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FANCIULLE-FIORE IN BURKA. IL PARSIFAL AI TEMPI DELL’ISIS

Bayreuth. Estate 2016.

Bayreuth. Estate 2016.

 

Reportage di Roberto Coaloa dal Festival wagneriano di Bayreuth, tra ansie da attentati, fanciulle-fiore in burka e fischi. Sul quotidiano Libero, giovedì 28 luglio 2016.

 

FANCIULLE-FIORE IN BURKA. IL PARSIFAL AI TEMPI DELL’ISIS

Di Roberto Coaloa

 

La prima del Festival di Bayreuth, lunedì 25 luglio, con un Parsifal ricco di solisti di prim’ordine, è stata clamorosamente fischiata dal pubblico. Non è piaciuta la produzione dello spettacolo, la regia. Uwe Eric Laufenberg ha ambientato il mistero e la celebrazione iniziatica dei cavalieri del Santo Graal nell’Iraq dei nostri giorni, conteso dall’Isis. Non è stata una scelta geniale! Qualcuno ha detto dopo la fine del secondo atto: «La prossima volta vedremo Parsifal vestito come un soldato del Califfato!» Il pubblico era davvero infuriato. Le scelte del regista Laufenberg, d’altro canto, hanno spinto le autorità di Bayreuth a rafforzare la sicurezza perché la produzione potrebbe essere percepita anche come una critica all’Islam. Segno questo che la regia di Laufenberg è piena di contraddizioni e di ambiguità e non si capisce proprio cosa voglia dire.

Bayreuth in questi giorni è circondata da cordoni di poliziotti e forze speciali. A poco distanza dalla collina verde, in un altro festival musicale, quello di Ansbach, un terrorista, un siriano rifugiato, si è fatto esplodere con una bomba, ferendo quindici persone. All’interno del teatro di Bayreuth è stato proiettato un messaggio sul palco: «The Bayreuth festival dedicates today’s performance to all victims of the violent acts in recent days and to their loved ones».

La Germania e le sue vittime, appunto. Un uomo ha ucciso domenica una donna a colpi di machete a Reutlingen. Nell’attacco il richiedente asilo siriano ha ferito altre persone. Venerdì scorso un iraniano ha ucciso nove persone a Monaco, facendo numerosi feriti. Il 18 luglio altre cinque persone sono state ferite con l’ascia da un afghano, all’urlo di «Allah Akbar», in un attacco rivendicato dal gruppo jihadista dello Stato islamico.

Oggi, a differenza delle passate edizioni del festival di Bayreuth, tutte le borse e cuscini sono stati vietati in platea. Nel frattempo, la strada di accesso fino alla collina del Festspielhaus è stata sbarrata alle automobili. Ci sono anche degli esiti comici in questo sistema di sicurezza: la stella dello spettacolo il tenore Klaus Florian Vogt, il Parsifal, è stato fermato e interrogato dal personale di sicurezza durante una pausa prove, perché indossava una mimetica militare, che in realtà era parte del suo costume.

Alla prima, alla fine dei primi due atti del Parsifal, il pubblico era sconcertato. Nel secondo atto, infatti, si passa dal castello incantato di Klingsor al giardino magico (la musica, nella scena più leggera del dramma, assume le cadenze di un valzer lento), dove Parsifal è tentato dalle bellissime «Blumenmädchen», le fanciulle-fiore. Colpo di scena: le fanciulle-fiore erano completamente coperte da una tunica nera, vestite da islamiche. In questo clima neanche la sedicente agenzia di stampa del Califfato, Amaq News, non avrebbe potuto fare di meglio.

Il pubblico ha rumoreggiato in sala e qualcuno ha protestato per poi mettersi a ridere: anche perché, per cantare, le «Blumenmädchen» hanno dovuto aprire il velo.

Chi scrive va a Bayreuth, ogni estate, dal 1995. Posso raccontare molti aneddoti, ben sapidi, sui protagonisti di questi ultimi vent’anni di Wagner a Bayreuth, dalle direzioni di James Levine alle scelte assai discusse della nuova direttrice del festival Katharina Wagner, pronipote di Richard. Ma mai come quest’anno si è sorpresi dai mille cambiamenti, un po’ per le forzate esigenze prese contro il terrorismo. Inoltre, a dirigere Parsifal è stato Hartmut Haenchen, che ha sostituito all’ultimo momento Andris Nelsons. Un colpo di scena che, come succede da anni, accompagna la rassegna di liti, impicci e imprevisti come fosse una telenovela o, meglio, un libretto d’opera. Laufenberg, ovviamente, aveva gettato acqua sul fuoco alla vigilia: «La violenza non dipende dall’Islam – ha spiegato ai giornali tedeschi – ma dagli uomini che strumentalizzano la religione». D’accordo! Ma un regista nuovo – oggi – dovrebbe forse mostrare al grande pubblico di Bayreuth quanto Wagner ha dato alla cultura moderna, facendo la fortuna, ad esempio, di Dan Brown, suggestionando opere come Il Signore degli Anelli e persino Harry Potter e Star Trek.

Ritornando a Bayreuth ripenso a Nietzsche e a una sua affermazione: «Perché un avvenimento abbia grandezza debbono concorrere due fattori: il grande animo di coloro che lo compiono e il grande animo di coloro che lo vivono». Così inizia lo scritto Richard Wagner a Bayreuth, la quarta e ultima delle Considerazioni inattuali. La visione del filosofo urtava con il gretto pragmatismo di un’impresa che, se fu certamente intesa da Wagner e dai suoi seguaci come un rinnovamento politico-culturale, rappresentava però anche un’impresa finanziaria, un progetto di propaganda. Dall’unione di Wagner a Bayreuth è nato un fatto di portata universale e chi tenta di accostare la storia della famiglia Wagner, la storia del festival e la storia dell’arte dal 1876 fino ai nostri giorni fa al tempo stesso storia tedesca e storia universale, passando da Nietzsche e dall’antisemitismo (passando a perdifiato lungo la strada del puro cretinismo nel sostenere l’ipotesi di una responsabilità ideologica di Wagner nei confronti del nazismo), alla islamofobia e all’antislamismo dei nostri giorni.