’associazione forte. Ci sono poi leggi e altri accorgimenti che ci tutelano. La mia libreria dà lavoro a due persone a tempo pieno e poi ci sono molti collaboratori». Chi scrive è un cliente fisso della Tour de Babel e ha assistito, centinaia di volte, alla scena della signora o del signore francese che ha letto un libro italiano tradotto nella sua lingua e ora, innamorato dell’autore, lo vuole leggere in originale: «C’est épetant Manzoni!». Spiega Tramuta: «La cultura italiana si esporta bene in Francia e per convincersene basta vedere i clamorosi risultati delle vendite di Elena Ferrante. A volte se il libro è tradotto in francese c’è l’effetto che il lettore lo chieda poi da leggere nell’originale. A volte, invece, è il caso di Goliarda Sapienza, c’è prima il successo francese del libro, che poi diventa un caso nella Penisola, com’è accaduto a L’arte della gioia». Tramuta, poi, mi spiega chi sono i migliori traduttori francesi. Non ha dubbi: per la poesia è Jean-Charles Vegliante (sua la traduzione per Gallimard di La Comédie. Poème Sacré di Dante Alighieri); per la narrativa è Jean-Paul Manganaro (che ha appena tradotto per Seuil L’affreuse embrouille de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda).

Una vetrina della Tour de Babel. Fotografia di Ernie Engadin.

Una vetrina della Tour de Babel. Fotografia di Ernie Engadin.

I libri italiani che vende di più Tramuta sono quelli di Erri De Luca, Italo Calvino e Antonio Tabucchi. Tra gli autori italiani che hanno scritto di Parigi, il libraio ne consiglia tre: Francesco Forlani, Parigi senza passare dal via; Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo; Andrea Inglese, Parigi è un desiderio. Alla Tour de Babel, però, non ci sono solo i libri. C’è anche una galleria, chiamata «Petite Galerie». La prima mostra fu di un amico di Tramuta, Mario Dondero. Ora ospita la mostra «Terres en formes»: le sculture della bravissima Fiammetta Lipparini. Inoltre, per gli appassionati di cinema, Tramuta ha sempre a disposizione tutti i film di Rossellini, Visconti, Fellini, Pasolini, Monicelli… Non c’è un titolo del grande cinema italiano che manchi alla Tour de Babel!

Altro luogo che offre a piene mani la cultura e l’arte del nostro Paese è l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, al numero 50 di rue de Varenne. A dirigerlo, da un anno, c’è Fabio Gambaro. L’Hôtel de Galliffet ospita una magnifica biblioteca dedicata a Italo Calvino, curata dall’ottimo Francesco Scaglione. Gambaro si è anche inventato (con Cristina Piovani e Evelyn Prawlo) il festival «Italianissimo», in questi giorni alla sua seconda edizione. Inutile dire che è un grandissimo successo!

I FISCHI ALLA SCALA. QUEL LOGGIONE IMPLACABILE E UN TANTINO INGENEROSO

Hibla Gerzmava, soprano, interpreta alla Scala il ruolo di Anna Bolena

Hibla Gerzmava, soprano, interpreta alla Scala il ruolo di Anna Bolena

Il commento di Roberto Coaloa su Anna Bolena alla Scala, in scena fino al 23 aprile 2017. Direttore Ion Marin.

Regia di Marie-Louise Bischofberger.

Scene di Erich Wonder.

Costumi di Kaspar Glarner.

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala.

Produzione Grand Théâtre de Bordeaux.

Cast

Anna Bolena:  Hibla Gerzmava (31 marzo, 4, 11, 14 aprile)

Federica Lombardi (8, 20, 23 aprile)

Jane Seymour: Sonia Ganassi

Smeton: Martina Belli

Lord Percy: Piero Pretti

Enrico: Carlo Colombara

Lord Rocheford: Mattia Denti

Sir Hervey : Giovanni Sala

 

Donizetti è ritornato à la page nei teatri italiani. A Napoli, al San Carlo, ha trionfato la Lucia di Lammermoor con Maria Grazia Schiavo (applausi anche per Saimir Pirgu e Claudio Sgura). A Roma, al Teatro dell’Opera, c’è stato il successo di Maria Stuarda con Marina Rebeka. A Milano, alla Scala, il loggione implacabile ha fischiato il direttore d’orchestra e la regia di Anna Bolena, salvando, però, l’ottima interprete della regina, Hibla Gerzmava. Il pubblico, a Milano, non ama le regie innovative, si sa. Ad ogni modo il Bel Paese si riappropria del geniale Donizetti, che si riconferma come eccezionale banco di prova di invenzione e difficoltà vocale.

 

I FISCHI ALLA SCALA. QUEL LOGGIONE IMPLACABILE E UN TANTINO INGENEROSO

Di Roberto Coaloa

Nostalgia della Callas a Milano? Nell'immagine Maria Callas nei panni di Anna Bolena nell'edizione scaligera dell'omonima opera di Donizetti. A partire dall'aprile 1957, Maria Callas recitò questa parte per due stagioni, complessivamente in dodici recite. La regia era affidata a Luchino Visconti.

Nostalgia della Callas a Milano? Nell’immagine Maria Callas nei panni di Anna Bolena nell’edizione scaligera dell’omonima opera di Donizetti. A partire dall’aprile 1957, Maria Callas recitò questa parte per due stagioni, complessivamente in dodici recite. La regia era affidata a Luchino Visconti.

Come d’abitudine il loggione della Scala non perdona! E doveva essere per forza così per la ripresa (e che ripresa!) dell’opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti (1797-1848). Proprio 60 anni fa, alla Scala, ci fu la leggendaria Anna Bolena diretta da Gavazzeni con Maria Callas nel ruolo di Anna. E dopo ben 35 anni di oblio (nel 1982 l’ultimo allestimento al Piermarini firmato Patanè-Visconti) non pareva vero al pubblico di Milano di ritrovare l’opera che consacrò trionfalmente Donizetti proprio alla Scala, nel 1830. Donizetti alla Scala è quindi un appuntamento che vale più di una Prima: appuntamento per melomani e fini intenditori. Questa volta gli ultrà della Scala, gli  “esagerati” del Loggione, hanno avuto ragione a fischiare, ma come al solito hanno esagerato. D’accordo: la regia di questo capolavoro di Donizetti è discutibile, qualche cantante (Carlo Colombara nella parte del basso Enrico VIII) non è stato all’altezza, il direttore d’orchestra, Ion Marin, che compirà 57 anni a luglio, è parso sin dall’inizio un po’ superficiale, già nella famosa ouverture dell’opera, una delle pagine più misteriose e nichiliste del grande compositore di Bergamo.

Tuttavia, cosa dire della regia? Quella presentata ieri sera alla Scala è una produzione del 2014 dell’ Opéra National de Bordeaux. Qualcosa che abbiamo già visto. Perché il pubblico della Scala ha bocciato lo spettacolo firmato dalla svizzera Marie-Louise Bischofberger?

Mitica: Leyla Gencer nel ruolo di Anna Bolena. Un cofanetto che racchiude altre opere di Donizetti in sei CD. Purtroppo la registrazione di Anna Bolena, con l'Orchestra e Coro della Rai di Milano, diretta da Gianandrea Gavazzeni, è monca della celebre ouverture.

Mitica: Leyla Gencer nel ruolo di Anna Bolena. Un cofanetto che racchiude altre opere di Donizetti in sei CD. Purtroppo la registrazione di Anna Bolena, con l’Orchestra e Coro della Rai di Milano, diretta da Gianandrea Gavazzeni, è monca della celebre ouverture.

Gli Snob di Milano! Chi scrive, stima la regista e ammira il senso musicale, la scuola mitteleuropea di Marin. Nell’aria, ieri alla Scala, c’era troppa tensione. A Roma, tra l’altro, sta trionfando, proprio in questo periodo, un’altra opera di Donizetti: Maria Stuarda. A Milano, ovviamente, si vuole superare la capitale. Ci vuole pazienza. Aspettiamo le prossime repliche. Siamo in presenza di uno dei migliori cast dei nostri giorni. Il pubblico della Scala, certo, è conservatore; ammira il passato e storce il naso per uno spettacolo che poggia su una scena fissa, con un enorme muro grigio, una grande crepa della forma di un quadrato appoggiato su uno dei vertici. Un po’ di luce, comunque, c’è stata per questa importante ripresa scaligera di Anna Bolena: applausi calorosi per Gerzmava (Anna Bolena) e Pretti (Percy).

Roberto Coaloa commenta Anna Bolena alla Scala sul quotidiano Libero, domenica 2 aprile 2017.

Roberto Coaloa commenta Anna Bolena alla Scala sul quotidiano Libero, domenica 2 aprile 2017.

VLADIMIR LENIN. IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c'è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l'intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d'ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua...

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c’è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l’intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d’ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua…

 

Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

Una nuova biografia su Lenin scritta da Victor Sebestyen mostra il leader comunista ossessionato dal ménage à trois con amante e moglie, descrivendo, fuori dalla leggenda, gli episodi più famosi della rivoluzione di cent’anni fa, resa possibile dall’aiuto del Kaiser tedesco e da molta fortuna.

IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Di Roberto Coaloa

"Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

“Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

A Zurigo, all’inizio del 1917, l’anno della Rivoluzione d’ottobre, mentre pacifisti e rivoluzionari trovavano rifugio dall’«inutile strage» nella Svizzera neutrale, Stefan Zweig incontrò diverse volte Lenin al Café Odeon, dove si radunavano i bolscevichi (pare che i menscevichi preferissero l’Adler). Zweig non restò impressionato dal leader russo e anni dopo si chiese: come mai «questo piccolo uomo caparbio, Lenin, diventò tanto importante?».

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, "Lenin", pubblicato da Rizzoli.

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, “Lenin”, pubblicato da Rizzoli.

A spiegarci il successo di Lenin e i suoi segreti è oggi Victor Sebestyen nel suo ampio e avvincente saggio Lenin, pubblicato da Rizzoli (pp. 562, € 25,00). Il leader russo aveva un’idea fissa: la Rivoluzione, ma nel farla ebbe fortuna e, dopo aver letto attentamente il volume di Sebestyen, che ci racconta molto del Lenin “borghese”, «innamorato», si intuisce che il principale leader della Rivoluzione fosse in realtà lo spietato Lev Trockij. Ma questa è un’altra storia… Il segreto di Lenin, per Sebestyen, fu l’essere “coccolato” e sostenuto dalle donne. Donne della Rivoluzione, ovviamente. Lenin fu anche un “mammone”: la madre Marija Aleksandrovna Blank lo sostenne economicamente fino a 46 anni, cioè fino a un anno prima della Rivoluzione, quando lei  morì a 81 anni.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Le donne della sua vita furono due rivoluzionarie, e in questo Lenin fu davvero un buon rivoluzionario per i suoi tempi, inaugurando lo stile novecentesco del  ménage à trois. La moglie, ovviamente, brutta, sembrava un’aringa. Nadja Krupskaja fu così definita dalla cognata, Anna, legata al fratello da un affetto un po’ tirannico ed esclusivo. E poi l’amante: Elisabeth Inès Armand. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei. Era nata l’8 maggio 1874, anche se nel corso degli anni sono state indicate altre date da lei, dalla sua famiglia o da compagni per confondere le autorità di polizia e dell’immigrazione in vari Paesi europei. Nacque a Parigi, ma ci visse poco, finché vi tornò in qualità di attivista bolscevica quando aveva circa trent’anni. Era una femminista convinta e appassionata, che ammirava Tolstoj. Inés si era sposata a diciotto anni in Russia con un signore francese, Armand, rampollo di una ricca famiglia che aveva fatto fortuna nel nuovo settore industriale. Inés, ben presto, lasciò la casa e i figli, e si dedicò completamente alla Rivoluzione. Il marito continuò a seguirla, ad aiutarla da lontano, pagando le cauzioni e le spese di processo in occasione dei suoi frequenti arresti. Fino a quando la vittoria dei bolscevichi gli fece perdere le fabbriche di famiglia. Lenin incontrò Inès a Parigi nel 1910. Non solo gli amici della vecchia guardia, ma anche la Krupskaja era al corrente del legame di Lenin con Inès. Lui stesso glielo aveva confessato, obbedendo ai principi dell’etica rivoluzionaria, e i due coniugi avevano discusso il problema con franchezza e serenità. Lei, Nadezda, aveva subito proposto al marito di andarsene, per lasciarlo libero di dedicarsi all’amante. Ma Lenin le aveva chiesto di restare: malgrado l’amore per l’ardente francesina, era troppo importante – e rassicurante – per lui quel cantuccio di domestica calma che la moglie aveva saputo costruirgli intorno, con materna abnegazione.

Sebestyen poi ci racconta alcuni episodi entrati nella leggenda rivoluzionaria, come l’arrivo di Lenin dopo l’esilio nella capitale russa, Pietrogrado, già scossa dalla prima Rivoluzione di febbraio, e, soprattutto, la presa del Palazzo d’Inverno, che sembra un’avventura fantozziana e non certo l’eroica impresa descritta cinematograficamente, qualche anno dopo, da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sine ira et studio, questi due episodi, raccontati da Sebestyen, sono fuori da ogni grandezza, anzi: provocano una grande risata per la loro comicità. Per entrare in Russia, Lenin aveva tre scelte: in aereo (troppo pericoloso nel 1917 per la distanza), fingendosi svedese e sordomuto o travestito da bibliotecario. Il viaggio, infine, si fece con il leggendario vagone piombato (in realtà, fuori dalla leggenda, un vagone speciale e niente affatto piombato), pagato, però, dal Kaiser Guglielmo II, che, con quella inaudita collaborazione con il rivoluzionario russo, riuscì a fermare la guerra sul fronte orientale, a far scoppiare la Rivoluzione d’ottobre, facendo poi la pace con il trattato di Brest-Litovsk, cioè la resa e l’uscita della Russia dalla Prima guerra mondiale. Per questo motivo Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

P.S. L’articolo è stato ripreso anche da questi siti:

https://www.pressreader.com/italy/libero/20170324/282106341466845

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/triangolo-rivoluzione-libro-racconta-vladimir-lenin-piccolo-144295.htm

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS DI LONDRA CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919). Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919).
Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

 

La visita a Londra di un appassionato d’arte e di storia. Un commento alla mostra Revolution.

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Di Roberto Coaloa

"Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

“Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra-evento, “Revolution: Russian Art 1917-1932”, è la Royal Academy of Arts di Londra. La mostra, inaugurata sabato 11 febbraio, ha segnato l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale russa, Pietrogrado, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello zar, il 7 novembre per il nostro calendario) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò il comunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con un appassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titolo We cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime. Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia dell’umanità». In effetti, la mostra è caratterizzata dallo sbandieramento di gonfaloni rossi. Tuttavia, il taglio dei curatori non mira alla celebrazione del comunismo, ma a una chiara definizione dei rapporti che ebbero le avanguardie russe e il realismo socialista dal 1917 al 1932 col potere politico.

La mostra è aperta fino al 17 aprile e vale la pena, soltanto per alcune importanti opere presenti alla Royal Academy (tra le quali quelle di Kandinskij, Malevič, Chagall e Rodčenko), fare un viaggio a Londra. L’ingresso alla mostra costa 18 sterline, il catalogo 40 sterline ed è edito dalla Royal Academy. La mostra è curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray. Tra le opere di propaganda esposte a Londra, le più rilevanti sono «Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij e «Il bolscevico» di Boris Kustodiev.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

Il primo è un manifesto geniale dal punto di vista visivo: un affilato triangolo rosso è diretto contro una massa bianca, come un paletto contro il cuore di un vampiro: è un’immagine di supporto per i bolscevichi che hanno preso il potere. La seconda opera, dalla Galleria Tret’jakov, rappresenta l’uomo nuovo: il bolscevico. Soprattutto descrive il desiderio, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, di combattere la cosiddetta pittura da cavalletto.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

Tra le curiosità della mostra un’opera di Kliment Red’ko, «Insurrezione», sempre dalla Galleria Tret’jakov, in cui Lenin appare attorniato dalla folla e dai suoi apostoli, tra i quali Trockij. Ovviamente fu sequestrata sotto Stalin e riapparve solo nel 1980. Di Isaak Israilevič Brodskij, il più rilevante seguace del realismo socialista, ci sono i famosi ritratti dei leader comunisti: «Lenin allo Smol’ny», dove il rivoluzionario è intento a scrivere con dei fogli appoggiati sulla gamba, un altro potente ritratto di Lenin, con alle spalle la bandiera rossa e la folla, e Stalin, nel 1928. All’opera figurativa di Kuzma Petrov-Vodkin c’è un’intera sezione della mostra londinese, dove stupiscono la «Fantasia» del 1920 e il contestato ritratto di Lenin nella bara. Inoltre, trovano spazio le fabbriche tessili di Dejneka, le fotografie di Arkadij Šajchet, i film sperimentali di David Abelevič Kaufman, noto come Dziga Vertov, e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sorge anche la ricostruzione di un esemplare, di abitazione sovietica, austera e funzionale, la Kommunalka, e il meraviglioso «Letatlin» dell’architetto Vladimir Evgrafovič Tatlin.

La mostra di Londra appare eccezionale per qualità di pezzi esposti, eppure mancano alcune cose. Da una parte, come ha già notato il critico Jones, la mostra omette la spietata brutalità del comunismo sovietico. Dall’altra, lo notiamo con un certo stupore, Revolution elude la grande colpa del nonno di The Queen. Re Giorgio V, infatti, non salvò i Romanov.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Nel 1917 Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, ma il re inglese non fece nulla e l’intera famiglia imperiale russa fu sterminata nel 1918. Pavel Nikolaevič Miljukov, ministro degli esteri del governo provvisorio, aveva inutilmente supplicato il governo inglese di offrire un aiuto alla famiglia imperiale russa, un asilo politico: «C’est la dernière chance – scrisse Miljukov – de sauver la liberté et peut-être la vie de ces malheureux». Il governo britannico attese, Giorgio V sottovalutò il problema, mentre uno scarno comunicato del Foreign Office domandava al governo provvisorio russo «de choisir une autre résidence pour Leur Majestés impériales».

Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere il cugino Romanov (tra l’altro alleato della Gran Bretagna contro il Reich del Kaiser Guglielmo II), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione della famiglia imperiale, che, “imprigionata” dai bolscevichi in un primo tempo nella sfarzosa reggia di Carskoe Selo, fu trasferita a Tobolsk in Siberia e poi a Ekaterimburg, aldilà degli Urali, il 26 aprile 1918, e segregata nella casa Ipatiev. Il 16 luglio 1918, a mezzanotte, l’intera famiglia imperiale fu massacrata. La notizia non arrivò subito a Giorgio V, ma quando si seppe quell’atrocità, nel 1921, il re britannico non esitò a salvare la vita all’ex “nemico”, l’imperatore d’Austria Carlo d’Asburgo, anche lui minacciato dai venti rivoluzionari.

Il costo delle vite umane della Rivoluzione e degli anni immediatamente successivi fu immenso: milioni di morti. La Russia, negli anni successivi la Rivoluzione, perse anche una grossa parte dei suoi uomini migliori: esiliati per forza o per propria volontà. Se ne andarono dalla Russia sovietica autentici geni, come, ad esempio, Evgraf Petrovič Kovalevskij e suo figlio Pierre, emigrarono artisti come Andrej Jakovlevič Beloborodov e Grigorij Ivanovič Šil’tjan. Molti scelsero l’Italia, come la figlia primogenita di Lev Tolstoj, e tanti aristocratici e intellettuali. A Sanremo si trasferì Aleksandr S. Botkin, fratello di Evgenij, medico personale dello zar Nicola II, fucilato a Ekaterimburg con la famiglia imperiale. La Rivoluzione creò un nuovo Stato totalitario e le conseguenze più nefaste le subirono immediatamente i paesi “satelliti” del moderno Impero sovietico, come Georgia e Armenia, segnati da terrore rosso, pogrom antiebraici, carestia, freddo e malattie. Paese delle «pietre urlanti», ad esempio, è la definizione coniata dal poeta russo Osip Mandel’stam per l’Armenia.

Epilogo: Londra, non dimentichiamolo, è storica terra di rivoluzionari. Al Cimitero di Highgate c’è la tomba di Marx. A Percy Circus c’è la casa di Lenin…

SHAKESPEARE UN MOSAICO RAFFAZZONATO

Roberto Coaloa fotografato a Parigi, tra i suoi ultimi volumi dedicati a Tolstoj, nella libreria italiana "Tour de Babel" al numero 10 di "Rue du Roi de Sicile" nel Marais. Martedì 31 gennaio 2017 dal fotografo Ernie Engadin.

Roberto Coaloa fotografato a Parigi, tra i suoi ultimi volumi dedicati a Tolstoj, nella libreria italiana “Tour de Babel” al numero 10 di “Rue du Roi de Sicile” nel Marais. Martedì 31 gennaio 2017 dal fotografo Ernie Engadin.

Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio sul drammaturgo inglese in un saggio dell’inizio del Novecento sulla rivista “La parola russa”. La critica viene recuperata dallo studioso Roberto Coaloa che la pubblica con una sua introduzione.

Dal quotidiano Messaggero, martedì 31 gennaio 2017.

 

SHAKESPEARE UN MOSAICO RAFFAZZONATO

Di Annarosa Mattei

Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio sul drammaturgo inglese in un saggio dell’inizio del Novecento sulla rivista “La parola russa”. La critica viene recuperata dallo studioso Roberto Coaloa che la pubblica con una sua introduzione. Recensione di Annarosa Mattei dal quotidiano Messaggero, martedì 31 gennaio 2017.

Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio sul drammaturgo inglese in un saggio dell’inizio del Novecento sulla rivista “La parola russa”. La critica viene recuperata dallo studioso Roberto Coaloa che la pubblica con una sua introduzione. Recensione di Annarosa Mattei dal quotidiano Messaggero, martedì 31 gennaio 2017.

“Ricordo lo stupore che avvertii alla prima lettura di Shakespeare. Mi aspettavo di provare un forte gradimento estetico, ma leggendo una dopo l’altra le sue opere annoverate tra le migliori, Re Lear, Romeo e Giulietta, Amleto e Macbeth, io non solo non provavo soddisfazione, ma, al contrario, sentivo irresistibile ostilità, tedio e imbarazzo.” Tolstoj esprime questo sorprendente giudizio in un saggio intitolato Su Shakespeare e il dramma, pubblicato nel 1906 sulla rivista «La parola russa», tradotto subito in inglese (On Shakespeare. A critical Essay on Shakespeare), poi in francese e in tedesco. Comparso in Italia tra il ’60 e il ’64 e ormai introvabile, lo propone ora in una nuova traduzione, tratta dall’edizione russa delle opere complete, lo studioso Roberto Coaloa, che in un’ampia introduzione ne ricostruisce la genesi e l’accoglienza critica. Tolstoj, nel 1894, nella tenuta di Jasnaja Poljana, aveva ricevuto lo scrittore  americano Ernest Howard Crosby, sostenitore e divulgatore delle sue idee sociali, e, pur giudicandolo proprio un “americano” per educazione e temperamento, una “persona per bene, non stupida, ma superficiale”, aveva mantenuto con lui un contatto epistolare. Quando, nel 1903, Crosby gli fa recapitare un suo saggio, intitolato Shakespeare’s attitude toward the Working class, Tolstoj ne è colpito e decide di scriverne una prefazione che man mano diventa un libro. Un vero pamphlet, più scandaloso dei precedenti scritti, per dimostrare che l’arte e il gusto sono controllati da una minoranza capace di sfruttare le mode del momento, che classici, come Beethoven, Raffaello, Dante, lo stesso Shakespeare, hanno fama immeritata grazie a un’accumulazione di giudizi, di “suggestioni epidemiche che la gente ha sempre subito e sempre subisce”. Tolstoj, che non aveva mai smesso di amare e odiare il “talento drammatico” di Shakespeare, dopo aver letto il saggio di Crosby, rilegge tutte le sue opere dimostrando che “non hanno assolutamente nulla in comune con l’arte e la poesia”, che sono “artificiosamente incollate, come un mosaico di pezzetti e raffazzonate a casaccio”, che la maestria dell’autore consiste nello sviluppare le scene senza badare alla credibilità e alla misura, concludendo che lui, Tolstoj, vuole  “salvare la gente dalla necessità di fingere di amare questa roba”. A riprova del suo giudizio analizza soprattutto Re Lear valutandola “opera molto scadente e buttata giù alla rinfusa, la quale anche se poteva essere per qualcuno interessante, in un certo pubblico a quell’epoca, oggi per noi non può suscitare alcuna impressione ma disgusto e noia”. Ne critica la trama, il linguaggio artificioso, l’assenza di significato e di verosimiglianza nelle parole e negli atti del vecchio re, trova le situazioni e i caratteri non conformi ai tempi e ai luoghi, trame e personaggi non originali e tratti da altre storie. Tolstoj aveva già riflettuto sull’arte, soprattutto sul ruolo della musica, che amava e praticava molto anche in casa, suscitando enorme scalpore con le sue idee radicali. In Che cos’è l’arte?, in Sonata a Kreutzer, come nel saggio su Shakespeare, Tolstoj afferma che l’arte è autentica solo se ha una finalità etica, se è volta alla comunità e sa destare in essa “un contagio di sentimenti” “necessario alla vita e al progresso verso il bene”.  Se la qualità di un’opera si misura dalla bellezza di forme, contenuti, linguaggi, sincerità d’intenti, i drammi di Shakespeare, carichi “di orrori, di buffonerie, di ragionamenti a effetto”, sono, a parer suo, inutile intrattenimento, spettacolo adatto “allo spirito irreligioso e immoralistico diffuso nella gente d’alto ceto”. Paradossale giudizio critico, secondo Coaloa, che nel vecchio Tolstoj ottantaduenne, in fuga da Jasnaja Poljana, da sé e dalla sua morte, ritiene, con qualche fondamento, di riconoscere proprio il tragico personaggio di re Lear.

Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, a cura di Roberto Coaloa, Libreria Utopia Editrice, Milano, pag. 144, €. 17

Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, a cura di Roberto Coaloa, Libreria Utopia Editrice, Milano, pag. 144, €. 17

 

LEV TOLSTOJ, “SU SHAKESPEARE E IL DRAMMA”. A CURA DI ROBERTO COALOA

Roberto Coaloa (a cura di), Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, Milano, Libreria Utopia Editrice, pagg. 144, € 17,00.

Roberto Coaloa (a cura di), Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, Milano, Libreria Utopia Editrice, pagg. 144, € 17,00.

 

#400Shakespeare #Tolstoj

Ospitiamo un intervento di Debora Vitulano, studentessa di Civiltà e Lingue straniere moderne all’Università degli studi di Parma, sulla presentazione del volume di Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma a Milano.

LEV TOLSTOJ, SU SHAKESPEARE E IL DRAMMA. A CURA DI ROBERTO COALOA. PRESENTAZIONE CON IL CURATORE, MARGHERITA CREPAX, SILVIA PIETTA E LUCIO MORAWETZ ALLA LIBRERIA UTOPIA DI MILANO

Di Debora Vitulano

Domenica 20 novembre 2016 alla Libreria Utopia di Milano (via Marsala 2) è stato presentato il saggio critico di Lev Tolstoj Su Shakespeare e il dramma, tradotto e curato da Roberto Coaloa, edito da Libreria Utopia Editrice.

Era dal 1964 che l’opera non appariva tradotta in Italia. Due furono, infatti, le precedenti edizioni italiane: la prima del 1960 a cura di Vittorio Beonio Brocchieri e la seconda del 1964 a cura di Lubomir Radoyce. Entrambe risultano, però, costellate d’inesattezze, come rileva Coaloa nell’introduzione al volume. La sua traduzione è, invece, il frutto di un attento lavoro sul testo originale, contenuto nell’edizione russa delle Opere complete in novanta volumi, e di ricerche condotte nella casa museo di Tolstoj a Mosca e nella biblioteca di Jasnaja Poljana. Ricerche che hanno evidenziato come Tolstoj avesse letto Shakespeare per tutta la vita, essendone influenzato, confrontandosi con lui e arrivando, nel 1906, a stroncarlo con questo saggio critico, uscito per la prima volta sulla rivista La parola russa (Novoe Russkoe Slovo) con il titolo О Шекспире и о драме (критический очерк) (O Šekspire i o drame (kritičeskij očerk)).

Milano. Libreria Utopia. Domenica 20 novembre 2016. Roberto Coaloa e Margherita Crepax.

Milano. Libreria Utopia. Domenica 20 novembre 2016. Roberto Coaloa e Margherita Crepax.

Perché Tolstoj non amava Shakespeare? Che cosa lo indispettiva tanto del drammaturgo inglese, molto osannato, per giunta, in Russia? È quanto ha spiegato, davanti ad un numeroso pubblico, il curatore Roberto Coaloa alla presentazione del saggio di Tolstoj. Con lui sono intervenuti l’editore Lucio Morawetz, l’attrice shakespeariana Silvia Pietta e la slavista Margherita Crepax, traduttrice, tra le altre cose, de Il Maestro e Margherita di Bulgakov per Feltrinelli, che ha molto apprezzato la puntualità del lavoro di Coaloa, definendolo “Толстовед” (Tolstoved), un autentico studioso di Tolstoj.

"King Lear Weeping over the Dead Body of Cordelia", un enorme dipinto eseguito da James Barry tra il 1786-87. Olio su tela per la Boydell Gallery (ora Londra, Tate).

“King Lear Weeping over the Dead Body of Cordelia”, un enorme dipinto eseguito da James Barry tra il 1786-87. Olio su tela per la Boydell Gallery (ora Londra, Tate).

All’inizio del Novecento il mito di Shakespeare subì una radicale demitizzazione. Da una parte la desacralizzazione operata da Tolstoj, dall’altra la sottile ironia di George Bernard Shaw, tra i primi nel mondo britannico ad applaudire il saggio critico dello scrittore russo. In realtà, quando Tolstoj uscì con questo nuovo lavoro, si levarono numerose critiche. A molti il saggio su Shakespeare appariva come un’imbarazzante caduta di stile dell’autore di Guerra e pace. Per questa ragione, Coaloa ha ricordato, tra le altre, la critica di George Orwell, il quale affermava che Tolstoj non poteva soffrire Shakespeare e forse gli serbava rancore per aver prefigurato in Re Lear quello che sarà il fallimento della sua vita familiare.

Coaloa, contrariamente a Orwell e all’opinione più diffusa, sostiene che l’intervento di Tolstoj su Shakespeare sia di grande valore, non tanto dal punto di vista della critica, ma perché interpella ancora il lettore moderno su un problema decisivo dell’arte: in che maniera si crea un certo canone del gusto e perché piacciono autori universalmente considerati geni e le loro opere, senza discuterne il reale valore di capolavoro.

E proprio in questo senso che Shaw apprezza il lavoro critico, apparentemente strambo, del più grande scrittore allora vivente. Shaw, infatti, si ribella alle sciocche sovrastrutture del mito attorno al Bardo: «Stiamo facendo un feticcio del nostro Cigno. Era la più grande intelligenza che avessimo mai prodotto, ma proprio la tendenza a considerarlo superiore alla stessa critica è controproducente… Adorarlo come un semidio infallibile è falsa ammirazione».

L'attrice Silvia Pietta

L’attrice Silvia Pietta

Inoltre, Coaloa nota che non è vero che Tolstoj avesse un’imperfetta conoscenza dell’inglese (molti critici, infatti, hanno paragonato Tolstoj a Voltaire, cui nuoceva nel giudizio la scarsa competenza dell’inglese). Tolstoj a settantacinque anni rilegge tutto Shakespeare e cerca di comprenderlo addirittura in varie lingue, passando dall’inglese al tedesco, al francese. Il problema, come tra l’altro notò il già citato Shaw, era che non esisteva ancora una seria critica filologica sui testi del drammaturgo inglese, cosa, invece, che sarà ampiamente fatta nel corso del Novecento. L’importanza di Su Shakespeare e il dramma è, dunque, da ricercare nell’inaugurazione, finalmente, di un’attenta analisi delle opere del Bardo. Come ha notato l’attrice Silvia Pietta durante il reading, solo recentemente è stata rimossa, perché ritenuta spuria, la prima parte di Re Lear, presente, invece, nell’edizione letta da Tolstoj e da lui a ragione criticata.

Per Tolstoj, anch’egli autore di teatro, Shakespeare «non aveva niente da dire». Egli ritiene che quello del Bardo fosse, semplicemente, un teatro d’intrattenimento, fatto di retorica, contrasti e parallelismi tipici dell’arte scenica elisabettiana, che per lui non sono altro che fonte di “отвращение, скучу и недоумение” (otrvrascienie, skuču i nedoumenie), “repulsione, tedio e imbarazzo”. Ed è proprio sull’azione e sulle parole e non su un’etica che Shakespeare avrebbe costruito i suoi personaggi, cui risulta, quindi, impossibile attribuire dei caratteri ben definiti. Scrive, infatti, Tolstoj: «Anche quei personaggi che nei suoi drammi si distinguono come caratteri, altro non sono che caratteri imprestati da opere precedenti, le quali sono servite a lui per la base del dramma. I personaggi sono rappresentati per lo più non già con il metodo drammatico, consistente nell’obbligare ogni personaggio a parlare con un linguaggio proprio, bensì con il metodo epico, facendo descrivere ad alcuni di loro le qualità di altri». E prende in esame Amleto, figura che ebbe grande fortuna in Russia dalla metà del Settecento, ma alle cui azioni e ai cui discorsi Tolstoj non riesce proprio a trovare una giustificazione.

Inoltre, nel teatro shakespeariano è assente l’etica. In Re Lear, ad esempio, quanto ci potrebbe essere di commovente, come la scena di Lear con la figlia, sarebbe poi vanificato dall’assenza di un significato profondo. Che cosa ha spinto, allora, intere generazioni di lettori e spettatori a elogiare Shakespeare proprio per la sua profondità? Secondo Tolstoj, la moda. Shakespeare è un grande perché così dicono tutti. Lo dicevano i romantici. Lo diceva Goethe. E per questo lo dice ogni nobile russo. Le critiche al Bardo diventano, dunque, anche un attacco alle classi agiate del suo tempo, come nota nell’introduzione Coaloa, rappresentati in Anna Karenina da Karenin, il marito della protagonista, di cui Tolstoj scrive: «Anna sapeva che in politica, filosofia e teologia il marito si concedeva dubbi e lunghe ricerche, mentre in materia d’arte e di poesia – e soprattutto di musica, che proprio non capiva – aveva opinioni saldissime e perfettamente definite. Amava parlare di Shakespeare, Raffaello e Beethoven e del ruolo delle nuove scuole di poesia e musica, che sapeva elencare in nitidissima successione». Coaloa osserva: «A questo trio di sciagurati Tolstoj aggiunge più tardi Dante. Le ragioni di questo atteggiamento sono da ricercare nell’idea che Tolstoj ha dell’arte. Ritornando al povero Karenin, con le sue orecchie che non piacevano alla moglie, Tolstoj prende di mira e denuncia una classe sociale, quella dei ricchi, per i quali sapere un po’ di Shakespeare, Dante, Raffaello e Beethoven è una condizione necessaria per passare, nella loro ristretta cerchia di amici, per persone colte».

Tolstoj afferma che il culto di Shakespeare non è altro che il frutto di un’infatuazione generale immeritata, poiché il poeta di Stratford non era un artista e le sue opere non sono opere d’arte. Tolstoj si propone, quindi, di dimostrare che la fama acquistata e conservata da Shakespeare nel corso dei secoli deriva da una suggestione dannosa: «La suggestione costituisce sempre una menzogna, e ogni menzogna costituisce un male». Le ragioni esposte da Tolstoj per il suo giudizio di condanna sono differenti e vanno dalla mancanza di equilibrio estetico all’assenza di preoccupazioni morali e sociali, senza le quali l’opera d’arte scade al livello di puro divertimento.

Il saggio Su Shakespeare e il dramma non è, dunque, una semplice stroncatura del drammaturgo inglese, ma un pamphlet in cui Tolstoj riflette sull’arte, sul suo ruolo nella società contemporanea e sulla figura dell’artista. Per Tolstoj l’arte non deve mai essere fine a se stessa, né pura fonte d’intrattenimento, ma deve sempre essere subordinata a una superiore finalità etica e quindi al servizio dell’uomo. Già nel 1897, in Che cos’è l’arte?, egli scriveva: «L’arte non è, come dicono i metafisici, la manifestazione di qualche idea misteriosa, della bellezza o di Dio; non è, come dicono i fisiologi, un giuoco in cui l’uomo sfoga le superflue energie accumulate; non è la produzione di opere gradevoli; e, ciò che più importa, non è godimento; ma è un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini accumunandone le sensazioni, ed è necessario alla vita e al progresso verso il bene del singolo uomo e dell’umanità». E questo, secondo lo scrittore russo, non è ciò che fa Shakespeare. Ne deriva che la sua fama non sarebbe da imputare all’effettiva qualità del suo lavoro, quanto piuttosto a un’accumulazione di giudizi sproporzionati: «L’evidente esagerazione di questi giudizi dimostra in modo più convincente di ogni altra cosa che tale valutazione è la conseguenza non di un sano ragionamento, ma di un’allucinazione. Quanto più insignificante, più basso, più vuoto è il fenomeno, purché esso sia divenuto oggetto di suggestione, tanto più gli si attribuisce un significato sovrannaturale, esagerato. Il papa non è semplicemente santo, ma è santissimo, e così via. Shakespeare non è solo un buon scrittore, ma un grandissimo genio, l’eterno maestro dell’umanità». E, in una società in cui una minoranza controlla i gusti di una maggioranza, seguendo prettamente le mode, tali giudizi vengono presi per un dato di fatto e ripetuti senza alcun vaglio critico. Gli elogi riservati al drammaturgo inglese sarebbero, quindi, solo il frutto di una suggestione e non stupisce che tali lodi siano sgradite a un intellettuale come Tolstoj, che fece della verità la sua bandiera.

Roberto Coaloa (a cura di), Lev Tolstoj, Su Shakespeare e il dramma, Milano, Libreria Utopia Editrice, pagg. 144, € 17,00.

A PROPOSITO DI ŠENTALINSKIJ E BULGAKOV

Parma. Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi. 28 ottobre 2016. Lo scrittore e poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij con Luciana Vagge Saccorotti e Maria Candida Ghidini.

Parma. Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi. 28 ottobre 2016. Lo scrittore e poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij con Luciana Vagge Saccorotti e Maria Candida Ghidini.

Abbiamo visto come la studiosa italiana Luciana Vagge Saccorotti ha messo in luce il lavoro dello scrittore e poeta Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, che ha recuperato gli scritti di Michail Bulgakov negli archivi di Mosca.

Ora ospitiamo un intervento di Debora Vitulano, studentessa di Civiltà e Lingue straniere moderne all’Università degli studi di Parma, sul tour italiano di Šentalinskij, che ha illustrato in una serie di incontri aperti al pubblico i risultati delle sue ricerche.

A PROPOSITO DI ŠENTALINSKIJ E BULGAKOV

Di Debora Vitulano

Giovedì 13 ottobre, nel plesso di Lingue e letterature straniere dell’Università degli Studi di Parma, lo scrittore, giornalista e poeta russo Vitalij Šentalinskij ha tenuto una conferenza sulla sua opera di recupero e pubblicazione dei manoscritti contenuti negli archivi della Lubjanka, sede dei servizi segreti sovietici prima e russi poi a Mosca. Ad organizzare l’incontro, aperto non solo a noi russisti ma anche a semplici curiosi, la professoressa di letteratura russa Maria Candida Ghidini, con la dottoressa Giulia De Florio a tradurre Šentalinskij.

Sono state due ore dense e toccanti, durante le quali lo scrittore settantasettenne ha ripercorso in maniera appassionata la sua avventura alla Lubjanka, dalla prima volta che vi mise piede, alla fine del 1988, fino alla pubblicazione dei frutti del suo lavoro, prima in Francia e poi in Russia: La Parole ressuscitée. Dans les archives littéraires du K.G.B. (Parigi, 1993) – Рабы свободы (Mosca, 1995) e Les surprises de la Loubianka. Nouvelles découvertes dans les archives littéraires du K.G.B. (Parigi, 1996) – Донос на Сократа (Mosca, 2001); in Italia I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB, edito da Garzanti nel 1994. Quello di Šentalinskij è stato un titanico lavoro filologico, che ha ridato alla luce i fascicoli degli arresti e degli interrogatori subiti da poeti, scrittori e intellettuali a partire dagli anni Trenta, quando intere classi sociali divennero bersaglio delle persecuzioni del regime stalinista, le loro confessioni, i romanzi, i racconti secretati, bozze, manoscritti e fotografie che non lasciano dubbi sui metodi utilizzati dai čekisti. Čeka è una delle tante sigle che definì i servizi segreti sovietici. ČEKA, VCK, GPU, OGPU, NKDV, MGB, MVD, KGB. Allineate così producono un suono di mitraglia, osserva Šentalinskij. Una mitraglia che ha continuato a mietere vittime per anni e anni: è stato stimato che quasi tremila scrittori siano stati arrestati e che più della metà sia morta in lager. Non stupisce, dunque, che Vitalij definisca la Lubjanka “кровавая кухня” (“fucina insanguinata”) e “грабница исторической памяти России” (“tomba della memoria storica russa”). E fu proprio la memoria a spingerlo sul suo cammino. “Без памяти нет создании, а без создании нет человека” (“senza memoria non esistono radici e senza radici non esiste l’essere umano”), spiega Šentalinskij. Negli anni Ottanta, in pieno clima di perestrojka, la Russia stava cambiando e sentiva la necessità di ricostruire la propria storia come mezzo per riappropriarsi della propria identità, poiché fino ad allora aveva vissuto solo a metà. Quella sovietica era stata una società con coscienze scisse: “Одно говоришь, другое думаешь, а третие делаешь” (“dici una cosa, ne pensi un’altra e ne fai una terza). A muovere lo scrittore fu poi anche la volontà di rendere giustizia a quella letteratura che ha da sempre rappresentato in Russia un secondo potere accanto a quello politico, un parlamento quando di un parlamento reale non c’era ancora traccia, e che è la più grande ricchezza esportata all’estero. Egli ritiene che il grande successo della letteratura russa derivi dal suo essere non soltanto una forma d’arte, ma anche una via di salvezza per l’uomo, prendendo su di sé tutti i colpi che la vita gli infligge. Ed è forse per questo che gli scrittori russi non hanno mai esitato a sacrificarle le proprie vite e ciò da ben prima di Stalin, del KGB e della Lubjanka (si pensi, per esempio, a Puškin). Šentalinskij ricorda che una giornalista russa una volta gli disse: “Россия-это страна, которая убивает своих поэтов, но которая рождает людей готовых умерать для своиx стихов” (“la Russia è quel paese che uccide i suoi poeti, ma che fa nascere persone pronte a morire per i propri versi”). Ed è proprio a queste persone che egli ha dedicato il suo lavoro, perché se restituire loro la vita di cui sono stati privati è cosa impossibile, garantirne la sopravvivenza nella memoria e soprattutto nell’arte è un dovere.

Del suo primo giorno alla Lubjanka Šentalinskij ricorda tutto perfettamente. All’ingresso c’era ad attenderlo un čekista, che gli fece notare come lui fosse il primo scrittore ad entrare volontariamente in quel luogo. Una volta nell’archivio, poi, gli domandò: “Где Bас посадить?” (“Dove la faccio sedere?”, ma in russo il verbo посадить ha come primo significato “arrestare”). Che il gioco di parole fosse voluto o meno, a Vitalij pare ancora di sentire un brivido corrergli lungo la schiena. Quello stesso čekista sarebbe rimasto con lui per tutta la durata delle sue ricerche, che si svolsero anche alla presenza di un procuratore e i cui risultati venivano pubblicati in itinere sulla rivista “Ogonjok”. Mentre parla, lo scrittore fa passare davanti ai nostri occhi verbali degli interrogatori, condanne, dichiarazioni, manoscritti e fotografie degli arrestati prima e durante la loro permanenza alla Lubjanka. I volti tumefatti e gli occhi vacui di grandi del panorama intellettuale sovietico, come il filosofo, matematico e presbitero Pavel Aleksandrovič Florenskij e il regista Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d, sono angoscianti. Ma non mancano neanche le sorprese. Con stupore degli stessi addetti ai lavori, negli archivi furono ritrovati anche manoscritti  di Lev Tolstoj, che morì prima ancora della nascita dell’Urss, nel 1910, ed un carteggio tra lo scrittore ed un insegnante. Nel caos infuriante in seguito alla rivoluzione del 1905, quest’ultimo gli chiedeva: “Как жить дальше?” (“Come andare avanti a vivere?”). La risposta di Tolstoj fu: “Чтобы делать лучшей жизнь не переделайте других, а себя” (“per rendere migliore la vita non cerchi di cambiare gli altri, ma se stesso”). Alla rivoluzione propugnata da Lenin l’autore di Guerra e pace contrapponeva l’evoluzione, ma il giovane insegnante non gli diede ascolto: si unì ai rivoluzionari, fu arrestato e giustiziato. Inestimabile è poi la poesia Non ci sentiamo il paese sotto i piedi di Osip Mandel’štam, scritta di suo pugno in sede di interrogatorio. Questi versi costituivano un forte attacco a Stalin, al punto da costargli l’arresto. Una volta alla Lubjanka, un ufficiale iniziò a recitarglieli, chiedendogli se fossero effettivamente suoi. Per tutta risposta, Mandel’štam lo corresse, poiché era stato impreciso nella citazione, scrisse la poesia di suo pugno e si firmò. Dall’immagine che ci proietta Vitalij notiamo che non c’è traccia di cancellature o esitazioni: il poeta aveva firmato la sua condanna senza timore, convinto com’era che l’identità del poeta stesse nella sua fedeltà alla verità (“Поэт-это сознание своей праваты”). Alla fine se la cavò con un confino, ma qualche anno dopo, durante il Grande Terrore del 1937, fu di nuovo arrestato, condannato ai lavori forzati e morì in un lager di transito. Il pezzo forte, però, Šentalinskij lo riserva per il finale: Michail Bulgakov. Bulgakov non condivise il destino di Mandel’štam, ma fu per tutta la vita vittima della censura del regime stalinista. L’apice delle persecuzioni nei suoi confronti fu la confisca del manoscritto di Cuore di cane e del suo diario personale. L’autore de Il Maestro e Margherita lottò per tre anni per riaverli e, quando finalmente gli furono restituiti, decise di bruciare il diario, sentito come qualcosa di estremamente intimo che non avrebbe dovuto finire nelle mani di terzi. La perdita per i posteri sarebbe stata, però, immensa, trattandosi di un documento artistico, storico e sociale di grande valore. Fortuna che alla Lubjanka ne avessero fatto a sua insaputa una copia, che sarebbe poi stata ritrovata da Vitalij. Ad aggiungere rilievo a questo episodio è la sua straordinaria coincidenza col passo forse più famoso del capolavoro di Bulgakov. Nel Il Maestro e Margherita, il Maestro, alter ego dell’autore, scrive un romanzo su Ponzio Pilato e dinanzi all’impossibilità di pubblicarlo decide di bruciarne il manoscritto. Quello stesso manoscritto gli verrà, però, riconsegnato alla fine da Voland, il Diavolo, il quale lo apostroferà così: “Чепуха, рукаписи не горят” (“Sciocchezze, i manoscritti non bruciano”). Questa, ovviamente, è una cosa che accade solo ai grandi, osserva Šentalinskij ridendo.

La questione del diario di Michail Bulgakov è stata approfondita ulteriormente nella seconda tappa parmigiana di Vitalij, che mercoledì 26 ottobre è stato ospite alla Biblioteca Internazionale Ilaria Alpi con la studiosa, ricercatrice e scrittrice Luciana Vagge Saccorotti, che alla sua riscoperta di Bulgakov negli archivi della Lubjanka ha dedicato un libro, Il maestro svelato, uscito quest’anno per Gammarò edizioni. Ad un certo punto, qualcuno tra il pubblico ha chiesto loro quale fosse la ragione dell’insofferenza del regime nei confronti di Bulgakov. I due, ridendo, hanno citato il dramma Batumi. In molti avevano sollecitato lo scrittore a comporre una pièce su Stalin, per mettere così fine alle persecuzioni nei suoi confronti. Ed egli lo fece, ma, lungi dallo scrivere una pièce comunista, diede vita a Batumi, un’opera teatrale in cui il giovane Stalin viene rappresentato nell’atto di ricevere un pugno da una guardia bianca. Non stupisce che lo stesso Stalin ne abbia vietato la rappresentazione con un sonoro “Не надо” (“meglio di no”).

Ad accompagnare Šentalinskij in tutte le sue tappe italiane (non solo Parma, ma anche Torino, La Spezia, Pordenone…) la moglie Tatjana, che Vagge Saccorotti nella sua prefazione definisce “donna affascinante, intelligente, studiosa anche lei dei popoli artici [come la stessa autrice], autrice di libri e articoli sui Russi che da secoli vivono nel grande grembo della Siberia avvolti in un sincretismo culturale con le popolazioni aborigene”. Se Vitalij è riuscito a portare a termine la sua impresa è anche merito suo, che per aiutarlo è arrivata a lasciare il suo lavoro. E lui, con sguardo di chi con la propria compagna di vita ha avuto la fortuna di condividere tanto, non manca di ringraziarla, raccontando di come una volta fosse stato sul punto di mollare e lei lo avesse spronato a continuare, dicendogli che se non avesse scritto lui lo avrebbe fatto lei: “Io mi sono vergognato e sono andato avanti”.

MICHAIL BULGAKOV. I DIARI DEL MAESTRO SVELATI DAGLI ARCHIVI DELLA LUBJANKA

Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, sabato 27 agosto 2016: "I diari del Maestro svelati dagli archivi della Lubjanka".

Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, sabato 27 agosto 2016: “I diari del Maestro svelati dagli archivi della Lubjanka”.

La studiosa italiana Luciana Vagge Saccorotti mette in luce il titanico lavoro di Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, poeta e scrittore, per recuperare gli scritti di Michail Bulgakov. I manoscritti dell’autore del Maestro e Margherita sono conservati negli archivi della Lubjanka. Lo scrittore russo aveva bruciato gli appunti confiscati e poi restituiti avventurosamente dai servizi segreti sovietici. Ma alla Lubjanka ne avevano fatte copie, ora riemerse. Un intervento di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, sabato 27 agosto 2016.

P.S. Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij sarà ospite domenica 18 settembre alla rassegna “Pordenonelegge” (a Pordenone, al Teatro Verdi, ore 11) insieme a Luciana Vagge Saccorotti.

 

Michail Afanas'evič Bulgakov (1891-1940)

Michail Afanas’evič Bulgakov (1891-1940)

MICHAIL BULGAKOV. I DIARI DEL MAESTRO SVELATI DAGLI ARCHIVI DELLA LUBJANKA

Di Roberto Coaloa

Oggi Michail Bulgakov, l’autore del Maestro e Margherita, è tra gli autori più amati in Russia e nel mondo dalla nuove generazioni. Però, per collocarlo tra i giganti del periodo sovietico è occorso molto tempo: solo nel 1973 c’è stata la prima edizione sovietica non censurata del Maestro e Margherita, solo a partire dal 1989 sono state pubblicate numerose raccolte di opere di varie dimensioni. Tutti gli studiosi di Bulgakov hanno un forte debito di riconoscenza verso la Čudakova e la Janovskaja, che nel corso degli anni Ottanta hanno stabilito il testo definitivo di una buona parte dei lavori di Bulgakov. Dagli anni Novanta, dagli archivi cominciarono a uscire materiali relativi alle opere principali; altri documenti furono ritrovati in modi fortunosi.

Julie Curtis

Julie Curtis

Oggi, il cammino da percorrere per la pubblicazione di una vera e propria raccolta delle opere complete è ancora lungo. In Italia, nel 1992, uscì per Rizzoli I manoscritti non bruciano della slavista Julie Curtis in cui per la prima volta furono pubblicati degli scritti inediti di Bulgakov, diari e lettere, usciti dagli archivi del KGB. In Italia, ricordiamo la pubblicazione di otto pièces teatrali, nel 1968 per De Donato, nelle traduzioni di Laura Boffa, Tania Gargiulo, Bruno Meriggi e Maria Olsoufieva e, in tempi più recenti, l’ottimo lavoro di Serena Prina per Feltrinelli, nella riproposta di La guardia bianca.

Luciana Vagge Saccorotti

Luciana Vagge Saccorotti

Ora, grazie a Luciana Vagge Saccorotti, è pubblicata un’interessante sintesi della trilogia di Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij, autore di tre volumi frutto di ricerche negli archivi della Lubjanka, la sede dei Servizi Segreti sovietici, durante la perestrojka.

Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij

Vitalij Aleksandrovič Šentalinskij

Vagge Saccorotti ha estratto con avidità e amore tutto ciò che riguardava Bulgakov, il dossier redatto dal KGB e parte dei diari, che, come abbiamo visto erano stati già pubblicati, non in maniera completa, nel lavoro pionieristico di Julie Curtis. Ne risulta un’opera straordinaria per il lettore italiano: gli scritti di Bulgakov che riemergono dalla Lubjanka in Il Maestro svelato, pubblicati da Gammarò edizioni (pp. 174, € 18,00) mostrano lo spirito indomito dello scrittore, il suo straordinario coraggio.

C’è una storia curiosa a proposito delle pagine di diario che Bulgakov tenne nei primi anni Venti, poco dopo essersi stabilito a Mosca. Nel 1926 l’OGPU (una delle strutture che anticiparono il KGB) perquisì l’appartamento di Bulgakov e confiscò il suo diario insieme al manoscritto di Cuore di cane. In maniera rocambolesca, nel 1929, lo scrittore riebbe i due testi e bruciò immediatamente il diario e decise di non tenerne mai più. Da allora si credette che il diario fosse definitivamente perduto. L’avvento della glasnost’ indusse il KGB ad ammettere che, in realtà, negli anni Venti l’OGPU aveva fatto copie di almeno una parte del diario, e che tali copie erano conservate negli archivi del KGB. Il testo fu pubblicato, praticamente in versione integrale, nel 1989-90. In quegli anni si conobbe anche meglio il romanzo Il Maestro e Margherita. Tutto questo ha attribuito forza particolare a una frase del romanzo che proclama coraggiosamente l’integrità dell’arte: «I manoscritti non bruciano».

I lettori di Bulgakov amano la figura del Maestro e sorridono di Pilato, una figura umana che ha un solo amico, Banga, un gigantesco cane grigio dalle orecchie aguzze, con un collare ornato da piastre colorate. Il Maestro è la tipica figura del dissidente, confinato come un pazzo in quanto autore di un romanzo su Ponzio Pilato, ovviamente demolito dalla critica del regime. Quel romanzo, osserva la studiosa Vagge Saccorotti: «Dopo tanti tormenti, durante i quali dopo la rabbia e l’indignazione era subentrata la paura, e avendo capito che il suo lavoro non avrebbe mai visto la luce, il Maestro lo getta nel fuoco: “Spezzandomi le unghie, laceravo i quaderni”. Qui Bulgakov descrive l’incenerimento del romanzo con le stesse identiche parole che aveva usate per raccontare la distruzione dei suoi Diari che gli erano stati restituiti dall’OGPU». Le corrispondenze tra il Maestro e Bulgakov sono più evidenti che mai.

EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

 

Ezio Gribaudo, pittore, collezionista, amico di Bacon e Fontana, confidente di Picasso. Vita e confessioni del novantenne editore d’arte omaggiato da una mostra a Taormina. Intervista di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, martedì 13 settembre 2016.

La mostra dedicata a Gribaudo è nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera» (fino al 16 ottobre). Sempre a Taormina si sta svolgendo (e termina il 17 settembre) Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

Oggi, 13 settembre, per Taobuk, una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», con Paola Gribaudo e Barbara Tutino, pensata in occasione della mostra «Dall’opera al libro, dal libro all’opera».

 

EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Di Roberto Coaloa

Fino al 17 settembre torna Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

È l’occasione anche di visitare, nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja, una mostra dedicata a Ezio Gribaudo: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera». La preziosa esposizione termina il 16 ottobre. Il catalogo è un vero e proprio libro d’artista, realizzato dall’editore Gli Ori di Pistoia (ottimo esempio di libro da collezionare, un tesoro in sé). Il volume documenta l’opera di Gribaudo, con un ricco apparato di immagini, lettere e fotografie, e la storia di un editore, con testi di Mario Andreose e Barbara Tutino. Non mancano i riferimenti alla Sicilia, il dipinto di Guarienti «Lettera dalla Sicilia» e Renato Guttuso i cui testi furono scritti da Vincenzo Consolo, Giuseppe Tornatore e Fabio Carapezza. Il tutto è curato da Paola Gribaudo, figlia e prima collaboratrice di Ezio che in mostra espone una selezione dei mille libri che ha curato fino ad ora e terrà una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», al Taobuk il 13 settembre.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Chi scrive ha intervistato Ezio Gribaudo (nato il 10 gennaio 1929 a Torino) nel suo studio nell’antica capitale sabauda. Lì, ci sono i suoi libri, le sue opere. Da un’ampia finestra si vede la Mole Antonelliana e il giro delle Alpi che circonda Torino. Il Maestro mi guarda attraverso i suoi occhiali scuri. Guardo Gribaudo (vestito da gran flâneur, con le mani eleganti sempre in movimento) e gli chiedo se ha nostalgie: «Sì. Francis Bacon mi disse: “Vieni a Londra perché voglio farti un ritratto di quelli piccoli”. Gli dissi che sarei andato, ma preso da mille cose… stupidamente non trovai il tempo. Voleva che posassi per lui a Londra. Un rimpianto che mi porterò dietro tutta la vita». Non possiamo che sorridere a questa “disavventura”; ma d’altro canto va gustata come un bellissimo aneddoto di una vita irripetibile d’artista.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Il giovane Gribaudo («avrei voluto essere uno studente dandy di Eton College») studiò architettura interessandosi alle tecniche grafiche e tipografiche. Vicino alle esperienze di Tapies, Burri, Fontana, Gribaudo ha esaltato l’importanza della materia; per le sue tavole (rilievi, rilievi e serigrafie, bassorilievi) e per le sue sculture, realizzate in polistirolo (Logogrifi), ha sempre usato prevalentemente il bianco su bianco. Il Maestro è anche un noto collezionista d’arte, una figura ricca di sfaccettature anche se l’editoria è stata sempre la sua passione predominante: «la mia prima casa editrice era la Pozzo, che stampava gli orari ferroviari e grazie a me iniziò a fare libri d’artista». Nella sua “galleria editoriale” c’è il meglio del Novecento: da Fabbri editori, Tallone e Vanni Scheiwiller. Poi ci sono le relazioni con gli artisti di cui Gribaudo fu amico, editore, collaboratore e, più di tutto corrispondente spirituale: Lucio Fontana, De Chirico, Picasso, Mirò, Sutherland. Le monografie degli artisti pubblicate da Gribaudo sono sempre accompagnate dagli scritti di letterati e poeti. Beckett, ad esempio, scrisse per Bram Van Velde. Nella mostra di Taormina sono così uniti Pasolini, Moravia, Bacon e Jean Dubuffet.

Gribaudo ricorda i suoi viaggi: «Il più importante fu quello con Fontana nel 1961 a New York». Il Maestro torinese pubblicò Devenir de Fontana: «Lucio stava ore alle lastre. Gli ori erano ottenuti da una carta speciale, metallica. Abbiamo poi realizzato un’edizione di cento esemplari che conteneva un originale. Quelle copie sono servite a coprire le spese. Ecco, questi sono i lavori che Fontana ha fatto con le carte metalliche. Ne possiedo uno, minuscolo, rosso, di rara bellezza. Lui aveva una straordinaria creatività. Gli operai ne erano affascinati».

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Intensi anche i viaggi di Gribaudo in Russia; i primi da ragazzo, negli anni Cinquanta, per scoprire i maestri delle avanguardie. Poi l’amicizia con Chemiakin, di cui Gribaudo diventò editore. Nel 1988 il poeta russo Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, ospite d’onore del primo Salone del Libro, saputo che a casa di Gribaudo era ospite il connazionale Tselkov, tralasciò tutti gli impegni ufficiali per andare a casa dell’artista torinese. Gribaudo ricorda: «E così improvvisammo una cena a cui parteciparono anche Roberto Calasso e sua moglie Fleur Jaeggy. Prima di andarsene, a notte fonda, Brodskij disegnò un gatto sul mio librino d’oro».