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EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

Pablo Picasso con Ezio Gribaudo, a Vallauris, 1951

 

Ezio Gribaudo, pittore, collezionista, amico di Bacon e Fontana, confidente di Picasso. Vita e confessioni del novantenne editore d’arte omaggiato da una mostra a Taormina. Intervista di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, martedì 13 settembre 2016.

La mostra dedicata a Gribaudo è nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera» (fino al 16 ottobre). Sempre a Taormina si sta svolgendo (e termina il 17 settembre) Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

Oggi, 13 settembre, per Taobuk, una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», con Paola Gribaudo e Barbara Tutino, pensata in occasione della mostra «Dall’opera al libro, dal libro all’opera».

 

EZIO GRIBAUDO. «QUANDO IL NOBEL IOSIF BRODSKIJ DISEGNAVA GATTI NELLA MIA CUCINA»

Di Roberto Coaloa

Fino al 17 settembre torna Taobuk – Taormina international book festival. Tra gli ospiti: Edoardo Albinati, Marc Augé, Eva Cantarella, Massimo Carlotto, Benedetta Craveri, Michael Cunningham, Marc Levy, Claudio Magris e Michel Onfray.

È l’occasione anche di visitare, nella magnifica cornice di Palazzo Corvaja, una mostra dedicata a Ezio Gribaudo: «Dall’opera al libro e dal libro all’opera». La preziosa esposizione termina il 16 ottobre. Il catalogo è un vero e proprio libro d’artista, realizzato dall’editore Gli Ori di Pistoia (ottimo esempio di libro da collezionare, un tesoro in sé). Il volume documenta l’opera di Gribaudo, con un ricco apparato di immagini, lettere e fotografie, e la storia di un editore, con testi di Mario Andreose e Barbara Tutino. Non mancano i riferimenti alla Sicilia, il dipinto di Guarienti «Lettera dalla Sicilia» e Renato Guttuso i cui testi furono scritti da Vincenzo Consolo, Giuseppe Tornatore e Fabio Carapezza. Il tutto è curato da Paola Gribaudo, figlia e prima collaboratrice di Ezio che in mostra espone una selezione dei mille libri che ha curato fino ad ora e terrà una conversazione sul tema «Dietro le pagine di un libro d’arte», al Taobuk il 13 settembre.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Lo studio torinese di Ezio Gribaudo. Venerdì 9 settembre 2016.

Chi scrive ha intervistato Ezio Gribaudo (nato il 10 gennaio 1929 a Torino) nel suo studio nell’antica capitale sabauda. Lì, ci sono i suoi libri, le sue opere. Da un’ampia finestra si vede la Mole Antonelliana e il giro delle Alpi che circonda Torino. Il Maestro mi guarda attraverso i suoi occhiali scuri. Guardo Gribaudo (vestito da gran flâneur, con le mani eleganti sempre in movimento) e gli chiedo se ha nostalgie: «Sì. Francis Bacon mi disse: “Vieni a Londra perché voglio farti un ritratto di quelli piccoli”. Gli dissi che sarei andato, ma preso da mille cose… stupidamente non trovai il tempo. Voleva che posassi per lui a Londra. Un rimpianto che mi porterò dietro tutta la vita». Non possiamo che sorridere a questa “disavventura”; ma d’altro canto va gustata come un bellissimo aneddoto di una vita irripetibile d’artista.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Ezio Gribaudo fotografato da Roberto Coaloa a Torino, nel 2011.

Il giovane Gribaudo («avrei voluto essere uno studente dandy di Eton College») studiò architettura interessandosi alle tecniche grafiche e tipografiche. Vicino alle esperienze di Tapies, Burri, Fontana, Gribaudo ha esaltato l’importanza della materia; per le sue tavole (rilievi, rilievi e serigrafie, bassorilievi) e per le sue sculture, realizzate in polistirolo (Logogrifi), ha sempre usato prevalentemente il bianco su bianco. Il Maestro è anche un noto collezionista d’arte, una figura ricca di sfaccettature anche se l’editoria è stata sempre la sua passione predominante: «la mia prima casa editrice era la Pozzo, che stampava gli orari ferroviari e grazie a me iniziò a fare libri d’artista». Nella sua “galleria editoriale” c’è il meglio del Novecento: da Fabbri editori, Tallone e Vanni Scheiwiller. Poi ci sono le relazioni con gli artisti di cui Gribaudo fu amico, editore, collaboratore e, più di tutto corrispondente spirituale: Lucio Fontana, De Chirico, Picasso, Mirò, Sutherland. Le monografie degli artisti pubblicate da Gribaudo sono sempre accompagnate dagli scritti di letterati e poeti. Beckett, ad esempio, scrisse per Bram Van Velde. Nella mostra di Taormina sono così uniti Pasolini, Moravia, Bacon e Jean Dubuffet.

Gribaudo ricorda i suoi viaggi: «Il più importante fu quello con Fontana nel 1961 a New York». Il Maestro torinese pubblicò Devenir de Fontana: «Lucio stava ore alle lastre. Gli ori erano ottenuti da una carta speciale, metallica. Abbiamo poi realizzato un’edizione di cento esemplari che conteneva un originale. Quelle copie sono servite a coprire le spese. Ecco, questi sono i lavori che Fontana ha fatto con le carte metalliche. Ne possiedo uno, minuscolo, rosso, di rara bellezza. Lui aveva una straordinaria creatività. Gli operai ne erano affascinati».

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Iosif Aleksandrovič Brodskij (1940-1996) con gatto.

Intensi anche i viaggi di Gribaudo in Russia; i primi da ragazzo, negli anni Cinquanta, per scoprire i maestri delle avanguardie. Poi l’amicizia con Chemiakin, di cui Gribaudo diventò editore. Nel 1988 il poeta russo Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura nel 1987, ospite d’onore del primo Salone del Libro, saputo che a casa di Gribaudo era ospite il connazionale Tselkov, tralasciò tutti gli impegni ufficiali per andare a casa dell’artista torinese. Gribaudo ricorda: «E così improvvisammo una cena a cui parteciparono anche Roberto Calasso e sua moglie Fleur Jaeggy. Prima di andarsene, a notte fonda, Brodskij disegnò un gatto sul mio librino d’oro».

INEDITO DI TOLSTOJ. PER UN RITORNO ALLA TERRA

Goffredo Fofi sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.  Recensione dall’inserto culturale de Il Sole24ore. Domenica 12 luglio 2015.

Goffredo Fofi sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.
Recensione dall’inserto culturale de Il Sole24ore. Domenica 12 luglio 2015.

L’incombere della guerra, lo Stato nemico del popolo, al pari del progresso, illusorio: la soluzione è la comunità rurale. L’anima dello scrittore nel saggio ritrovato da Coaloa.

Goffredo Fofi sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli. Recensione dall’inserto culturale de Il Sole24ore. Domenica 12 luglio 2015.

 TOLSTOJ PRIMO PIANO

PER UN RITORNO ALLA TERRA

Di Goffredo Fofi

Guerra e rivoluzione espone le riflessioni tra le ultime di Tolstoj, è un testo del 1906, di quattro anni prima della morte del grande vecchio nella stazione di Astapovo, ritrovato e proposto al lettore italiano di oggi da Roberto Coaloa e presentato da Gian Paolo Serino. Vi si avverte tutto il peso di un’epoca che nell’Europa occidentale fu detta bella, ma che in Russia vide l’avventura disastrosa della guerra russo-giapponese e la fallita rivoluzione del 1905. Esse annunciavano per il mondo una svolta importante, il massacro fratricida della Prima guerra mondiale che Tolstoj non fece in tempo a vedere ma di cui avvertì, primo di pochi, l’incombente minaccia, l’ineluttabile precipizio. Che Tolstoj fosse radicalmente contrario alla guerra col Giappone è prevedibile ed evidente. Pur non apprezzando affatto il Mikado e tanto meno lo zar (Alessandro III, senza mezzi termini, «stupido, brutale, ignorante» e definisce Nicola II «un uomo molto ordinario, superstizioso e irrisolto» (p. 21), e sono dichiarazioni di questo tipo che faranno tremare i giurati svedesi del Nobel, che si guarderanno bene dall’assegnare il loro premio a colui che per riconoscimento mondiale era il più grande scrittore vivente), non è agli zar e ad altri imperatori e capi di governo che Tolstoj attribuisce direttamente le cause della guerra, ma «all’ordine delle cose che facilita le loro imprese nefaste e porta l’infelicità a milioni di uomini. Quindi il meccanismo sociale è il colpevole, e per conseguenza sono colpevoli coloro che l’hanno stabilito»; (p. 19).

Quanto alla fallita rivoluzione del 1905, e alle altre che potrebbero esplodere e che a suo parere senz’altro esploderanno, il suo giudizio è netto: «la rivoluzione con la violenza ha fatto il suo tempo», (p.81).

Tolstoj prevede e annuncia la rivoluzione che verrà e ne spiega le cause, che sono sociali ed economiche e prima di tutto spirituali, morali, ma non approva le strade della violenza, né accetta che a un’idea di Stato se ne sostituisca un’altra che avrebbe un peso uguale sulla vita dei singoli, e non auspica che l’economia possa seguire, anche sotto un nuovo regime, le stesse strade del progresso sino allora seguite da ogni potere, non solo in Russia.

Guerra e rivoluzione è diviso in due parti, La lezione della guerra e La fine di un mondo. Nella prima, l’intento didascalico è prevalente, e si tratta per l’autore di spiegare un sistema di potere (con ampie citazioni da Machiavelli e soprattutto, al positivo, da Etienne de la Boétie; e checché se ne sia detto, ha amato molto meno Rousseau anche se molto ne ha appreso), cui contribuiscono in maniera decisiva la scienza e la chiesa, con la sua distorta visione del messaggio cristiano. Nella seconda, anche se è difficile distinguere le due parti perché Tolstoj torna accanitamente sugli stessi temi e si ripete sapendo di ripetersi, dovrebbe prevalere la proposta. Lo Stato è il grande nemico, e il secondo nemico è lo sviluppo industriale (e sarebbe davvero curioso rintracciare le origini tolstojane di tante posizioni dei nostri contemporanei, a cominciare da Pasolini). L’intreccio Stato/industria è la forma moderna del potere. «La causa principale, se non unica, dell’assenza della libertà è la superstizione statalista» (p 124). «La maggioranza dei russi vede nettamente che la causa di tutti i suoi mali proviene dalla sua sottomissione ai poteri pubblici» (p.129).

Alla base vi è però, ancora più grave e più pervasiva, un’idea del progresso che bisogna combattere. A chi si scaglia contro accusandolo di fare tornare gli uomini al tempo delle scimmie, risponde che le loro città, «con i loro quartieri miserabili, gli slums di Londra, di New York e degli altri grandi centri, con i loro bordelli, le loro banche, le bombe dirette contro tutti i nemici sia dall’interno che dall’esterno, carceri e patiboli, milioni di soldati; sì, è possibile rimuovere il tutto senza rimpianti» (p.113). L’analisi del mondo moderno è in Tolstoj serrata e decisa, perché «in questi ultimi tempi l’atroce differenza tra la vita caratterizzata dai crimini e dal lusso degli uni, e quella tutta di miseria e di servitù degli altri, è diventata ancora peggiore» (p.128).

Quale la soluzione? La risposta di Tolstoj è nota e viene insistita qui più che altrove. La soluzione è nel ritorno alla terra, nell’abbandono dell’ossessivo modello metropolitano, alla comunità rurale, al mutuo appoggio tra i poveri e tra tutti, dentro contesti limitati e solidali, in accordo a un messaggio cristiano che torni alle origini, alle indicazioni dei Vangeli abbandonando gli orpelli e le ipocrisie delle chiese istituzionalizzate. «Se il popolo cessa di obbedire al governo, spariranno presto le imposte, le spoliazioni di terreni, gli eserciti, le guerre e ogni costrizione. Tutto questo è così semplice e sembra facile! Perché dunque gli uomini non l’hanno fatto fino ad ora e non lo fanno oggi? Perché per rifiutare di obbedire alla autorità umana, bisogna farli obbedire a Dio, cioè vivere una vita buona e morale» (p. 125). Il nemico di questa soluzione è anche interno, insiste Tolstoj, è lo spirito di accettazione e sudditanza degli individui, il loro conformismo, la loro ricattabilità dal benessere e dall’illusione del quieto vivere.

Due le spinte, dunque, e le sollecitazioni all’azione: il rifiuto dell’obbedienza allo Stato, che Tolstoj considera sempre portatore di sopraffazione e manipolazione, di immoralità, e la rivoluzione interiore del singolo, con il ritorno alla piccola comunità agricola cooperativa, un ritorno alle origini su cui rifletterono i Kropotkin e i Bakunin apprezzando le sollecitazioni di fondo della proposta tolstojana ma non la loro parte religiosa, che invece era per lui prioritaria.

A far guardare con un misto di ammirazione e insofferenza da parte dei rivoluzionari del suo tempo e di dopo, è il discorso sulla violenza, è l’impostazione religiosa, da cristiani delle origini, che è il punto chiave del messaggio tolstojano. Esso troverà ammiratori e seguaci in una storia diversa, che pure ha segnato il Novecento e potrebbe e dovrebbe segnare anche il nostro tempo, quella di Gandhi, di Capitini, di Martin Luther King. Quella del nonviolenza e della disobbedienza civile. Molta parte dell’analisi tolstojana è ancora convincente e incalzante, anche se forse è troppo tardi perché l’umanità possa cambiare rotta. I poteri che contano spingono in direzioni assolutamente contrarie, perfino apocalittiche. Come scrisse Romain Rolland nella sua bella biografia di Tolstoj, «egli è il tipo più alto del libero cristiano, che tende, in tutta la sua vita, a un ideale che è sempre più lontano».

La copertina del volume "Guerra e rivoluzione" di Lev Tolstoj (Feltrinelli. Universale Economica I Classici, pagine 192, € 8,50). A cura di Roberto Coaloa. L'autore della copertina Feltrinelli è l'illustratore Ivan Canu. Il grafico è Cristiano Guerri.

La copertina del volume “Guerra e rivoluzione” di Lev Tolstoj (Feltrinelli. Universale Economica I Classici, pagine 192, € 8,50). A cura di Roberto Coaloa.
L’autore della copertina Feltrinelli è l’illustratore Ivan Canu. Il grafico è Cristiano Guerri.

Nel 1885 Tolstoj scrisse Che fare? (l’ultima edizione è di Mazzotta, 1979, con una imprevedibile e bella prefazione di Francesco Leonetti), ed è un testo da affiancare a questo e da discutere insieme.

Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione, Feltrinelli, Milano, pagg. 192, € 8,50 a cura di Roberto Coaloa. Coaloa ha trovato e tradotto il testo inedito, scrivendo il saggio Lev Tolstoj, tra guerra, pace e rivoluzione. Alla scoperta del profeta di Jasnaja Poljana.

 

Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910) in un disegno inedito di Igor Sibaldi (tra i più noti studiosi dello scrittore russo).

Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910) in un disegno inedito di Igor Sibaldi (tra i più noti studiosi dello scrittore russo).

QUANDO LUCIANO BIANCIARDI COPIAVA BORSTAL BOY…

Gian Paolo Serino (a cura di), "Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale" (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90).

Gian Paolo Serino (a cura di), “Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale” (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90).

 

Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontato da Gian Paolo Serino: si scopre che lo scrittore copiò “La vita agra” dal collega Brendan Behan…  Serino evidenzia soprattutto il grande lavoro di traduzione dello scrittore di Grosseto. Segnalo la mia recensione dal quotidiano “Libero” di domenica 8 febbraio 2015. Con un pezzo ritrovato di Bianciardi.

 

QUANDO LUCIANO BIANCIARDI COPIAVA BORSTAL BOY

Di Roberto Coaloa

Per Gian Paolo Serino, Luciano Bianciardi (1922-1971) è stato – grazie al suo capolavoro La vita agra – uno degli autori più profetici del Novecento. Lo scrittore di Grosseto fu un uomo «coerente e onesto», che «aiutò talmente tanto i lettori, da dimenticare di aiutare se stesso». Morì, un mese prima di compiere quarantanove anni, sopraffatto dal demone dell’alcol.

Il critico letterario conosce Bianciardi come le sue tasche, forse meglio delle sue tasche: è, infatti, un profilo esatto e molto brillante quello che propone Serino come saggio introduttivo al volume da lui curato, Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90), un libro che è da considerare un invito alla lettura delle opere. Il saggio toglie finalmente da un andito buio della galleria degli scrittori del Novecento il geniale Bianciardi, mettendo in luce il suo lungo sguardo sulla modernità: «Bianciardi è stato il primo romanziere e saggista, ben prima di Umberto Eco e di Pier Paolo Pasolini, a intuire – e scrivere – come la società dei consumi sia stata soltanto una mera illusione». Amaramente osserva Serino, citando alcune pagine di La vita agra: «Se soldi e benessere circolano, la gente si spoglia di ciò che è umano: “Non trovi persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i bacelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi del loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano lingua e sangue, diventino gusci”. L’unico obiettivo è sistemarsi ai vertici e rimanerci». È il 1962, Milano è la capitale del Boom economico e di un effimero benessere. Bianciardi se ne accorge, ma il suo grido di dolore rimane incagliato in quella perversa macchina del progresso.

Di Bianciardi emerge anche il titanico lavoro di traduttore: «oltre cento traduzioni dai più importanti scrittori americani». Essere sempre a contatto con i grandi della letteratura gli regalò sicurezza e disinvoltura: «Scrissi il mio libro La vita agra subito dopo aver tradotto i due romanzi di Henry Miller, Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Ora chi esce da un simile tornado stilistico e psicologico non può risentirne: almeno un raffreddore te lo prendi».

BRENDAN BEHAN. RAGAZZO DEL BORSTALLa traduzione fa conoscere a Bianciardi uno scrittore irlandese: Brendan Behan, che si definiva un «alcolista con problemi di scrittura». Nel 1960 traspose Borstal Boy. È amore al primo “sorso”: il romanzo racconta di un intellettuale che da Dublino vuole raggiungere Londra per mettere delle bombe sotto i grattacieli dell’élite inglese. Simile la trama in La vita agra: il protagonista compie il suo pellegrinaggio da Grosseto a Milano con il disegno di far saltare in aria la Torre Galfa.

Serino propone un Bianciardi ostinato e controcorrente, che alle proposte di Indro Montanelli di scrivere sul Corriere della sera preferisce quelle di Gianni Brera. L’arcimatto (direttore del Guerin Sportivo) gli fa rispondere ai lettori della rivista. Scelte singolari, ma che ben raccontano l’uomo. Montanelli era per Bianciardi, negli anni Sessanta, un simbolo dell’Italia che non amava: quella del potere. Si sentiva, quindi, meno libero di esprimersi nel giornale di via Solferino. Brera, invece, poteva assomigliargli, anche per carattere, indipendenza e scrittura corrosiva. Nel Guerin Sportivo Bianciardi si diverte: lì Brera discetta del calcio d’antan, mentre lui può “delirare” con un linguaggio semplice, diretto e spassoso. Scrive ad esempio: «Il fuorigioco mi sta antipatico, come tutte le regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio».

Nessuno come Bianciardi ha saputo descrivere gli entusiasmi e le delusioni di una nuova generazione italiana, cresciuta all’alba di un nuovo mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Il Bel Paese era allora una grande “provincia”, dove si parlava di problemi e si progettavano saggi sulla struttura culturale. Negli anni Sessanta seguirono grandi disillusioni. Bianciardi racconta le vicende dei giovani che si credettero anticipatori di una nuova epoca e si scoprirono poi mediocri padri di famiglia, assillati dai soldi, sempre pochi, con la consolazione della grappa. Serino ci invita, invece, a essere coerenti con noi stessi, anche per far giustizia dello scrittore: «Se avete una “vita agra” non fate la sua fine. Non lo meritereste. Come non lo merita Luciano Bianciardi, che ha già pagato con la propria vita. Non è facile “non concedersi”: però si può».

 

COS’È IL CORAGGIO PER L’UOMO D’OGGI. UNA COSA CHE SERVE A VIVERE.

Bianciardi, nell’ottobre 1968, risponde alla rivista «New Kent, mensile per gli uomini» alla domanda “Cos’è il coraggio?”. Per lo scrittore è una cosa che serve per vivere. Nel giornale seguiranno altri interventi, tra i quali quelli di Mario Soldati, Gian Carlo Fusco e Gianni Brera. Il pezzo di Bianciardi, pubblicato sul numero 10 del 1968 (in copertina la leggiadra Georgia Moll fotografata da Giancarlo Botti) non compare nell’Antimeridiano a lui dedicato.

Per l’Autore il coraggio è quello di vivere secondo la nostra fantasia, vale a dire di inventare la vita, magari tentando di resistere alle leggi della civiltà dei consumi. Naturalmente, Bianciardi sul coraggio dice anche altre cose. Sono tutte nel pezzo che segue.

ROBERTO COALOA

«Forza d’animo, che, nascendo da un cosciente e sicuro dominio di sé e da un perfetto equilibrio morale e fisico, permette di affrontare le circostanze più difficili e i rischi anche più gravi con ardita decisione, con piena responsabilità, con sacrifico di sé».

In questo modo il più moderno e completo fra i dizionari della lingua italiana, definisce il coraggio. Resta inteso che la parola serba in sé la connotazione del “core”. In passato alle virtù si attribuiva sempre una sede corporea: un uomo di fegato è quello che ardisce; quello che digerisce (anche figuratamente) ogni cosa ha, si suol dire, «un bello stomaco»; e Cartesio collocava nella glandola pineale la sede dell’anima. La fortuna si designa, di solito, con un’altra parte del corpo, che qui evitiamo di nominare. […]

E ci vuole un bel coraggio a dire con la faccia di vetro (e di tolla, si capisce) che il signore se ne intende, che il bianco è sempre più bianco, quasi che il verde, o il giallo, o il rosso, non fossero altrettanto belli. Quando ci decideremo, noialtri uomini di reale coraggio, a inventare un detersivo che lavi “più rosa”? Infatti, «anche coraggio può avere mal senso, ma per ironia. Ci vuole un bel coraggio a predicare libertà con minaccia di chiudere la bocca a chiunque non la pensi come noi; a predicare amor di Dio e del prossimo con la minaccia perpetua del caldo eterno e del freddo temporale». Non sono parole di un “contestatore globale”, si badi bene. Sono parole del solito Tommaseo, che aveva spesso ragione. E intendeva giusto la possibilità di usare antifrasticamente la parola “coraggio”.

La quale diventava così sinonimo di impudenza, sfacciataggine, faccia tosta, sfrontatezza, spudoratezza. […]

Nessuno nasce coraggioso. Valoroso forse sì, ardito anche, temerario senz’altro. Da giovani siamo quasi tutti in quel modo. Invecchiando si diventa vili e paurosi. Ma anche coraggiosi. Invecchiando – cioè crescendo, perché la vita è una mezza parabola, sempre in ascesa – s’impara a non aver paura della vita. La paura della morte c’è, ammettiamolo. Ma finché si vive, s’impara a vivere, a non temere questa ottusa montagna che è la vita quotidiana. S’impara ad agguantarla per il verso giusto, a farla diventare un’acuta, variegata, duttile, policroma avventura nella quale perdersi e ritrovarsi a ogni momento. La vita, in sé, è molto stupida, se siamo noi che ci abbandoniamo alla vita. Diventa bella, cara e divertente se siamo noi a farla così. Ma ci vuole, per questo, tanto coraggio.

LUCIANO BIANCIARDI

Recensione di Roberto Coaloa sul quotidiano "Libero" (8 febbraio 2015) di "Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale" di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90). Nella pagina anche un testo ritrovato di Bianciardi: COS’È IL CORAGGIO PER L’UOMO D’OGGI. UNA COSA CHE SERVE A VIVERE (Da "New Kent", ottobre 1968).

Recensione di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero” (8 febbraio 2015) di “Luciano Bianciardi. Il precario esistenziale” di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, Firenze, pagg. 112, € 7,90). Nella pagina anche un testo ritrovato di Bianciardi: COS’È IL CORAGGIO PER L’UOMO D’OGGI. UNA COSA CHE SERVE A VIVERE (Da “New Kent”, ottobre 1968).