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ATTORNO A UN ASINO MORTO

Jules Janin (1804-1874).  Dall'edizione illustrata di "L'asino morto" (Paris, Ernest Bourdin, 1842). Il ritratto è di Tony Johannot.

Jules Janin (1804-1874).
Dall’edizione illustrata di “L’asino morto” (Paris, Ernest Bourdin, 1842). Il ritratto è di Tony Johannot.

Un pezzo di Roberto Coaloa, “Domenica”, Il Sole – 24 Ore, sulla riscoperta – tutta italiana – di Jules Janin, scrittore francese sensibile e ambiziosissimo. Grazie a Giorgio Leonardi e alle Edizioni della Sera appare per la prima volta in Italia L’asino morto, capolavoro di Janin.

La cultura d’oltralpe, negli ultimi quarant’anni, ha abbandonato il grande Janin in un andito buio della polverosa biblioteca ottocentesca, tra gli autori di culto, for happy few, ricordandolo semplicisticamente come lo spirito più intelligente del cosiddetto frénétisme, filone estremo del Romanticismo (Domenica, 22 maggio 2016).

Le immagini che compaiono in questo articolo sono tratte dall’edizione illustrata di “L’asino morto” (Paris, Ernest Bourdin, 1842). I disegni sono di Tony Johannot.

 

ATTORNO A UN ASINO MORTO

Di Roberto Coaloa

Jules Janin (1804-1874) fu un raffinato scrittore francese oggi quasi dimenticato. È quindi con ammirazione, e sorpresa, che salutiamo questa riscoperta tutta italiana di Janin, grazie alla bella traduzione di L’âne mort, proposta da Giorgio Leonardi, brillante studioso di letteratura (a cui si deve, tra l’altro, anche una recente monografia di Janin su Sade).

L'Asino Charlot

L’Asino Charlot

La storia del romanzo è davvero bizzarra: il narratore, un uomo elegante che ha la sensibilità e i tratti del flâneur alla Baudelaire, s’innamora di una leggiadra ragazza, Henriette, che rincorre il suo magnifico asino, Charlot, alle porte di Parigi. Dopo il primo, memorabile  incontro, il narratore segue le vicende della ragazza e dell’asino, improvvisamente separati. Charlot cambia padrone e diventa un relitto. Henriette, invece, si trasforma in una donna fatale. Non possiamo svelare il finale, ma restiamo affascinati dall’uomo che racconta la storia e che si proclama «devoto partigiano dell’orrore».

Janin scrive pagine memorabili sulla Parigi romantica, con le sue bettole e i suoi splendidi palazzi; non la capitale che abbiamo conosciuto grazie ai moschettieri di Dumas, ma quella bella e atroce della prima metà dell’Ottocento, che fece letteralmente fuggire il giovane conte Lev Tolstoj da quella «follia», dopo aver visto decapitare un uomo con la ghigliottina. Parigi, scrive Janin, ha «una società che, stanca di chiedere emozioni agli eroi della storia, non ha trovato niente di meglio per distrarsi che ricorrere ai galeotti e ai carnefici».

L'ASINO MORTOL’Autore è un attento osservatore di Parigi. Alcune sue pagine sui bordelli sono più ricche e curiose, anticipandole di un secolo, di quelle di Walter Benjamin dedicate alla prostituzione e al gioco a Parigi. «Uomo della folla», Janin traccia dei tipi indimenticabili, che Benjamin, insuperabile flâneur del Novecento, non ebbe occasione di rintracciare nei suoi studi alla Biblioteca Nazionale. All’ingresso della barrière, Janin ci presenta «l’uomo modello». Scorrono altre “maschere”: un dandy miserrimo, un accattone dignitoso. Da ricordare i momenti all’obitorio e il capitolo sul galvanismo: ironica visione della fantastica Mary Shelley e di Frankenstein, che in Janin è un aristocratico inglese senza una gamba. Elettrizzato, il defunto diventa un “eroe” da Graves Movie della Hammer Film. Rimpiangiamo davvero che un Peter Cushing o un Christopher Lee non abbiano realizzato una trasposizione cinematografica di L’asino morto, agghiacciante avventura, condita da sadico humour noir, che non ha nulla da invidiare alle cupe atmosfere dei racconti di Poe, Henry James, Lovecraft, Richard Matheson e Hoffmann Price.

Jules Janin, L’asino morto, a cura di Giorgio Leonardi, Edizioni della Sera, Roma, pagg. 220, € 14,00.

L’AVVOCATO DANDY SUL FRONTE RUSSO

RATTAZZI E AGNELLI

Urbano Rattazzi e Gianni Agnelli, del reggimento Savoia Cavalleria, sul fronte russo.

 

Oggi, giovedì 13 febbraio 2014, sul quotidiano Libero: “L’Avvocato dandy sul fronte russo”.

Recensione a "Dal fronte russo".

Recensione di Roberto Coaloa a Urbano Rattazzi, “Dal fronte russo 1941-1942″ (a cura di Delfina Rattazzi), Il Melangolo, Genova, pagg. 144, € 15,00. Libero, 13 febbraio 2014.

Mia recensione a Urbano Rattazzi, Dal fronte russo 1941-1942 (a cura di Delfina Rattazzi), Il Melangolo, Genova, pagg. 144, € 15,00.

Dalle memorie inedite di Urbano Rattazzi emerge la sua avventura bellica con Gianni Agnelli.

Il Conte e il signor Fiat, militari di cavalleria, anche in guerra non rinunciavano all’eleganza.

 

Gianni Agnelli con i suoi commilitoni.

Gianni Agnelli con i suoi commilitoni.

 

L’AVVOCATO DANDY SUL FRONTE RUSSO

Di Roberto Coaloa

Che ci faceva l’Avvocato nella Campagna di Russia (1941-1943)? A svelarcelo ora sono le memorie inedite di Urbano Rattazzi, Dal fronte russo 1941-1942 (a cura di Delfina Rattazzi), Il Melangolo, Genova, pagg. 144, € 15,00.

 

Il Conte Urbano Rattazzi (nato a Genova il 28 gennaio 1918, morto a Milano il 28 giugno 2012), sottotenente dei Cavalleggeri del Monferrato e discendente diretto del suo omonimo (due volte Presidente del Consiglio dei ministri nel Regno d’Italia) era partito sul fronte orientale nel settembre 1941.

 

Urbano Rattazzi con la moglie Susanna Agnelli in barca a vela, a Forte dei Marmi.

Urbano Rattazzi con la moglie Susanna Agnelli in barca a vela, a Forte dei Marmi.

Rattazzi sarà tra i superstiti, insieme al giovanissimo Gianni Agnelli (ventenne, più giovane di lui di tre anni, appena uscito dalla scuola di Cavalleria di Pinerolo, arruolato nel Primo Reggimento Nizza Cavalleria), che in guerra ha stretto una fraterna amicizia con lui. Gianni scrive numerose lettere ai familiari dalla Russia, citando spesso l’amico Conte, che considera destinato a essere il fidanzato della sorella Maria Sole. Dopo la guerra, Gianni volle presentare all’amico la sua famiglia, che allora viveva a Roma. Il Conte conobbe Susanna; in Vestivamo alla marinara, Susanna Agnelli, racconta del suo matrimonio in zoccoli nella chiesa di Forte dei Marmi, subito dopo la guerra. Il Conte ebbe con “Suni” sei figli: Ilaria, Samaritana, Cristiano, Delfina, Lupo e Priscilla.

Ora, Delfina, scrittrice e quarta dei sei fratelli, ha pubblicato questa gustosissima fonte storica.

 

Gianni Agnelli nel 1942.

Gianni Agnelli nel 1942.

Delfina Rattazzi, a proposito di Gianni Agnelli sul fronte russo, ricorda nella sua introduzione: «Mio padre raccontava che il futuro Avvocato affittava delle isbe nella neve, le faceva scaldare al massimo e poi invitava i suoi amici a liberarsi dell’uniforme, fare la sauna e bere vodka, in piena guerra».

 

Le pagine delle lettere e del diario di Rattazzi sono spesso gustose e divertenti. Il Conte, rispetto alle altre testimonianze (Mario Rigoni Stern e Don Carlo Gnocchi, ad esempio, rispetto ai quali appare più pragmatico e terribilmente intuitivo), ci racconta davvero un’altra guerra, non quella dolorosa degli alpini, ma quella della cavalleria: eroica, bella e inutile (nella Seconda guerra mondiale).

Rattazzi, in una lettera ai genitori dell’autunno 1942, scrive: «Vi esprimo ancora, soltanto, la mia fierezza per essermi sentito dire da un capitano, a pochi chilometri dalla città di Pavlograd, mentre le mitragliatrici chiacchieravano e i cannoni facevano tremare il suolo: “ma sa che lei è veramente elegante?”». Aneddoti e dandysmo estremo: «Portavo scarponi neri da sci Vibram, gambali di tipo albanese della stivaleria Savoia, guanti di Worcester foderati in pelo di cammello – formidablement chic, parbleu».

Urbano Rattazzi, nel 1941, quando si arruolò volontario.

Urbano Rattazzi, nel 1941, quando si arruolò volontario.

Il Conte è straordinariamente dandy, di una eleganza ardita, disinvolta, raffinata. Attenzione, però, a non scambiare per leggerezza il surrealistico dandysmo di Rattazzi. Scrivendo ai genitori egli dipinge un’altra realtà, non quella che abbiamo letto, dolente e infernale, dei romanzi di Rigoni Stern. Le lettere del Conte sono indirizzate ai familiari, mostrando, ovviamente, ciò che al giovane soldato interessava dire loro: cioè di non preoccuparsi di lui, della sua salute e sicurezza durante la pericolosa campagna di Russia. Il suo tono è quindi rassicurante, nonostante gli innumerevoli pericoli che affrontò. Il tono generale delle lettere appare bizzarro (sul fronte russo si gela la mostarda di fichi per il foie gras e il prezioso Barbaresco ghiaccia come a St. Moritz), a volte riconducibile all’understatement britannico, ma non deve essere interpretato come un atteggiamento d’aristocratico distacco.

 

Nella ricostruzione del personaggio Rattazzi è stato quindi necessaria lo studio di sua figlia, Delfina. Il conte appare quindi non solo come un dandy o un flâneur de la bataille (per dirla con Jacques Bainville). È un uomo della sua epoca, un gentiluomo, e, soprattutto, un soldato.

Ciò che unisce Rattazzi a Don Gnocchi e a Rigoni Stern è la costante cordialità dell’animo, sempre libero dal pessimismo e dalla paura. Un animo che non tergiversa mai sui particolari commoventi, in un tempo che sappiamo essere stato disperato e difficile.

 

Nella Seconda guerra mondiale, come nella Grande Guerra, le élites dell’Esercito (come alpini e Granatieri di Sardegna), furono sacrificate. La Cavalleria fece una guerra “comoda”, poco rischiosa.

Eppure, come ogni élite, la Cavalleria era formata da molti gentiluomini, che per educazione e virtù erano i migliori uomini dello Stato. I soldati à la Rattazzi scalpitavano e volevano essere anche eroi sull’atroce fronte russo. Per questo ci fu l’incredibile audacia del Savoia Cavalleria, che sgominò tre battaglioni russi, dando vita a quella che passò alla storia come la carica di Isbuscenskij. Lì, l’Avvocato non c’era, e con rammarico disse: «Una carica a spade sguainate non l’ho avuta, non l’avrò mai!». Infatti suo nonno Giovanni riuscì a farlo rientrare dalla sanguinosa campagna di Russia dopo qualche mese, ma il “ribelle” Gianni partì subito per la Tunisia su un’autoblindo esplorante. Fu attaccato dagli Spitfire, cavandosela con qualche ferita e una medaglia di bronzo.

Urbano Rattazzi, Dal fronte russo 1941-1942 (a cura di Delfina Rattazzi), Il Melangolo, Genova, pagg. 144, € 15,00.

Urbano Rattazzi, Dal fronte russo 1941-1942 (a cura di Delfina Rattazzi), Il Melangolo, Genova, pagg. 144, € 15,00.

OSCAR FINGAL O’FLAHERTIE WILLS WILDE (1854-1900). QUEI CAPOLAVORI NATI A UN TAVOLO DA PRANZO

Oscar Wilde (1854-1900), in uno scatto del 1882.

Arriva in Italia Table Talk un volume di inediti del genio irlandese Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde (1854-1900): storie raccontate a voce agli amici e diventate piccoli classici. L’autore è lo studioso Thomas Wright, collaboratore anche di questa versione italiana dei testi inediti dello scrittore irlandese, pubblicati da Il Canneto Editore di Genova.

Segnalo la mia recensione a Table Talk, dal quotidiano “Libero” 22 gennaio 2013, con un estratto dal libro: il racconto di Wilde, La palla magica e il destino beffardo.

Table Talk sarà presentato a Genova lunedì 28 gennaio, alle ore 18.00, alla Feltrinelli di Via Ceccardi, con le traduttrici del volume, Annamaria Biavasco e Valentina Guani, con Massimo Bacigalupo e le letture di Simona Guarino e Mauro Bozzini.

QUEI CAPOLAVORI NATI A UN TAVOLO DA PRANZO

Di Roberto Coaloa

Per la prima volta in Italia sono presentati i racconti orali di Oscar Wilde, radunati dallo studioso Thomas Wright in Table Talk. Sono storie quasi sempre esemplari, costantemente divertenti e spesso venate da un tono surreale e quasi mistico, retaggio atavico della tradizione familiare. Nel crearle, infatti, lo scrittore attinse alla vasta riserva di leggende popolari irlandesi che suo padre e sua madre gli raccontavano da piccolo. Molte delle sue opere sono ispirate al folklore irlandese. L’ambiente celtico, così ricco, ispirò anche altri geni di quella terra, poeti e scrittori, primo fra tutti Bram Stoker. Alcuni racconti di Wilde, per esempio, riecheggiano le vite dei santi del folklore locale, alcune radunate dalla madre di Wilde nel volume Ancient Legends, Mystic Charms and Superstitions of Ireland.

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde, a quelle antiche leggende, aggiunse il suo talento. Le raccontava da dandy, attorno a una tavola di ammiratori. È il caso del racconto L’attrice, che fu trascritta da due amiche di Wilde durante une soirée in Tite Street a Chelsea. Un bellissimo aneddoto, quello del chiromante, nacque durante una passeggiata in compagnia del pittore Graham Robertson; Wilde gli disse «Se mi lasci riposare un momento, ti racconterò una storia. Ti ho mai parlato di George Ellison e di quando incontrò un chiromante?», e cominciò a narrargli una versione di Lord Arthur Savile’s Crime.

«La conversazione è l’attività umana più vicina alla spiritualità», sosteneva Wilde, «e parlare è una delle arti più belle». Dai tempi della Portora Royal School a Enniskillen, quando trasformava gli episodi più banali della vita scolastica in fantastiche leggende per i compagni di classe, al letto di morte parigino dove esalò l’ultimo respiro a metà di una frase, Wilde visse circondato dalle parole, che spargeva intorno a sé per la felicità e la meraviglia di chi lo ascoltava

Ora, a riscoprire Wilde nella sua vitalità, quella del vero dandy fin-de-siècle, e a ripulirlo dalle atroci e incomplete letture del Novecento, è stato lo scrittore Thomas Wright, attento studioso della vita e delle opere dell’irlandese. Il suo lavoro è stato tradotto in italiano in un aureo e godibilissimo volume Table Talk. Oscar Wilde racconta (Il Canneto editore, Genova 2013, pp. 136 , € 14,00 ). Wright ci regala davvero l’incantevole Oscar Wilde, così come veramente è stato. Il libro è stato scritto dallo studioso con la convinzione che valga la pena di preservare un’eco, anche solo fievole, della “voce aurea” di Wilde. 

In maniera ingegnosa Wright ha radunato queste deliziose storie, aneddoti e favole, apponendo ad ognuna una breve introduzione, dove ha cercato di mantenere, anziché disperdere, l’atmosfera di mistero e magia che avvolgeva le performance di Wilde.

Nel leggere queste pagine, possibilmente ad alta voce, alla maniera di un reading pubblico, dovremmo anche contribuire alla performance cercando di udire l’eco della “voce aurea” di Wilde nella nostra.

Lo scrittore disse scherzosamente su una traduzione che era così bella che «l’originale sembrava non esserle fedele». Wright, collaboratore anche della presente traduzione italiana di Table Talk, pensa che Wilde avrebbe detto quel motto anche per questa versione. Al suo orecchio britannico le parole italiane “traduttore” e “traditore” suonano sempre molto simili, ma in questo caso le traduttrici non hanno per nulla “tradito” il libro. Ecco perché ricordiamo, con piacere, il nome delle due studiose, grandissime interpreti dell’arte di saper tradurre, Annamaria Biavasco e Valentina Guani. Saranno loro a presentare questo inedito Wilde a Genova, lunedì 28 gennaio, alle ore 18.00, alla Feltrinelli di Via Ceccardi, con Massimo Bacigalupo e le letture di Simona Guarino e Mauro Bozzini.

Questi sconosciuti testi di Wilde sono presentati per la prima volta al pubblico italiano. Una magnifica novità editoriale. Infatti, dopo la morte di Wilde molti tentarono di radunare queste storie, invano.

Un suo giovane amico, André Gide, scrisse nel dicembre 1901: «Fu a Biskra, un anno fa press’a poco in questi giorni, che venni a sapere dai giornali la triste fine di Oscar Wilde. La lontananza, ahimè, non mi permise di unirmi al magro corteo che seguì la sua spoglia fino al cimitero di Bagneux; e invano mi rattristai per la mia assenza che diminuiva ancora il numero tanto esiguo degli amici restati fedeli».

Poco prima di morire – e il buon Gide questo episodio non poteva saperlo – Wilde, in maniera irreparabile, sempre senza denaro disse a un visitatore: «Sto facendo una morte al di sopra delle mie possibilità». Lo scrittore lasciava il mondo con un sorriso, da grande viveur, se diamo al termine il suo senso più pieno. Nell’apprendere la morte dell’amico, con intelligenza lo scrittore francese ricordava un motto wildiano: «Ho messo tutto il mio genio nella vita; nelle mie opere solo il talento».  

Quest’affermazione è contestabile da chi la interpreti nel senso di una raffinatezza di edonista nella quotidianità. Quando aveva denaro, Wilde si trattava bene; ma come dandy in piena regola lasciava a desiderare. Fu spesso, e soprattutto dopo l’esperienza del carcere, un aristocratico Flâneur, privo di gusto impeccabile, senza la pazienza del vero dilettante di sensazioni à la Walter Pater, né un esperto collezionista di oggetti raffinati come il protagonista di À rebours. Nemmeno come vizioso, malgrado gli sia toccata la sorte e l’onore postumi di vittima dell’intolleranza, Wilde ha la statura di certi immoralisti per programma. Aborriva i paradisi artificiali (al massimo un po’ di hashish, in Algeria, e con l’alcol aveva un rapporto intimo, da bevitore celtico). Come ricorda Gide, Oscar era un provocatore: camminando per le vie di Algeri era preceduto e scortato da una straordinaria banda di ladruncoli, con i quali parlava senza tregua; li guardava tutti con gioia e gli gettava dei soldi a caso: «Spero di aver smoralizzato questa città come si deve». Wilde emergeva per la sua “fisicità” e il gran fascino. Per molti fu il più grande conversatore della sua epoca.

 

LA PALLA MAGICA E IL DESTINO BEFFARDO

Di OSCAR WILDE

 

C’era una volta un famoso scienziato che scoprì il segreto del moto spontaneo. Per rendere pubblica questa sua straordinaria scoperta, decise di organizzare una dimostrazione nel corso della quale avrebbe posato una grande palla su un piano orizzontale affinché si spostasse di propria spontanea volontà. Preparò accuratamente tutto il necessario e quindi invitò accademici, politici e il re in persona. La mattina del giorno della dimostrazione, tuttavia, si lasciò prendere dall’inquietudine e cominciò a dubitare di aver sbagliato uno dei numerosi calcoli. Se l’esperimento fosse fallito davanti a un pubblico tanto prestigioso, egli avrebbe perso la reputazione che tanto aveva impiegato a costruire. Mentre così elucubrava, gli si avvicinò un bambino. Nel vederlo lo scienziato ebbe un’idea. Chiamò il bambino e gli disse: «Ti piacciono le biglie, le caramelle e le trottole, vero? Bene, io te ne regalerò in quantità, se tu mi prometterai di farmi un piccolo favore. Ecco cosa devi fare: fra due ore e mezzo, vai al parco che si trova al centro della città. Vedrai una grande palla. Questa palla è vuota e ha una porticina. Tu devi entrarci dentro e restare fermo immobile e in perfetto silenzio finché non mi sentirai arrivare in compagnia di molte persone. Quando saremo tutti lì riuniti, dovrai tendere bene le orecchie perché, dopo un po’, io dirò, a voce bassissima: “Palla, rotola”. Quando mi sentirai pronunciare queste parole, dovrai muoverti dentro la palla in maniera da farla rotolare. Nient’altro. Se farai come ti ho chiesto, avrai tutte le biglie e i dolciumi che desideri. Ora dimmi: hai capito bene quello che ti ho detto?». «Sissignore», rispose il bambino con un sorriso. «So cosa devo fare».

E così, poco più tardi, gli accademici di tutto il Paese, insieme ai membri del parlamento e con il re, si radunarono nel parco per assistere all’esperimento. Quando lo scienziato disse «Palla, rotola», la palla rotolò e tutti rimasero a bocca aperta. «Miracolo! Miracolo!», gridarono in coro battendo le mani.

Ma nel sentire il caloroso applauso, lo scienziato ebbe un attimo di cedimento, scoppiò in lacrime e confessò agli astanti che li aveva imbrogliati. «Vi chiedo perdono, maestà», disse. «Vi ho ingannati. La mia coscienza scientifica è più forte della mia vanità. Debbo confessarvi che non so se ho scoperto davvero il moto spontaneo. Sì, la palla è rotolata sotto i vostri occhi, ma solo perché vi era dentro un bambino».

Il pubblico proruppe in un coro di insulti e di improperi e il sovrano, stizzito, gridò: «Impostore! Voi vi siete burlato dell’insigne reputazione scientifica di questo Paese. Resterete in prigione fino alla fine dei vostri giorni! Guardie, portate via questo ciarlatano!».

Fra gli scherni e le ingiurie dei presenti, lo scienziato, sgomento, si avviò verso la prigione. Lungo la strada vide un gruppo di ragazzini che giocavano a campana. Fra loro c’era anche il bambino che gli aveva promesso di nascondersi dentro la palla. Voltandosi per capire il motivo di tanto scompiglio, il bambino vide lo scienziato fra le guardie e gli corse incontro. «Signore! Signore! Vi ricordate di me?», gli disse. «Sono io, il bambino a cui avete chiesto un favore questa mattina. Sono desolato, signore, ma ero così intento a giocare a campana con i miei amici che mi sono completamente dimenticato di andare al parco e nascondermi dentro la palla. Vi prego, non incolleritevi con me. Se sapeste quanto ci stavamo divertendo, be’, credo proprio che mi dareste lo stesso le biglie, le trottole e i dolciumi che mi prometteste stamani…».

Nel sentire queste parole, lo scienziato si chinò e gli fece una carezza sulla guancia. Poi gli diede una moneta d’oro con cui comprarsi caramelle e biglie e, senza una parola, ma con un sorriso trionfante sul volto, si incamminò lentamente verso la prigione.