Archivi tag: Edizioni della Sera

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Un pezzo di Roberto Coaloa sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutare Matilde Serao come scrittrice e giornalista.

Nel 1926 la giornalista Matilde Serao era la candidata più accreditata. Ma i suoi romanzi-verità contro guerra e politica glielo impedirono.

Un mio pezzo sul quotidiano Libero, venerdì 12 agosto 2016, tenta di rivalutarne la figura di scrittrice e di giornalista.

Matilde Serao, scrive l’Enciclopedia Treccani, è nata il 7 marzo 1856 (però, alcuni decenni dopo Anna Banti scrisse con sicurezza 1857) a Patrasso (Grecia) da Francesco, profugo napoletano, e Paolina Bonelly, di nazionalità greca; morta a Napoli il 25 luglio 1927. Il giudizio sulla scrittrice nella Treccani è di Emilio Cecchi, che scrive: «Come notò Benedetto Croce in un saggio rimasto fondamentale, la Serao che conta e conterà è quella che s’ispira alle angosce degli umili, che appassionatamente rievoca aspetti mutevoli e toccanti della vita napoletana, continuamente dimenticando i programmi della narrativa “verista”. Il suo dialogo è allora spigliato e convincente; sicura l’intuizione delle anime, specialmente giovani. Lo stile è inadorno, ma capace di tenere suggestioni, di penetrazioni sottili; talvolta anche d’una certa barocca grandiosità. Così nelle pagine sul Carnevale, nel Paese della cuccagna (1890), che sarebbe fra gli ottimi romanzi della Serao, il suo cristianesimo ingenuamente paganeggiante; escluse s’intende le presuntuose alterazioni di tono bourgetiano».

Oggi, nel 2016, è forse venuto il tempo di rileggere Donna Matilde, che a mio modesto avviso avrebbe fatto la felicità del pacifista Tolstoj.

 

IL NOBEL PERSO PER DUE INCHIESTE

Di Roberto Coaloa

Nella leggenda c’è una donna tozza, brutta e ridanciana, una “cicciottella” che gesticolava e motteggiava instancabilmente nella Roma umbertina.

È la scrittrice Matilde Serao, la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il giorno di Napoli»; antesignana del giornalista moderno. «Donna Matilde», nata a metà Ottocento a Patrasso e morta a Napoli, il 25 luglio 1927, fu diffamata dalle élites.

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per "La Revue Blanche" (1891).

Ritratto di Matilde Serao di Félix Vallotton per “La Revue Blanche” (1891).

Soprattutto spunta la notizia, rilevata nelle presentazioni della riproposta  – ad opera dello Studio Garamond – del suo libro Mors tua che Serao a un passo dal Premio Nobel per la letteratura nel 1926 (poi lo vinse Grazia Deledda) non se lo vide assegnare perché bloccata dal mondo borghese dei salotti, da quello delle industrie belliche e soprattutto da quello del governo italiano. C’erano dei motivi. Attualissimi. Mors tua (Studio Garamond, collana Supernova, Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo, pagg. 288, € 14,50) è un romanzo contro la guerra, antimilitarista, che sarebbe piaciuto a Lev Tolstoj. Radicale nel suo pacifismo, Mors tua è anche un affresco di un Paese, il Regno d’Italia, e di una generazione perduta, quella sacrificata nelle trincee della Grande Guerra, forse migliore di quelle successive. Uno dei protagonisti del romanzo afferma: «Ho coraggio… non temo di morire. Temo di uccidere». Figuriamoci come la prese il re (c’era Re Vittorio Emanuele III, “il Re Soldato”)! Serao era una donna dalla spiccata creatività, un’anima solitaria che ebbe la sventura di sposare un uomo vanesio e inutile (che amava Nietzsche, così com’era conosciuto malamente allora nel Regno d’Italia, e la Germania d’operetta e bellicosissima del Kaiser Guglielmo II). Fuori dalla leggenda non benigna (la sua figura, infatti, è conosciuta dal largo pubblico per una serie di episodi banali, un vero e proprio florilegio fin de siècle di pessimo gusto) Matilde Serao e il suo mondo di idee appare ancora vitale e originale, e chi scrive trova questa donna “Chiattulella” o “Pagnuttella”, per dirla alla napoletana, molto affascinante.

A Mors tua s’aggiunge un altro testo di Matilde Serao che le tagliò le gambe, definitivamente, col Nobel. L’altro testo appena riproposto è il romanzo Vita e avventure di Riccardo Joanna, oggi pubblicato da Stampa Alternativa (pagg. 326, € 15), dopo quasi novanta anni. La passione che vi domina è una sola, quella del giornalismo, del giornale da conquistare e possedere, costi quel che costi, e il prezzo da pagare è l’eterno compromesso, l’espediente facinoroso o meschino da inventare ogni ventiquattr’ore. La passione, insomma, del «quarto potere». Il romanzo narra la vita di Riccardo, prima giovanotto e impiegato statale, uno dei tanti travet della nuova Roma: un rassegnato al grigiore di una vita mediocre. Con il giornalismo, Riccardo diventa improvvisamente celebre. Ma resta un piccolo Gabriele d’Annunzio, che gira con molte donne, ma che alla fine non “chiava” mai: Riccardo con nessuna va a letto. La sua passione predominante è il giornale; il suo cruccio è il denaro che gli manca sempre. Solamente con una piccola prostituta si confessa, piangendo sulla sua spalla, a notte alta, davanti al Colosseo.

Questo romanzo di Donna Matilde, che avrebbe potuto chiamarsi balzachianamente «Grandezze e miserie del giornalismo», è attualissimo. Chi pensasse, infatti, che i vizi del giornalismo italiano vadano ricercati nell’asservimento di una dittatura prima e poi al fenomeno degli editori “impuri”, troppo inclini a usare i giornali a supporto dei loro interessi extra-editoriali, potrà ricredersi leggendo le avventure di Riccardo Joanna, alter ego della scrittrice. Tra giornalismo e politica, il romanzo è una grandissima denuncia di Matilde Serao. Certo, la scrittura non è di quelle raffinate dei contemporanei francesi, tuttavia c’è l’ispirazione e qualcosa che lascia un segno indelebile. Ad esempio la pennellata sui giornalisti «con la loro aria liturgica, di sacerdoti che pontificano», giornalisti che però in redazione non si vedono mai. Favolose poi le ricette giornalistiche di Joanna: «Nessun articolo, nessuna opinione politica enunciata, difesa o attaccata. Nessuna traccia di arte, di letteratura, di scienza: nulla». Il giornalista pensa: «È abbastanza brutto per tirare centomila copie, ma si può farlo più brutto ancora». Poi c’è la sulfurea descrizione di un’epoca che potrebbe essere anche la nostra: «gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri». Ebbe, naturalmente, tutta la stampa contro. E con la stampa, la politica. E, ovviamente, il Premio Nobel si allontanò da lei.

Il non-Nobel Matilde Serao diceva: «non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente». Non siamo nel 2016, ma nel 1887…

ATTORNO A UN ASINO MORTO

Jules Janin (1804-1874).  Dall'edizione illustrata di "L'asino morto" (Paris, Ernest Bourdin, 1842). Il ritratto è di Tony Johannot.

Jules Janin (1804-1874).
Dall’edizione illustrata di “L’asino morto” (Paris, Ernest Bourdin, 1842). Il ritratto è di Tony Johannot.

Un pezzo di Roberto Coaloa, “Domenica”, Il Sole – 24 Ore, sulla riscoperta – tutta italiana – di Jules Janin, scrittore francese sensibile e ambiziosissimo. Grazie a Giorgio Leonardi e alle Edizioni della Sera appare per la prima volta in Italia L’asino morto, capolavoro di Janin.

La cultura d’oltralpe, negli ultimi quarant’anni, ha abbandonato il grande Janin in un andito buio della polverosa biblioteca ottocentesca, tra gli autori di culto, for happy few, ricordandolo semplicisticamente come lo spirito più intelligente del cosiddetto frénétisme, filone estremo del Romanticismo (Domenica, 22 maggio 2016).

Le immagini che compaiono in questo articolo sono tratte dall’edizione illustrata di “L’asino morto” (Paris, Ernest Bourdin, 1842). I disegni sono di Tony Johannot.

 

ATTORNO A UN ASINO MORTO

Di Roberto Coaloa

Jules Janin (1804-1874) fu un raffinato scrittore francese oggi quasi dimenticato. È quindi con ammirazione, e sorpresa, che salutiamo questa riscoperta tutta italiana di Janin, grazie alla bella traduzione di L’âne mort, proposta da Giorgio Leonardi, brillante studioso di letteratura (a cui si deve, tra l’altro, anche una recente monografia di Janin su Sade).

L'Asino Charlot

L’Asino Charlot

La storia del romanzo è davvero bizzarra: il narratore, un uomo elegante che ha la sensibilità e i tratti del flâneur alla Baudelaire, s’innamora di una leggiadra ragazza, Henriette, che rincorre il suo magnifico asino, Charlot, alle porte di Parigi. Dopo il primo, memorabile  incontro, il narratore segue le vicende della ragazza e dell’asino, improvvisamente separati. Charlot cambia padrone e diventa un relitto. Henriette, invece, si trasforma in una donna fatale. Non possiamo svelare il finale, ma restiamo affascinati dall’uomo che racconta la storia e che si proclama «devoto partigiano dell’orrore».

Janin scrive pagine memorabili sulla Parigi romantica, con le sue bettole e i suoi splendidi palazzi; non la capitale che abbiamo conosciuto grazie ai moschettieri di Dumas, ma quella bella e atroce della prima metà dell’Ottocento, che fece letteralmente fuggire il giovane conte Lev Tolstoj da quella «follia», dopo aver visto decapitare un uomo con la ghigliottina. Parigi, scrive Janin, ha «una società che, stanca di chiedere emozioni agli eroi della storia, non ha trovato niente di meglio per distrarsi che ricorrere ai galeotti e ai carnefici».

L'ASINO MORTOL’Autore è un attento osservatore di Parigi. Alcune sue pagine sui bordelli sono più ricche e curiose, anticipandole di un secolo, di quelle di Walter Benjamin dedicate alla prostituzione e al gioco a Parigi. «Uomo della folla», Janin traccia dei tipi indimenticabili, che Benjamin, insuperabile flâneur del Novecento, non ebbe occasione di rintracciare nei suoi studi alla Biblioteca Nazionale. All’ingresso della barrière, Janin ci presenta «l’uomo modello». Scorrono altre “maschere”: un dandy miserrimo, un accattone dignitoso. Da ricordare i momenti all’obitorio e il capitolo sul galvanismo: ironica visione della fantastica Mary Shelley e di Frankenstein, che in Janin è un aristocratico inglese senza una gamba. Elettrizzato, il defunto diventa un “eroe” da Graves Movie della Hammer Film. Rimpiangiamo davvero che un Peter Cushing o un Christopher Lee non abbiano realizzato una trasposizione cinematografica di L’asino morto, agghiacciante avventura, condita da sadico humour noir, che non ha nulla da invidiare alle cupe atmosfere dei racconti di Poe, Henry James, Lovecraft, Richard Matheson e Hoffmann Price.

Jules Janin, L’asino morto, a cura di Giorgio Leonardi, Edizioni della Sera, Roma, pagg. 220, € 14,00.

ROBERTO COALOA, “LEV TOLSTOJ. IL CORAGGIO DELLA VERITÀ”. PREFAZIONE DI GOFFREDO FOFI

Roberto Coaloa, "Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità", Roma, Edizioni della Sera, collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Roberto Coaloa, “Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità”, Roma, Edizioni della Sera, collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Anticipiamo alcuni brani tratti dalla biografia di Roberto Coaloa, Lev Tolstoj. Il coraggio della Verità, pubblicato da Edizioni della Sera, nella collana “Vite di scrittori” (pagg. 200, € 17,00).

Molte le novità, in particolare sul viaggio europeo di Tolstoj, nel 1857, con una tappa rilevante nella capitale sabauda. Scritti inediti: i taccuini del viaggio in Italia, le opere sulla guerra russo-giapponese e la rivoluzione del 1905. All’inizio del Novecento, Tolstoj è stato l’uomo più famoso al mondo. Tolstoj diventò il riferimento del pacifismo internazionale, dal Nobel per la pace italiano, Ernesto Teodoro Moneta, ai maestri delle controculture contemporanee. Per questo motivo, come ha osservato Goffredo Fofi nella prefazione, ciò che oggi ci intriga di più di Tolstoj, oltre alla bellezza dei suoi capolavori,  è il modo in cui egli ha tentato di risolvere il conflitto tra l’artista e il profeta: «Qui il confronto con Gandhi si impone, favorito dalla lettura delle pagine che in questo libro lo evocano».

 

CHI È STATO LEV NIKOLAEVIČ TOLSTOJ?

Ezio Gribaudo, "Tolstoj". Inchiostro di china (1949).

Ezio Gribaudo, “Tolstoj”. Inchiostro di china (1949).

La figura del conte russo è per certi versi un enigma, nonostante che lo studioso abbia a disposizione una massa di documenti impressionante intorno alla sua vita. Tolstoj scrisse molte pagine autobiografiche nei suoi romanzi, ebbe corrispondenze vaste e tenne numerosi diari. Nella vecchiaia dello scrittore, oltre ai diari (uno più piccolo, nel quale fissava la stesura immediata dei pensieri; e un altro dove accresceva le prime annotazioni), abbiamo le testimonianze dei suoi famigliari, che riportarono in lettere e memorie ogni attimo della sua esistenza: la moglie teneva un diario, soprattutto le figlie Tat’jana, Maša e Aleksandra annotavano le loro impressioni sul padre, come pure, giornalmente, il medico e i segretari. La sua effigie fu immortalata in ritratti pittorici e fotografici, in un numero straordinario per l’epoca (sua moglie Sof’ja, un vero talento fotografico, gli scattò centinaia d’immagini). Tolstoj, inoltre, ebbe discepoli sparsi in tutto il mondo e le opere sui suoi scritti e i profili biografici sono, a quasi due secoli dalla nascita, copiosissimi.

[…] La biblioteca personale dello scrittore è unica: è uno dei complessi culturali di maggiore rilevanza fra le biblioteche dei letterati famosi pervenutaci. Non c’è patrimonio che caratterizzi uno scrittore meglio dei suoi libri.

[…] Dello scrittore abbiamo addirittura delle registrazioni audio: nell’autunno del 1909, Tolstoj registrò per la Gramophone Company dei messaggi in russo, inglese, tedesco e francese dove affermava che «lo scopo della vita è il perfezionamento di sé». Chi scrive ebbe la fortuna di trovare, in un mercatino dell’antiquariato, una di queste registrazioni pubbliche, un disco di 78 giri contenente la voce del «Graf Leo Tolstoy». Prima di allora, Tolstoj era stato un ammiratore dei progressi della tecnica e un pioniere delle registrazioni audio, avendo usato sul finire dell’Ottocento i primi fonografi. Fu lo stesso Thomas Alva Edison a regalare allo scrittore una delle sue invenzioni. Tolstoj amò la musica e, appena ebbe un grammofono, ascoltò con enorme piacere i dischi con le incisioni della cantante tzigana Varja Panina.

Fin da ora queste prime considerazioni contrastano con l’idea – assai diffusa – che lo scrittore sia il cantore di un ritorno al passato, di una società patriarcale, che rigetta le conquiste della scienza e che non ama l’arte se non quella legata a un’immediata utilità sociale.

Contraddizioni che segnano la biografia di Tolstoj in maniera continua. Solamente un attento interprete può svelare chi è stato veramente lo scrittore.

Proprio per questa immensa quantità di materiali, tutti utili per la ricerca storica, è forse difficile per lo studioso cimentarsi a scrivere un’opera biografica, anche dopo aver fatto una attenta ricerca e aver sistemato diligentemente le fonti primarie da quelle secondarie.

Così, l’uomo Tolstoj continua ad essere un enigma, soprattutto quando si sdoppia in più di un personaggio all’interno dei suoi romanzi, come nel caso di Guerra e pace e Anna Karenina.

Ambiguità che seguono Tolstoj nella sua lunga vita.

Ad esempio, studiando il primo viaggio di Tolstoj in Europa, il biografo che utilizzasse solo le sue lettere potrebbe cadere in errore nel dare un significato a quell’esperienza. Probabilmente rimarrebbe sorpreso nel trovare un giovane conte russo che si esprime come un semplice tourist inglese. In questo caso lo storico e il biografo di Tolstoj devono studiare anche i suoi taccuini di viaggio, personali, e non destinati ai familiari. Ai parenti Tolstoj indirizzava delle lettere “normali”, semplici, con lo scopo soprattutto di rassicurare le persone, quelle a lui più care, e nel caso di ex tutrici e familiari più devoti all’etichetta nobiliare, il viaggiatore cercava inoltre di rassicurarli sulla sua condotta aristocratica, naturalmente comme il faut. Non era così, ovviamente, e se leggiamo attentamente i suoi scritti più personali, come alcune lettere agli amici, notiamo nel giovane Tolstoj un comportamento viziato, sregolato e dissoluto.

 

TOLSTOJ PRIMA DEL MATRIMONIO: UN HIPSTER MOLTO COOL E FANNULLONE

Л. Н. Толстой, 1862. Фотография М. Б. Тулинова. Москва.

Л. Н. Толстой, 1862. Фотография М. Б. Тулинова. Москва.

Il 23 settembre 1862, dopo appena una settimana di fidanzamento, Tolstoj sposa la diciottenne Sof ’ja Andreevna, seconda delle tre figlie del medico di corte Bers. Lei ha sedici anni in meno del marito: Tolstoj ha trentaquattro anni e una fama letteraria ancora tutta da conquistare. Nel 1862, Lev Nikolaevič (detto Lëvočka, Lëva) si mostra cool: era un barbuto Hipster ante litteram, un’anima errante, un personaggio sicuramente anticonformista. Alla giovane Sof ’ja Andreevna Bers (detta Sonja, Sonečka), l’uomo maturo dalla lunga barba da pioniere americano aveva parimenti un portamento signorile, dandy. Tolstoj era per lei tremendamente sexy. Non sapeva che nella giovinezza era stato un nobile irritante, amorale e anarchico, dandy comme il faut, certo, ma un fannullone che s’imponeva delle regole sempre disattese da sregolatezze enormi, come è descritto, ad esempio, dal suo diario nell’inverno 1850: ≪Vivo come un bruto […] la sera ho redatto delle regole e poi me ne sono andato dalle zingare≫. Al giuoco delle carte aveva perso la grande dimora di Jasnaja Poljana, poi ricostruita.

 

TOLSTOJ E IL BEL PAESE

Il conte Cavour a Leri, dopo la pace di Villafranca. 1859.

Il conte Cavour a Leri, dopo la pace di Villafranca. 1859.

Nel 1857 il conte Tolstoj e in Piemonte, dove vede, al Parlamento subalpino, il conte di Cavour. Ci sono diverse analogie tra i due uomini: prima di tutto l’amore per la natura e la scelta di una villa di campagna come buen retiro. Tolstoj ha la sua Jasnaja Poljana, Cavour ama i suoi poderi, in particolare la Grangia di Leri.

[…] Cavour usava i suoi cospicui guadagni per migliorare le condizioni dei suoi contadini, occupandosi di loro, invitando medici qualificati a Leri, rendendo più salubre la zona, impiegando, ad esempio, una fognatura sul modello inglese, e cercando di migliorare la vita degli uomini. La stessa cosa faceva il conte Tolstoj a Jasnaja Poljana, dove oltre a lavorare con i suoi contadini, adoperava il resto del suo tempo all’attività pedagogica nella scuola per i figli dei lavoratori. Con i suoi collaboratori, il conte pubblicava una rivista di pedagogia. In Tolstoj l’amore per la natura è legato in modo istintivo con l’amore per il lavoro fisico nei campi. Tolstoj, con tutta la sua attenzione ai fenomeni della natura, solo in casi estremi rinunciava a una passeggiata a cavallo dopo la prima colazione. Se pioveva indossava un paltò impermeabile, ma non rinunciava. Cosi se c’era ghiaccio, andava a piedi, ma non rinunciava. Anche se non si sentiva bene, camminava lentamente, non si allontanava troppo di casa, ma non rinunciava alla sua passeggiata nella natura. Una straordinaria semplicità si univa in lui a un amore esclusivo per i boschi e la campagna. La moglie Sof ’ja osservò in una lettera: ≪Lëvočka per interi giorni pulisce il giardino con la vanga, strappa le ortiche e la bardana, prepara delle aiuole≫. Lo stesso scrittore scrive a uno dei suoi corrispondenti che da cinque giorni falcia erba con i contadini, prova non soddisfazione, ma una felicità che non aveva mai provato fino allora. A Jasnaja Poljana ara, semina, falcia, a Mosca va al fiume a segare e spaccare legna, trasportare acqua. Tolstoj previde in modo geniale il rovescio della civilizzazione e invitò a tornare alla natura, alla terra: ≪Possibile che non ci sia abbastanza posto per gli uomini su questa magnifica terra, sotto questo immenso cielo stellato? Possibile che in mezzo a questa natura affascinante possa ancora esistere nell’uomo la cattiveria, la vendetta, l’istinto di distruzione dei propri simili? Tutta la cattiveria nel cuore dell’uomo dovrebbe scomparire a contatto con la natura, che è la più immediata espressione di bellezza e bontà≫. Tolstoj capì perfettamente a che cosa porta il trasferimento del contadino in citta, il suo distacco dalle condizioni di vita naturali, dalla natura; con grande interesse e comprensione lesse il volume dello scrittore americano Upton Sinclair, The Jungle, sugli agglomerati di immigrati, ex-contadini, nelle citta, vera giungla della “civilizzazione”.

[…] A Torino, nel giugno 1857, il personaggio più celebre e Cavour: Tolstoj assiste a una seduta del parlamento subalpino, dove ascolta il conte piemontese. È il 16 giugno. Tolstoj annota: ≪Andai in due Musei, delle Armi e delle Statue e alla Camera dei Deputati. Abbiamo pranzato tutti insieme magnificamente. Poi siamo andati a passeggiare. Li ho trascinati tutti in un [bordello] e me ne andai via. Družinin è rimasto. A un concerto, a udire le sorelle Ferni. La migliore società del regno sardo. Piacevolmente chiacchierai con Družinin e mi coricai tardi…≫. Družinin era un amico che Tolstoj conobbe nel periodo del suo primo successo letterario, dopo la Crimea. Era un romanziere, critico e traduttore di Shakespeare, che in seguito fu d’aiuto a Tolstoj con molte utili osservazioni. A Torino, il giorno dopo, lo scrittore annota: ≪Mi sono svegliato presto, ho fatto un bagno, sono corso all’Atheneum. Senso d’invidia per quella vita giovane, forte, libera. Andammo al caffè. Dovunque si può vivere e bene. Partimmo con Vladimir Botkin per Chivasso. Commento all’interpellanza di Brofferio. In diligenza con Angelet, un suo compagno e un Italiano biondo. Un ufficiale a riposo, burlone, che ha stima dei postriboli…≫.

Uscendo da Palazzo Carignano, lo scrittore russo, da goloso (non era ancora diventato un nobile penitente), sarà andato al Cambio, il ristorante di Cavour. Incuriosisce la scelta dei due Musei visitati a Torino da Tolstoj: il ≪Museo delle Armi≫ e senza dubbio l’Armeria Reale, aperta al pubblico nel 1837 da Re Carlo Alberto, quello ≪delle Statue≫ e il Museo Egizio, inaugurato ai tempi di Re Carlo Felice.

[…] Senza dubbio il ≪caso italiano≫ era, per i russi che in quegli anni visitavano il Bel Paese, un modello in cui si manifestavano i programmi e le lotte delle varie forze in campo: dai conservatori-legittimisti, ai liberali-costituzionalisti, ai democratici-radicali, ed essi cercavano di trarne esempio per giudicare delle sorti future dell’Impero zarista, avviato sulla strada delle riforme dopo l’avvento al trono di Alessandro II.

[…] Tolstoj viaggerà in Italia in altre due occasioni: tra il 1860 e il 1861 e nel 1891. Nell’ottobre 1859, Tolstoj apre a Jasnaja Poljana una scuola per i figli dei contadini, inventa un nuovo sistema di educazione e istruzione, e nell’estate del 1860 parte di nuovo per l’estero con la famiglia della sorella “Masha”. Visita scuole e università in Germania, Francia, Svizzera, Belgio, Italia, Inghilterra, incontra filosofi, politici, insegnanti. A Londra ottiene una commendatizia da Matthew Arnold, celebre poeta e critico, in quegli anni anche ispettore scolastico, per visitare gli istituti d’istruzione. Nel complesso, il sistema scolastico europeo lo delude: raccoglie comunque elementi utili per la sua esperienza e arricchisce la biblioteca personale di Jasnaja Poljana con decine di volumi di carattere pedagogico.

Nel dicembre 1860 restò due settimane a Firenze, passando per Livorno. Poi nel 1861 visitò per brevi soggiorni Firenze, Roma, Napoli e Venezia. Nel 48° volume delle Opere, si legge nella pagina di un diario, il 13 aprile 1861: ≪Prima viva impressione della natura e dell’antichità – Roma – ritorno all’arte≫. Roma produce sullo scrittore una forte impressione. Al caffe Greco, uno dei luoghi prediletti da Gogol’, incontra artisti e scrittori russi. A Firenze, Tolstoj resta colpito dall’ordine, dalla pulizia e dal sentirsi sempre a suo agio. Sull’Arno incontra un lontano parente, il decabrista principe Volkonskij con la moglie. Il principe diventa il prototipo del personaggio di Pierre Labazov nel romanzo incompiuto I decabristi, di cui furono scritti solo tre capitoli. Fin dal 1856 Tolstoj aveva in mente un romanzo su un decabrista che ritorna dall’esilio: ne legge alcuni capitoli all’inizio del 1861 a Firenze a Turgenev, che predice all’autore un grande futuro. La visita a Venezia gli ispira un breve racconto per il suo Abecedario.

Nel 1891 lo scrittore si reca a Firenze per partecipare a un convegno ecumenico dal titolo ≪Conferenze sulla fusione di tutte le Chiese cristiane≫, dove si dichiara favorevole alla ≪proposta di fondere le Chiese cristiane in una sola che abbia per capo il Papa di Roma e per base la sua organizzazione esteriore nella formula cavouriana e per fondamento del suo pensiero le massime di Cristo e dell’Evangelo».

Jasnaja Poljana oggi.

Jasnaja Poljana oggi.