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VLADIMIR LENIN. IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c'è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l'intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d'ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua...

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c’è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l’intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d’ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua…

 

Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

Una nuova biografia su Lenin scritta da Victor Sebestyen mostra il leader comunista ossessionato dal ménage à trois con amante e moglie, descrivendo, fuori dalla leggenda, gli episodi più famosi della rivoluzione di cent’anni fa, resa possibile dall’aiuto del Kaiser tedesco e da molta fortuna.

IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Di Roberto Coaloa

"Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

“Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

A Zurigo, all’inizio del 1917, l’anno della Rivoluzione d’ottobre, mentre pacifisti e rivoluzionari trovavano rifugio dall’«inutile strage» nella Svizzera neutrale, Stefan Zweig incontrò diverse volte Lenin al Café Odeon, dove si radunavano i bolscevichi (pare che i menscevichi preferissero l’Adler). Zweig non restò impressionato dal leader russo e anni dopo si chiese: come mai «questo piccolo uomo caparbio, Lenin, diventò tanto importante?».

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, "Lenin", pubblicato da Rizzoli.

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, “Lenin”, pubblicato da Rizzoli.

A spiegarci il successo di Lenin e i suoi segreti è oggi Victor Sebestyen nel suo ampio e avvincente saggio Lenin, pubblicato da Rizzoli (pp. 562, € 25,00). Il leader russo aveva un’idea fissa: la Rivoluzione, ma nel farla ebbe fortuna e, dopo aver letto attentamente il volume di Sebestyen, che ci racconta molto del Lenin “borghese”, «innamorato», si intuisce che il principale leader della Rivoluzione fosse in realtà lo spietato Lev Trockij. Ma questa è un’altra storia… Il segreto di Lenin, per Sebestyen, fu l’essere “coccolato” e sostenuto dalle donne. Donne della Rivoluzione, ovviamente. Lenin fu anche un “mammone”: la madre Marija Aleksandrovna Blank lo sostenne economicamente fino a 46 anni, cioè fino a un anno prima della Rivoluzione, quando lei  morì a 81 anni.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Le donne della sua vita furono due rivoluzionarie, e in questo Lenin fu davvero un buon rivoluzionario per i suoi tempi, inaugurando lo stile novecentesco del  ménage à trois. La moglie, ovviamente, brutta, sembrava un’aringa. Nadja Krupskaja fu così definita dalla cognata, Anna, legata al fratello da un affetto un po’ tirannico ed esclusivo. E poi l’amante: Elisabeth Inès Armand. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei. Era nata l’8 maggio 1874, anche se nel corso degli anni sono state indicate altre date da lei, dalla sua famiglia o da compagni per confondere le autorità di polizia e dell’immigrazione in vari Paesi europei. Nacque a Parigi, ma ci visse poco, finché vi tornò in qualità di attivista bolscevica quando aveva circa trent’anni. Era una femminista convinta e appassionata, che ammirava Tolstoj. Inés si era sposata a diciotto anni in Russia con un signore francese, Armand, rampollo di una ricca famiglia che aveva fatto fortuna nel nuovo settore industriale. Inés, ben presto, lasciò la casa e i figli, e si dedicò completamente alla Rivoluzione. Il marito continuò a seguirla, ad aiutarla da lontano, pagando le cauzioni e le spese di processo in occasione dei suoi frequenti arresti. Fino a quando la vittoria dei bolscevichi gli fece perdere le fabbriche di famiglia. Lenin incontrò Inès a Parigi nel 1910. Non solo gli amici della vecchia guardia, ma anche la Krupskaja era al corrente del legame di Lenin con Inès. Lui stesso glielo aveva confessato, obbedendo ai principi dell’etica rivoluzionaria, e i due coniugi avevano discusso il problema con franchezza e serenità. Lei, Nadezda, aveva subito proposto al marito di andarsene, per lasciarlo libero di dedicarsi all’amante. Ma Lenin le aveva chiesto di restare: malgrado l’amore per l’ardente francesina, era troppo importante – e rassicurante – per lui quel cantuccio di domestica calma che la moglie aveva saputo costruirgli intorno, con materna abnegazione.

Sebestyen poi ci racconta alcuni episodi entrati nella leggenda rivoluzionaria, come l’arrivo di Lenin dopo l’esilio nella capitale russa, Pietrogrado, già scossa dalla prima Rivoluzione di febbraio, e, soprattutto, la presa del Palazzo d’Inverno, che sembra un’avventura fantozziana e non certo l’eroica impresa descritta cinematograficamente, qualche anno dopo, da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sine ira et studio, questi due episodi, raccontati da Sebestyen, sono fuori da ogni grandezza, anzi: provocano una grande risata per la loro comicità. Per entrare in Russia, Lenin aveva tre scelte: in aereo (troppo pericoloso nel 1917 per la distanza), fingendosi svedese e sordomuto o travestito da bibliotecario. Il viaggio, infine, si fece con il leggendario vagone piombato (in realtà, fuori dalla leggenda, un vagone speciale e niente affatto piombato), pagato, però, dal Kaiser Guglielmo II, che, con quella inaudita collaborazione con il rivoluzionario russo, riuscì a fermare la guerra sul fronte orientale, a far scoppiare la Rivoluzione d’ottobre, facendo poi la pace con il trattato di Brest-Litovsk, cioè la resa e l’uscita della Russia dalla Prima guerra mondiale. Per questo motivo Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

P.S. L’articolo è stato ripreso anche da questi siti:

https://www.pressreader.com/italy/libero/20170324/282106341466845

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/triangolo-rivoluzione-libro-racconta-vladimir-lenin-piccolo-144295.htm

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS DI LONDRA CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919). Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

Lenin ritratto da Isaak Israilevič Brodskij (1919).
Oil on canvas. 90 x 135 cm. The State Historical Museum Photo © Provided with assistance from the State Museum and Exhibition Center ROSIZO.

 

La visita a Londra di un appassionato d’arte e di storia. Un commento alla mostra Revolution.

1917. RIVOLUZIONE. UNA MOSTRA ALLA ROYAL ACADEMY OF ARTS CELEBRA L’UOMO BOLSCEVICO E LA NUOVA ARTE

Di Roberto Coaloa

"Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

“Falce, capolavori e martello. Il comunismo russo in mostra”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, Domenica 12 febbraio 2017, p. 25.

Cento anni fa la Rivoluzione d’ottobre! A ricordarla con una grande mostra-evento, “Revolution: Russian Art 1917-1932”, è la Royal Academy of Arts di Londra. La mostra, inaugurata sabato 11 febbraio, ha segnato l’inizio del centenario del 1917, che vedrà entro il fatidico 24 ottobre (è la data dell’insurrezione nella capitale russa, Pietrogrado, secondo il calendario giuliano in uso nell’Impero dello zar, il 7 novembre per il nostro calendario) una pioggia di volumi e di avvenimenti sulla Rivoluzione che spazzò via la vecchia Russia zarista e creò il comunismo sovietico. Sull’iniziativa londinese piovono già le critiche. The Guardian, ad esempio, con un appassionato pezzo di Jonathan Jones, dal titolo We cannot celebrate revolutionary Russian art – it is brutal propaganda, accusa la Royal Academy di festeggiare una brutale arte di regime. Scrive Jones: «La disinvoltura con cui ammiriamo l’arte russa del periodo di Lenin equivale a fare del sentimentalismo su uno dei più sanguinosi capitoli della storia dell’umanità». In effetti, la mostra è caratterizzata dallo sbandieramento di gonfaloni rossi. Tuttavia, il taglio dei curatori non mira alla celebrazione del comunismo, ma a una chiara definizione dei rapporti che ebbero le avanguardie russe e il realismo socialista dal 1917 al 1932 col potere politico.

La mostra è aperta fino al 17 aprile e vale la pena, soltanto per alcune importanti opere presenti alla Royal Academy (tra le quali quelle di Kandinskij, Malevič, Chagall e Rodčenko), fare un viaggio a Londra. L’ingresso alla mostra costa 18 sterline, il catalogo 40 sterline ed è edito dalla Royal Academy. La mostra è curata da Ann Dumas, John Milner e Natalia Murray. Tra le opere di propaganda esposte a Londra, le più rilevanti sono «Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij e «Il bolscevico» di Boris Kustodiev.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

«Il cuneo rosso rompe il cerchio bianco» di El Lisickij.

Il primo è un manifesto geniale dal punto di vista visivo: un affilato triangolo rosso è diretto contro una massa bianca, come un paletto contro il cuore di un vampiro: è un’immagine di supporto per i bolscevichi che hanno preso il potere. La seconda opera, dalla Galleria Tret’jakov, rappresenta l’uomo nuovo: il bolscevico. Soprattutto descrive il desiderio, negli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione, di combattere la cosiddetta pittura da cavalletto.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

«Il bolscevico» (1920) di Boris Kustodiev. Oil on canvas. 101 x 140.5 cm. State Tretyakov Gallery Photo © State Tretyakov Gallery.

Tra le curiosità della mostra un’opera di Kliment Red’ko, «Insurrezione», sempre dalla Galleria Tret’jakov, in cui Lenin appare attorniato dalla folla e dai suoi apostoli, tra i quali Trockij. Ovviamente fu sequestrata sotto Stalin e riapparve solo nel 1980. Di Isaak Israilevič Brodskij, il più rilevante seguace del realismo socialista, ci sono i famosi ritratti dei leader comunisti: «Lenin allo Smol’ny», dove il rivoluzionario è intento a scrivere con dei fogli appoggiati sulla gamba, un altro potente ritratto di Lenin, con alle spalle la bandiera rossa e la folla, e Stalin, nel 1928. All’opera figurativa di Kuzma Petrov-Vodkin c’è un’intera sezione della mostra londinese, dove stupiscono la «Fantasia» del 1920 e il contestato ritratto di Lenin nella bara. Inoltre, trovano spazio le fabbriche tessili di Dejneka, le fotografie di Arkadij Šajchet, i film sperimentali di David Abelevič Kaufman, noto come Dziga Vertov, e di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sorge anche la ricostruzione di un esemplare, di abitazione sovietica, austera e funzionale, la Kommunalka, e il meraviglioso «Letatlin» dell’architetto Vladimir Evgrafovič Tatlin.

La mostra di Londra appare eccezionale per qualità di pezzi esposti, eppure mancano alcune cose. Da una parte, come ha già notato il critico Jones, la mostra omette la spietata brutalità del comunismo sovietico. Dall’altra, lo notiamo con un certo stupore, Revolution elude la grande colpa del nonno di The Queen. Re Giorgio V, infatti, non salvò i Romanov.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Da sinistra: lo zar Nicola II e il re Giorgio V.

Nel 1917 Nicola II richiese l’aiuto di suo cugino Giorgio V, ma il re inglese non fece nulla e l’intera famiglia imperiale russa fu sterminata nel 1918. Pavel Nikolaevič Miljukov, ministro degli esteri del governo provvisorio, aveva inutilmente supplicato il governo inglese di offrire un aiuto alla famiglia imperiale russa, un asilo politico: «C’est la dernière chance – scrisse Miljukov – de sauver la liberté et peut-être la vie de ces malheureux». Il governo britannico attese, Giorgio V sottovalutò il problema, mentre uno scarno comunicato del Foreign Office domandava al governo provvisorio russo «de choisir une autre résidence pour Leur Majestés impériales».

Dopo il clamoroso rifiuto di Giorgio V di accogliere il cugino Romanov (tra l’altro alleato della Gran Bretagna contro il Reich del Kaiser Guglielmo II), Lenin e Trockij diedero «carta bianca» al Soviet degli Urali per sistemare la questione della famiglia imperiale, che, “imprigionata” dai bolscevichi in un primo tempo nella sfarzosa reggia di Carskoe Selo, fu trasferita a Tobolsk in Siberia e poi a Ekaterimburg, aldilà degli Urali, il 26 aprile 1918, e segregata nella casa Ipatiev. Il 16 luglio 1918, a mezzanotte, l’intera famiglia imperiale fu massacrata. La notizia non arrivò subito a Giorgio V, ma quando si seppe quell’atrocità, nel 1921, il re britannico non esitò a salvare la vita all’ex “nemico”, l’imperatore d’Austria Carlo d’Asburgo, anche lui minacciato dai venti rivoluzionari.

Il costo delle vite umane della Rivoluzione e degli anni immediatamente successivi fu immenso: milioni di morti. La Russia, negli anni successivi la Rivoluzione, perse anche una grossa parte dei suoi uomini migliori: esiliati per forza o per propria volontà. Se ne andarono dalla Russia sovietica autentici geni, come, ad esempio, Evgraf Petrovič Kovalevskij e suo figlio Pierre, emigrarono artisti come Andrej Jakovlevič Beloborodov e Grigorij Ivanovič Šil’tjan. Molti scelsero l’Italia, come la figlia primogenita di Lev Tolstoj, e tanti aristocratici e intellettuali. A Sanremo si trasferì Aleksandr S. Botkin, fratello di Evgenij, medico personale dello zar Nicola II, fucilato a Ekaterimburg con la famiglia imperiale. La Rivoluzione creò un nuovo Stato totalitario e le conseguenze più nefaste le subirono immediatamente i paesi “satelliti” del moderno Impero sovietico, come Georgia e Armenia, segnati da terrore rosso, pogrom antiebraici, carestia, freddo e malattie. Paese delle «pietre urlanti», ad esempio, è la definizione coniata dal poeta russo Osip Mandel’stam per l’Armenia.

Epilogo: Londra, non dimentichiamolo, è storica terra di rivoluzionari. Al Cimitero di Highgate c’è la tomba di Marx. A Percy Circus c’è la casa di Lenin…

REVOLJÚCIJA. IL COMPAGNO PLATONOV E IL REGNO DELLE APPARENZE FALLACI

Gavriil Gorelov, "Ritratto di A. Subbotin" (1949). Mosca, Galleria Tretjakov.

Gavriil Gorelov, “Ritratto di A. Subbotin” (1949). Mosca, Galleria Tretjakov.

Andrej Platonovič Platonov (Андрей Платонович Платонов), pseudonimo di Andrej Platonovič Klimentov (nato a Voronež, il 28 agosto 1899, morto a Mosca, il 5 gennaio 1951), è stato un grandissimo scrittore sovietico, ora, finalmente, riproposto in Italia con un’edizione completa del suo capolavoro: Čevengur.

Il romanzo, già apparso nel 1972, in una versione incompleta, è proposto da Einaudi in una splendida edizione integrale a cura di Ornella Discacciati. L’opera fu scritta nella seconda metà degli anni Venti ma pubblicata in Russia solo nel 1988.

Romanzo filosofico, dove compare anche Rosa Luxemburg. 

Il volume Чевенгур. путешествие с открытым сердцем è infatti conosciuto in Italia con il titolo: Il villaggio della nuova vita (nella traduzione di Olsonfieva del 1972) o Da un villaggio in memoria del futuro (il titolo della ristampa del 1990).

Il romanzo è ambientato nella località allegorica di Čevengur, una città immaginaria del cuore della Russia rurale i cui abitanti scelgono di applicare progressivamente una forma di comunismo totale. I pochi che rimangono, almeno. La stragrande maggioranza degli abitanti sono stati sterminati dagli «idioti» comunisti. Il lavoro viene abolito: in questo cimitero, gli apostoli del comunismo dichiarano ultimata la costruzione e proclamano la fine della storia. Dopo secoli di oppressione, credono di aver meritato il diritto al riposo. D’ora in poi sarà il sole a lavorare per loro.

 

Andrej Platonov, la moglie e il figlio Platon liberato dal Gulag, in una fotografia del 1942.

Andrej Platonov, la moglie e il figlio Platon liberato dal Gulag, in una fotografia del 1942.

 

REVOLJÚCIJA. IL COMPAGNO PLATONOV E IL REGNO DELLE APPARENZE FALLACI

Di Roberto Coaloa

Dimenticatevi la rivoluzione d’Ottobre come l’avete studiata sui banchi di scuola, con Lenin gran mattatore, Trockij gregario di lusso e la massa di operai, soldati e cittadini, protagonisti assoluti, come narra il film Ottobre di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Certo, Oktjabr’ ha reso epica la presa del Palazzo d’Inverno, così come aveva fatto un decennio prima l’opera scritta da John Reed, Ten Days that Shook the World.

La rivoluzione d’Ottobre, eroica, è una bella leggenda. Per sapere davvero com’è andata cento anni fa, non si deve leggere un libro di storia o un’enciclopedia del comunismo. Ausilio prezioso alla comprensione di un’intera epoca, la più drammatica del Novecento, è il romanzo di Andrej Platonovič Platonov, Čevengur, proposto da Einaudi (Edizione integrale a cura di Ornella Discacciati, pagg. 512, € 26,00). Opera scritta nella seconda metà degli anni Venti, censurata da Stalin, pubblicata in Russia solo nel 1988.

Platonov, infatti, dopo essere stato scoperto da Gor’kij, che elogiò i suoi racconti pubblicati nel 1927, fu un autore famoso per essere stato messo in silenzio forzato dal regime sovietico. All’epoca di Stalin, Platonov soffrì orribilmente del silenzio che lo circondò. Lo scrittore subì la diffamazione e suo figlio Platon, adolescente, fu deportato nei Gulag in Siberia e rilasciato nel 1940.

Il romanzo Čevengur è l’espressione più compiuta e affascinante delle idee e dei temi cari allo scrittore nella sua plenitudine creativa. Platonov, inoltre, è l’unico scrittore sovietico che sia riuscito a mettere in luce il carattere universale dell’utopia che, concretandosi, sfocia in un universo totalitario.

Lenin scompare nella rivoluzione di Platonov (o meglio: il capo si trasforma in un fantasma, in una semplice apparizione nei racconti della povera gente, figura paterna, rinfrancante). La scena non è la città e la sua folla muscolosa e violenta. Čevengur è una piccola città di provincia in mezzo alla pianura. Nella narrazione poetica di Platonov il “teatro” rivoluzionario è sostituito dal panorama disumano della steppa russa, inospitale per la siccità, abitato da esseri mostruosi, perdenti, poveri rottami umani, per i quali «le stelle potevano trasformarsi nel pugno di miglio della razione, mentre gli ideali venivano custoditi dal pidocchio del tifo».

Pochi scrittori russi ebbero il coraggio di raccontare la revoljúcija. Solo Platonov lo fece rinunciando agli stereotipi con cui è entrata nell’immaginario collettivo. Čevengur, metafora distopica, è anche un romanzo filosofico, poiché lo scrittore vi esprime la propria visione del mondo, influenzata dalla lettura di Nikolaj Fëdorov.

Molte cose di Čevengur sono splendide e restano alla memoria del lettore, come la morte del mendicante Firs, che s’incammina per la piccola città di provincia, vagando sugli appezzamenti di terra non arati del paese. Platonov ci descrive la sua fatale attrazione per l’acqua: un giorno «aveva pernottato sulla riva del letto di un fiume, aveva ascoltato per tutta la notte l’acqua cantare e la mattina era scivolato giù, accostandosi col corpo a quell’umore attraente, e raggiungendo la pace prima di Čevengur».

Il romanzo poi registra un dato storico indiscutibile, raccontando la vita degli orfani, in un universo che, malgrado la rivoluzione, continuò a essere «abbandonato dagli dèi». Essere orfano era una condizione molto diffusa negli anni dopo il 1917, al punto da comprendere anche bambini come i besprizorniki, che erano abbandonati randagi per strada.

Platonov è un classico: mostra l’essenza di un’epoca votata alla costruzione del paradiso in terra. Prima di lui, in un ambito diverso, l’unico scrittore che osò, in Russia, attaccare lo Stato fu Lev Tolstoj. Il conte russo fu più fortunato del proletario Platonov, schiacciato senza complimenti dalla macchina totalitaria staliniana. La sua sorte, la sua fine tragica, la tarda ricezione della sua opera, illustrano in modo esemplare il destino del creatore nel «regno delle apparenze fallaci» (come ha rivelato Michel Heller). Platonov, infatti, è l’erede di scrittori come Turgenev, Dostoevskij e Tolstoj. Questi autori, per tutta la loro vita, alle visioni di un mondo ideale, sostenute con forza dall’intelligencija radicale, opposero, con caparbietà al limite della follia, autentici capolavori. Platonov, come prima di lui Tolstoj, confrontandosi con la realtà e le scelte quotidiane del singolo, con l’imprevedibilità della vita, preferisce infondere dubbi piuttosto che spargere certezze.

 

Andrej Platonov, giovane ingegnere di 22 anni, al centro di Rogachёvka.

Andrej Platonov, giovane ingegnere di 22 anni, al centro di Rogachёvka.

PLATONOV E LA CENSURA SOVIETICA

Nel 1929, l’anno che coincide con la stesura del romanzo di Boris Andreevič Pil’njak, Il Volga si getta nel Caspio (pubblicato nel 1930) Platonov dovette affrontare il primo conflitto con la censura stalinista, in occasione dell’uscita del suo romanzo Čevengur. La pubblicazione fu impedita all’ultimo momento, quando il testo era già in tipografia.

Un redattore della GlavLit ritenne che i personaggi principali dell’opera somigliassero a Don Chisciotte e Sancho Panza. Kopënkin, il protagonista, monta un cavallo chiamato «Forza proletaria»; il suo scudiero, un orfano dal carattere ingenuo di nome Dvanov, lo accompagna in giro per la steppa alla ricerca del «Vero socialismo».

Andrej Platonov a Voronež nel 1922.

Andrej Platonov a Voronež nel 1922.

Platonov giurò a Gor’kij, il suo scopritore, che il suo romanzo non era controrivoluzionario; tuttavia Gor’kij, allora investito dal compito di vigilare e indirizzare la creatività degli scrittori russi, non poté difenderlo. Dopo che le case editrici moscovite rifiutarono il manoscritto di Čevengur, Gor’kij scrisse a Platonov: «Che lo voglia o no, lei ha dato all’esposizione della realtà un carattere lirico-satirico […]. Nonostante la grande tenerezza con cui dipinge gli uomini, lei li colora tuttavia di ironia, ed essi appaiono ai lettori non tanto come dei rivoluzionari, quanto come dei “bislacchi” o dei “mezzimatti”. E questo, si capisce, è inaccettabile per la nostra censura».

Ovviamente, Čevengur difeso dal solo autore non ottenne l’imprimatur. Platonov era demoralizzato, ma gli scontri più duri con il potere sovietico arrivarono soltanto due anni dopo. Nel 1931, la rivista Nuova terra rossa stampò un racconto di Platonov sul delicato tema della collettivizzazione delle campagne. Insoddisfatto del ritmo della collettivizzazione, il 27 dicembre 1929 Stalin progettò la liquidazione dei kulaki come classe. Platonov visitò alcuni kolchoz lungo il corso superiore del Don. Il suo racconto A buon pro (Vprok) rimase in sospeso per nove mesi negli uffici della GlavLit.

A buon pro è una storia sulla disorganizzazione della vita rurale dell’epoca. L’autore rovescia l’aggettivo alla moda «pianificato» con «improvvisato». La narrazione di Platonov era in netto e stridente contrasto con l’editoriale della Pravda del 2 marzo 1930, dal titolo La vertigine del successo, in cui Stalin si compiace di essere riuscito ad annientare la classe dei kulaki.

Proprio dopo la lettura di A buon pro, Stalin convocò lo scrittore Aleksandr Fadeev, che ricevette istruzioni riguardo a Platonov: doveva attaccarlo pubblicamente.

In seguito all’ordine di persecuzione impartito da Stalin, nessun giornale, nessuna rivista osò più stampare una sola lettera di Platonov, di modo che lo scrittore non poté difendersi pubblicamente. Platonov cercò di nuovo l’aiuto di Gor’kij ma anche questa volta, essendo anzi la posizione dello scrittore ben peggiore della precedente, rifiutò di difenderlo. Credette sinceramente che Platonov avesse molto talento ma che proprio la sua capacità fosse viziata da uno spirito «corrotto». Secondo la testimonianza della corrispondenza privata, Gor’kij vide il responsabile dell’errore di Platonov nel suo legame con Pil’njak: «La collaborazione di Platonov con Pil’njak l’ha rovinato».

Il 29 aprile 1938 il figlio Platon, appena quindicenne, fu deportato nel Gulag di Noril’sk, in Siberia settentrionale, e rilasciato solo nel 1940.

 

La copertina dell’edizione Einaudi di Andrej Platonovič Platonov, Čevengur (Edizione integrale a cura di Ornella Discacciati, pagg. 512, € 26,00).

La copertina dell’edizione Einaudi di Andrej Platonovič Platonov, Čevengur (Edizione integrale a cura di Ornella Discacciati, pagg. 512, € 26,00).

 

 

Nelle immagini:

Gavriil Gorelov, “Ritratto di A. Subbotin” (1949). Mosca, Galleria Tret’jakov.

Andrej Platonov, la moglie e il figlio Platon liberato dal Gulag, in una fotografia del 1942.

Andrej Platonov, giovane ingegnere di 22 anni, al centro di Rogachёvka.

Andrej Platonov a Voronež nel 1922.

La copertina dell’edizione Einaudi di Andrej Platonovič Platonov, Čevengur (Edizione integrale a cura di Ornella Discacciati, pagg. 512, € 26,00).