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LA BUONA SCUOLA (E LA BUONA VITA) SECONDO TOLSTOJ

Lev Tolstoj racconta una storia ai nipoti. 1909. Lo scatto è del segretario dello scrittore russo, Vladimir Čertkov.

Lev Tolstoj racconta una storia ai nipoti. 1909. Lo scatto è del segretario dello scrittore russo, Vladimir Čertkov.

Dalla rubrica di Armando Massarenti, “Filosofia minima”, una riflessione sulla pedagogia di Tolstoj, a partire dal libro di Roberto Coaloa, Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità (Edizioni della Sera). Dalla Domenica, Il Sole24Ore, 20 dicembre 2015.

 

LA BUONA SCUOLA (E LA BUONA VITA) SECONDO TOLSTOJ

Di Armando Massarenti

<<Un buon insegnante deve avere una buona vita e una sola è la caratteristica generale e principale di una buona vita: l’aspirazione al perfezionamento dell’amore>>. Così scriveva Lev Tolstoj in una lettera al suo biografo, l’attivista ed editore Pavel Birjukov. E una buona vita non può che essere improntata alla ricerca della verità. Ce lo ricorda Roberto Coaloa – collaboratore di questo supplemento, dove ha pubblicato per la prima volta un inedito del grande scrittore russo sul pacifismo: vedi archiviodomenica.ilsole24ore.com – che nel suo Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità (Edizioni della Sera) ci ricorda che in russo “verità” si dice in due modi: pravda, la verità a cui si giunge attraverso un processo razionale, la verità-giustizia, e istina, la verità che trascende la razionalità e che ha più a che vedere con l’autenticità. Tolstoj <<si dibatte fra questi due concetti, anelando alla verità (istina)>>. Le sue parole estreme furono: <<La verità… Io amo tanto… come loro…>>. Dove “loro” sono <<gli umili, i semplici, che conoscono la verità meglio dei dotti, non perché essi siano strumenti ispirati dal divino afflato, ma perché la loro osservazione degli uomini e della natura è meno annebbiata da varie teorie>>.

È a loro che si rivolse l’enorme impegno pedagogico di Tolstoj, cui Coaloa dedica un paragrafo intitolato <<Tolstoj tra Rousseau e la Boétie>>. Nel 1849 aveva iniziato a organizzare delle scuole per i figli dei contadini che vivevano nella sua proprietà di Jasnaja Poljana. All’ingresso della scuola si trovava un cartello con scritto <<entra ed esci liberamente>>. Nel 1862 esce il saggio Chi ha bisogno di imparare a scrivere da chi: i ragazzi contadini da noi, o noi dai ragazzi contadini? e nel 1872 il voluminoso Abbecedario che – con oltre un milione di copie vendute – sarà uno dei maggiori successi di Tolstoj. Nel 1874 Tolstoj sospende la stesura di Anna Karenina per dedicarsi interamente alla pedagogia e alla direzione delle sue scuole, che sono ormai una settantina e dove pure insegna come maestro. Scrive una Grammatica per le scuole rurali e pubblica il saggio L’istruzione pubblica, la cui tesi fondamentale è la seguente: se l’istruzione vuole essere di reale profitto, va fondata su una libertà d’apprendimento che consenta agli allievi di scegliere da sé che cosa studiare e che cosa no; il docente deve adattarsi alle loro scelte. Nel saggio Il regno di Dio è in voi (1893) Tolstoj critica il sistema dell’istruzione obbligatoria perché vi vede uno strumento di controllo più che di elevazione delle masse. Sono scritti che molti critici hanno considerato minori, ma, come scrive Goffredo Fofi nella prefazione, <<la grandezza di Tolstoj sta nel suo essere pienamente artista e nel rinnegare al contempo anche questa qualità, nella convinzione di doverla tenere a bada e indirizzarla a fini superiori, stando dentro e fuori dall’arte, vedendo l’arte come parte della religione e parte della “politica”, e cioè dell’intervento della polis, della traduzione in pratiche di intervento diretto nella realtà: contro il falso e l’ingiusto, si può e deve ricorrere anche al bello>>. Per questo la scuola non deve essere obbligatoria:  se l’istruzione sarà buona e se gli insegnanti sono veri educatori, sorgerà spontanea la necessità dell’istruzione. <<I ragazzi non si lasciano ingannare… Noi cerchiamo di dimostrare che siamo intelligenti, ma essi non se ne interessano affatto, e vogliono sapere se siamo onesti, se siamo sinceri, se siamo buoni, se siamo compassionevoli, se abbiamo una coscienza dietro il nostro desiderio di mostrarci solo infallibilmente ragionevoli>>.

ROBERTO COALOA, “LEV TOLSTOJ. IL CORAGGIO DELLA VERITÀ”. PREFAZIONE DI GOFFREDO FOFI

Roberto Coaloa, "Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità", Roma, Edizioni della Sera, collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Roberto Coaloa, “Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità”, Roma, Edizioni della Sera, collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Anticipiamo alcuni brani tratti dalla biografia di Roberto Coaloa, Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità, pubblicato da Edizioni della Sera, nella collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Molte le novità, in particolare sul viaggio europeo di Tolstoj, nel 1857, con una tappa rilevante nella capitale sabauda. Scritti inediti: i taccuini del viaggio in Italia, le opere sulla guerra russo-giapponese e la rivoluzione del 1905. All’inizio del Novecento, Tolstoj è stato l’uomo più famoso al mondo. Tolstoj diventò il riferimento del pacifismo internazionale, dal Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, ai maestri delle controculture contemporanee. Per questo motivo, come ha osservato Goffredo Fofi nella prefazione, ciò che oggi ci intriga di più di Tolstoj, oltre alla bellezza dei suoi capolavori,  è il modo in cui egli ha tentato di risolvere il conflitto tra l’artista e il profeta: «Qui il confronto con Gandhi si impone, favorito dalla lettura delle pagine che in questo libro lo evocano».

 

CHI È STATO LEV NIKOLAEVIČ TOLSTOJ?

Ezio Gribaudo, "Tolstoj". Inchiostro di china (1949).

Ezio Gribaudo, “Tolstoj”. Inchiostro di china (1949).

La figura del conte russo è per certi versi un enigma, nonostante che lo studioso abbia a disposizione una massa di documenti impressionante intorno alla sua vita. Tolstoj scrisse molte pagine autobiografiche nei suoi romanzi, ebbe corrispondenze vaste e tenne numerosi diari. Nella vecchiaia dello scrittore, oltre ai diari (uno più piccolo, nel quale fissava la stesura immediata dei pensieri; e un altro dove accresceva le prime annotazioni), abbiamo le testimonianze dei suoi famigliari, che riportarono in lettere e memorie ogni attimo della sua esistenza: la moglie teneva un diario, soprattutto le figlie Tat’jana, Maša e Aleksandra annotavano le loro impressioni sul padre, come pure, giornalmente, il medico e i segretari. La sua effigie fu immortalata in ritratti pittorici e fotografici, in un numero straordinario per l’epoca (sua moglie Sof’ja, un vero talento fotografico, gli scattò centinaia d’immagini). Tolstoj, inoltre, ebbe discepoli sparsi in tutto il mondo e le opere sui suoi scritti e i profili biografici sono, a quasi due secoli dalla nascita, copiosissimi.

[…] La biblioteca personale dello scrittore è unica: è uno dei complessi culturali di maggiore rilevanza fra le biblioteche dei letterati famosi pervenutaci. Non c’è patrimonio che caratterizzi uno scrittore meglio dei suoi libri.

[…] Dello scrittore abbiamo addirittura delle registrazioni audio: nell’autunno del 1909, Tolstoj registrò per la Gramophone Company dei messaggi in russo, inglese, tedesco e francese dove affermava che «lo scopo della vita è il perfezionamento di sé». Chi scrive ebbe la fortuna di trovare, in un mercatino dell’antiquariato, una di queste registrazioni pubbliche, un disco di 78 giri contenente la voce del «Graf Leo Tolstoy». Prima di allora, Tolstoj era stato un ammiratore dei progressi della tecnica e un pioniere delle registrazioni audio, avendo usato sul finire dell’Ottocento i primi fonografi. Fu lo stesso Thomas Alva Edison a regalare allo scrittore una delle sue invenzioni. Tolstoj amò la musica e, appena ebbe un grammofono, ascoltò con enorme piacere i dischi con le incisioni della cantante tzigana Varja Panina.

Fin da ora queste prime considerazioni contrastano con l’idea – assai diffusa – che lo scrittore sia il cantore di un ritorno al passato, di una società patriarcale, che rigetta le conquiste della scienza e che non ama l’arte se non quella legata a un’immediata utilità sociale.

Contraddizioni che segnano la biografia di Tolstoj in maniera continua. Solamente un attento interprete può svelare chi è stato veramente lo scrittore.

Proprio per questa immensa quantità di materiali, tutti utili per la ricerca storica, è forse difficile per lo studioso cimentarsi a scrivere un’opera biografica, anche dopo aver fatto una attenta ricerca e aver sistemato diligentemente le fonti primarie da quelle secondarie.

Così, l’uomo Tolstoj continua ad essere un enigma, soprattutto quando si sdoppia in più di un personaggio all’interno dei suoi romanzi, come nel caso di Guerra e pace e Anna Karenina.

Ambiguità che seguono Tolstoj nella sua lunga vita.

Ad esempio, studiando il primo viaggio di Tolstoj in Europa, il biografo che utilizzasse solo le sue lettere potrebbe cadere in errore nel dare un significato a quell’esperienza. Probabilmente rimarrebbe sorpreso nel trovare un giovane conte russo che si esprime come un semplice tourist inglese. In questo caso lo storico e il biografo di Tolstoj devono studiare anche i suoi taccuini di viaggio, personali, e non destinati ai familiari. Ai parenti Tolstoj indirizzava delle lettere “normali”, semplici, con lo scopo soprattutto di rassicurare le persone, quelle a lui più care, e nel caso di ex tutrici e familiari più devoti all’etichetta nobiliare, il viaggiatore cercava inoltre di rassicurarli sulla sua condotta aristocratica, naturalmente comme il faut. Non era così, ovviamente, e se leggiamo attentamente i suoi scritti più personali, come alcune lettere agli amici, notiamo nel giovane Tolstoj un comportamento viziato, sregolato e dissoluto.

 

TOLSTOJ PRIMA DEL MATRIMONIO: UN HIPSTER MOLTO COOL E FANNULLONE

Л. Н. Толстой, 1862. Фотография М. Б. Тулинова. Москва.

Л. Н. Толстой, 1862. Фотография М. Б. Тулинова. Москва.

Il 23 settembre 1862, dopo appena una settimana di fidanzamento, Tolstoj sposa la diciottenne Sof ’ja Andreevna, seconda delle tre figlie del medico di corte Bers. Lei ha sedici anni in meno del marito: Tolstoj ha trentaquattro anni e una fama letteraria ancora tutta da conquistare. Nel 1862, Lev Nikolaevič (detto Lëvočka, Lëva) si mostra cool: era un barbuto Hipster ante litteram, un’anima errante, un personaggio sicuramente anticonformista. Alla giovane Sof ’ja Andreevna Bers (detta Sonja, Sonečka), l’uomo maturo dalla lunga barba da pioniere americano aveva parimenti un portamento signorile, dandy. Tolstoj era per lei tremendamente sexy. Non sapeva che nella giovinezza era stato un nobile irritante, amorale e anarchico, dandy comme il faut, certo, ma un fannullone che s’imponeva delle regole sempre disattese da sregolatezze enormi, come è descritto, ad esempio, dal suo diario nell’inverno 1850: ≪Vivo come un bruto […] la sera ho redatto delle regole e poi me ne sono andato dalle zingare≫. Al giuoco delle carte aveva perso la grande dimora di Jasnaja Poljana, poi ricostruita.

 

TOLSTOJ E IL BEL PAESE

Il conte Cavour a Leri, dopo la pace di Villafranca. 1859.

Il conte Cavour a Leri, dopo la pace di Villafranca. 1859.

Nel 1857 il conte Tolstoj e in Piemonte, dove vede, al Parlamento subalpino, il conte di Cavour. Ci sono diverse analogie tra i due uomini: prima di tutto l’amore per la natura e la scelta di una villa di campagna come buen retiro. Tolstoj ha la sua Jasnaja Poljana, Cavour ama i suoi poderi, in particolare la Grangia di Leri.

[…] Cavour usava i suoi cospicui guadagni per migliorare le condizioni dei suoi contadini, occupandosi di loro, invitando medici qualificati a Leri, rendendo più salubre la zona, impiegando, ad esempio, una fognatura sul modello inglese, e cercando di migliorare la vita degli uomini. La stessa cosa faceva il conte Tolstoj a Jasnaja Poljana, dove oltre a lavorare con i suoi contadini, adoperava il resto del suo tempo all’attività pedagogica nella scuola per i figli dei lavoratori. Con i suoi collaboratori, il conte pubblicava una rivista di pedagogia. In Tolstoj l’amore per la natura è legato in modo istintivo con l’amore per il lavoro fisico nei campi. Tolstoj, con tutta la sua attenzione ai fenomeni della natura, solo in casi estremi rinunciava a una passeggiata a cavallo dopo la prima colazione. Se pioveva indossava un paltò impermeabile, ma non rinunciava. Cosi se c’era ghiaccio, andava a piedi, ma non rinunciava. Anche se non si sentiva bene, camminava lentamente, non si allontanava troppo di casa, ma non rinunciava alla sua passeggiata nella natura. Una straordinaria semplicità si univa in lui a un amore esclusivo per i boschi e la campagna. La moglie Sof ’ja osservò in una lettera: ≪Lëvočka per interi giorni pulisce il giardino con la vanga, strappa le ortiche e la bardana, prepara delle aiuole≫. Lo stesso scrittore scrive a uno dei suoi corrispondenti che da cinque giorni falcia erba con i contadini, prova non soddisfazione, ma una felicità che non aveva mai provato fino allora. A Jasnaja Poljana ara, semina, falcia, a Mosca va al fiume a segare e spaccare legna, trasportare acqua. Tolstoj previde in modo geniale il rovescio della civilizzazione e invitò a tornare alla natura, alla terra: ≪Possibile che non ci sia abbastanza posto per gli uomini su questa magnifica terra, sotto questo immenso cielo stellato? Possibile che in mezzo a questa natura affascinante possa ancora esistere nell’uomo la cattiveria, la vendetta, l’istinto di distruzione dei propri simili? Tutta la cattiveria nel cuore dell’uomo dovrebbe scomparire a contatto con la natura, che è la più immediata espressione di bellezza e bontà≫. Tolstoj capì perfettamente a che cosa porta il trasferimento del contadino in citta, il suo distacco dalle condizioni di vita naturali, dalla natura; con grande interesse e comprensione lesse il volume dello scrittore americano Upton Sinclair, The Jungle, sugli agglomerati di immigrati, ex-contadini, nelle citta, vera giungla della “civilizzazione”.

[…] A Torino, nel giugno 1857, il personaggio più celebre e Cavour: Tolstoj assiste a una seduta del parlamento subalpino, dove ascolta il conte piemontese. È il 16 giugno. Tolstoj annota: ≪Andai in due Musei, delle Armi e delle Statue e alla Camera dei Deputati. Abbiamo pranzato tutti insieme magnificamente. Poi siamo andati a passeggiare. Li ho trascinati tutti in un [bordello] e me ne andai via. Družinin è rimasto. A un concerto, a udire le sorelle Ferni. La migliore società del regno sardo. Piacevolmente chiacchierai con Družinin e mi coricai tardi…≫. Družinin era un amico che Tolstoj conobbe nel periodo del suo primo successo letterario, dopo la Crimea. Era un romanziere, critico e traduttore di Shakespeare, che in seguito fu d’aiuto a Tolstoj con molte utili osservazioni. A Torino, il giorno dopo, lo scrittore annota: ≪Mi sono svegliato presto, ho fatto un bagno, sono corso all’Atheneum. Senso d’invidia per quella vita giovane, forte, libera. Andammo al caffè. Dovunque si può vivere e bene. Partimmo con Vladimir Botkin per Chivasso. Commento all’interpellanza di Brofferio. In diligenza con Angelet, un suo compagno e un Italiano biondo. Un ufficiale a riposo, burlone, che ha stima dei postriboli…≫.

Uscendo da Palazzo Carignano, lo scrittore russo, da goloso (non era ancora diventato un nobile penitente), sarà andato al Cambio, il ristorante di Cavour. Incuriosisce la scelta dei due Musei visitati a Torino da Tolstoj: il ≪Museo delle Armi≫ e senza dubbio l’Armeria Reale, aperta al pubblico nel 1837 da Re Carlo Alberto, quello ≪delle Statue≫ e il Museo Egizio, inaugurato ai tempi di Re Carlo Felice.

[…] Senza dubbio il ≪caso italiano≫ era, per i russi che in quegli anni visitavano il Bel Paese, un modello in cui si manifestavano i programmi e le lotte delle varie forze in campo: dai conservatori-legittimisti, ai liberali-costituzionalisti, ai democratici-radicali, ed essi cercavano di trarne esempio per giudicare delle sorti future dell’Impero zarista, avviato sulla strada delle riforme dopo l’avvento al trono di Alessandro II.

[…] Tolstoj viaggerà in Italia in altre due occasioni: tra il 1860 e il 1861 e nel 1891. Nell’ottobre 1859, Tolstoj apre a Jasnaja Poljana una scuola per i figli dei contadini, inventa un nuovo sistema di educazione e istruzione, e nell’estate del 1860 parte di nuovo per l’estero con la famiglia della sorella “Masha”. Visita scuole e università in Germania, Francia, Svizzera, Belgio, Italia, Inghilterra, incontra filosofi, politici, insegnanti. A Londra ottiene una commendatizia da Matthew Arnold, celebre poeta e critico, in quegli anni anche ispettore scolastico, per visitare gli istituti d’istruzione. Nel complesso, il sistema scolastico europeo lo delude: raccoglie comunque elementi utili per la sua esperienza e arricchisce la biblioteca personale di Jasnaja Poljana con decine di volumi di carattere pedagogico.

Nel dicembre 1860 restò due settimane a Firenze, passando per Livorno. Poi nel 1861 visitò per brevi soggiorni Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Nel 48° volume delle Opere, si legge nella pagina di un diario, il 13 aprile 1861: ≪Prima viva impressione della natura e dell’antichità – Roma – ritorno all’arte≫. Roma produce sullo scrittore una forte impressione. Al caffe Greco, uno dei luoghi prediletti da Gogol’, incontra artisti e scrittori russi. A Firenze, Tolstoj resta colpito dall’ordine, dalla pulizia e dal sentirsi sempre a suo agio. Sull’Arno incontra un lontano parente, il decabrista principe Volkonskij con la moglie. Il principe diventa il prototipo del personaggio di Pierre Labazov nel romanzo incompiuto I decabristi, di cui furono scritti solo tre capitoli. Fin dal 1856 Tolstoj aveva in mente un romanzo su un decabrista che ritorna dall’esilio: ne legge alcuni capitoli all’inizio del 1861 a Firenze a Turgenev, che predice all’autore un grande futuro. La visita a Venezia gli ispira un breve racconto per il suo Abecedario.

Nel 1891 lo scrittore si reca a Firenze per partecipare a un convegno ecumenico dal titolo ≪Conferenze sulla fusione di tutte le Chiese cristiane≫, dove si dichiara favorevole alla ≪proposta di fondere le Chiese cristiane in una sola che abbia per capo il Papa di Roma e per base la sua organizzazione esteriore nella formula cavouriana e per fondamento del suo pensiero le massime di Cristo e dell’Evangelo».

Jasnaja Poljana oggi.

Jasnaja Poljana oggi.

C’È UN’ALTRA TERRA IN CIELO. E SE ASCOLTASSIMO TOLSTOJ E TORNASSIMO ALLA NOSTRA?

Lev Tolstoj mentre ara un campo. Un famoso dipinto di Il'ja Efimovič Repin conservato oggi alla Galleria Tret'jakov di Mosca.

Lev Tolstoj mentre ara un campo. Un famoso dipinto di Il’ja Efimovič Repin conservato oggi alla Galleria Tret’jakov di Mosca.

 

Alfonso Berardinelli sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.

Dall’inserto culturale di Avvenire. Venerdì 31 luglio 2015.

Alfonso Berardinelli sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.  Dall’inserto culturale di Avvenire. Venerdì 31 luglio 2015.

Alfonso Berardinelli sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.
Dall’inserto culturale di Avvenire. Venerdì 31 luglio 2015.

 

C’È UN’ALTRA TERRA IN CIELO. E SE ASCOLTASSIMO TOLSTOJ E TORNASSIMO ALLA NOSTRA?

Di Alfonso Berardinelli

«Scoperta un’altra Terra. Annuncio storico della Nasa». Leggo la grande notizia, una di quelle che eccitano la nostra immaginazione scientifica e il nostro inconscio fantascientifico. L’articolo di “Repubblica” comincia così: «È quasi  come vedersi allo specchio: c’è un pianeta nella Via Lattea che assomiglia molto al nostro e che gira intorno a un sole quasi uguale al nostro. Si trova nella costellazione del Cigno, a 1400 anni luce da noi…». Sappiamo che un anno luce è la distanza percorsa dalla luce in un anno, cioè 9461 miliardi di chilometri. Se dunque  proviamo a immaginare a quale distanza da noi si trova questo pianeta nostro simile, ci vengono le vertigini perché stiamo facendo quella che si chiama un’esperienza extrasensoriale. La nostra stessa immaginazione vacilla e si spegne. Chi insiste a dire che Dio non esiste, ha poca mentalità scientifica, secondo me, per non parlare di altre dimensioni mentali. A questo punto, per ironica e maliziosa associazione di idee, può venire in mente un’altra Terra, la nostra, di cui due settimane fa sul “Sole24Ore” ha parlato Goffredo Fofi in un articolo intitolato «Per un ritorno alla terra». Vi si parla di un testo scritto da Tolstoj nel 1906, quando aveva settantotto anni. La terra di Tolstoj non è il pianeta Terra, è la terra con la minuscola, quella che abbiamo, che dovremmo sapere di avere sotto i piedi: che ci sostiene, ci ha dato la vita, la terra degli agricoltori, quella che produce forme di vita, aria respirabile e alimenti. Questa terra, per essere scoperta o riscoperta, più che immaginazione richiede attenzione al mondo in cui siamo, all’ambientazione terrestre della nostra vita. Negli scritti raccolti in Guerra e rivoluzione (Feltrinelli, a cura di Roberto Coaloa, pagime 192, euro 8,50) Tolstoj ha due bersagli: lo Stato e lo sviluppo industriale, nostri attuali idoli e tiranni. Entrambi, secondo Tolstoj, nemici del popolo e di Dio perché ci chiedono totale obbedienza. Tornare alla terra vorrebbe dire abbandonare un modello metropolitano mostruoso, immorale e demoralizzante, e quindi disobbedire allo Stato-industria.

È troppo tardi per questo? O è troppo presto e dobbiamo aspettare le prossime catastrofi?

INEDITO DI TOLSTOJ. PER UN RITORNO ALLA TERRA

Goffredo Fofi sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.  Recensione dall’inserto culturale de Il Sole24ore. Domenica 12 luglio 2015.

Goffredo Fofi sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli.
Recensione dall’inserto culturale de Il Sole24ore. Domenica 12 luglio 2015.

L’incombere della guerra, lo Stato nemico del popolo, al pari del progresso, illusorio: la soluzione è la comunità rurale. L’anima dello scrittore nel saggio ritrovato da Coaloa.

Goffredo Fofi sull’inedito Guerra e rivoluzione di Lev Tolstoj, pubblicato da Feltrinelli. Recensione dall’inserto culturale de Il Sole24ore. Domenica 12 luglio 2015.

 TOLSTOJ PRIMO PIANO

PER UN RITORNO ALLA TERRA

Di Goffredo Fofi

Guerra e rivoluzione espone le riflessioni tra le ultime di Tolstoj, è un testo del 1906, di quattro anni prima della morte del grande vecchio nella stazione di Astapovo, ritrovato e proposto al lettore italiano di oggi da Roberto Coaloa e presentato da Gian Paolo Serino. Vi si avverte tutto il peso di un’epoca che nell’Europa occidentale fu detta bella, ma che in Russia vide l’avventura disastrosa della guerra russo-giapponese e la fallita rivoluzione del 1905. Esse annunciavano per il mondo una svolta importante, il massacro fratricida della Prima guerra mondiale che Tolstoj non fece in tempo a vedere ma di cui avvertì, primo di pochi, l’incombente minaccia, l’ineluttabile precipizio. Che Tolstoj fosse radicalmente contrario alla guerra col Giappone è prevedibile ed evidente. Pur non apprezzando affatto il Mikado e tanto meno lo zar (Alessandro III, senza mezzi termini, «stupido, brutale, ignorante» e definisce Nicola II «un uomo molto ordinario, superstizioso e irrisolto» (p. 21), e sono dichiarazioni di questo tipo che faranno tremare i giurati svedesi del Nobel, che si guarderanno bene dall’assegnare il loro premio a colui che per riconoscimento mondiale era il più grande scrittore vivente), non è agli zar e ad altri imperatori e capi di governo che Tolstoj attribuisce direttamente le cause della guerra, ma «all’ordine delle cose che facilita le loro imprese nefaste e porta l’infelicità a milioni di uomini. Quindi il meccanismo sociale è il colpevole, e per conseguenza sono colpevoli coloro che l’hanno stabilito»; (p. 19).

Quanto alla fallita rivoluzione del 1905, e alle altre che potrebbero esplodere e che a suo parere senz’altro esploderanno, il suo giudizio è netto: «la rivoluzione con la violenza ha fatto il suo tempo», (p.81).

Tolstoj prevede e annuncia la rivoluzione che verrà e ne spiega le cause, che sono sociali ed economiche e prima di tutto spirituali, morali, ma non approva le strade della violenza, né accetta che a un’idea di Stato se ne sostituisca un’altra che avrebbe un peso uguale sulla vita dei singoli, e non auspica che l’economia possa seguire, anche sotto un nuovo regime, le stesse strade del progresso sino allora seguite da ogni potere, non solo in Russia.

Guerra e rivoluzione è diviso in due parti, La lezione della guerra e La fine di un mondo. Nella prima, l’intento didascalico è prevalente, e si tratta per l’autore di spiegare un sistema di potere (con ampie citazioni da Machiavelli e soprattutto, al positivo, da Etienne de la Boétie; e checché se ne sia detto, ha amato molto meno Rousseau anche se molto ne ha appreso), cui contribuiscono in maniera decisiva la scienza e la chiesa, con la sua distorta visione del messaggio cristiano. Nella seconda, anche se è difficile distinguere le due parti perché Tolstoj torna accanitamente sugli stessi temi e si ripete sapendo di ripetersi, dovrebbe prevalere la proposta. Lo Stato è il grande nemico, e il secondo nemico è lo sviluppo industriale (e sarebbe davvero curioso rintracciare le origini tolstojane di tante posizioni dei nostri contemporanei, a cominciare da Pasolini). L’intreccio Stato/industria è la forma moderna del potere. «La causa principale, se non unica, dell’assenza della libertà è la superstizione statalista» (p 124). «La maggioranza dei russi vede nettamente che la causa di tutti i suoi mali proviene dalla sua sottomissione ai poteri pubblici» (p.129).

Alla base vi è però, ancora più grave e più pervasiva, un’idea del progresso che bisogna combattere. A chi si scaglia contro accusandolo di fare tornare gli uomini al tempo delle scimmie, risponde che le loro città, «con i loro quartieri miserabili, gli slums di Londra, di New York e degli altri grandi centri, con i loro bordelli, le loro banche, le bombe dirette contro tutti i nemici sia dall’interno che dall’esterno, carceri e patiboli, milioni di soldati; sì, è possibile rimuovere il tutto senza rimpianti» (p.113). L’analisi del mondo moderno è in Tolstoj serrata e decisa, perché «in questi ultimi tempi l’atroce differenza tra la vita caratterizzata dai crimini e dal lusso degli uni, e quella tutta di miseria e di servitù degli altri, è diventata ancora peggiore» (p.128).

Quale la soluzione? La risposta di Tolstoj è nota e viene insistita qui più che altrove. La soluzione è nel ritorno alla terra, nell’abbandono dell’ossessivo modello metropolitano, alla comunità rurale, al mutuo appoggio tra i poveri e tra tutti, dentro contesti limitati e solidali, in accordo a un messaggio cristiano che torni alle origini, alle indicazioni dei Vangeli abbandonando gli orpelli e le ipocrisie delle chiese istituzionalizzate. «Se il popolo cessa di obbedire al governo, spariranno presto le imposte, le spoliazioni di terreni, gli eserciti, le guerre e ogni costrizione. Tutto questo è così semplice e sembra facile! Perché dunque gli uomini non l’hanno fatto fino ad ora e non lo fanno oggi? Perché per rifiutare di obbedire alla autorità umana, bisogna farli obbedire a Dio, cioè vivere una vita buona e morale» (p. 125). Il nemico di questa soluzione è anche interno, insiste Tolstoj, è lo spirito di accettazione e sudditanza degli individui, il loro conformismo, la loro ricattabilità dal benessere e dall’illusione del quieto vivere.

Due le spinte, dunque, e le sollecitazioni all’azione: il rifiuto dell’obbedienza allo Stato, che Tolstoj considera sempre portatore di sopraffazione e manipolazione, di immoralità, e la rivoluzione interiore del singolo, con il ritorno alla piccola comunità agricola cooperativa, un ritorno alle origini su cui rifletterono i Kropotkin e i Bakunin apprezzando le sollecitazioni di fondo della proposta tolstojana ma non la loro parte religiosa, che invece era per lui prioritaria.

A far guardare con un misto di ammirazione e insofferenza da parte dei rivoluzionari del suo tempo e di dopo, è il discorso sulla violenza, è l’impostazione religiosa, da cristiani delle origini, che è il punto chiave del messaggio tolstojano. Esso troverà ammiratori e seguaci in una storia diversa, che pure ha segnato il Novecento e potrebbe e dovrebbe segnare anche il nostro tempo, quella di Gandhi, di Capitini, di Martin Luther King. Quella del nonviolenza e della disobbedienza civile. Molta parte dell’analisi tolstojana è ancora convincente e incalzante, anche se forse è troppo tardi perché l’umanità possa cambiare rotta. I poteri che contano spingono in direzioni assolutamente contrarie, perfino apocalittiche. Come scrisse Romain Rolland nella sua bella biografia di Tolstoj, «egli è il tipo più alto del libero cristiano, che tende, in tutta la sua vita, a un ideale che è sempre più lontano».

La copertina del volume "Guerra e rivoluzione" di Lev Tolstoj (Feltrinelli. Universale Economica I Classici, pagine 192, € 8,50). A cura di Roberto Coaloa. L'autore della copertina Feltrinelli è l'illustratore Ivan Canu. Il grafico è Cristiano Guerri.

La copertina del volume “Guerra e rivoluzione” di Lev Tolstoj (Feltrinelli. Universale Economica I Classici, pagine 192, € 8,50). A cura di Roberto Coaloa.
L’autore della copertina Feltrinelli è l’illustratore Ivan Canu. Il grafico è Cristiano Guerri.

Nel 1885 Tolstoj scrisse Che fare? (l’ultima edizione è di Mazzotta, 1979, con una imprevedibile e bella prefazione di Francesco Leonetti), ed è un testo da affiancare a questo e da discutere insieme.

Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione, Feltrinelli, Milano, pagg. 192, € 8,50 a cura di Roberto Coaloa. Coaloa ha trovato e tradotto il testo inedito, scrivendo il saggio Lev Tolstoj, tra guerra, pace e rivoluzione. Alla scoperta del profeta di Jasnaja Poljana.

 

Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910) in un disegno inedito di Igor Sibaldi (tra i più noti studiosi dello scrittore russo).

Lev Nikolaevič Tolstoj (1828-1910) in un disegno inedito di Igor Sibaldi (tra i più noti studiosi dello scrittore russo).