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EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

 

Ezio Gribaudo, pittore, collezionista, amico di Bacon e Fontana, confidente di Picasso. Vita e confessioni del novantenne editore d’arte omaggiato da una mostra a Taormina. Intervista di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, martedì 13 settembre 2016.

La mostra dedicata a Gribaudo è nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera» (fino al 16 ottobre). Sempre a Taormina si sta svolgendo (e termina il 17 settembre) Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

Oggi, 13 settembre, per Taobuk, una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», con Paola Gribaudo e Barbara Tutino, pensata in occasione della mostra «Dall’opera al libro, dal libro all’opera».

 

EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Di Roberto Coaloa

Fino al 17 settembre torna Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

È l’occasione anche di visitare, nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja, una mostra dedicata a Ezio Gribaudo: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera». La preziosa esposizione termina il 16 ottobre. Il catalogo è un vero e proprio libro d’artista, realizzato dall’editore Gli Ori di Pistoia (ottimo esempio di libro da collezionare, un tesoro in sé). Il volume documenta l’opera di Gribaudo, con un ricco apparato di immagini, lettere e fotografie, e la storia di un editore, con testi di Mario Andreose e Barbara Tutino. Non mancano i riferimenti alla Sicilia, il dipinto di Guarienti «Lettera dalla Sicilia» e Renato Guttuso i cui testi furono scritti da Vincenzo Consolo, Giuseppe Tornatore e Fabio Carapezza. Il tutto è curato da Paola Gribaudo, figlia e prima collaboratrice di Ezio che in mostra espone una selezione dei mille libri che ha curato fino ad ora e terrà una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», al Taobuk il 13 settembre.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Chi scrive ha intervistato Ezio Gribaudo (nato il 10 gennaio 1929 a Torino) nel suo studio nell’antica capitale sabauda. Lì, ci sono i suoi libri, le sue opere. Da un’ampia finestra si vede la Mole Antonelliana e il giro delle Alpi che circonda Torino. Il Maestro mi guarda attraverso i suoi occhiali scuri. Guardo Gribaudo (vestito da gran flâneur, con le mani eleganti sempre in movimento) e gli chiedo se ha nostalgie: «Sì. Francis Bacon mi disse: “Vieni a Londra perché voglio farti un ritratto di quelli piccoli”. Gli dissi che sarei andato, ma preso da mille cose… stupidamente non trovai il tempo. Voleva che posassi per lui a Londra. Un rimpianto che mi porterò dietro tutta la vita». Non possiamo che sorridere a questa “disavventura”; ma d’altro canto va gustata come un bellissimo aneddoto di una vita irripetibile d’artista.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Il giovane Gribaudo («avrei voluto essere uno studente dandy di Eton College») studiò architettura interessandosi alle tecniche grafiche e tipografiche. Vicino alle esperienze di Tapies, Burri, Fontana, Gribaudo ha esaltato l’importanza della materia; per le sue tavole (rilievi, rilievi e serigrafie, bassorilievi) e per le sue sculture, realizzate in polistirolo (Logogrifi), ha sempre usato prevalentemente il bianco su bianco. Il Maestro è anche un noto collezionista d’arte, una figura ricca di sfaccettature anche se l’editoria è stata sempre la sua passione predominante: «la mia prima casa editrice era la Pozzo, che stampava gli orari ferroviari e grazie a me iniziò a fare libri d’artista». Nella sua “galleria editoriale” c’è il meglio del Novecento: da Fabbri editori, Tallone e Vanni Scheiwiller. Poi ci sono le relazioni con gli artisti di cui Gribaudo fu amico, editore, collaboratore e, più di tutto corrispondente spirituale: Lucio Fontana, De Chirico, Picasso, Mirò, Sutherland. Le monografie degli artisti pubblicate da Gribaudo sono sempre accompagnate dagli scritti di letterati e poeti. Beckett, ad esempio, scrisse per Bram Van Velde. Nella mostra di Taormina sono così uniti Pasolini, Moravia, Bacon e Jean Dubuffet.

Gribaudo ricorda i suoi viaggi: «Il più importante fu quello con Fontana nel 1961 a New York». Il Maestro torinese pubblicò Devenir de Fontana: «Lucio stava ore alle lastre. Gli ori erano ottenuti da una carta speciale, metallica. Abbiamo poi realizzato un’edizione di cento esemplari che conteneva un originale. Quelle copie sono servite a coprire le spese. Ecco, questi sono i lavori che Fontana ha fatto con le carte metalliche. Ne possiedo uno, minuscolo, rosso, di rara bellezza. Lui aveva una straordinaria creatività. Gli operai ne erano affascinati».

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Intensi anche i viaggi di Gribaudo in Russia; i primi da ragazzo, negli anni Cinquanta, per scoprire i maestri delle avanguardie. Poi l’amicizia con Chemiakin, di cui Gribaudo diventò editore. Nel 1988 il poeta russo Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, ospite d’onore del primo Salone del Libro, saputo che a casa di Gribaudo era ospite il connazionale Tselkov, tralasciò tutti gli impegni ufficiali per andare a casa dell’artista torinese. Gribaudo ricorda: «E così improvvisammo una cena a cui parteciparono anche Roberto Calasso e sua moglie Fleur Jaeggy. Prima di andarsene, a notte fonda, Brodskij disegnò un gatto sul mio librino d’oro».

RICORDO DI SERGIO FABRIZIO DONADONI.

Torino. Biblioteca Nazionale. Mostra su Carlo Vidua. Da sinistra: Silvio Curto, Roberto Coaloa, Anna Maria Roveri Donadoni, Sergio Fabrizio Donadoni.

Torino. Biblioteca Nazionale. Mostra su Carlo Vidua. Da sinistra: Silvio Curto, Roberto Coaloa, Anna Maria Roveri Donadoni, Sergio Fabrizio Donadoni.

Ho conosciuto Sergio Fabrizio Donadoni, il più grande egittologo italiano, diciotto anni fa. La compagnia era ottima. Oltre a lui c’erano sua moglie, Anna Maria Roveri Donadoni, e Silvio Curto. Eravamo a Torino, presso la Biblioteca Nazionale, per una mostra e un convegno sul grande viaggiatore Carlo Vidua. Eventi straordinari, organizzati dall’”Associazione Immagine per il Piemonte” dell’amico Vittorio Giovanni Cardinali e curati dal sottoscritto. Sergio Donadoni mi chiedeva di fare una spedizione in Egitto, sulle orme di Carlo Vidua («Ah! Voilà le voyage nubien du Comte Carlo Vidua, fin février-fin avril 1820!»), sua moglie mi ripeteva di scrivere un saggio su Letronne e il Conte di Conzano, con Curto (chiamato affettuosamente da noi “Orso Yoghi”) si parlava di viaggi pericolosissimi, dell’Oriente, di recenti studi olandesi su Vidua e mi diceva, il buon Curto: «Coaloa, scrivi la biografia del tuo conterraneo!»…

Sono trascorsi diciotto anni e ho fatto tutto questo (viaggi e libri), per fortuna! Bello è stato conoscere questi personaggi. Forse questi legami sono come specchi, che riflettono le nostre corrispondenze spirituali con un mondo antico, passato. E ci spronano a perfezionare noi stessi.

A Sergio, Silvio e Anna Maria sono debitore di storie, peregrinazioni e ricerche.

Ricordo Sergio perché è scomparso a Roma, a 101 anni, il 31 ottobre 2015.

È stato il più grande egittologo italiano. Tanti anni, vissuti con intensità e dolcezza. Forse gli ultimi tempi sono stati un po’ amari: per l’atroce abbandono al quale sono ridotte molte cose che amava. Sergio era nato a Palermo il 13 ottobre del 1914 da una madre che insegnava inglese e da un padre, il poeta Eugenio Donadoni (1870-1924), brillante storico della letteratura italiana, studioso di Foscolo e di Tasso, che a sette anni gli faceva leggere l’Iliade. Sergio avrebbe potuto seguire le orme paterne ed eccellere in qualunque settore del mondo della cultura. Scelse l’antico Egitto perché sua madre un giorno lo accompagnò al British Museum di Londra, dove per la prima volta osservò da vicino le meraviglie di quella favolosa civiltà, nella quale «tutto sembrava costruito per essere eterno», come notava Pierre Loti.

Conseguita la maturità a 16 anni, aveva vinto il concorso per entrare alla Scuola Normale di Pisa dove era stato accolto da Giovanni Gentile, amico del padre.

Si era laureato nel 1934 con un altro grande egittologo, Annibale Evaristo Breccia (1876-1967), membro dell’Accademia dei Lincei, direttore del Museo Greco-Romano di Alessandria d’Egitto, succedendo nel 1904 a Giuseppe Botti.

Dopo la laurea, Sergio trascorse due anni con la borsa di studio a Parigi, gli anni di noviziato. Era la città di Jean-Francois Champollion, Auguste Mariette e Gaston Maspero, i tre mostri sacri dell’Egittologia, ma anche il luogo dove negli anni precedenti la guerra si radunavano i più grandi pensatori. Donadoni divenne amico del fisico Bruno Pontecorvo, uno dei ragazzi di via Panisperna allievo di Enrico Fermi, e del filologo Gianfranco Contini, uomo di sterminate conoscenze. Uno degli incontri più importanti fu quello con Christiane Desroches, conquistata all’archeologia dalla scoperta della tomba di Tutankhamon da parte di Howard Carter: fu la prima donna responsabile di uno scavo in Egitto e durante l’occupazione di Parigi fu lei a sottrarre ai nazisti i reperti egizi del Louvre, portandoli al sicuro nelle zone non occupate.

Quando Donadoni tornò in Italia, Breccia gli propose di sostituirlo al Museo di Alessandria. In Egitto, l’amore per i resti di quella grande civiltà divenne indissolubile. Andava in tram a Giza e da lì un altro tram lo portava nella campagna: al capolinea, le piramidi si stagliavano sullo sfondo, incorruttibili ed eterne. Fu lui a cercare per primo di smantellare l’immagine funerea dell’antico Egitto, sempre associata a tombe e mummie. Tutto quello che vedeva intorno a sé testimoniava intelligenza, cultura, vita.

Nel 1960, quando Christiane Desroches denunciò al mondo che la diga di Assuan avrebbe ricoperto di acqua i templi della Nubia e che bisognava fare qualcosa, Donadoni fu scelto come componente della commissione istituita dall’Unesco e lavorò per salvare i templi di Ellesija e di Abu Simbel con Silvio Curto, scomparso a 96 anni un mese fa. Fu questa esperienza che arricchì il Museo Egizio di Torino, voluto negli anni venti dell’Ottocento da Carlo Vidua. Accanto alle Collezioni di Drovetti, il Museo Egizio di Torino, grazie ai lavori di Curto e Donadoni, ebbe dal governo egiziano il permesso di acquisire nuovi tesori, da aggiungere alla sua eccezionale raccolta egizia ottocentesca.

Sergio esplorò, dal 1958 al 1969, esplorò sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia.

Nel 1975 ha ottenuto il Premio Feltrinelli per l’Archeologia.

Sergio è stato membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. In Francia è stato accademico dell’Académie des inscriptions et belles-lettres e dell’Institut d’Égypte.

Dalla Repubblica italiana è stato insignito dalla Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte il 2 giugno 1986. Sergio è anche Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per iniziativa del Presidente della Repubblica, titolo conferitogli il 18 aprile 2000.

Sua moglie, Anna Maria Roveri Donadoni, è stata dal 1984 al 2004 sovrintendente del Museo Egizio di Torino, ma lui non ha mai voluto legarsi a una città particolare. Un anno fa, al compimento dei 100 anni, aveva raccontato in un’intervista per “Repubblica”, raccolta da Antonio Gnoli, del suo ritorno in Egitto e della ragione per la quale preferiva vivere di ricordi: «Ho visto solo desolazione. Lo dico con il cuore spezzato: che epoca è mai la nostra?».

Restano di lui il suo sorriso, la sua amicizia, alcune sue lettere e le sue tante pubblicazioni, tra le quali ricordiamo: La civiltà egiziana (1940), Arte egizia (1955), La religione dell’Egitto antico (1955), Storia della letteratura egiziana antica (1957) e Appunti di grammatica egiziana (1963).

Addio Sergio, spero di ritrovarti per parlare di pietre e letteratura nell’aldilà, dopo un lunghissimo tempo vissuto quaggiù, tra i mortali.

Roberto Coaloa

ROBERTO COALOA, “LEV TOLSTOJ. IL CORAGGIO DELLA VERITÀ”. PREFAZIONE DI GOFFREDO FOFI

Roberto Coaloa, "Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità", Roma, Edizioni della Sera, collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Roberto Coaloa, “Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità”, Roma, Edizioni della Sera, collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Anticipiamo alcuni brani tratti dalla biografia di Roberto Coaloa, Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità, pubblicato da Edizioni della Sera, nella collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Molte le novità, in particolare sul viaggio europeo di Tolstoj, nel 1857, con una tappa rilevante nella capitale sabauda. Scritti inediti: i taccuini del viaggio in Italia, le opere sulla guerra russo-giapponese e la rivoluzione del 1905. All’inizio del Novecento, Tolstoj è stato l’uomo più famoso al mondo. Tolstoj diventò il riferimento del pacifismo internazionale, dal Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, ai maestri delle controculture contemporanee. Per questo motivo, come ha osservato Goffredo Fofi nella prefazione, ciò che oggi ci intriga di più di Tolstoj, oltre alla bellezza dei suoi capolavori,  è il modo in cui egli ha tentato di risolvere il conflitto tra l’artista e il profeta: «Qui il confronto con Gandhi si impone, favorito dalla lettura delle pagine che in questo libro lo evocano».

 

CHI È STATO LEV NIKOLAEVIČ TOLSTOJ?

Ezio Gribaudo, "Tolstoj". Inchiostro di china (1949).

Ezio Gribaudo, “Tolstoj”. Inchiostro di china (1949).

La figura del conte russo è per certi versi un enigma, nonostante che lo studioso abbia a disposizione una massa di documenti impressionante intorno alla sua vita. Tolstoj scrisse molte pagine autobiografiche nei suoi romanzi, ebbe corrispondenze vaste e tenne numerosi diari. Nella vecchiaia dello scrittore, oltre ai diari (uno più piccolo, nel quale fissava la stesura immediata dei pensieri; e un altro dove accresceva le prime annotazioni), abbiamo le testimonianze dei suoi famigliari, che riportarono in lettere e memorie ogni attimo della sua esistenza: la moglie teneva un diario, soprattutto le figlie Tat’jana, Maša e Aleksandra annotavano le loro impressioni sul padre, come pure, giornalmente, il medico e i segretari. La sua effigie fu immortalata in ritratti pittorici e fotografici, in un numero straordinario per l’epoca (sua moglie Sof’ja, un vero talento fotografico, gli scattò centinaia d’immagini). Tolstoj, inoltre, ebbe discepoli sparsi in tutto il mondo e le opere sui suoi scritti e i profili biografici sono, a quasi due secoli dalla nascita, copiosissimi.

[…] La biblioteca personale dello scrittore è unica: è uno dei complessi culturali di maggiore rilevanza fra le biblioteche dei letterati famosi pervenutaci. Non c’è patrimonio che caratterizzi uno scrittore meglio dei suoi libri.

[…] Dello scrittore abbiamo addirittura delle registrazioni audio: nell’autunno del 1909, Tolstoj registrò per la Gramophone Company dei messaggi in russo, inglese, tedesco e francese dove affermava che «lo scopo della vita è il perfezionamento di sé». Chi scrive ebbe la fortuna di trovare, in un mercatino dell’antiquariato, una di queste registrazioni pubbliche, un disco di 78 giri contenente la voce del «Graf Leo Tolstoy». Prima di allora, Tolstoj era stato un ammiratore dei progressi della tecnica e un pioniere delle registrazioni audio, avendo usato sul finire dell’Ottocento i primi fonografi. Fu lo stesso Thomas Alva Edison a regalare allo scrittore una delle sue invenzioni. Tolstoj amò la musica e, appena ebbe un grammofono, ascoltò con enorme piacere i dischi con le incisioni della cantante tzigana Varja Panina.

Fin da ora queste prime considerazioni contrastano con l’idea – assai diffusa – che lo scrittore sia il cantore di un ritorno al passato, di una società patriarcale, che rigetta le conquiste della scienza e che non ama l’arte se non quella legata a un’immediata utilità sociale.

Contraddizioni che segnano la biografia di Tolstoj in maniera continua. Solamente un attento interprete può svelare chi è stato veramente lo scrittore.

Proprio per questa immensa quantità di materiali, tutti utili per la ricerca storica, è forse difficile per lo studioso cimentarsi a scrivere un’opera biografica, anche dopo aver fatto una attenta ricerca e aver sistemato diligentemente le fonti primarie da quelle secondarie.

Così, l’uomo Tolstoj continua ad essere un enigma, soprattutto quando si sdoppia in più di un personaggio all’interno dei suoi romanzi, come nel caso di Guerra e pace e Anna Karenina.

Ambiguità che seguono Tolstoj nella sua lunga vita.

Ad esempio, studiando il primo viaggio di Tolstoj in Europa, il biografo che utilizzasse solo le sue lettere potrebbe cadere in errore nel dare un significato a quell’esperienza. Probabilmente rimarrebbe sorpreso nel trovare un giovane conte russo che si esprime come un semplice tourist inglese. In questo caso lo storico e il biografo di Tolstoj devono studiare anche i suoi taccuini di viaggio, personali, e non destinati ai familiari. Ai parenti Tolstoj indirizzava delle lettere “normali”, semplici, con lo scopo soprattutto di rassicurare le persone, quelle a lui più care, e nel caso di ex tutrici e familiari più devoti all’etichetta nobiliare, il viaggiatore cercava inoltre di rassicurarli sulla sua condotta aristocratica, naturalmente comme il faut. Non era così, ovviamente, e se leggiamo attentamente i suoi scritti più personali, come alcune lettere agli amici, notiamo nel giovane Tolstoj un comportamento viziato, sregolato e dissoluto.

 

TOLSTOJ PRIMA DEL MATRIMONIO: UN HIPSTER MOLTO COOL E FANNULLONE

Л. Н. Толстой, 1862. Фотография М. Б. Тулинова. Москва.

Л. Н. Толстой, 1862. Фотография М. Б. Тулинова. Москва.

Il 23 settembre 1862, dopo appena una settimana di fidanzamento, Tolstoj sposa la diciottenne Sof ’ja Andreevna, seconda delle tre figlie del medico di corte Bers. Lei ha sedici anni in meno del marito: Tolstoj ha trentaquattro anni e una fama letteraria ancora tutta da conquistare. Nel 1862, Lev Nikolaevič (detto Lëvočka, Lëva) si mostra cool: era un barbuto Hipster ante litteram, un’anima errante, un personaggio sicuramente anticonformista. Alla giovane Sof ’ja Andreevna Bers (detta Sonja, Sonečka), l’uomo maturo dalla lunga barba da pioniere americano aveva parimenti un portamento signorile, dandy. Tolstoj era per lei tremendamente sexy. Non sapeva che nella giovinezza era stato un nobile irritante, amorale e anarchico, dandy comme il faut, certo, ma un fannullone che s’imponeva delle regole sempre disattese da sregolatezze enormi, come è descritto, ad esempio, dal suo diario nell’inverno 1850: ≪Vivo come un bruto […] la sera ho redatto delle regole e poi me ne sono andato dalle zingare≫. Al giuoco delle carte aveva perso la grande dimora di Jasnaja Poljana, poi ricostruita.

 

TOLSTOJ E IL BEL PAESE

Il conte Cavour a Leri, dopo la pace di Villafranca. 1859.

Il conte Cavour a Leri, dopo la pace di Villafranca. 1859.

Nel 1857 il conte Tolstoj e in Piemonte, dove vede, al Parlamento subalpino, il conte di Cavour. Ci sono diverse analogie tra i due uomini: prima di tutto l’amore per la natura e la scelta di una villa di campagna come buen retiro. Tolstoj ha la sua Jasnaja Poljana, Cavour ama i suoi poderi, in particolare la Grangia di Leri.

[…] Cavour usava i suoi cospicui guadagni per migliorare le condizioni dei suoi contadini, occupandosi di loro, invitando medici qualificati a Leri, rendendo più salubre la zona, impiegando, ad esempio, una fognatura sul modello inglese, e cercando di migliorare la vita degli uomini. La stessa cosa faceva il conte Tolstoj a Jasnaja Poljana, dove oltre a lavorare con i suoi contadini, adoperava il resto del suo tempo all’attività pedagogica nella scuola per i figli dei lavoratori. Con i suoi collaboratori, il conte pubblicava una rivista di pedagogia. In Tolstoj l’amore per la natura è legato in modo istintivo con l’amore per il lavoro fisico nei campi. Tolstoj, con tutta la sua attenzione ai fenomeni della natura, solo in casi estremi rinunciava a una passeggiata a cavallo dopo la prima colazione. Se pioveva indossava un paltò impermeabile, ma non rinunciava. Cosi se c’era ghiaccio, andava a piedi, ma non rinunciava. Anche se non si sentiva bene, camminava lentamente, non si allontanava troppo di casa, ma non rinunciava alla sua passeggiata nella natura. Una straordinaria semplicità si univa in lui a un amore esclusivo per i boschi e la campagna. La moglie Sof ’ja osservò in una lettera: ≪Lëvočka per interi giorni pulisce il giardino con la vanga, strappa le ortiche e la bardana, prepara delle aiuole≫. Lo stesso scrittore scrive a uno dei suoi corrispondenti che da cinque giorni falcia erba con i contadini, prova non soddisfazione, ma una felicità che non aveva mai provato fino allora. A Jasnaja Poljana ara, semina, falcia, a Mosca va al fiume a segare e spaccare legna, trasportare acqua. Tolstoj previde in modo geniale il rovescio della civilizzazione e invitò a tornare alla natura, alla terra: ≪Possibile che non ci sia abbastanza posto per gli uomini su questa magnifica terra, sotto questo immenso cielo stellato? Possibile che in mezzo a questa natura affascinante possa ancora esistere nell’uomo la cattiveria, la vendetta, l’istinto di distruzione dei propri simili? Tutta la cattiveria nel cuore dell’uomo dovrebbe scomparire a contatto con la natura, che è la più immediata espressione di bellezza e bontà≫. Tolstoj capì perfettamente a che cosa porta il trasferimento del contadino in citta, il suo distacco dalle condizioni di vita naturali, dalla natura; con grande interesse e comprensione lesse il volume dello scrittore americano Upton Sinclair, The Jungle, sugli agglomerati di immigrati, ex-contadini, nelle citta, vera giungla della “civilizzazione”.

[…] A Torino, nel giugno 1857, il personaggio più celebre e Cavour: Tolstoj assiste a una seduta del parlamento subalpino, dove ascolta il conte piemontese. È il 16 giugno. Tolstoj annota: ≪Andai in due Musei, delle Armi e delle Statue e alla Camera dei Deputati. Abbiamo pranzato tutti insieme magnificamente. Poi siamo andati a passeggiare. Li ho trascinati tutti in un [bordello] e me ne andai via. Družinin è rimasto. A un concerto, a udire le sorelle Ferni. La migliore società del regno sardo. Piacevolmente chiacchierai con Družinin e mi coricai tardi…≫. Družinin era un amico che Tolstoj conobbe nel periodo del suo primo successo letterario, dopo la Crimea. Era un romanziere, critico e traduttore di Shakespeare, che in seguito fu d’aiuto a Tolstoj con molte utili osservazioni. A Torino, il giorno dopo, lo scrittore annota: ≪Mi sono svegliato presto, ho fatto un bagno, sono corso all’Atheneum. Senso d’invidia per quella vita giovane, forte, libera. Andammo al caffè. Dovunque si può vivere e bene. Partimmo con Vladimir Botkin per Chivasso. Commento all’interpellanza di Brofferio. In diligenza con Angelet, un suo compagno e un Italiano biondo. Un ufficiale a riposo, burlone, che ha stima dei postriboli…≫.

Uscendo da Palazzo Carignano, lo scrittore russo, da goloso (non era ancora diventato un nobile penitente), sarà andato al Cambio, il ristorante di Cavour. Incuriosisce la scelta dei due Musei visitati a Torino da Tolstoj: il ≪Museo delle Armi≫ e senza dubbio l’Armeria Reale, aperta al pubblico nel 1837 da Re Carlo Alberto, quello ≪delle Statue≫ e il Museo Egizio, inaugurato ai tempi di Re Carlo Felice.

[…] Senza dubbio il ≪caso italiano≫ era, per i russi che in quegli anni visitavano il Bel Paese, un modello in cui si manifestavano i programmi e le lotte delle varie forze in campo: dai conservatori-legittimisti, ai liberali-costituzionalisti, ai democratici-radicali, ed essi cercavano di trarne esempio per giudicare delle sorti future dell’Impero zarista, avviato sulla strada delle riforme dopo l’avvento al trono di Alessandro II.

[…] Tolstoj viaggerà in Italia in altre due occasioni: tra il 1860 e il 1861 e nel 1891. Nell’ottobre 1859, Tolstoj apre a Jasnaja Poljana una scuola per i figli dei contadini, inventa un nuovo sistema di educazione e istruzione, e nell’estate del 1860 parte di nuovo per l’estero con la famiglia della sorella “Masha”. Visita scuole e università in Germania, Francia, Svizzera, Belgio, Italia, Inghilterra, incontra filosofi, politici, insegnanti. A Londra ottiene una commendatizia da Matthew Arnold, celebre poeta e critico, in quegli anni anche ispettore scolastico, per visitare gli istituti d’istruzione. Nel complesso, il sistema scolastico europeo lo delude: raccoglie comunque elementi utili per la sua esperienza e arricchisce la biblioteca personale di Jasnaja Poljana con decine di volumi di carattere pedagogico.

Nel dicembre 1860 restò due settimane a Firenze, passando per Livorno. Poi nel 1861 visitò per brevi soggiorni Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Nel 48° volume delle Opere, si legge nella pagina di un diario, il 13 aprile 1861: ≪Prima viva impressione della natura e dell’antichità – Roma – ritorno all’arte≫. Roma produce sullo scrittore una forte impressione. Al caffe Greco, uno dei luoghi prediletti da Gogol’, incontra artisti e scrittori russi. A Firenze, Tolstoj resta colpito dall’ordine, dalla pulizia e dal sentirsi sempre a suo agio. Sull’Arno incontra un lontano parente, il decabrista principe Volkonskij con la moglie. Il principe diventa il prototipo del personaggio di Pierre Labazov nel romanzo incompiuto I decabristi, di cui furono scritti solo tre capitoli. Fin dal 1856 Tolstoj aveva in mente un romanzo su un decabrista che ritorna dall’esilio: ne legge alcuni capitoli all’inizio del 1861 a Firenze a Turgenev, che predice all’autore un grande futuro. La visita a Venezia gli ispira un breve racconto per il suo Abecedario.

Nel 1891 lo scrittore si reca a Firenze per partecipare a un convegno ecumenico dal titolo ≪Conferenze sulla fusione di tutte le Chiese cristiane≫, dove si dichiara favorevole alla ≪proposta di fondere le Chiese cristiane in una sola che abbia per capo il Papa di Roma e per base la sua organizzazione esteriore nella formula cavouriana e per fondamento del suo pensiero le massime di Cristo e dell’Evangelo».

Jasnaja Poljana oggi.

Jasnaja Poljana oggi.