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RICORDO DI SERGIO FABRIZIO DONADONI.

Torino. Biblioteca Nazionale. Mostra su Carlo Vidua. Da sinistra: Silvio Curto, Roberto Coaloa, Anna Maria Roveri Donadoni, Sergio Fabrizio Donadoni.

Torino. Biblioteca Nazionale. Mostra su Carlo Vidua. Da sinistra: Silvio Curto, Roberto Coaloa, Anna Maria Roveri Donadoni, Sergio Fabrizio Donadoni.

Ho conosciuto Sergio Fabrizio Donadoni, il più grande egittologo italiano, diciotto anni fa. La compagnia era ottima. Oltre a lui c’erano sua moglie, Anna Maria Roveri Donadoni, e Silvio Curto. Eravamo a Torino, presso la Biblioteca Nazionale, per una mostra e un convegno sul grande viaggiatore Carlo Vidua. Eventi straordinari, organizzati dall’”Associazione Immagine per il Piemonte” dell’amico Vittorio Giovanni Cardinali e curati dal sottoscritto. Sergio Donadoni mi chiedeva di fare una spedizione in Egitto, sulle orme di Carlo Vidua («Ah! Voilà le voyage nubien du Comte Carlo Vidua, fin février-fin avril 1820!»), sua moglie mi ripeteva di scrivere un saggio su Letronne e il Conte di Conzano, con Curto (chiamato affettuosamente da noi “Orso Yoghi”) si parlava di viaggi pericolosissimi, dell’Oriente, di recenti studi olandesi su Vidua e mi diceva, il buon Curto: «Coaloa, scrivi la biografia del tuo conterraneo!»…

Sono trascorsi diciotto anni e ho fatto tutto questo (viaggi e libri), per fortuna! Bello è stato conoscere questi personaggi. Forse questi legami sono come specchi, che riflettono le nostre corrispondenze spirituali con un mondo antico, passato. E ci spronano a perfezionare noi stessi.

A Sergio, Silvio e Anna Maria sono debitore di storie, peregrinazioni e ricerche.

Ricordo Sergio perché è scomparso a Roma, a 101 anni, il 31 ottobre 2015.

È stato il più grande egittologo italiano. Tanti anni, vissuti con intensità e dolcezza. Forse gli ultimi tempi sono stati un po’ amari: per l’atroce abbandono al quale sono ridotte molte cose che amava. Sergio era nato a Palermo il 13 ottobre del 1914 da una madre che insegnava inglese e da un padre, il poeta Eugenio Donadoni (1870-1924), brillante storico della letteratura italiana, studioso di Foscolo e di Tasso, che a sette anni gli faceva leggere l’Iliade. Sergio avrebbe potuto seguire le orme paterne ed eccellere in qualunque settore del mondo della cultura. Scelse l’antico Egitto perché sua madre un giorno lo accompagnò al British Museum di Londra, dove per la prima volta osservò da vicino le meraviglie di quella favolosa civiltà, nella quale «tutto sembrava costruito per essere eterno», come notava Pierre Loti.

Conseguita la maturità a 16 anni, aveva vinto il concorso per entrare alla Scuola Normale di Pisa dove era stato accolto da Giovanni Gentile, amico del padre.

Si era laureato nel 1934 con un altro grande egittologo, Annibale Evaristo Breccia (1876-1967), membro dell’Accademia dei Lincei, direttore del Museo Greco-Romano di Alessandria d’Egitto, succedendo nel 1904 a Giuseppe Botti.

Dopo la laurea, Sergio trascorse due anni con la borsa di studio a Parigi, gli anni di noviziato. Era la città di Jean-Francois Champollion, Auguste Mariette e Gaston Maspero, i tre mostri sacri dell’Egittologia, ma anche il luogo dove negli anni precedenti la guerra si radunavano i più grandi pensatori. Donadoni divenne amico del fisico Bruno Pontecorvo, uno dei ragazzi di via Panisperna allievo di Enrico Fermi, e del filologo Gianfranco Contini, uomo di sterminate conoscenze. Uno degli incontri più importanti fu quello con Christiane Desroches, conquistata all’archeologia dalla scoperta della tomba di Tutankhamon da parte di Howard Carter: fu la prima donna responsabile di uno scavo in Egitto e durante l’occupazione di Parigi fu lei a sottrarre ai nazisti i reperti egizi del Louvre, portandoli al sicuro nelle zone non occupate.

Quando Donadoni tornò in Italia, Breccia gli propose di sostituirlo al Museo di Alessandria. In Egitto, l’amore per i resti di quella grande civiltà divenne indissolubile. Andava in tram a Giza e da lì un altro tram lo portava nella campagna: al capolinea, le piramidi si stagliavano sullo sfondo, incorruttibili ed eterne. Fu lui a cercare per primo di smantellare l’immagine funerea dell’antico Egitto, sempre associata a tombe e mummie. Tutto quello che vedeva intorno a sé testimoniava intelligenza, cultura, vita.

Nel 1960, quando Christiane Desroches denunciò al mondo che la diga di Assuan avrebbe ricoperto di acqua i templi della Nubia e che bisognava fare qualcosa, Donadoni fu scelto come componente della commissione istituita dall’Unesco e lavorò per salvare i templi di Ellesija e di Abu Simbel con Silvio Curto, scomparso a 96 anni un mese fa. Fu questa esperienza che arricchì il Museo Egizio di Torino, voluto negli anni venti dell’Ottocento da Carlo Vidua. Accanto alle Collezioni di Drovetti, il Museo Egizio di Torino, grazie ai lavori di Curto e Donadoni, ebbe dal governo egiziano il permesso di acquisire nuovi tesori, da aggiungere alla sua eccezionale raccolta egizia ottocentesca.

Sergio esplorò, dal 1958 al 1969, esplorò sei siti: Ikhmindi, Farriq, Kuban, Sabagura, Sonki e Tamit arricchendo di testimonianze e documentazioni la storia della Nubia.

Nel 1975 ha ottenuto il Premio Feltrinelli per l’Archeologia.

Sergio è stato membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’Accademia delle Scienze di Torino, della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. In Francia è stato accademico dell’Académie des inscriptions et belles-lettres e dell’Institut d’Égypte.

Dalla Repubblica italiana è stato insignito dalla Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte il 2 giugno 1986. Sergio è anche Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, per iniziativa del Presidente della Repubblica, titolo conferitogli il 18 aprile 2000.

Sua moglie, Anna Maria Roveri Donadoni, è stata dal 1984 al 2004 sovrintendente del Museo Egizio di Torino, ma lui non ha mai voluto legarsi a una città particolare. Un anno fa, al compimento dei 100 anni, aveva raccontato in un’intervista per “Repubblica”, raccolta da Antonio Gnoli, del suo ritorno in Egitto e della ragione per la quale preferiva vivere di ricordi: «Ho visto solo desolazione. Lo dico con il cuore spezzato: che epoca è mai la nostra?».

Restano di lui il suo sorriso, la sua amicizia, alcune sue lettere e le sue tante pubblicazioni, tra le quali ricordiamo: La civiltà egiziana (1940), Arte egizia (1955), La religione dell’Egitto antico (1955), Storia della letteratura egiziana antica (1957) e Appunti di grammatica egiziana (1963).

Addio Sergio, spero di ritrovarti per parlare di pietre e letteratura nell’aldilà, dopo un lunghissimo tempo vissuto quaggiù, tra i mortali.

Roberto Coaloa

GLI SCRITTI FILOLOGICI DI FRANCESCO MAZZONI. L’ERMENEUTICA DANTESCA E LA FORTUNA “POLITICA” NELL’OTTOCENTO

Francesco Mazzoni (1925-2007), filologo italiano, tra i massimi esperti del Novecento dell'opera di Dante.

Francesco Mazzoni (1925-2007), filologo italiano, tra i massimi esperti del Novecento dell’opera di Dante.

Sul quotidiano “Libero” presento i primi due volumi di un vasto piano editoriale in sei tomi che raduna le opere di Francesco Mazzoni (1925-2007) su Dante e la sua ricezione. Un’opera che inaugura molto degnamente l’anno 2015 che celebra i 750 anni della nascita di Dante (1265).

L’articolo è anche un ricordo di una figura esemplare e d’antan come quella di Mazzoni, da inserire in una galleria ideale di studiosi di Dante, insieme a Giovanni Andrea Scartazzini (che osservava di se stesso: «pochi furono i giorni nei quali non avessi consacrato da dieci o dodici ore alla scienza dantesca»), Michele Barbi e Giuseppe Vandelli. Personaggi che rimandano a un’epoca felice degli studi umanistici e a delle opere che sono frutto della tenacia e della appassionata dedizione agli studi eruditi di studiosi che con Dante e per Dante vollero vivere una intera vita.

 

GLI SCRITTI FILOLOGICI DI FRANCESCO MAZZONI. L’ERMENEUTICA DANTESCA E LA FORTUNA “POLITICA” NELL’OTTOCENTO

 Di Roberto Coaloa

GLI SCRITTI FILOLOGICI DI FRANCESCO MAZZONI. L’ERMENEUTICA DANTESCA E LA FORTUNA “POLITICA” NELL’OTTOCENTO. Di Roberto Coaloa

GLI SCRITTI FILOLOGICI DI FRANCESCO MAZZONI. L’ERMENEUTICA DANTESCA E LA FORTUNA “POLITICA” NELL’OTTOCENTO. Di Roberto Coaloa

Tutti pazzi per Dante, non solo Benigni & C.! Ora, per fortuna, splendidamente presentati dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma, sono disponibili gli scritti di Francesco Mazzoni (1925-2007), filologo italiano, tra i massimi esperti del Novecento dell’opera di Dante. Un’opera immensa e necessaria. Alla valorizzazione del grande archivio dantesco di Francesco Mazzoni provvede l’Associazione culturale Guido e Francesco Mazzoni per gli studi medievali e danteschi, promuovendo la pubblicazione di testi e documenti. Per il momento escono due volumi dei sei previsti, per un totale di circa 1500 pagine. Il primo: Francesco Mazzoni, «Con Dante per Dante. I. Saggi di filologia ed ermeneutica dantesca. I. Approcci a Dante» (A cura di Gian Carlo Garfagnini, Enrico Ghidetti e Stefano Mazzoni, Collana Opuscula Collecta, 11, € 56). Il secondo: «Con Dante per Dante. II. Saggi di filologia ed ermeneutica dantesca. II. I commentatori, la fortuna» (A cura di Gian Carlo Garfagnini, Enrico Ghidetti e Stefano Mazzoni, Collana Opuscula Collecta, € 98).

Per Mazzoni «la Filologia dantesca è un insegnamento rigorosamente tecnico che importa critica testuale, esame della tradizione manoscritta, specifica analisi linguistica e stilistica, esegesi puntuale, ricerca concreta di fonti».

L’autore, accademico della Crusca, fa parte di una nobile schiatta di studiosi come Guido Mazzoni, l’erudito vicino alla scuola di Carducci, e Pio Rajna. Francesco fu allievo di Mario Casella e conseguì nel 1959 la libera docenza in filologia dantesca. Fu assistente di Gianfranco Contini. Nel 1967 ottenne la prima cattedra italiana di filologia dantesca, allora istituita nella facoltà di lettere e filosofia dell’Università degli studi di Firenze e la mantenne sino al 2001. È stato presidente della Società Dantesca Italiana (1968-2005) e dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio (1981-2001) ed ha diretto la rivista specialistica degli «Studi Danteschi», fondata da Michele Barbi. Molteplici sono stati i suoi contributi di filologia ed esegesi dantesca e medievale: sui commenti trecenteschi alla Commedia, sul testo del Poema, sulla Questio de Aqua et Terra e sulla fortuna secolare di Dante, nonché su Brunetto Latini, Francesco da Barberino, Giovanni Boccaccio, storicamente connessi alla biografia di Dante. Non solo, il lavoro di Mazzoni si distingue anche per aver analizzato il Dante “politico”, che agli albori del Risorgimento interessò la generazione degli eruditi come Gian Francesco Galeani Napione, conte di Cocconato, e degli intellettuali controcorrente come Carlo Vidua e Cesare Balbo.

L’epoca romantica, come nota Mazzoni nel capitolo «Il culto di Dante nell’Ottocento», pone il poeta nella leggenda, entusiasmando studiosi e artisti, che non vedono semplicisticamente in Dante il letterato e il filosofo, ma il profeta. Mazzini introduceva la Divina Commedia illustrata da Foscolo col il voto che un giorno: «uomini imbevuti per lunghi studi della tradizione Italiana, e santificati dall’amore, dalla sventura e dalla costanza, sacerdoti di Dante, imprenderanno, monumento dell’intelletto nazionale, una edizione delle sue Opere».