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ALLONS ENFANTS, I LIBRAI ITALIANI CONQUISTANO PARIGI

Parigi, la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie.

Parigi, la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie.

Parigi. Corrispondenza di Roberto Coaloa.

Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia.

Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

 

ALLONS ENFANTS, I LIBRAI ITALIANI CONQUISTANO PARIGI

Di Roberto Coaloa

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.  Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia. Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.
Mentre in patria chiudono, le nostre librerie vivono una nuova vita nel cuore della Francia.
Dal quotidiano “Libero”, sabato 8 aprile 2017.

La bella Italia è «à la page» dai nostri cugini: «Ah! Monsieur. Je réve de l’Italie…». A Parigi si ama da sempre l’Italia, per la letteratura, il cinema (lì vive una grande diva, Claudia Cardinale, ammirata da tutti), la moda e la sua cucina. Ora, in particolare, a Parigi, grazie alla presenza di molti intellettuali italiani, la nostra cultura è protagonista! Mentre in Italia le librerie stanno tradendo la loro missione, cioè consigliare e vendere i libri e fare opera di diffusione della cultura e dell’incivilimento di un Paese (diventando, invece, sempre di più dispensatrici di «food»), in Francia le librerie, che vendono solo narrativa e poesia del Bel Paese, si moltiplicano per i tantissimi amateurs de belles lettres! Non è poco! Ormai a Milano, Roma o Torino non si può sfogliare un volume senza essere disturbati dal vociare insulso di giovani e vecchi ubriachi di spritz o birretta da “apericena”. Per non parlare delle biblioteche italiane: chi scrive non le ama più da quando sono diventate una specie di supermercato alla ricerca di clienti, di “numeri”, arruolando ragazzi analfabeti, che si baloccano alla ricerca di Wi-Fi… In Francia, invece, le librerie sono librerie e basta. Le biblioteche hanno ancora una piccola o grande sala per gli studiosi e non sono il regno del selvaggio bivacco di studenti sfaccendati.

A Parigi si vendono tantissimi libri italiani; accanto alle librerie storiche crescono quelle nuove, come «Marcovaldo», al numero 61 di rue Charlot, e «La Libreria», al numero 89 di rue du Faubourg Poissonnière. La più bella è la libreria italiana «Tour de Babel» di Fortunato Tramuta, al numero 10 di Rue du Roi de Sicilie. Fortunato è nato a Lucca Sicula (Agrigento), ma per lui è stato un puro caso trovare quell’indirizzo (così, almeno, mi assicura lui, assai divertito). Soprattutto quell’indirizzo è una grande fortuna (e a lui, con quel nome, non poteva che essere così): «Rue du Roi de Sicilie – spiega il libraio – è una parallela della parte terminale della più nota e lunghissima Rue de Rivoli, che da Place de la Concorde costeggia i maestosi Jardin des Tuileries, il Museo del Louvre, l’Hôtel de Ville fino a Saint Paul dove comincia Rue Saint Antoine che la congiunge a Place de la Bastille. Dalla fermata della metro, a Saint Paul, alla libreria ci sono a piedi meno di due minuti. Da qui poi inizia una zona favolosa di Parigi, passeggiando sul trottoir, a poche centinaia di metri c’è Place des Vosges, la più antica piazza di Parigi, la vecchia “Piazza Reale”, dove ora nella casa abitata da Victor Hugo c’è un bellissimo museo a lui dedicato. Per la mia libreria, avere la fermata della metropolitana a due passi è stato fondamentale per la nostra attività. Abbiamo una clientela che si sposta, che gattona volentieri nel Marais, spostandosi da altri quartieri». Quasi tutti francesi, innamorati dell’Italia, aggiungo io, davvero poco interessati al loro Victor Hugo, ma che invece desiderano ardentemente Dante, Manzoni, Pirandello… Fortunato aggiunge: «In Francia non c’è una crisi del libro, come altrove. Gli amici librai francesi hanno un’associazione forte. Ci sono poi leggi e altri accorgimenti che ci tutelano. La mia libreria dà lavoro a due persone a tempo pieno e poi ci sono molti collaboratori». Chi scrive è un cliente fisso della Tour de Babel e ha assistito, centinaia di volte, alla scena della signora o del signore francese che ha letto un libro italiano tradotto nella sua lingua e ora, innamorato dell’autore, lo vuole leggere in originale: «C’est épetant Manzoni!». Spiega Tramuta: «La cultura italiana si esporta bene in Francia e per convincersene basta vedere i clamorosi risultati delle vendite di Elena Ferrante. A volte se il libro è tradotto in francese c’è l’effetto che il lettore lo chieda poi da leggere nell’originale. A volte, invece, è il caso di Goliarda Sapienza, c’è prima il successo francese del libro, che poi diventa un caso nella Penisola, com’è accaduto a L’arte della gioia». Tramuta, poi, mi spiega chi sono i migliori traduttori francesi. Non ha dubbi: per la poesia è Jean-Charles Vegliante (sua la traduzione per Gallimard di La Comédie. Poème Sacré di Dante Alighieri); per la narrativa è Jean-Paul Manganaro (che ha appena tradotto per Seuil L’affreuse embrouille de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda).

Una vetrina della Tour de Babel. Fotografia di Ernie Engadin.

Una vetrina della Tour de Babel. Fotografia di Ernie Engadin.

I libri italiani che vende di più Tramuta sono quelli di Erri De Luca, Italo Calvino e Antonio Tabucchi. Tra gli autori italiani che hanno scritto di Parigi, il libraio ne consiglia tre: Francesco Forlani, Parigi senza passare dal via; Filippo D’Angelo, La fine dell’altro mondo; Andrea Inglese, Parigi è un desiderio. Alla Tour de Babel, però, non ci sono solo i libri. C’è anche una galleria, chiamata «Petite Galerie». La prima mostra fu di un amico di Tramuta, Mario Dondero. Ora ospita la mostra «Terres en formes»: le sculture della bravissima Fiammetta Lipparini. Inoltre, per gli appassionati di cinema, Tramuta ha sempre a disposizione tutti i film di Rossellini, Visconti, Fellini, Pasolini, Monicelli… Non c’è un titolo del grande cinema italiano che manchi alla Tour de Babel!

Altro luogo che offre a piene mani la cultura e l’arte del nostro Paese è l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, al numero 50 di rue de Varenne. A dirigerlo, da un anno, c’è Fabio Gambaro. L’Hôtel de Galliffet ospita una magnifica biblioteca dedicata a Italo Calvino, curata dall’ottimo Francesco Scaglione. Gambaro si è anche inventato (con Cristina Piovani e Evelyn Prawlo) il festival «Italianissimo», in questi giorni alla sua seconda edizione. Inutile dire che è un grandissimo successo!

ATTORNO A UN ASINO MORTO

Jules Janin (1804-1874).  Dall'edizione illustrata di "L'asino morto" (Paris, Ernest Bourdin, 1842). Il ritratto è di Tony Johannot.

Jules Janin (1804-1874).
Dall’edizione illustrata di “L’asino morto” (Paris, Ernest Bourdin, 1842). Il ritratto è di Tony Johannot.

Un pezzo di Roberto Coaloa, “Domenica”, Il Sole – 24 Ore, sulla riscoperta – tutta italiana – di Jules Janin, scrittore francese sensibile e ambiziosissimo. Grazie a Giorgio Leonardi e alle Edizioni della Sera appare per la prima volta in Italia L’asino morto, capolavoro di Janin.

La cultura d’oltralpe, negli ultimi quarant’anni, ha abbandonato il grande Janin in un andito buio della polverosa biblioteca ottocentesca, tra gli autori di culto, for happy few, ricordandolo semplicisticamente come lo spirito più intelligente del cosiddetto frénétisme, filone estremo del Romanticismo (Domenica, 22 maggio 2016).

Le immagini che compaiono in questo articolo sono tratte dall’edizione illustrata di “L’asino morto” (Paris, Ernest Bourdin, 1842). I disegni sono di Tony Johannot.

 

ATTORNO A UN ASINO MORTO

Di Roberto Coaloa

Jules Janin (1804-1874) fu un raffinato scrittore francese oggi quasi dimenticato. È quindi con ammirazione, e sorpresa, che salutiamo questa riscoperta tutta italiana di Janin, grazie alla bella traduzione di L’âne mort, proposta da Giorgio Leonardi, brillante studioso di letteratura (a cui si deve, tra l’altro, anche una recente monografia di Janin su Sade).

L'Asino Charlot

L’Asino Charlot

La storia del romanzo è davvero bizzarra: il narratore, un uomo elegante che ha la sensibilità e i tratti del flâneur alla Baudelaire, s’innamora di una leggiadra ragazza, Henriette, che rincorre il suo magnifico asino, Charlot, alle porte di Parigi. Dopo il primo, memorabile  incontro, il narratore segue le vicende della ragazza e dell’asino, improvvisamente separati. Charlot cambia padrone e diventa un relitto. Henriette, invece, si trasforma in una donna fatale. Non possiamo svelare il finale, ma restiamo affascinati dall’uomo che racconta la storia e che si proclama «devoto partigiano dell’orrore».

Janin scrive pagine memorabili sulla Parigi romantica, con le sue bettole e i suoi splendidi palazzi; non la capitale che abbiamo conosciuto grazie ai moschettieri di Dumas, ma quella bella e atroce della prima metà dell’Ottocento, che fece letteralmente fuggire il giovane conte Lev Tolstoj da quella «follia», dopo aver visto decapitare un uomo con la ghigliottina. Parigi, scrive Janin, ha «una società che, stanca di chiedere emozioni agli eroi della storia, non ha trovato niente di meglio per distrarsi che ricorrere ai galeotti e ai carnefici».

L'ASINO MORTOL’Autore è un attento osservatore di Parigi. Alcune sue pagine sui bordelli sono più ricche e curiose, anticipandole di un secolo, di quelle di Walter Benjamin dedicate alla prostituzione e al gioco a Parigi. «Uomo della folla», Janin traccia dei tipi indimenticabili, che Benjamin, insuperabile flâneur del Novecento, non ebbe occasione di rintracciare nei suoi studi alla Biblioteca Nazionale. All’ingresso della barrière, Janin ci presenta «l’uomo modello». Scorrono altre “maschere”: un dandy miserrimo, un accattone dignitoso. Da ricordare i momenti all’obitorio e il capitolo sul galvanismo: ironica visione della fantastica Mary Shelley e di Frankenstein, che in Janin è un aristocratico inglese senza una gamba. Elettrizzato, il defunto diventa un “eroe” da Graves Movie della Hammer Film. Rimpiangiamo davvero che un Peter Cushing o un Christopher Lee non abbiano realizzato una trasposizione cinematografica di L’asino morto, agghiacciante avventura, condita da sadico humour noir, che non ha nulla da invidiare alle cupe atmosfere dei racconti di Poe, Henry James, Lovecraft, Richard Matheson e Hoffmann Price.

Jules Janin, L’asino morto, a cura di Giorgio Leonardi, Edizioni della Sera, Roma, pagg. 220, € 14,00.

RICORDO DI SERGIO FABRIZIO DONADONI.

Torino. Biblioteca Nazionale. Mostra su Carlo Vidua. Da sinistra: Silvio Curto, Roberto Coaloa, Anna Maria Roveri Donadoni, Sergio Fabrizio Donadoni.

Torino. Biblioteca Nazionale. Mostra su Carlo Vidua. Da sinistra: Silvio Curto, Roberto Coaloa, Anna Maria Roveri Donadoni, Sergio Fabrizio Donadoni.

Ho conosciuto Sergio Fabrizio Donadoni, il più grande egittologo italiano, diciotto anni fa. La compagnia era ottima. Oltre a lui c’erano sua moglie, Anna Maria Roveri Donadoni, e Silvio Curto. Eravamo a Torino, presso la Biblioteca Nazionale, per una mostra e un convegno sul grande viaggiatore Carlo Vidua. Eventi straordinari, organizzati dall’”Associazione Immagine per il Piemonte” dell’amico Vittorio Giovanni Cardinali e curati dal sottoscritto. Sergio Donadoni mi chiedeva di fare una spedizione in Egitto, sulle orme di Carlo Vidua («Ah! Voilà le voyage nubien du Comte Carlo Vidua, fin février-fin avril 1820!»), sua moglie mi ripeteva di scrivere un saggio su Letronne e il Conte di Conzano, con Curto (chiamato affettuosamente da noi “Orso Yoghi”) si parlava di viaggi pericolosissimi, dell’Oriente, di recenti studi olandesi su Vidua e mi diceva, il buon Curto: «Coaloa, scrivi la biografia del tuo conterraneo!»…

Sono trascorsi diciotto anni e ho fatto tutto questo (viaggi e libri), per fortuna! Bello è stato conoscere questi personaggi. Forse questi legami sono come specchi, che riflettono le nostre corrispondenze spirituali con un mondo antico, passato. E ci spronano a perfezionare noi stessi.

A Sergio, Silvio e Anna Maria sono debitore di storie, peregrinazioni e ricerche.

Ricordo Sergio perché è scomparso a Roma, a 101 anni, il 31 ottobre 2015.

È stato il più grande egittologo italiano. Tanti anni, vissuti con intensità e dolcezza. Forse gli ultimi tempi sono stati un po’ amari: per l’atroce abbandono al quale sono ridotte molte cose che amava. Sergio era nato a Palermo il 13 ottobre del 1914 da una madre che insegnava inglese e da un padre, il poeta Eugenio Donadoni (1870-1924), brillante storico della letteratura italiana, studioso di Foscolo e di Tasso, che a sette anni gli faceva leggere l’Iliade. Sergio avrebbe potuto seguire le orme paterne ed eccellere in qualunque settore del mondo della cultura. Scelse l’antico Egitto perché sua madre un giorno lo accompagnò al British Museum di Londra, dove per la prima volta osservò da vicino le meraviglie di quella favolosa civiltà, nella quale «tutto sembrava costruito per essere eterno», come notava Pierre Loti.

Conseguita la maturità a 16 anni, aveva vinto il concorso per entrare alla Scuola Normale di Pisa dove era stato accolto da Giovanni Gentile, amico del padre.

Si era laureato nel 1934 con un altro grande egittologo, Annibale Evaristo Breccia (1876-1967), membro dell’Accademia dei Lincei, direttore del Museo Greco-Romano di Alessandria d’Egitto, succedendo nel 1904 a Giuseppe Botti.

Dopo la laurea, Sergio trascorse due anni con la borsa di studio a Parigi, gli anni di noviziato. Era la città di Jean-Francois Champollion, Auguste Mariette e Gaston Maspero, i tre mostri sacri dell’Egittologia, ma anche il luogo dove negli anni precedenti la guerra si radunavano i più grandi pensatori. Donadoni divenne amico del fisico Bruno Pontecorvo, uno dei ragazzi di via Panisperna allievo di Enrico Fermi, e del filologo Gianfranco Contini, uomo di sterminate conoscenze. Uno degli incontri più importanti fu quello con Christiane Desroches, conquistata all’archeologia dalla scoperta della tomba di Tutankhamon da parte di Howard Carter: fu la prima donna responsabile di uno scavo in Egitto e durante l’occupazione di Parigi fu lei a sottrarre ai nazisti i reperti egizi del Louvre, portandoli al sicuro nelle zone non occupate.

Quando Donadoni tornò in Italia, Breccia gli propose di sostituirlo al Museo di Alessandria. In Egitto, l’amore per i resti di quella grande civiltà divenne indissolubile. Andava in tram a Giza e da lì un altro tram lo portava nella campagna: al capolinea, le piramidi si stagliavano sullo sfondo, incorruttibili ed eterne. Fu lui a cercare per primo di smantellare l’immagine funerea dell’antico Egitto, sempre associata a tombe e mummie. Tutto quello che vedeva intorno a sé testimoniava intelligenza, cultura, vita.

Nel 1960, quando Christiane Desroches denunciò al mondo che la diga di Assuan avrebbe ricoperto di acqua i templi della Nubia e che bisognava fare qualcosa, Donadoni fu scelto come componente della commissione istituita dall’Unesco e lavorò per salvare i templi di Ellesija e di Abu Simbel con Silvio Curto, scomparso a 96 anni un mese fa. Fu questa esperienza che arricchì il Museo Egizio di Torino, voluto negli anni venti dell’Ottocento da Carlo Vidua. Accanto alle Collezioni di Drovetti, il Museo Egizio di Torino, grazie ai lavori di Curto e Donadoni, ebbe dal governo egiziano il permesso di acquisire nuovi tesori, da aggiungere alla sua eccezionale raccolta egizia ottocentesca.

Sergio esplorò, dal 1958 al 1969, esplorò sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia.

Nel 1975 ha ottenuto il Premio Feltrinelli per l’Archeologia.

Sergio è stato membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. In Francia è stato accademico dell’Académie des inscriptions et belles-lettres e dell’Institut d’Égypte.

Dalla Repubblica italiana è stato insignito dalla Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte il 2 giugno 1986. Sergio è anche Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per iniziativa del Presidente della Repubblica, titolo conferitogli il 18 aprile 2000.

Sua moglie, Anna Maria Roveri Donadoni, è stata dal 1984 al 2004 sovrintendente del Museo Egizio di Torino, ma lui non ha mai voluto legarsi a una città particolare. Un anno fa, al compimento dei 100 anni, aveva raccontato in un’intervista per “Repubblica”, raccolta da Antonio Gnoli, del suo ritorno in Egitto e della ragione per la quale preferiva vivere di ricordi: «Ho visto solo desolazione. Lo dico con il cuore spezzato: che epoca è mai la nostra?».

Restano di lui il suo sorriso, la sua amicizia, alcune sue lettere e le sue tante pubblicazioni, tra le quali ricordiamo: La civiltà egiziana (1940), Arte egizia (1955), La religione dell’Egitto antico (1955), Storia della letteratura egiziana antica (1957) e Appunti di grammatica egiziana (1963).

Addio Sergio, spero di ritrovarti per parlare di pietre e letteratura nell’aldilà, dopo un lunghissimo tempo vissuto quaggiù, tra i mortali.

Roberto Coaloa