LE CRITICHE FEROCI DEL SAVINIO MUSICALE

Roberto Coaloa recensisce la nuova edizione di "Scatola sonora" di Alberto Savinio. Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

Roberto Coaloa recensisce la nuova edizione di “Scatola sonora” di Alberto Savinio. Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

Ravel e Schubert bocciati senza pietà.

Verdi e Musorgskij autori del “cuore”.

L’altro volto del geniale pittore e scrittore, fratello di Giorgio de Chirico.

Dal quotidiano “Libero”. Domenica 26 novembre 2017.

 

LE CRITICHE FEROCI DEL SAVINIO MUSICALE

Di Roberto Coaloa

Alberto Savinio (1891-1952), "Scatola sonora" (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34).

Alberto Savinio (1891-1952), “Scatola sonora” (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34).

Non è stato un musicista di genio, ma uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, colto, raffinatissimo. Così il suo volume sulla musica classica, da Monteverdi a Honegger, sul gusto dell’antico e sulla voce del violoncello, è indispensabile al buon flâneur, che, oziando, ama fischiettare Rossini e Verdi e, in bagno, esibirsi nel Mosè di Lorenzo Perosi. Stiamo parlando di un genio assoluto, scrittore abbiamo detto, per chi scrive tra i più amati di sempre, e poi pittore e compositore (e qui il mio modesto giudizio è assai severo). Ecco, infine, riedita – con la sorpresa di tanti scritti nuovi (figurano ad esempio diversi contributi destinati nel 1944 al settimanale Voci, fin ad ora non menzionati in alcuna bibliografia) – la magnifica opera di Alberto Savinio (1891-1952), Scatola sonora (a cura di Francesco Lombardi. Con un saggio di Mila De Santis, il Saggiatore, pp. 600, euro 34), che raduna i suoi articoli musicali in un ordine brillante, che appare al lettore una eccentrica storia della moderna musica europea secundum Savinio.

D’altro canto eccentrico era Alberto Savinio, nome d’arte di Andrea Francesco Alberto de Chirico, terzo figlio dell’ingegnere ferroviario Evaristo de Chirico e Gemma Cervetto, fratello del pittore Giorgio de Chirico e di Adele, primogenita, morta nel 1891. Savinio studiò pianoforte e composizione al conservatorio della sua città natale, Atene, dove si diplomò a pieni voti nel 1903. Morto il padre, la madre portò i due fratelli artisti per la prima volta in Italia nel 1906. Poi si stabilirono a Monaco di Baviera. Lì Savinio, non ancora ventenne, diventò musicista e compositore, allievo di Max Reger, organista e compositore indimenticabile, soprannominato «il secondo Bach». In quegli anni tedeschi, Savinio portò a termine la composizione Carmela, la sua prima opera lirica, mai rappresentata e successivamente perduta o distrutta dall’Autore. Del Maestro Reger ricorda l’allievo Savinio (in pagine memorabili di Scatola sonora a proposito del tanto ammirato Verdi, che compone con le sue mani «vecchie e rugose come zampe di tartaruga» il Falstaff): «Max Reger mi diceva che comporre al piano è da schiappe… Povero ragioniere del contrappunto!».

Savinio, abbandonata la carriera di compositore, s’immerse dopo Monaco di Baviera nel tourbillon di Parigi, dove conobbe i più grandi artisti del Novecento. Continuò a scrivere di musica, come critico. Da allora Savinio si divertì a demolire ad uno ad uno i suoi miti musicali. L’opera Scatola sonora, in effetti, potremmo ribattezzarla “Savinio contro tutti”!

Del grande Maurice Ravel e del compositore e violinista Ernest Bloch non ha pietà alcuna. Nel 1941, Savinio osserva, a proposito di una soirée musicale a Siena: «Una sera del settembre scorso mi condussero in una casa tenebrosissima ove come prezzo di quel ratto all’antica mi fecero sentire la Sonata per piano di Strawinsky (anno 1924) poi lo Schwanendreher (Suonatore ambulante) di Hindemith, e fin qui andò benissimo. Ma dopo queste musiche tirate a pulimento e nette di ogni pittoresco, gli stessi miei rapitori mi vollero far sentire non so quale musica di Ravel e non so quale pezzo per viola e piano di Bloch. E l’impressione fu di stracci pendenti sopra una strada intenebrata dal lercio e agitati da un vento apportatore di miasmi».

Anni dopo, Savinio stronca definitivamente Bloch (per me, detto per inciso, compositore essenziale per capire una tradizione ebraica di musica europea e colta): «Il Quintetto di Bloch suggerisce alcune comparazioni alimentari. Se la musica di Stravinsky posteriore a Nozze ha le medesime qualità della carne ai ferri, ossia l’asciuttezza e la sostanza, la musica di Bloch, e particolarmente questo Quintetto così patetico e tirato su con fatica e strazio dai visceri come la più vergognosa delle confessioni, fa pensare a quello che nell’arte culinaria sono le spume (mousses). Non stabilisco graduatorie. Non dico che una braciola ai ferri è migliore di una spuma, o viceversa. A me piacciono anche le spume. Voglio dire che il mio stomaco richiede talvolta anche queste musiche che procedano per espansione, che sono come il vapore e il vento, che esercitano su noi una specie di stupore sonoro».

Di Schubert Savinio con estrema noncuranza demolisce una composizione: lo Stabat Mater. Lo contrappone, inoltre, a Beethoven e afferma che un confronto tra i due musicisti equivarrebbe a un paragone tra Michelangelo e Guardi. Di Schumann Savinio critica il «troppo dolce». Ama, invece, Brahms (perché odia i francesi) e Verdi (da leggere con attenzione le pagine di Savinio sulla musica dell’italiano e quella di Wagner). Savinio poi, e qui davvero ci sorprende positivamente, adora i compositori russi, primo fra tutti Modest Petrovič Musorgskij. Scrive: «Se il bello, come io credo, è verità, Boris Godunov è l’opera più bella che sia mai stata scritta».

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