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DE CHIRICO IL RUSSO. A MOSCA MILLE VISITATORI AL GIORNO. TUTTI PAZZI PER L’ITALIANO METAFISICO

Mosca. Corrispondenza di Roberto Coaloa.

La grande mostra su Giorgio de Chirico, tra sculture, dipinti e costumi, conquista il pubblico di Mosca. Ricostruiti i legami profondi tra l’Artista e il mondo russo di Roma a metà Novecento.

Tutte le mostre negli ex musei sovietici, che ora parlano italiano, grazie anche all’impegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca

Dal quotidiano “Libero”. Venerdì 16 giugno 2017.

 

DE CHIRICO IL RUSSO. A MOSCA MILLE VISITATORI AL GIORNO. TUTTI PAZZI PER L’ITALIANO METAFISICO

Di Roberto Coaloa

Mosca

Corrispondenza da Mosca di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 16 giugno 2017.

Corrispondenza da Mosca di Roberto Coaloa.
Dal quotidiano “Libero”, venerdì 16 giugno 2017.

Nella Russia di Putin è di scena l’Italia e la grande avanguardia artistica del Novecento. Il pubblico di chi ama l’arte, infatti, ha preso d’assalto la mostra moscovita «Giorgio de Chirico. Metaphysical visions», appena inaugurata alla nuova Galleria Tretjakov, al numero 10 di Krymskij Val (aperta fino al 23 luglio). E forse non c’è luogo più adatto di Mosca per gustare appieno un grande surrealista come Giorgio de Chirico (1888-1978), fondatore del movimento della pittura metafisica. Il grande villaggio moscovita (bol’šaja derevnja) è una grande metropoli “metafisica”, avant la lettre: attraversare le sue strade, osservando i pinnacoli e le guglie dei grattacieli di Stalin, facendo meditazioni storiche e singulti reazionari, che trasudano potere, sprezzatura e totale indifferenza, si possono avere visioni alla de Chirico e riflettere sull’esistenza, che come dicono i russi è senza limiti (bespredel).

La mostra ha una grandissima affluenza di pubblico: più di mille persone ogni giorno. Nata dalla collaborazione tra la Galleria Tretjakov, la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico e importanti musei prestatori italiani (GNAM di Roma, MART di Rovereto) con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura, la mostra ha un grandissimo valore, oltre che artistico, simbolico: si tratta della prima grande rassegna su de Chirico in Russia. A Mosca sono stati raccolti oltre cento capolavori tra dipinti, disegni, acquarelli, sculture e costumi teatrali. La grande varietà dei generi esposti consente di scoprire un de Chirico meno noto, il de Chirico scultore, scenografo e costumista. Fu proprio nell’ambito di questa sua multiforme attività che il Maestro stabilì uno dei più interessanti punti di contatto con la Russia, disegnando costumi e scenografie per i Balletti Russi di Sergej Djaghilev, il grande innovatore della scena teatrale europea e russa nel campo del balletto.

È proprio in Francia, che de Chirico si trova proiettato nel mondo magico della Russia, già “rivoluzionaria” prima dell’Ottobre e amata dagli amici surrealisti e dall’amico André Breton. E in mostra alla Tretjakov di Mosca ci sono ovviamente i sontuosissimi costumi realizzati da de Chirico. «Ieri ho firmato con de Chirico per il balletto di Vittorio Rieti (“Le Bal”)», scrive Djaghilev in una lettera a Ida Rubinštejn, «realizzerà gli schizzi con colori a olio, cosicché una certa collezione si arricchirà di bei lavori». “Le Bal” verrà messo in scena nel maggio 1929 a Monte Carlo e successivamente a Parigi. Nelle sue memorie de Chirico, che definisce Djaghilev non senza una lieve ironia “ballettomane”, ricorderà il grande successo con cui la rappresentazione fu accolta dal pubblico. Il rapporto tra Giorgio de Chirico e la Russia si articola in vari momenti, persone, luoghi. A Roma ci sono gli incontri con gli émigrés russes che nella capitale si raccolgono nel salotto di Olga Signorelli, e a Parigi nella cerchia di Jean Cocteau e Paul Éluard. Importante è l’esposizione nel 1929 di quattro opere di de Chirico al Museo Statale della Nuova Arte Occidentale nella Mosca bolscevica, il primo impatto che il pubblico russo avrà con la pittura dell’artista e che si ripeterà pochi anni dopo con un’esposizione di grafiche e disegni. Poi c’è un grande incontro: de Chirico conosce la ballerina russa Raissa Gurevič-Krol’, successivamente diventata sua moglie, che egli vide per la prima volta al Teatro dell’Arte a Roma, fondato da Pirandello a Palazzo Odescalchi.

La mostra moscovita è arricchita da un imponente volume, Giorgio de Chirico. Apparizioni metafisiche (edito da Antiga Edizioni), con testi in russo, inglese e italiano. Tra i saggi che migliorano la conoscenza di un de Chirico meno noto, “russo”, c’è il saggio di Tat’jana Goriačeva. Oltre a raccontare l’importanza del salotto romano di Olga Signorelli, che tradusse tra l’altro Nikolaj Berdjaev, Anton Čechov e Fëdor Dostoevskij, la studiosa russa ci racconta come nell’ambiente dell’intelligencija artistica di Roma godesse di popolarità anche un altro salotto: l’appartamento dello scrittore e storico dell’arte Pavel Muratov. Qui, ogni martedì, si radunavano gli artisti russi e oltre a de Chirico c’erano sempre Alberto Spaini, Corrado Alvaro, Vincenzo Cardarelli, Filippo de Pisis e Alberto Savinio. Il pittore Grigorij Šiltjan ha lasciato delle memorie sui martedì di Muratov: «Servivano tè, tartine e offrivano vino. Alla maniera russa, la serata si passava a tavola. Discutendo di arte, letteratura e religione ci si tratteneva fino a notte fonda. Tutti i rappresentanti della cultura russa che capitavano o vivevano a Roma frequentavano il salotto di Muratov: Vjačeslav Ivanov, l’architetto Andrej Beloborodov e, quando passava da lì dalla sua Firenze, lo straordinario copista degli antichi maestri Nikolaj Lochov». A Mosca, oggi, finalmente rivive il de Chirico “russo” che non ti aspetti!

 

DAI MAESTRI DEL RINASCIMENTO A CATTELAN

 

A Mosca la cultura italiana è amatissima. Segnaliamo oltre alla mostra su Giorgio de Chirico, quella del MAMM, il Multimedia Art Museum di Mosca, dal titolo “Precious Testimony”, una mostra che celebra la fotografa italiana Elisabetta Catalano (1941-2015), con 120 opere scattate dal 1964 al 2004, a cura di Laura Cherubini, fino al 17 luglio. Dal 13 settembre il MAMM ospiterà la collezione di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, un excursus sull’arte contemporanea degli ultimi decenni con particolare riferimento a Maurizio Cattelan (le cui opere verranno esposte in Russia per la prima volta). L’Istituto Italiano di Cultura di Mosca, diretto da Olga Strada, dà vita a due festival dedicati al Cinema italiano, da sempre molto amato e seguito in Russia, e nel corso del 2017 si sono svolti: “Da Venezia a Mosca”, giunto in questo mese di giugno alla settima edizione, e “New Italian Cinema Events”, che ha festeggiato la 20 edizione lo scorso aprile. L’Istituto nel periodo estivo sarà allietato da una serie di conferenze dedicate alla storia di Venezia ad accompagnamento della mostra, attualmente al Museo Puskin, “Il Rinascimento veneziano. Veronese, Tintoretto e Tiziano”. Alla VII Biennale di arte contemporanea di Mosca l’artista Chiara Dynys parteciperà al programma parallelo con una installazione nella tenuta museo di Archangelskoe (già proprietà dei principi Jusupov ci sono due tele del Tiepolo). A Mosca ci sono poi diverse iniziative per l’anniversario dei 450 anni dalla nascita di Claudio Monteverdi (1567-1643) con dei concerti al Conservatorio Ciajkovskij di Mosca.

 

Una visitatrice rossovestita alla mostra moscovita dedicata alla grande fotografa italiana Elisabetta Catalano (1941-2015)

Una visitatrice rossovestita alla mostra moscovita dedicata alla grande fotografa italiana Elisabetta Catalano (1941-2015)

«STRAVINSKIJ MI COSTRINGEVA A LEGGERE TOLSTOJ»

André Gide (1869-1951), nel 1920, in uno scatto di Ottoline Morrell.

André Gide (1869-1951), nel 1920, in uno scatto di Ottoline Morrell.

Esce in Italia, finalmente, in maniera completa, il “Diario” di André Gide, genio eccentrico.

La noia per Tolstoj, l’entusiasmo per Colette, la scrittura per “motivi alimentari” di Valery. Nel “Diario” sono rilevati i suoi rapporti con i più grandi artisti del Novecento.

L’opera in traduzione italiana è curata da Piero Gelli.

Recensione di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, mercoledì 15 giugno 2016.

 

Recensione dei "Diari" di Gide, curati entrambi per l’edizione italiana da Piero Gelli, con la traduzione di Sergio Arecco: Diario, Volume I (1887-1925), Edizione francese a cura di Éric Marty (pp. 1568, € 60,00), Volume II (1926-1950), a cura di Martine Sagaert (pp. 3122, € 60,00).  Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, mercoledì 15 giugno 2016. «STRAVINSKIJ MI COSTRINGEVA A LEGGERE TOLSTOJ»

Recensione dei “Diari” di Gide, curati entrambi per l’edizione italiana da Piero Gelli, con la traduzione di Sergio Arecco: Diario, Volume I (1887-1925), Edizione francese a cura di Éric Marty (pp. 1568, € 60,00), Volume II (1926-1950), a cura di Martine Sagaert (pp. 3122, € 60,00). Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, mercoledì 15 giugno 2016.
«STRAVINSKIJ MI COSTRINGEVA A LEGGERE TOLSTOJ»

«STRAVINSKIJ MI COSTRINGEVA A LEGGERE TOLSTOJ»

Di Roberto Coaloa

Ecco un’opera eccezionale: le “memorie” di André Gide (1869-1951) appena pubblicate da Bompiani in due grandi tomi, curati entrambi per l’edizione italiana da Piero Gelli, con la traduzione di Sergio Arecco: Diario, Volume I (1887-1925), Edizione francese a cura di Éric Marty (pp. 1568, € 60,00), Volume II (1926-1950), a cura di Martine Sagaert (pp. 3122, € 60,00). Le abbiamo chiamate, tra virgolette, memorie: tuttavia, quest’opera appare a prima vista come un semplice journal, un diario! Non si tratta, come nella memoria, di indurre la scrittura, in un processo retrospettivo, a ricongiungersi, andando all’indietro con un evento passato per restituirlo al tempo presente. Per questo motivo le pagine di Gide risplendono di uno stile limpido, mai artificioso. Eppure, a nostro modesto avviso, questo Diario è anche una memoria. Sono reminiscenze letterarie, sul gusto di un’età, ormai lontana anni luce da noi.

Ernst Jünger non aveva dubbi sull’importanza di questo immenso lavoro: «sarà indispensabile per tutti coloro che vorranno conoscere nelle sue sottigliezze la struttura della nostra epoca».

Uno degli autori più amati dallo scrittore francese è stato Oscar Wilde, che, guarda a caso, osservava: «I never travel without my diary. One should always have something sensational to read in the train». Gide, ovviamente, lo sa: per questa ragione questo suo Diario è scritto soprattutto per noi, che apprezziamo la sua forza, quasi titanica, dove le malizie dello scrittore sono provocazioni, i toni severi sono delle dichiarazioni, le lunghe osservazioni sono delle confessioni.

Igor' Fëdorovič Stravinskij

Igor’ Fëdorovič Stravinskij

Interesse primario di queste pagine è ovviamente il coté letterario, di critica. E anche il musicologo trova pane per i suoi denti: numerosissimi gli appunti su Chopin, sulle interpretazioni di Cortot, che Gide non ama. C’è anche l’amicizia con Stravinskij, che anziché di musica parla a Gide di Tolstoj, invitandolo a leggere (ma lui non ama Tolstoj e rileggerà con qualche disappunto Il diavolo, seguendo il consiglio di Malraux).

Thomas Mann

Thomas Mann

Thomas Mann è adorato, ma Gide critica i dialoghi troppo lunghi del romanzo La montagna incantata; lo trova geniale, invece, in Carlotta a Weimar. Scopriamo un giudizio ambivalente su Cocteau. Gide prova affetto per la sua persona, ma non gli perdona l’influenza «perniciosa» sugli amici, come Pierre Herbart, un povero scrittore, disceso negli inferi dell’alcolismo, bagnati da cocktail e resi più rischiosi dall’oppio.

Di Paul Valery troviamo un gustoso aneddoto. È il 1929. Il 27 ottobre il poeta conversa con Gide, che scopre che da molti anni non scrive nulla se non su commissione, costretto dal bisogno di denaro. Non scrive per piacere! Valery gli confida: «Per il mio piacere avrei fatto ben altra cosa che scrivere. No, no; non ho mai scritto nulla e non scrivo nulla se non costretto, forzato, imprecando».

È il 1936. Gide è appena salpato da Marsiglia, direzione Algeri. È un grande scrittore di sessantasette anni. In mare legge tantissimo. Il 19 febbraio, annota: «Letto l’ultimo libro di Colette [Mes apprentissages] con interesse vivissimo. C’è molto più del talento: una sorta di genio spiccatamente femminile e una grande intelligenza. Che scelta, che ordine, che felicità di proporzioni, in un racconto in apparenza così sbrigliato!».

Altri giudizi: Il muro di Sartre è «notevole». I versi di Charles Péguy «sono tra i peggiori che abbia letto e che siano stati messi insieme in qualsiasi lingua».

Tra i russi, Gide ama Dostoevskij e non perdona a André Suarès di aver scritto un saggio sul “proprio” autore. Annota: «Le sue osservazioni, per giuste che siano, sono osservazioni da prima lettura. Una più lunga frequentazione lo avrebbe indotto a mettere in luce motivi di ben altra importanza. Le “frasi” che cita (in particolare) sono appunto quelle che colpiscono a una prima lettura; e sono sicuro che non sarebbero le medesime che Suarès citerebbe oggi. Sicuramente, oggi, le troverebbe (come le trovo io) di qualità un po’ scadente, un po’ “frasi da teatro”, a effetto, di quelle che incontrano l’approvazione e l’applauso dei semiletterati, dei semideficienti».

L’interesse del Diario di Gide è costituito anche dalle tante pagine dedicate alla storia, quella a lui contemporanea. Sulla Seconda guerra mondiale, lo scrittore francese annota il 14 ottobre 1940: «La grande forza di Hitler deriva dal fatto che ha appagato con le parole solo e sempre gli altri. E purtroppo sa che cosa ci vuole per i francesi! E che quando si dice loro con forza e frequenza che l’onore è salvo, finiscono quasi per crederci».

LA NUOVA RUSSIA DIVISA TRA BREŽNEV E I CLASSICI. VIAGGIO NELLA LETTERATURA POST-SOVIETICA.

ANNA-KEIRA! L'attrice Keira Knightley nei panni di "Anna Karenina" nell'ultima versione cinematografica.

ANNA-KEIRA!
L’attrice Keira Knightley nei panni di “Anna Karenina” nell’ultima versione cinematografica.

 

Grande successo per le moderne traduzioni di Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstòj e Ivan Sergeevič Turgenev (riproposti da Feltrinelli).

I loro canoni narrativi sono ripresi dai nuovi scrittori, tra Mosca e San Pietroburgo. Una generazione che rimpiange gli anni 70.

Il mio articolo – LA NUOVA RUSSIA DIVISA TRA BREŽNEV E I CLASSICI – dedicato agli intramontabili Dostoevskij, Tolstòj e Turgenev, con una investigazione alla nuova letteratura russa, rappresentata da una generazione di quarantenni, come Zachar Prilepin, Andrej Astvacaturov e Michail Elizarov (pubblicati in Italia da Voland, Felici Editore e Atmosphere Libri).

Dal quotidiano Libero, mercoledì 23 luglio 2014.

Leonid Il'ič Brežnev.

Leonid Il’ič Brežnev.

 

LA NUOVA RUSSIA DIVISA TRA BREŽNEV E I CLASSICI

Di Roberto Coaloa

 

LA NUOVA RUSSIA DIVISA TRA BREŽNEV E I CLASSICI Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano Libero, mercoledì 23 luglio 2014.

LA NUOVA RUSSIA DIVISA TRA BREŽNEV E I CLASSICI
Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano Libero, mercoledì 23 luglio 2014.

Il romanzo di Tolstòj o di Dostoevskij affascina il lettore, anche quello più esigente, per una serie di motivi. Almeno una volta nella vita siamo diventati compagni di Anna, Natasha e Raskol’nikov. Il mondo russo non tramonta mai. Ora Feltrinelli ripropone in nuove versioni queste opere intramontabili: di Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (pp. 608, € 12,00), nella traduzione, davvero impeccabile, di Damiano Rebecchini (Premio Italia-Russia 2013 come miglior debutto), di Lev Tolstòj, Guerra e pace (pp. 1424, € 19,00) e Anna Karenina (pp. 1120, € 12,00), trasposte dal grande specialista Gianlorenzo Pacini.

Eugène Melchior de Vogüé fotografato da Nadar.

Eugène Melchior de Vogüé fotografato da Nadar.

Perché i romanzi russi dell’Ottocento sono così interessanti al lettore moderno? Qual è il motivo di questa continua fascinazione? Per Eugène Melchior de Vogüé (Le roman russe, Paris, Librairie Plon,1886), diplomatico francese e raffinato homme de lettres, il romanzo russo è una grande scenografia: foreste, steppe, contadini e un’elegante descrizione della cattedrale di Sant’Isacco, illuminata da una vetrata con un’effige di Cristo. Un allestimento scenico nel quale il romanzo russo presenta la sua «grande parola», quella dell’elemento slavo della terra. Gli elementi decisivi sono il realismo, la spiritualità, la simpatia per gli uomini, la differenza dall’Occidente, la sincerità (che si manifesta in quella che sembra una mancanza di “gusto” e di “metodo”), e la riluttanza a fare solo della letteratura quando si tratta di onorare la giustizia e di pronunciare grandi verità. Molti grandi critici occidentali hanno riproposto questa descrizione: Auerbach in Mimesis, Levin in The Gates of Horn e Lukács nella Teoria del romanzo

In un recente saggio, Giuseppe Ghini (professore di Letteratura russa all’Università di Urbino), Anime russe. Turgenev, Tolstòj, Dostoevskij. L’uomo nell’uomo, (Milano, Edizioni Ares, pagg. 280, € 15) ripropone, suggerendo nuovi argomenti, l’attualità dei grandi classici russi. A proposito di Turgenev l’autore osserva: «Molto tempo prima che Joseph Campbell riconoscesse la struttura archetipica dell’eroe mitologico e del suo viaggio e, naturalmente, molto, molto tempo prima che i maestri americani dello script – Syd Field, Robert McKee, Chris Vogler, John Truby, Dara Marks – ne individuassero la medesima struttura nelle sceneggiature cinematografiche, i romanzieri russi sapevano che un personaggio aggancia il lettore quando è soggetto a un cambiamento decisivo a livello interiore, morale, quando si può parlare di una prova centrale nella sua vicenda fittizia, nel suo “arco di trasformazione”. È la crisi del personaggio e dei suoi valori».

Dopo la grande stagione ottocentesca del romanzo russo, i quasi cento anni di comunismo hanno ridotto il talento delle nuove generazioni di scrittori?

Michail Elizarov

Michail Elizarov

Qual è la differenza tra i grandi scrittori russi – Turgenev, Tolstòj, Dostoevskij – e la nuova letteratura russa, ora rappresentata da una generazione di quarantenni, come Zachar Prilepin, Andrej Astvacaturov e Michail Elizarov? Nella nostra analisi abbiamo trascurato fenomeni commerciali (che comunque rivelano l’interesse costante per il mondo “Russia”), quello italiano di Educazione siberiana, romanzo di Nicolai Lilin, e i lavori di Limonov e Bykov. Rimane la capacità di descrivere i personaggi, ritagliare dei “tipi”, e si ritorna alla forma classica del romanzo.

Zachar Prilepin e i suoi figli.

Zachar Prilepin e i suoi figli.

Tutto questo appare evidente in Elizarov (tradotto in italiano da Atmosphere Libri), scrittore dalla prosa esatta e compatta. Prilepin, (tradotto in italiano da Voland) scrive così: realistico e sublime insieme, alternando vicende incalzanti (in un suo romanzo i bambini attaccano il mondo degli adulti), fughe e attacchi improvvisi (i rivoluzionari dai vestiti firmati di oggi), seguendo una meccanica narrativa totalmente visiva, dove tutto è azione. Non concede nulla alla narrazione filmica degli avvenimenti Andrej Astvacaturov, che è da annoverare tra i nostri classici, uno dei massimi scrittori del nostro tempo. In Italia è stato tradotto da Felici Editore, Il museo dei fetidi (pp 388, € 13,50) nell’ottima traduzione di Giulia Marcucci.

Andrej Astvacaturov è da annoverare tra i nostri classici, uno dei massimi scrittori del nostro tempo.

Andrej Astvacaturov è da annoverare tra i nostri classici, uno dei massimi scrittori del nostro tempo.

Astvacaturov (nato a Leningrado il 7 luglio 1969) è il cantore dei disagi della Russia nell’epoca di Leonid Il’ič Brežnev, filtrati dall’occhio di un bambino con l’orsacchiotto di peluche delle Olimpiadi del 1980. È il narratore della fiaba, quasi un tempo sospeso, della spensieratezza del Paese di Boris Eltsin. C’è malinconia del mondo sovietico, ma c’è immensa raffinatezza ed eleganza. Si concede, nella narrazione, più di una leggerezza, abbandonandosi all’inseguimento dell’intreccio, che a volte non deve avere un epilogo. C’è anche una riflessione sulla storia, non quella che faceva Solženicyn, provocando atroci volgarità a Lomonov. Il suo pensiero è sorretto da una grande cultura e da una infinita ironia. La vecchia Leningrado è un Anello magico. Non Der Ring des Nibelungen di Wagner, «puzzolente di crauti e birra bavarese». Eppure a Leningrado, all’ombra del palazzo numero nove di “Astvac”, «i tram, i filobus, gli autobus, le autovetture e i camion hanno cominciato a rombare in coro accordi del Tristano».

La mitica città dello zar Pietro, la finestra sull’Europa, diventa scenario surreale, popolato da personaggi indimenticabili, da bambini assetati di Dumas, che si trasformano in moschettieri e guardie del cardinale, crescono e si perdono in un anello di chioschi di birra, tipici dell’epoca sovietica. Il naufragio è un nuovo nichilismo. Racconta “Astvac”: «La Russia di oggi la trovo un po’ sommersa nel sonno letargico. Come se fossimo esclusi dalla storia, come se vivessimo al di là del tempo. Non abbiamo un’idea nazionale che ci unisca… Io personalmente ho perso la percezione di un futuro capace di darci qualche prospettiva».

Tolstòj resta un Maestro per l’attuale generazione di scrittori russi, persi in un canone più alcolico che letterario. Nabokov scrisse: «Quando leggete Turgenev, sapete che state leggendo Turgenev. Quando leggete Tolstòj, lo leggete perché non potete smettere».