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VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

COPERTINA MULINO

 

Il saggio di Roberto Coaloa, Viva Valentina! La Rivoluzione russa a fumetti, apre il primo numero della rivista del  «Mulino» nel 2018, il 495.

Nel 2018 la rivista festeggerà i 500 numeri. L’anno inizia quindi con una nuova copertina: disegnata per mettere in evidenza il filo conduttore del fascicolo, il concetto di «rivoluzione».

VIVA VALENTINA! LA RIVOLUZIONE RUSSA A FUMETTI

Di Roberto Coaloa

Perché uno storico, a cento anni dalla Rivoluzione russa, si deve occupare di un artista complesso come Guido Crepax (nato a Milano il 15 luglio 1933, morto nella sua città il 31 luglio 2003), l’inventore di Valentina? Perché la sua eroina, una delle poche protagoniste di fumetti, nasce sulla rivista «Linus» proprio alla viglia del 1968, anno di una nuova stagione rivoluzionaria. Valentina ha reso famoso Crepax in tutto il mondo. Ora, con l’ausilio prezioso dei figli – Antonio, Caterina e Giacomo – che hanno creato l’Archivio Crepax, l’artista sta vivendo un’altra stagione fortunatissima, con nuove traduzioni e l’interesse del cinema americano.

Valentina, che nasce e invecchia con il suo creatore, è lo specchio di una generazione, quella protagonista del 1968. La Rivoluzione è stata un grande sogno per i ventenni che hanno provato a riaffermarne i valori nel 1968 e negli anni successivi. Valentina è la protagonista di storie che hanno come punto di riferimento la Milano intellettuale degli anni Sessanta e Settanta. Lenin in quella nuova stagione rivoluzionaria era à la page! La Rivoluzione è stata studiata, pensata e poi scritta e disegnata da Crepax. È dunque interessante ripercorrere la figura di questo artista e intellettuale engagé che riflette attraverso il fumetto sulle vicende storiche del Novecento. Non solo: la figura di Valentina (la descrizione del mondo russo, raccontato nella sua complessità) ha influenzato artisti e studiosi protagonisti del nostro tempo.

Anticipiamo che l’anno 1977 segnerà per l’artista una cesura netta nel pensare l’Ottobre. Prima di quella data Crepax ha già disegnato diverse avventure di Valentina raccontando la Rivoluzione. Esamineremo le storie che a nostro modesto parere mostrano meglio la riflessione di Crepax sul mondo russo, senza dimenticare che più in generale quella storia riecheggia in tantissimi altri lavori dell’artista. Nel 1968, ad esempio, disegna Valentina perduta nel paese dei Sovieti. Poi c’è il film di Corrado Farina del 1973, dal titolo Baba Yaga, liberamente tratto da un fumetto di Valentina. Senza dimenticare la battaglia e il gioco dedicati da Crepax alla figura di Aleksandr Nevskij.

Proprio l’invenzione di giochi da tavolo ci consente di aprire una piccola parentesi. Crepax, laureato in architettura, diventato disegnatore, passava interi pomeriggi alla biblioteca Sormani di Milano per cercare nei volumi i costumi, le uniformi. Amava la messinscena, che diventava mania; forse avrebbe voluto avere il talento di un attore come Laurence Olivier, quando parla ai soldati prima della battaglia di San Crispino. A Crepax piaceva rappresentare la storia come se fosse a teatro, facendo uso di costumi. Desiderava, insomma, la drammatizzazione alla Olivier. Da artista ricostruiva la storia. E lo faceva alla Salgari, che non aveva mai visto gli scenari esotici delle avventure di corsari e avventurieri che raccontava. Crepax, anche lui come Salgari, era un viaggiatore immobile. Fermo nel suo studio, tra i suoi libri, in un vorticare di letture. Lo storico ambirebbe a essere uno sciamano capace di fermare il tempo storico, di vederlo e descriverlo a distanza di anni, di secoli. L’artista ha i mezzi per fermare il tempo e non solo.

LENIN DI GUIDO CREPAXTra la fine del 1971 e l’inizio del 1972 Crepax disegna Io, Valentina. La prima pagina è dedicata alla sua nascita: 25 dicembre 1942. La giovane Valentina studia la storia. Dopo la morte di Stalin il padre afferma: «Adesso potremo dire la verità senza la paura di sembrare anticomunisti». In una vignetta successiva compare Lenin, cappello in testa, come ce lo mostrano i ritratti ufficiali, che pronuncia la storica frase: «La verità è rivoluzionaria». Lenin aveva detto quella frase? No! È una frase di Gramsci («La verità è sempre rivoluzionaria»), che ha segnato la storia del Partito Comunista Italiano nel Novecento. È stata ripresa in tono polemico, con l’aggiunta di un «non» in un film di Francesco Rosi, Cadaveri eccellenti (1976), ispirato a Il contesto di Leonardo Sciascia, dove primeggia l’attore Lino Ventura, in una delle sue migliori interpretazioni: il commissario Rogas, ucciso insieme al segretario del Partito comunista. Nel film la frase è pronunciata nelle sequenze finali, davanti al quadro di Guttuso, I funerali di Togliatti, sintesi della storia del Partito comunista italiano. Un amico di Rogas, un comunista radicale, affronta un funzionario del proprio partito, quello che si suppone occuperà il posto del segretario ucciso, e gli chiede: «Allora la gente non deve sapere la verità?». Il futuro segretario risponde: «La verità non è sempre rivoluzionaria». Questa frase non c’è nel libro di Sciascia. È un’invenzione della sceneggiatura (pare che l’avesse detta Giancarlo Pajetta), usata da Rosi per denotare l’omertà dell’opposizione di fronte alla corruzione imperante e molto spesso impunita. Questo film del 1976 è rappresentativo di un clima di tensione che si avvertiva allora in Italia. Siamo in un’epoca in cui il Partito comunista, dopo il 15 giugno 1975, era in grandissima ascesa, tanto è vero che la proposta di Berlinguer sul compromesso storico si era rafforzata. In quel momento le preferenze di Crepax e, ovviamente, quelle di Valentina, sono simili a quelle dell’amico dell’ispettore Rogas: sono per Lev Trockij, in quegli anni il modello per chi intende l’esperienza rivoluzionaria come «Rivoluzione permanente».

A Trockij, infatti, sono dedicate due puntate di Alterlinus tra l’agosto e il settembre 1974, dal titolo Viva Trotskij. Poi, non a caso, proprio nel 1976, Trockij è ancora il protagonista di una bellissima tavola con Valentina in bicicletta: è stata realizzata per il mensile Linus in occasione delle elezioni politiche di quell’anno.

Il fumetto Viva Trotskij è per noi di grande interesse. Nella prima pagina compare Valentina che travolge letteralmente gli autocrati della Russia alla vigilia della Rivoluzione. Nella grande tavola compare anche un quadrunvirato, formato dai giovanissimi «Uljanov, Bronstejn, Tsederbaum e Džugašvili». Essi sono ovviamente, nell’ordine, da sinistra a destra come compaiono nella tavola: Lenin, Trockij, Martov e Stalin. Tra i quattro il meno conosciuto e ovvio nelle scelte di Crepax-Valentina è Julij Martov, nato Julij Osipovič Cederbaum. Trockij lo definì «l’Amleto del socialismo democratico». La presenza di Martov è rivelatrice di una conoscenza non superficiale (e critica) della Rivoluzione da parte di Crepax.

Quali sono le fonti storiche di Crepax? In una prima indagine sulla sua biblioteca si notano alcuni testi, in particolare la famosa trilogia di Isaac Deutscher: Il profeta armato. Trotsky 1879-1921, Longanesi, Milano, 1965; Il profeta disarmato. Trotsky 1921-1929, Longanesi, Milano, 1970; Il profeta esiliato. Trotsky 1929-1940, Longanesi, Milano, 1965. Poi gli scritti di Victor Serge, tra i quali: Vita e morte di Trotskij, Editori Laterza, Roma-Bari, 1973. Gli studi sulla Rivoluzione presenti nella sua biblioteca sono di Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1964 e Roy Medveev, La rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, Editori Riuniti, Roma, 1976.

Nella seconda puntata di Viva Trotskij la storia si apre con Valentina, che armata di scopa caccia i nemici della Rivoluzione: lo Zar e la sua camarilla. Nelle immagini finali Valentina saluta con due braccia alzate i vittoriosi bolscevichi e pensa: «Con tutto il corpo… con tutto il cuore… con tutta la coscienza… ascoltiamo la Rivoluzione». Si tratta di un omaggio al poeta Aleksandr Blok, l’«angelo caduto fra le paludi di Pietroburgo» (come lo definì Angelo Maria Ripellino). Crepax, però, fa una scelta controcorrente. Non riporta di Blok la poesia più nota, I dodici. Cita il finale di un pezzo, pubblicato nel gennaio 1918 sulla rivista «Znamja truda», L’intelligencija e la rivoluzione. Il 1917 per il poeta è una visione mistica e un tema musicale. Egli è il flâneur di Pietrogrado, attento ai rumori delle lotte, alle grida, agli spari. Per lui questi suoni nuovi sono l’anticipazione di una nuova grande epoca. «Con tutto il corpo, con tutto il cuore, con tutta la coscienza, ascoltate la Rivoluzione». Non è casuale la scelta di Crepax di far pensare Valentina con le parole del disilluso Blok, che fa un’analisi spietata dell’immediata conversione della Rivoluzione da mamma a matrigna, da utopia a massacro, dove ai lupi zaristi si sostituiscono le iene bolsceviche.

 

Nel 1977 esce il volume di Crepax, L’uomo di Pskov (Edizioni Cepim, Milano). È il momento di cesura. Prima di quella data la Rivoluzione russa era stata per Crepax un ideale positivo, un sogno, un mito. Nel giovane artista degli anni Sessanta, il ricordo della fine della Seconda guerra mondiale era vicino. Così come poteva esserci euforia nella Russia sovietica dopo la vittoriosa guerra contro il nazismo e il fascismo, quando un’ondata di euforia generale consentì a tutti di partecipare con slancio ed entusiasmo alla ricostruzione del paese e il sogno di una società più giusta, più equa, contagiò i cittadini di tutte le classi. Crepax, però, vive un complesso periodo storico e l’idea da lui abbracciata della «Rivoluzione permanente» di Trockij rivive nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, contro l’imperialismo americano.

Alla fine degli anni Settanta, dopo la stagione del terrorismo (Crepax vedrà vicino a casa sua il cadavere di Antonio Custra, vicebrigadiere in forza al reparto celere di Milano, assassinato durante una manifestazione di militanti dell’estrema sinistra), l’artista, con L’uomo di Pskov, rivede criticamente i suoi miti giovanili. Lenin e i suoi compagni non appaiono più così buoni. Gli uomini vicini allo Zar non appaiono più così cattivi. Qui Crepax si avvicina come non mai al lavoro dello storico, intuendo l’immoralità professionale dello studioso che consiste nell’impossibilità di augurarsi l’inesistenza di una qualsiasi cosa esistita. E, infatti, essere un vero storico è sentirsi incapaci di voler vedere cancellato dalla storia persino quello che condanniamo. Nel racconto di Crepax, ambientato nell’autunno del 1919, l’uomo di Pskov è il tenente Orlov. È un “bianco” che combatte i bolscevichi, ma è un personaggio positivo che alla fine accetterà di morire per salvare la vita di due ragazze. Nel 1977 Crepax descrive la guerra civile russa scoppiata all’indomani dell’Ottobre.

Prezioso documento è quindi il fumetto L’uomo di Pskov, preceduto da un testo introduttivo – La rivoluzione russa – nel quale si racconta la complessità di quella storia. È interessante notare come Crepax sia capace attraverso il fumetto di ripercorre le vicende meno note della Rivoluzione, che è mostrata per quello che fu realmente: una tragedia per il popolo russo e l’inizio della sanguinosa dittatura di Lenin, che realizzò così l’inascoltata profezia di Rosa Luxemburg, secondo cui la vittoria del proletariato bolscevico si sarebbe trasformata nel regime del partito leninista.

L’ITALIANO PIÙ AMATO DAI FRANCESI? UN PARMIGIANO CAMPIONE DI LOTTA

Lino Ventura in tenuta da lottatore nei primi anni Cinquanta.

Lino Ventura in tenuta da lottatore nei primi anni Cinquanta.

Una mostra a Parigi conferma il primato di notorietà di Lino Ventura in Francia.

A 30 anni dalla morte, l’era Macron celebra l’ex medaglia d’oro di greco-romana.

Dal quotidiano “Libero”. Giovedì 29 giugno 2017.

 

L’ITALIANO PIÙ AMATO DAI FRANCESI? UN PARMIGIANO CAMPIONE DI LOTTA

Di Roberto Coaloa

Parigi

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, giovedì 29 giugno 2017.

Corrispondenza da Parigi di Roberto Coaloa.
Dal quotidiano “Libero”, giovedì 29 giugno 2017.

Nella capitale francese una mostra sul Bel Paese sta avendo un grandissimo successo di pubblico. È «Ciao Italia ! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960)», fino al 10 settembre al Musée national de l’histoire de l’immigration. Il percorso è affascinante perché nel secolo che va dal Risorgimento alla Dolce vita di Fellini i francesi sono diventati pazzi per il nostro cinema e per artisti come De Nittis, Modigliani, Boldini, Campigli, Severini e Cappiello. Nella rassegna di fotografie, caricature, illustrazioni pubblicitarie, quadri, film e documenti sui nostri connazionali in Francia non mancano le sorprese, come la riscoperta di un grande attore, quasi dimenticato da noi.

Trent’anni fa, nel 1987, un sondaggio rivelò che l’attore più amato dai francesi era Lino Ventura. Proprio in quell’anno, il 22 ottobre 1987, Ventura moriva a sessantasette anni. Contro ogni attesa la Francia aveva scelto come emblema del fascino maschile, genuinamente latino, non Jean Gabin, non Jean Paul Belmondo, non Alain Delon, ma un immigrato italiano, nato a Parma il 14 luglio 1919.

Catalogo della mostra «Ciao Italia ! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960)», fino al 10 settembre al Musée national de l’histoire de l’immigration di Parigi.

Catalogo della mostra «Ciao Italia ! Un siècle d’immigration et de culture italiennes en France (1860-1960)», fino al 10 settembre al Musée national de l’histoire de l’immigration di Parigi.

A sette anni, il piccolo Angiolino emigra con la madre a Parigi. La vita del piccolo Ventura è difficile, emarginato dai compagni di scuola francesi. Il riscatto avviene con lo sport: nel 1950 è campione d’Europa di lotta greco-romana. Poi, per caso, Ventura diventa una star del cinema, quando nello straordinario Grisbì (secondo François Truffaut un film sulla vecchiaia e l’amicizia) interpreta un feroce gangster. È lì che i francesi s’innamorano di Ventura. Per primo il suo scopritore, il regista Jacques Becker. La sua presenza scenica è ammirata anche da Jean Gabin, che gli trasmette, con Grisbì, il testimone del “gorilla” del cinema francese.

Di Ventura, battezzato il “Duca di Parma” da César, scultore e amico fraterno, all’anagrafe César Baldaccini, marsigliese di origini toscane, erano piaciuti il fisico allevato all’école de la rue, in uno dei quartieri più poveri di Parigi, Montreuil-Sous Bois. La sua aria da duro e la partecipazione alla Resistenza, combattuta dalla parte dei francesi contro gli italiani fascisti, lo aveva aiutato ad entrare nelle grazie di un pubblico bisognoso di antieroi. Poi, dall’altra parte, c’è l’aspetto umano di Ventura, che fu tra i primi a sensibilizzare l’opinione pubblica sui bambini portatori di handicap, lasciando il suo patrimonio a istituti di ricerca medica e creando l’associazione umanitaria «Perce-Neige» a Saint-Cloud.

Il trentacinquenne Lino Ventura con il leggendario Jean Gabin in "Grisbì" (1954).

Il trentacinquenne Lino Ventura con il leggendario Jean Gabin in “Grisbì” (1954).

Sono moltissimi i film francesi di Ventura: storie di gangsters, ovviamente, ma anche film antimilitaristi e in costume. Una delle sue interpretazioni migliori è nel film La Bonne Année di Claude Lelouch, accanto a Françoise Fabian.

Lino Ventura, nel film "La Bonne Année" (1973) di Claude Lelouch, accanto a Françoise Fabian.

Lino Ventura, nel film “La Bonne Année” (1973) di Claude Lelouch, accanto a Françoise Fabian.

Molto amati i suoi film, girati spesso con gli amici di una vita: Bernard Blier, Jacques Brel e Charles Vanel. Chez nous, Lino girò alcuni film importanti. Il primo, nel 1961, La ragazza in vetrina, diretto da Luciano Emmer: un film drammatico che racconta le condizioni miserabili dell’emigrazione italiana nel nord dell’Europa. Il secondo, nel 1976, Cadaveri eccellenti, diretto da Francesco Rosi, tratto dal romanzo Il contesto di Leonardo Sciascia, con le musiche di Piero Piccioni. Il film è da guardare per almeno due ragioni. La prima è Ventura stesso, straordinario, che in una scena famosa dialoga con Max Von Sydow su Voltaire e «l’errore giudiziario». La seconda ragione per rivedere il film è il tema trattato: la situazione italiana degli anni Settanta, dove esiste un potere sopra lo Stato. Il terzo film, del 1984, è Cento giorni a Palermo, diretto da Giuseppe Ferrara, dove Ventura interpreta il generale Dalla Chiesa.

Jean Gabin con il cinquantenne Lino Ventura nel film di Henri Verneuil, "Il clan dei siciliani" (1969).

Jean Gabin con il cinquantenne Lino Ventura nel film di Henri Verneuil, “Il clan dei siciliani” (1969).

Chi è stato Lino Ventura? Una simpatica canaglia come attore, in privato un bon vivant, che amava la buona cucina italiana. Un numero uno, certo. Nella sua vita, però, fuori dalla carriera d’attore, troviamo sviluppati altri temi: l’immigrazione, la famiglia e l’amicizia. Su Lino Ventura, a 30 anni dalla morte, è in preparazione un’elaborata biografia che piacerà ai francesi. E, forse, tanto per cambiare, anche agli italiani.

A Roma Lino Ventura gioca a calcio, vestito da prete, durante le riprese del film di Duccio Tessari "Uomini duri" (1973).

A Roma Lino Ventura gioca a calcio, vestito da prete, durante le riprese del film di Duccio Tessari “Uomini duri” (1973).