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VLADIMIR LENIN. IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c'è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l'intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d'ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua...

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c’è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l’intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d’ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua…

 

Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

Una nuova biografia su Lenin scritta da Victor Sebestyen mostra il leader comunista ossessionato dal ménage à trois con amante e moglie, descrivendo, fuori dalla leggenda, gli episodi più famosi della rivoluzione di cent’anni fa, resa possibile dall’aiuto del Kaiser tedesco e da molta fortuna.

IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Di Roberto Coaloa

"Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

“Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

A Zurigo, all’inizio del 1917, l’anno della Rivoluzione d’ottobre, mentre pacifisti e rivoluzionari trovavano rifugio dall’«inutile strage» nella Svizzera neutrale, Stefan Zweig incontrò diverse volte Lenin al Café Odeon, dove si radunavano i bolscevichi (pare che i menscevichi preferissero l’Adler). Zweig non restò impressionato dal leader russo e anni dopo si chiese: come mai «questo piccolo uomo caparbio, Lenin, diventò tanto importante?».

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, "Lenin", pubblicato da Rizzoli.

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, “Lenin”, pubblicato da Rizzoli.

A spiegarci il successo di Lenin e i suoi segreti è oggi Victor Sebestyen nel suo ampio e avvincente saggio Lenin, pubblicato da Rizzoli (pp. 562, € 25,00). Il leader russo aveva un’idea fissa: la Rivoluzione, ma nel farla ebbe fortuna e, dopo aver letto attentamente il volume di Sebestyen, che ci racconta molto del Lenin “borghese”, «innamorato», si intuisce che il principale leader della Rivoluzione fosse in realtà lo spietato Lev Trockij. Ma questa è un’altra storia… Il segreto di Lenin, per Sebestyen, fu l’essere “coccolato” e sostenuto dalle donne. Donne della Rivoluzione, ovviamente. Lenin fu anche un “mammone”: la madre Marija Aleksandrovna Blank lo sostenne economicamente fino a 46 anni, cioè fino a un anno prima della Rivoluzione, quando lei  morì a 81 anni.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Le donne della sua vita furono due rivoluzionarie, e in questo Lenin fu davvero un buon rivoluzionario per i suoi tempi, inaugurando lo stile novecentesco del  ménage à trois. La moglie, ovviamente, brutta, sembrava un’aringa. Nadja Krupskaja fu così definita dalla cognata, Anna, legata al fratello da un affetto un po’ tirannico ed esclusivo. E poi l’amante: Elisabeth Inès Armand. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei. Era nata l’8 maggio 1874, anche se nel corso degli anni sono state indicate altre date da lei, dalla sua famiglia o da compagni per confondere le autorità di polizia e dell’immigrazione in vari Paesi europei. Nacque a Parigi, ma ci visse poco, finché vi tornò in qualità di attivista bolscevica quando aveva circa trent’anni. Era una femminista convinta e appassionata, che ammirava Tolstoj. Inés si era sposata a diciotto anni in Russia con un signore francese, Armand, rampollo di una ricca famiglia che aveva fatto fortuna nel nuovo settore industriale. Inés, ben presto, lasciò la casa e i figli, e si dedicò completamente alla Rivoluzione. Il marito continuò a seguirla, ad aiutarla da lontano, pagando le cauzioni e le spese di processo in occasione dei suoi frequenti arresti. Fino a quando la vittoria dei bolscevichi gli fece perdere le fabbriche di famiglia. Lenin incontrò Inès a Parigi nel 1910. Non solo gli amici della vecchia guardia, ma anche la Krupskaja era al corrente del legame di Lenin con Inès. Lui stesso glielo aveva confessato, obbedendo ai principi dell’etica rivoluzionaria, e i due coniugi avevano discusso il problema con franchezza e serenità. Lei, Nadezda, aveva subito proposto al marito di andarsene, per lasciarlo libero di dedicarsi all’amante. Ma Lenin le aveva chiesto di restare: malgrado l’amore per l’ardente francesina, era troppo importante – e rassicurante – per lui quel cantuccio di domestica calma che la moglie aveva saputo costruirgli intorno, con materna abnegazione.

Sebestyen poi ci racconta alcuni episodi entrati nella leggenda rivoluzionaria, come l’arrivo di Lenin dopo l’esilio nella capitale russa, Pietrogrado, già scossa dalla prima Rivoluzione di febbraio, e, soprattutto, la presa del Palazzo d’Inverno, che sembra un’avventura fantozziana e non certo l’eroica impresa descritta cinematograficamente, qualche anno dopo, da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sine ira et studio, questi due episodi, raccontati da Sebestyen, sono fuori da ogni grandezza, anzi: provocano una grande risata per la loro comicità. Per entrare in Russia, Lenin aveva tre scelte: in aereo (troppo pericoloso nel 1917 per la distanza), fingendosi svedese e sordomuto o travestito da bibliotecario. Il viaggio, infine, si fece con il leggendario vagone piombato (in realtà, fuori dalla leggenda, un vagone speciale e niente affatto piombato), pagato, però, dal Kaiser Guglielmo II, che, con quella inaudita collaborazione con il rivoluzionario russo, riuscì a fermare la guerra sul fronte orientale, a far scoppiare la Rivoluzione d’ottobre, facendo poi la pace con il trattato di Brest-Litovsk, cioè la resa e l’uscita della Russia dalla Prima guerra mondiale. Per questo motivo Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

P.S. L’articolo è stato ripreso anche da questi siti:

https://www.pressreader.com/italy/libero/20170324/282106341466845

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/triangolo-rivoluzione-libro-racconta-vladimir-lenin-piccolo-144295.htm

MEMORIE DI UN’EUROPA IN CRISI, TRA DECADENZA E NOSTALGIA IMPERIALE

Cavaliere tedesco del XIII secolo, miniatura del manoscritto di Minnesänger.

Cavaliere tedesco del XIII secolo, miniatura del manoscritto di Minnesänger.

 

Le impressioni del vostro Flâneur europeo, Roberto Coaloa. A proposito del recente pamphlet di Donald Sassoon, «Quo vadis Europa?» (Castelvecchi) e del prezioso volume di Lucien Febvre, «Europa. Storia di una civiltà» (Feltrinelli).

 

MEMORIE DI UN’EUROPA IN CRISI, TRA DECADENZA E NOSTALGIA IMPERIALE

Di Roberto Coaloa

Un recente pamphlet di Donald Sassoon e un volume di Lucien Febvre, sul corso tenuto al Collège de France nell’anno accademico 1944-1945, riproposto settant’anni dopo la sua realizzazione, indagano, ognuno a suo modo, sull’Europa, nata sulle ceneri dell’antica Roma («è sorta quando l’Impero è crollato», diceva Marc Bloch) e sul suo futuro. Il continente visto quindi attraverso il lungo periodo della sua storia millenaria: un approccio significativo, ancora più attuale a cento anni dall’inizio della Grande Guerra e in un momento di profonda crisi degli ideali targati Europa. Per la generazione di Febvre, la scelta europea, dopo due conflitti mondiali, era il ritorno dello sviluppo della ragione. Settanta anni dopo la lezione dello storico francese, l’europeismo è il gran malato, a cagione anche di una stagione politica, suggerisce Sassoon, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, in cui la politica come professione è stata irrisa in molti Stati europei.

Sassoon osserva in Quo vadis Europa? (Castelvecchi, pagg. 48, € 6,00): «Negli anni Novanta, e anche prima, molti politologi e commentatori pensavano che il disincanto popolare per la politica fosse dovuto all’incapacità dei politici di governare. La loro ossessione con i cicli elettorali, la loro paura di prendere decisioni impopolari, il loro costante tentativo di cercare di piacere a tutti avevano portato alla paralisi politica. La soluzione, si pensava, era delegare la decisione difficile a degli “esperti” non eletti come i banchieri centrali, i quali, privi della preoccupazione di non piacere e del bisogno di essere eletti o rieletti, possono fare quel che è necessario senza timore di ripercussioni».

Febvre in Europa. Storia di una civiltà (a cura di Thérèse Charmasson e Brigitte Mazon, traduzione di Adelina Galeotti, Feltrinelli, pagg. 356, € 15) ricorda (approvando e correggendo Bloch) che «L’Europa diventa una possibilità da quando l’Impero si disgrega».

Febvre è stato uno dei più grandi storici francesi del Novecento. Nato a Nancy, il 22 luglio 1878, lo storico combatté nella Grande Guerra. Nel 1929 Febvre e Bloch fondarono il giornale Annales d’histoire économique et sociale. Nel 1933 Febvre ottenne una cattedra al Collegio di Francia. Pubblicò svariati studi, interrotti durante la Seconda guerra mondiale. Fernand Braudel fu suo allievo e con lui fondò la sesta sezione della École pratique des hautes études. Morì il 25 settembre 1956 a Saint-Amour.

La nascita dell’Europa coincide con l’espansione del Cristianesimo a Est. In questa indagine, però, non si tratta di attardarsi inutilmente sul problema dei confini: l’Europa non è soltanto uno spazio, ma anche una civiltà. Emblematico è il caso russo. Su questo Lucien Febvre è perentorio: la Russia è più volte europea, e innanzitutto per la sua popolazione slava, come quella della Polonia, della Boemia o della Serbia; lo è anche per l’estensione che ha dato al cristianesimo, che ha portato fino in Siberia; per aver protetto l’Occidente contro la minaccia turca; la Russia è certamente Europa per la sua cultura, che allinea un tale palmarès, da Cechov a Stravinskij, da Rublëv a Tolstoj e a Dostoevskij, che poche nazioni europee possono farle concorrenza. Dunque, l’Europa fu a lungo una definizione geografica un po’ vaga, a cui su attribuiva un confine atroce – gli Urali – e su cui ha poggiato una entità storica che ha preso corpo, che ha avuto una identità, in verità variabile. È alla ricerca di questa identità che parte Febvre. E a leggerlo si capisce come abbia potuto stregare i suoi contemporanei: Marc Bloch, Fernand Braudel e Robert Mandrou. Osserva Febvre: «Quando gli europei hanno paura delle rivolte che piovono contro le vecchie egemonie coloniali nei territori esterni; hanno paura di vedere l’Europa invasa da forme sociali diverse dalle nostre forme sociali tradizionali; paura di se stessi, infine, e delle proprie discordie. Tutto questo c’è in fondo al mito europeo che abbiamo visto svilupparsi sotto i nostri occhi…».

Tra l’Ottocento e la Prima guerra mondiale, il nazionalismo, attore principale nell’agone politico e in sanguinosissime guerre, provoca la crisi dell’immagine dell’Europa. La nazione non è fatta da individui, osserva Febvre, è fatta da gruppi che avvertono la dimensione europea come proprio nemico.

Il testo di Febvre rimane un monito contro i semplici entusiasmi e soprattutto contro le semplificazioni della politica. Non c’è ottimismo e grandezza, anche se qualcuno venti anni fa pensò che la parola Europa evocasse un percorso degno delle glorie degli imperatori romani. I termini della questione, oggi, sono atrocemente complicati, e, come suggerisce con disincanto Sassoon, non dobbiamo obnubilare il nostro sguardo da false speranze. Per comprendere l’Europa di domani occorrerà riflettere sulla sua attuale e futura povertà. «Le possibilità per i giovani di trovare lavoro – scrive Sassoon – saranno assai inferiori a quelle esistite nell’epoca aurea degli anni Sessanta e Settanta».

Sir Winston Leonard Spencer Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 – Londra, 24 gennaio 1965).

Sir Winston Leonard Spencer Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 – Londra, 24 gennaio 1965).

Sì, certo, ma – aggiungiamo noi – è finita la Guerra Fredda, abbiamo goduto di un lungo periodo di libertà e la comprensione della situazione ritornerà, forse anche grazie anche agli storici. Una strada si troverà! È lo spirito di Winston Churchill l’ausilio prezioso in questo momento difficile. Ricordiamo il suo scoramento dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche il suo ottimismo, sorretto da una grande cultura storica: «È mia sincera speranza che lo studio del passato possa servirci di guida nei giorni avvenire, dando alle nuove generazioni la possibilità di riparare alcuni degli errori dei trascorsi anni, e permettendo loro, in armonia con i bisogni e la dignità dell’uomo, di possedere la tremenda e segreta conoscenza del futuro» (Chartwell, Westerbam, Kent. Marzo 1948).

Lucien Febvre, Europa. Storia di una civiltà, a cura di Thérèse Charmasson e Brigitte Mazon, traduzione di Adelina Galeotti, Feltrinelli, pagg. 356, € 15.

Lucien Febvre, Europa. Storia di una civiltà, a cura di Thérèse Charmasson e Brigitte Mazon, traduzione di Adelina Galeotti, Feltrinelli, pagg. 356, € 15.