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I FISCHI ALLA SCALA. QUEL LOGGIONE IMPLACABILE E UN TANTINO INGENEROSO

Hibla Gerzmava, soprano, interpreta alla Scala il ruolo di Anna Bolena

Hibla Gerzmava, soprano, interpreta alla Scala il ruolo di Anna Bolena

Il commento di Roberto Coaloa su Anna Bolena alla Scala, in scena fino al 23 aprile 2017. Direttore Ion Marin.

Regia di Marie-Louise Bischofberger.

Scene di Erich Wonder.

Costumi di Kaspar Glarner.

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala.

Produzione Grand Théâtre de Bordeaux.

Cast

Anna Bolena:  Hibla Gerzmava (31 marzo, 4, 11, 14 aprile)

Federica Lombardi (8, 20, 23 aprile)

Jane Seymour: Sonia Ganassi

Smeton: Martina Belli

Lord Percy: Piero Pretti

Enrico: Carlo Colombara

Lord Rocheford: Mattia Denti

Sir Hervey : Giovanni Sala

 

Donizetti è ritornato à la page nei teatri italiani. A Napoli, al San Carlo, ha trionfato la Lucia di Lammermoor con Maria Grazia Schiavo (applausi anche per Saimir Pirgu e Claudio Sgura). A Roma, al Teatro dell’Opera, c’è stato il successo di Maria Stuarda con Marina Rebeka. A Milano, alla Scala, il loggione implacabile ha fischiato il direttore d’orchestra e la regia di Anna Bolena, salvando, però, l’ottima interprete della regina, Hibla Gerzmava. Il pubblico, a Milano, non ama le regie innovative, si sa. Ad ogni modo il Bel Paese si riappropria del geniale Donizetti, che si riconferma come eccezionale banco di prova di invenzione e difficoltà vocale.

 

I FISCHI ALLA SCALA. QUEL LOGGIONE IMPLACABILE E UN TANTINO INGENEROSO

Di Roberto Coaloa

Nostalgia della Callas a Milano? Nell'immagine Maria Callas nei panni di Anna Bolena nell'edizione scaligera dell'omonima opera di Donizetti. A partire dall'aprile 1957, Maria Callas recitò questa parte per due stagioni, complessivamente in dodici recite. La regia era affidata a Luchino Visconti.

Nostalgia della Callas a Milano? Nell’immagine Maria Callas nei panni di Anna Bolena nell’edizione scaligera dell’omonima opera di Donizetti. A partire dall’aprile 1957, Maria Callas recitò questa parte per due stagioni, complessivamente in dodici recite. La regia era affidata a Luchino Visconti.

Come d’abitudine il loggione della Scala non perdona! E doveva essere per forza così per la ripresa (e che ripresa!) dell’opera Anna Bolena di Gaetano Donizetti (1797-1848). Proprio 60 anni fa, alla Scala, ci fu la leggendaria Anna Bolena diretta da Gavazzeni con Maria Callas nel ruolo di Anna. E dopo ben 35 anni di oblio (nel 1982 l’ultimo allestimento al Piermarini firmato Patanè-Visconti) non pareva vero al pubblico di Milano di ritrovare l’opera che consacrò trionfalmente Donizetti proprio alla Scala, nel 1830. Donizetti alla Scala è quindi un appuntamento che vale più di una Prima: appuntamento per melomani e fini intenditori. Questa volta gli ultrà della Scala, gli  “esagerati” del Loggione, hanno avuto ragione a fischiare, ma come al solito hanno esagerato. D’accordo: la regia di questo capolavoro di Donizetti è discutibile, qualche cantante (Carlo Colombara nella parte del basso Enrico VIII) non è stato all’altezza, il direttore d’orchestra, Ion Marin, che compirà 57 anni a luglio, è parso sin dall’inizio un po’ superficiale, già nella famosa ouverture dell’opera, una delle pagine più misteriose e nichiliste del grande compositore di Bergamo.

Tuttavia, cosa dire della regia? Quella presentata ieri sera alla Scala è una produzione del 2014 dell’ Opéra National de Bordeaux. Qualcosa che abbiamo già visto. Perché il pubblico della Scala ha bocciato lo spettacolo firmato dalla svizzera Marie-Louise Bischofberger?

Mitica: Leyla Gencer nel ruolo di Anna Bolena. Un cofanetto che racchiude altre opere di Donizetti in sei CD. Purtroppo la registrazione di Anna Bolena, con l'Orchestra e Coro della Rai di Milano, diretta da Gianandrea Gavazzeni, è monca della celebre ouverture.

Mitica: Leyla Gencer nel ruolo di Anna Bolena. Un cofanetto che racchiude altre opere di Donizetti in sei CD. Purtroppo la registrazione di Anna Bolena, con l’Orchestra e Coro della Rai di Milano, diretta da Gianandrea Gavazzeni, è monca della celebre ouverture.

Gli Snob di Milano! Chi scrive, stima la regista e ammira il senso musicale, la scuola mitteleuropea di Marin. Nell’aria, ieri alla Scala, c’era troppa tensione. A Roma, tra l’altro, sta trionfando, proprio in questo periodo, un’altra opera di Donizetti: Maria Stuarda. A Milano, ovviamente, si vuole superare la capitale. Ci vuole pazienza. Aspettiamo le prossime repliche. Siamo in presenza di uno dei migliori cast dei nostri giorni. Il pubblico della Scala, certo, è conservatore; ammira il passato e storce il naso per uno spettacolo che poggia su una scena fissa, con un enorme muro grigio, una grande crepa della forma di un quadrato appoggiato su uno dei vertici. Un po’ di luce, comunque, c’è stata per questa importante ripresa scaligera di Anna Bolena: applausi calorosi per Gerzmava (Anna Bolena) e Pretti (Percy).

Roberto Coaloa commenta Anna Bolena alla Scala sul quotidiano Libero, domenica 2 aprile 2017.

Roberto Coaloa commenta Anna Bolena alla Scala sul quotidiano Libero, domenica 2 aprile 2017.

IN DON GIOVANNI C’È ANCHE UN PO’ DI CASANOVA

Il "Don Giovanni" nell'interpretazione di Herbert von Karajan (1986), con Ramey · Tomowa-Sintow · Baltsa Battle · Winbergh · Furlanetto Malta · Burchuladze Chor der Deutschen Oper Berlin Berliner Philharmoniker

Il “Don Giovanni” nell’interpretazione di Herbert von Karajan (1986), con Ramey · Tomowa-Sintow · Baltsa
Battle · Winbergh · Furlanetto
Malta · Burchuladze
Chor der Deutschen Oper Berlin
Berliner Philharmoniker

Mozart nel 1789, in un ritratto di Doris Stock (76 x 62 mm).

Mozart nel 1789, in un ritratto di Doris Stock (76 x 62 mm).

Un libro ricostruisce la prima praghese del Don Giovanni di Mozart, il 29 ottobre 1787: Giorgio Ferrari, La sera della prima. Mozart. Da Ponte, Casanova e la nascita di Don Giovanni (La Vita Felice, Milano, pagg. 200, € 14,50).

Recensione di Roberto Coaloa sul quotidiano “Libero”, venerdì 15 luglio 2016.

 

Un ritratto coevo di Giacomo Girolamo Casanova, nato a Venezia, il 2 aprile 1725, morto a Dux, l'odierna Duchcov, il 4 giugno 1798. Casanova è stato un incommensurabile avventuriero, un raffinato scrittore in lingua francese, poeta, alchimista, diplomatico, filosofo, spia e tante altre cose ancora.

Un ritratto coevo di Giacomo Girolamo Casanova, nato a Venezia, il 2 aprile 1725, morto a Dux, l’odierna Duchcov, il 4 giugno 1798. Casanova è stato un incommensurabile avventuriero, un raffinato scrittore in lingua francese, poeta, alchimista, diplomatico, filosofo, spia e tante altre cose ancora.

IN DON GIOVANNI C’È ANCHE UN PO’ DI CASANOVA

Di Roberto Coaloa

Il Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, il compositore più universale nella storia della musica occidentale, è l’Opera più famosa al mondo, quella che ha creato più suggestioni in assoluto, in qualsiasi campo, dalla filosofia, al cinema. Il Don Giovanni kierkegaardiano, l’appassionato commento alla musica di Mozart, è quello a noi più caro: intriso dello spirito di Lord Byron, Don Giovanni diventa una forza cosmica, è l’eterno violento potere della sensualità che si espande nella sua spontaneità naturale. Il Don Giovanni mozartiano ha la sua antitesi nell’idea di Faust, il seduttore spirituale, il peccatore. Don Giovanni è eternamente allegro, giovane e forte. E noi, invece, siamo esseri esposti al logoramento del tempo, alla malinconia dell’inquietudine, che non ci fa trovar pace in alcun finito, afferma Søren Kierkegaard. Dopo il filosofo, Don Giovanni ritorna come idea fissa in altri celebri autori, assumendo toni sempre più demoniaci e spettrali. Non è un caso che la musica di Don Giovanni sia anche la colonna sonora dell’eccidio di una famiglia nel film Il buio nella mente di Claude Chabrol, con due indimenticabili assassine, interpretate da Sandrine Bonnaire e Isabelle Huppert. E aggiungiamo la sorprendente entità del fascino esercitato da Don Giovanni-Mozart, seduttore moderno, con il Rock me Amadeus di Falco: Don Giovanni come punk del Rococò, come idolo del rock, esaltato e popolare!

È quindi una gradita sorpresa ritornare alle origini di questo mito moderno, grazie a un bellissimo saggio del milanese Giorgio Ferrari, La sera della prima. Mozart. Da Ponte, Casanova e la nascita di Don Giovanni (La Vita Felice, Milano, pagg. 200, € 14,50), che racconta i giorni intorno a una data fatidica della storia della musica: il 29 ottobre 1787. E non solo: alla fine del volume c’è un gustoso «Commiato» dell’autore, che qui non sveliamo.

La sera della prima è il libro di un grande amateur di musica, un atto di amore nei confronti del divino Mozart, un invito a scoprire il Don Giovanni e non solo: anche le altre musiche che precedettero quel capolavoro. Siamo nella Praga asburgica di fine Settecento, quella del cosiddetto “dispotismo illuminato” dell’Imperatore Giuseppe II. A Vienna, Mozart è un talento riconosciuto da tutti, ma non naviga nell’oro, a cagione del dispendioso tenore di vita. Vive, infatti, in un appartamento non lussuoso al numero 244 di Landstraße, una zona un po’ periferica della capitale dell’Impero dove, a sentire lo sprezzante giudizio del Principe di Metternich, «proprio da lì cominciava l’Asia». In quella plenitudine dell’epoca dell’Illuminismo, Mozart non è più un mauvais garçon (come ce lo ha tramandato, ad esempio, il famoso film di Milos Forman, Amadeus). Mozart, nonostante i segni di una prematura vecchiaia, che annunciano una morte imminente, produce negli ultimi anni della sua vita i suoi capolavori: i tre magnifici concerti per pianoforte e orchestra (il n. 22 in Mi bemolle maggiore K. 482, il n. 23 in La maggiore K. 488 e il n. 24 in Do minore K. 491) e Le Nozze di Figaro. A questi capolavori si aggiunge una musica di perfetta magnificenza settecentesca: i Quintetti per archi K. 515 e K. 516 e il divertimento per sei strumenti K. 522.

A Praga, nell’ottobre 1787, Mozart non pensa ai suoi guai economici: la sua carrozza sta attraversando il Ponte Carlo e lui si sente benaccolto da quella sensuale città gotica rivestita di sembianze rinascimentali. Perché a differenza di Vienna, Praga apprezza e ama senza riserva la sua musica. Lì, in quel momento, si ritrovano alcuni geni della cultura europea: oltre a Mozart, gli italiani Lorenzo Da Ponte e l’anziano Giacomo Casanova, che deve costantemente del denaro a Da Ponte.

Purtroppo alla prima del capolavoro di Mozart, Da Ponte non c’era, perché il titanico e impaziente Salieri lo aveva richiamato di gran carriera a Vienna. E nemmeno della presenza di Casanova possiamo dirci sicuri. Eppure, magia, alchimia e splendore della scena, fanno di Praga il fonte battesimale, l’apoteosi, l’atto di nascita del mito.

Il Don Giovanni, il 29 ottobre 1787, è rappresentato a Praga come dramma giocoso in due atti intitolato Il dissoluto punito, musica di Mozart e libretto di Da Ponte, basato sul mito popolare del Burlador che da più di un secolo calca le assi del palcoscenico ed è diventato per antonomasia il ritratto del libertino impunito. Ma tutti i Don Giovanni che precedettero quello mozartiano – da Tirso de Molina a Molière (per non parlare di quelli successivi) – convergono e derivano dalla figura che primeggia nelle parole e nella musica di quel “Dissoluto punito” di Praga. Al quale mise mano anche un suo doppio e alter ego come Casanova, che nelle sue memorie si pavoneggiò delle sue conquiste amorose, facendo risuonare il catalogo di Leporello. All’indomani della première di Don Giovanni, Da Ponte ripassava da Praga, assistendo alla trionfale replica dell’opera sua e di Mozart, facendo tappa a Dux, diretto a Dresda, non senza aver ricevuto una lettera d’ammirazione di Casanova, che imbarazzato gli scrocca gli ultimi due zecchini.

I capolavori della musica classica

Il celebre ritratto di  Ludwig van Beethoven, eseguito da  Joseph Karl Stieler nel 1820.

Il celebre ritratto di Ludwig van Beethoven, eseguito da Joseph Karl Stieler nel 1820.

 

I CAPOLAVORI DELLA MUSICA CLASSICA

Di Roberto Coaloa

Da martedì 3 marzo per i lettori di Libero sarà disponibile il primo CD della serie «I capolavori della musica classica», una raccolta composta da 5CD, il primo al prezzo speciale di €0,60 oltre a quello del quotidiano.

Da martedì 3 marzo per i lettori di Libero sarà disponibile il primo CD della serie «I capolavori della musica classica», una raccolta composta da 5CD, il primo al prezzo speciale di €0,60 oltre a quello del quotidiano.

Da martedì 3 marzo per i lettori di Libero sarà disponibile il primo CD della serie «I capolavori della musica classica», una raccolta composta da 5CD, il primo al prezzo speciale di €0,60 oltre a quello del quotidiano. La serie è rivolta non solo agli esperti e agli appassionati di musica classica, ma a un pubblico più vasto, in una rassegna che comprende oltre alle melodie intramontabili di Vivaldi e Mozart, anche le arie operistiche di Verdi e Puccini, con le voci di Rodolfo, Mimi e Rigoletto. Dal secondo CD, in edicola da martedì 10 marzo al prezzo di € 4,60, il lettore riceverà in omaggio il cofanetto raccoglitore nel quale inserire i successivi CD che usciranno a cadenza settimanale.

È una raccolta brillante «I capolavori della musica classica»: un ausilio prezioso a non dimenticare la nostra storia e cultura occidentale, impregnata dallo spirito viennese (non è un caso che la maggioranza dei compositori scelti abbia operato nella grande Vienna: da Schubert a Mahler, da Beethoven a Brahms, da Mozart a Strauss). Una musica prodotta dalla cultura viennese, che penetrava come un etere la vita intera, perché lì la cultura stessa, in segreto contrasto con ciò che si intende con questo termine, si era sedimentata in un tacito accordo, in un’atmosfera dell’esistente. «Künstlerleben», come recita l’opera 316 di Johann Strauss figlio. Vienna non è normale: lì un musicista può lasciarsi penetrare dalla musica, fatto ovvio per il compositore dell’immortale «Sul bel Danubio blu».

Gustav Mahler fotografato nel 1907, al termine della sua esperienza viennese, quando era Direttore  alla Vienna Hofoper.

Gustav Mahler fotografato nel 1907, al termine della sua esperienza viennese, quando era Direttore alla Vienna Hofoper.

La musica viennese ha qualcosa di “familiare”, direbbe Adorno. Noi la riconosciamo al primo ascolto, anche per l’uso massiccio che nell’ultimo secolo ne ha fatto il cinema. Per questo ci piace e spesso ci troviamo a fischiettarla, forse non ricordando il nome del brano. Un atavismo cinematografico ci ha legati per sempre a Gustav Mahler e al suo «Adagietto» della Quinta Sinfonia, usato magistralmente da Luchino Visconti in «La morte a Venezia», a Franz Schubert e al suo «Impromptu op. 90, n. 3», tema romantico scelto da Jane Campion per il suo «The Portrait of a Lady». Senza scomodare lo Schubert di Stanley Kubrick in Barry Lyndon.

Ritratto della famiglia Mozart. Al centro Wolfgang Amadeus Mozart con giacca rossa. Accanto a lui sua sorella Maria Anna. Sul muro il ritratto della madre, Anna Maria (morta nel 1778). Vestito di nero il padre, grande violinista, Leopold. Il pittore è Johann Nepomuk della Croce, che eseguì l'opera tra il 1780 e il 1781.

Ritratto della famiglia Mozart. Al centro Wolfgang Amadeus Mozart con giacca rossa. Accanto a lui sua sorella Maria Anna. Sul muro il ritratto della madre, Anna Maria (morta nel 1778). Vestito di nero il padre, grande violinista, Leopold. Il pittore è Johann Nepomuk della Croce, che eseguì l’opera tra il 1780 e il 1781.

Ogni CD di «I capolavori della musica classica» raduna venti pezzi. Gli esecutori sono interpreti di provata esperienza come l’orchestra mozartiana di Alfred Scholz, il Rossini Quartet e i pianisti Maurizio Mastrini e Virginio Pavarana. Nel primo CD si va dal compositore norvegese Edvard Grieg, con il carattere impressionistico delle celebri musiche di scena scritte per il Peer Gynt di Ibsen (ineffabile il suo «Mattino») al leggendario Johann Strauss senior, che compose nel 1848, in onore dell’eroe dell’Impero asburgico, il pezzo che diventerà uno dei simboli di Vienna nel mondo: la «Radetzky-Marsch». Incastonati, come pietre preziose della raccolta, ascoltiamo la luminosa «Primavera» di Antonio Vivaldi, vissuta come un’elegante danza di corte, in cui si odono scorrere le acque dei ruscelli e dove il canto spensierato degli uccelli viene zittito solo per poco da un improvviso temporale. «Le quattro stagioni» furono pubblicate da Vivaldi per la prima volta ad Amsterdan nel 1725 per l’editore Le Cène con il titolo «Il Cimento dell’Armonia e dell’Invenzione», il che nel modo di esprimersi del diciottesimo secolo sta a significare «Pezzi di prova di Armonia e Ispirazione». L’uso delle quattro stagioni in musica era già stato sperimentato nel 1716 da Alessandro Scarlatti a Vienna, con «Primavera, Estate, Autunno, Inverno e Giove», opera dedicata all’Arciduca Leopoldo, figlio dell’Imperatore Carlo VI.

Di Wolfgang Amadeus Mozart ascoltiamo «Eine Kleine Nachtmusik», la celeberrima K. 525, una serenata in sol minore datata 10 agosto 1787. È un breve pezzo popolare che rappresenta per molti l’essenza stessa del genio di Mozart. È un chef d’oeuvre di perfezione in miniatura. Mozart è un Maestro della composizione, discreto, ma dove tutto confina con il miracolo.

CLAUDIO ABBADO. I VERTICI DELLA CARRIERA. VERDI, BRAHMS, PROKOF’EV. MA IL MEGLIO LO HA DATO COME INTERPRETE DI MAHLER.

Claudio Abbado mentre dirige l’orchestra della Scala

Claudio Abbado mentre dirige l’orchestra della Scala

Oggi sul quotidiano Libero: “Verdi, Brahms, Prokof’ev. Ma il meglio lo ha dato come interprete di Mahler”.

È il mio ricordo di Claudio Abbado, morto a Bologna ieri, lunedì 20 gennaio, all’età di ottanta anni. Aveva affrontato la malattia con coraggio. Il grande direttore d’orchestra era nato a Milano il 26 giugno 1933.

Abbado: «Non accetto limiti e cerco sempre cose nuove. Quando si pensa di sapere tutto la vita è già finita».

 

CLAUDIO ABBADO. I VERTICI DELLA CARRIERA. VERDI, BRAHMS, PROKOF’EV. MA IL MEGLIO LO HA DATO COME INTERPRETE DI MAHLER.

Di Roberto Coaloa

GUSTAV MAHLER

Gustav Mahler in silhouette. Otto Böhler. Wien 1914.

Non solo Gustav Mahler, ma soprattutto Mahler! Claudio Abbado è stato principalmente il più grande interprete di quell’immenso compositore.

È questo il miglior Abbado che emerge a una attenta analisi di tutta la sua splendida carriera artistica, come interprete sublime e come raffinato e potente direttore d’orchestra, come lo era stato Mahler, tra il 1897 fino alla morte.

Abbado, quindi, va ricordato soprattutto come interprete mahleriano, perché è riuscito a farci comprendere la complessità di quella musica in centinaia di incisioni e altrettanti concerti, rendendo chiare le implicazioni filosofiche e letterarie delle esplosioni primitive di suoni (Prima sinfonia) e delle immense potenze musicali (la Ottava), volute dal musicista di Kaliště, direttore della K. u K. Hofoper (Imperial Regia Opera di Corte) di Vienna, nell’epoca più feconda della musica europea.

Abbado si è mosso tra le onde e le tempeste della musica di Mahler con la nonchalance propria di intellettuali impareggiabili di quel mondo, come Christoph Ransmayr e Claudio Magris.

Questa passione per Mahler la si può scorgere con la creazione di Abbado della Gustav Mahler Jugendorchester. Inoltre, già nel 1965, Herbert von Karajan invitò il milanese a dirigere la Seconda Sinfonia al Festival di Salisburgo. E non a caso la città di Vienna gli ha conferito la prestigiosa Mahler-Medaille.

Quando si ricorda la Quinta di Mahler,
sovviene alla memoria il celeberrimo “Adagietto”, quel movimento musicale, reso quasi insopportabile dai troppi ascolti: dal film Morte a Venezia di Luchino Visconti alle pubblicità televisive. L’Adagietto, grazie alla cura estrema della concertazione, l’abilità rara nel dipanare i fraseggi con un paziente lavoro di concertazione anche su minimi dettagli, resta un miracolo per la plasticità, la misura, la fermezza, davvero ammirevoli, della lettura di Abbado. Non troviamo, pertanto, le inutili leziosità di altri direttori d’orchestra, che trasformano questa pagina mahleriana in una orrenda melensa marmellata sonora, da far venire voglia di andare all’Opera indossando un cappello di forma tale da potervi nascondere le cuffie e ascoltare Tommy degli Who.

L’Adagietto di Abbado suscita forti emozioni, fa arrivare alle lacrime, come se fosse l’inquieta marcia funebre della Terza di Beethoven. È una interpretazione dal raro fascino, ausilio prezioso per poi tuffarsi nel dionisiaco Scherzo e nel largo Finale con una forza che non trova eguali.

Abbado è stato impegnato con le più note orchestre del mondo, dai Berliner Philharmoniker, diretta dal 1990 al 2002, dopo gli anni di Karajan, all’Orchestra scaligera, dai Wiener alla London Symphony. Un lavoro titanico, tanto da costringere gli ammiratori a creare un gruppo di abbadiani “volanti”: il «Club Abbadiani Itineranti».

Oltre a Mahler, Abbado fu interprete di Giuseppe Verdi (memorabile la Messa da Requiem con un giovane Pavarotti, nel 1970) e di Johannes Brahms. Ricordiamo ancora la sua lettura elegante e commossa del Concerto per violino di Alban Berg, dedicato «alla memoria di un angelo», suonato con incredibile partecipazione da Viktoria Mullova, al Conservatorio di Milano negli anni di Vladimir Delman. Abbado, infine, va ricordato come tra i più abili interpreti del musicista Sergej Prokof’ev. La favola musicale di Pierino e il lupo, con l’interpretazione di Roberto Benigni, ha fatto conoscere a molti il genio del russo, ma per gli happy few resta un punto di riferimento l’interpretazione di Abbado con la London Symphony Chorus and Orchestra di Aleksandr Nevskij e Il tenente Kijé, dove un suono di primavera, romantico e indimenticabile, caratterizza il miglior Prokof’ev di sempre.