Archivi categoria: Biografie storiche

VLADIMIR LENIN. IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c'è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l'intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d'ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua...

Lenin mentre arringa la folla, nel 1920, a Mosca, nella piazza Sverdlov. Accanto alla piattaforma c’è il vero leader della Rivoluzione: Lev Trockij. Stalin era talmente geloso di quella foto (che mostrava l’intesa profonda, nonostante le divergenze tra i due leader della Rivoluzione d’ottobre) da far sostituire la faccia di Trockij con la sua…

 

Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

Una nuova biografia su Lenin scritta da Victor Sebestyen mostra il leader comunista ossessionato dal ménage à trois con amante e moglie, descrivendo, fuori dalla leggenda, gli episodi più famosi della rivoluzione di cent’anni fa, resa possibile dall’aiuto del Kaiser tedesco e da molta fortuna.

IL PICCOLO BORGHESE INNAMORATO CHE FECE LA RIVOLUZIONE CON LE DONNE

Di Roberto Coaloa

"Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne". Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano "Libero", venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

“Il piccolo borghese innamorato che fece la rivoluzione con le donne”. Di Roberto Coaloa. Dal quotidiano “Libero”, venerdì 24 marzo 2017, p. 28.

A Zurigo, all’inizio del 1917, l’anno della Rivoluzione d’ottobre, mentre pacifisti e rivoluzionari trovavano rifugio dall’«inutile strage» nella Svizzera neutrale, Stefan Zweig incontrò diverse volte Lenin al Café Odeon, dove si radunavano i bolscevichi (pare che i menscevichi preferissero l’Adler). Zweig non restò impressionato dal leader russo e anni dopo si chiese: come mai «questo piccolo uomo caparbio, Lenin, diventò tanto importante?».

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, "Lenin", pubblicato da Rizzoli.

La copertina del saggio di Victor Sebestyen, “Lenin”, pubblicato da Rizzoli.

A spiegarci il successo di Lenin e i suoi segreti è oggi Victor Sebestyen nel suo ampio e avvincente saggio Lenin, pubblicato da Rizzoli (pp. 562, € 25,00). Il leader russo aveva un’idea fissa: la Rivoluzione, ma nel farla ebbe fortuna e, dopo aver letto attentamente il volume di Sebestyen, che ci racconta molto del Lenin “borghese”, «innamorato», si intuisce che il principale leader della Rivoluzione fosse in realtà lo spietato Lev Trockij. Ma questa è un’altra storia… Il segreto di Lenin, per Sebestyen, fu l’essere “coccolato” e sostenuto dalle donne. Donne della Rivoluzione, ovviamente. Lenin fu anche un “mammone”: la madre Marija Aleksandrovna Blank lo sostenne economicamente fino a 46 anni, cioè fino a un anno prima della Rivoluzione, quando lei  morì a 81 anni.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Elisabeth Inès Armand nel 1916. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei.

Le donne della sua vita furono due rivoluzionarie, e in questo Lenin fu davvero un buon rivoluzionario per i suoi tempi, inaugurando lo stile novecentesco del  ménage à trois. La moglie, ovviamente, brutta, sembrava un’aringa. Nadja Krupskaja fu così definita dalla cognata, Anna, legata al fratello da un affetto un po’ tirannico ed esclusivo. E poi l’amante: Elisabeth Inès Armand. Lei era bellissima e Lenin, alla sua morte, pianse per lei. Era nata l’8 maggio 1874, anche se nel corso degli anni sono state indicate altre date da lei, dalla sua famiglia o da compagni per confondere le autorità di polizia e dell’immigrazione in vari Paesi europei. Nacque a Parigi, ma ci visse poco, finché vi tornò in qualità di attivista bolscevica quando aveva circa trent’anni. Era una femminista convinta e appassionata, che ammirava Tolstoj. Inés si era sposata a diciotto anni in Russia con un signore francese, Armand, rampollo di una ricca famiglia che aveva fatto fortuna nel nuovo settore industriale. Inés, ben presto, lasciò la casa e i figli, e si dedicò completamente alla Rivoluzione. Il marito continuò a seguirla, ad aiutarla da lontano, pagando le cauzioni e le spese di processo in occasione dei suoi frequenti arresti. Fino a quando la vittoria dei bolscevichi gli fece perdere le fabbriche di famiglia. Lenin incontrò Inès a Parigi nel 1910. Non solo gli amici della vecchia guardia, ma anche la Krupskaja era al corrente del legame di Lenin con Inès. Lui stesso glielo aveva confessato, obbedendo ai principi dell’etica rivoluzionaria, e i due coniugi avevano discusso il problema con franchezza e serenità. Lei, Nadezda, aveva subito proposto al marito di andarsene, per lasciarlo libero di dedicarsi all’amante. Ma Lenin le aveva chiesto di restare: malgrado l’amore per l’ardente francesina, era troppo importante – e rassicurante – per lui quel cantuccio di domestica calma che la moglie aveva saputo costruirgli intorno, con materna abnegazione.

Sebestyen poi ci racconta alcuni episodi entrati nella leggenda rivoluzionaria, come l’arrivo di Lenin dopo l’esilio nella capitale russa, Pietrogrado, già scossa dalla prima Rivoluzione di febbraio, e, soprattutto, la presa del Palazzo d’Inverno, che sembra un’avventura fantozziana e non certo l’eroica impresa descritta cinematograficamente, qualche anno dopo, da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Sine ira et studio, questi due episodi, raccontati da Sebestyen, sono fuori da ogni grandezza, anzi: provocano una grande risata per la loro comicità. Per entrare in Russia, Lenin aveva tre scelte: in aereo (troppo pericoloso nel 1917 per la distanza), fingendosi svedese e sordomuto o travestito da bibliotecario. Il viaggio, infine, si fece con il leggendario vagone piombato (in realtà, fuori dalla leggenda, un vagone speciale e niente affatto piombato), pagato, però, dal Kaiser Guglielmo II, che, con quella inaudita collaborazione con il rivoluzionario russo, riuscì a fermare la guerra sul fronte orientale, a far scoppiare la Rivoluzione d’ottobre, facendo poi la pace con il trattato di Brest-Litovsk, cioè la resa e l’uscita della Russia dalla Prima guerra mondiale. Per questo motivo Winston Churchill notò: «I tedeschi volsero contro la Russia la più terribile di tutte le armi. Trasportarono Lenin in un vagone piombato come un bacillo della peste, dalla Svizzera alla Russia».

P.S. L’articolo è stato ripreso anche da questi siti:

https://www.pressreader.com/italy/libero/20170324/282106341466845

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/triangolo-rivoluzione-libro-racconta-vladimir-lenin-piccolo-144295.htm

TALLEYRAND E FOUCHÉ. MAESTRI DEL TRADIMENTO POLITICO

Recensione di Roberto Coaloa, sulla Domenica del Sole24Ore, 5 aprile 2015, al volume di Alessandra Necci Il diavolo zoppo e il suo compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, edito da Marsilio.

Recensione di Roberto Coaloa, sulla Domenica del Sole24Ore, 5 aprile 2015, al volume di Alessandra Necci Il diavolo zoppo e il suo compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, edito da Marsilio.

Recensione di Roberto Coaloa, sulla Domenica del Sole24Ore, 5 aprile 2015, al volume di Alessandra Necci Il diavolo zoppo e il suo compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, edito da Marsilio.

"Portrait de Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord.  Communiqué par M. le comte Stanislas de Castellane". Dal volume di G. Lacour-Gayet (Paris, Payot).

“Portrait de Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord.
Communiqué par M. le comte Stanislas de Castellane”.
Dal volume di G. Lacour-Gayet (Paris, Payot).

 

MAESTRI DEL TRADIMENTO POLITICO

Di Roberto Coaloa

Le vite di Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-1838) e Joseph Fouché (1759-1820), uomini diversi per nascita e fortuna, ma entrambi destinati a rappresentare il tipo moderno dell’uomo di potere (innescando dibattiti a non finire tra gli storici, tra gli altri il russo Tarle e il francese Castelot), giungono ora alla penna di una colta femme de lettres italiana: la scrittrice Alessandra Necci, insignita recentemente dell’onorificenza di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della cultura francese.

Il Diavolo zoppo e il suo Compare volume storico, filosofico e simbolico, è una lucida rappresentazione dei meccanismi e dei comportamenti del potere. Un affresco di un periodo ampio, dall’ancien régime alla Restaurazione, nel quale compaiono le vite straordinarie del “Diavolo zoppo”, Talleyrand (da bambino il suo piede destro, dopo un incidente, rimane atrofizzato, somigliando poi, secondo testimoni imparziali, a uno zoccolo carnoso, con in fondo le unghie a forma di artigli) e del “Compare”, Fouché. L’autrice ce li racconta con uno stile brillante, abbandonando la narrativa più fastosa, con gli splendidi medaglioni aristocratici incarnati da Luigi XVI e Maria Antonietta, dedicandosi con profondità ai grandi lottatori cinici di Parigi. Soprattutto narra – non annoiando – gli importanti snodi diplomatici: la pace separata, il rovesciamento delle alleanze, l’inizio del “concerto” europeo.

I due protagonisti sono considerati dai contemporanei dei veri e propri pendagli da forca. Napoleone non esiterà a chiamare Talleyrand «merda in calze da seta». Eppure, dopo il 1789, mentre gli eroi di quella stagione, come Robespierre e Danton, scompaiono atrocemente, Talleyrand e Fouché afferrano il potere con Napoleone e non lo lasceranno più. È una nuova stagione politica per il diavolo e il suo complice: essi non sono più i cortigiani del Settecento, preparati semplicemente a servire. Predisposti a tradire, Talleyrand e Fouché tradiscono continuamente e meravigliosamente, per controllare a loro vantaggio gli eventi. Riescono a sbarazzarsi pure di Napoleone, che era stato, per quasi un ventennio, la loro fortuna. Si acquattono dietro le sale di vincitori e vinti, se è necessario, e come belve feroci si appropriano di spazi e di uomini, «deviando il flusso degli accadimenti nella direzione da loro decisa». Durante i Cento giorni, Talleyrand ha rifiutato la carica di ministro degli esteri di Napoleone, dedicandosi alla tessitura del suo disegno politico, e ha «manovrato divinamente» a favore di Luigi XVIII, dalla «testardaggine da mulo». Il capolavoro di questi due camaleonti del potere è rivelato all’inizio del volume, quando Talleyrand e Fouché, dopo la disfatta di Napoleone a Waterloo, si ritrovano a festeggiare Wellington, l’inglese che ha sconfitto l’Ogre de Corse. È l’estate del 1815. La coppia presiede il governo provvisorio dopo la caduta di Napoleone. Uno sfoggia il titolo di Principe di Benevento, l’altro di Duca d’Otranto. Nobiltà improvvise, che affiancano le cariche più note: di ministro degli esteri del Direttorio e poi di Napoleone per Talleyrand e ministro della polizia per Fouché. Nell’incontro decidono, per iniziativa di Talleyrand, di collaborare e scegliersi un nuovo padrone: Luigi XVIII. È un momento fatale, che la scrittrice racconta con l’ausilio di un testimone eccezionale, Chateaubriand, che riporterà la scena surreale nelle Mémoires d’outre-tombe: «Mi recavo da Sua Maestà. Introdotto in una delle stanze che precedevano quella del Re, non trovai nessuno: mi sedetti in un angolo e attesi. All’improvviso, una porta si apre: entra silenziosamente il vizio appoggiato al braccio del crimine, Monsieur de Talleyrand avanza sostenuto da Monsieur Fouché; la visione infernale passa davanti a me, penetra nel gabinetto del Re e scompare».

Alessandra Necci, Il diavolo zoppo e il suo compare. Talleyrand e Fouché o la politica del tradimento, Marsilio, pagg. 662, € 19,00.

LA COMPAGNIA DI GESÙ. DA IGNAZIO DI LOYOLA A PAPA FRANCESCO. UNA PRESTIGIOSA COLLANA STORICA DEL SOLE24ORE, A CURA DI MICHELA CATTO

"Ignazio di Loyola. Un illuminista al servizio della Chiesa" di Guido Mongini.

“Ignazio di Loyola. Un illuminista al servizio della Chiesa” di Guido Mongini.

La storia dell’ordine religioso

come specchio della società moderna.

Sabato 27 settembre, in edicola il primo volume: “Ignazio di Loyola”. Il Sole 24 Ore per la prima volta ricorda i personaggi che hanno fatto la storia e la grandezza dei gesuiti con una collana interamente dedicata.La Compagnia di Gesù” è in edicola con Il Sole 24 Ore a partire da sabato 27 settembre, con il volume sul fondatore Ignazio di Loyola.

“La Compagnia di Gesù” racconta in 12 volumi monografici la storia dell’ordine attraverso i suoi più illustri protagonisti; un ordine religioso che ha attirato l’interesse non solo degli studiosi, ma anche di moltissimi intellettuali laici e filosofi della scienza.

Con la collana Il Sole 24 Ore ha voluto creare un percorso storico-letterario che raccontasse la storia della Compagnia come un vero e proprio specchio della società contemporanea: conoscenza del ruolo direttamente e indirettamente svolto nella globalizzazione attraverso l’attività missionaria, giungendo ai giorni nostri e a Papa Bergoglio, primo gesuita Pontefice della Chiesa Romana.

Il primo volume è dedicato alla figura di Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia. La vita rocambolesca di Loyola è emblematica della crisi religiosa del Cinquecento europeo (il secolo della riforma protestante, della nascita di nuovi ordini che cercano vie alternative di vita religiosa). Il suo pensiero, spirituale e pratico e l’organizzazione che egli diede della Compagnia di Gesù si distinsero rispetto a quelli degli altri ordini, assicurando da qui sino alla sua soppressione una particolare flessibilità (unita a una struttura gerarchica), che permise alla Compagnia di Gesù di diventare l’ordine religioso in assoluto più importante. Una struttura unica che spiega e in parte giustifica tutta la successiva storia della Compagnia.

Il volume è di Guido Mongini, dottore di ricerca in storia religiosa all’Università di Torino e studioso di storia della Riforma e Controriforma, di teologia politica, storia comparata delle religioni e di mistica.

L’intera collana è a cura di Michela Catto, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler, studiosa di storia politico-religiosa e della Compagnia di Gesù.

PIANO DELL’OPERA:

Volume Data Uscita
1. Ignazio di Loyola (1491-1556) 27/09/2014
2. Juan de Mariana (1536-1624) 04/10/2014
3. Roberto Bellarmino (1542-1621) 11/10/2014
4. José de Acosta (1539-1600) 18/10/2014
5. Matteo Ricci (1552-1610) 25/10/2014
6. Antonio Ruiz de Montoya (1585-1652) 01/11/2014
7. Ippolito Desideri (1684-1733) 08/11/2014
8. Joseph-François Lafitau (1681-1746) 15/112014
9. Juan Andrés y Morell (1740-1817) 22/11/2014
10. I Gesuiti e l’Ottocento 29/11/2014
11. I Gesuiti e il Novecento 06/12/2014
12. Jorge Mario Bergoglio 13/12/2014

I volumi saranno disponibili in edicola ogni sabato a partire dal 27 settembre a 9,90 euro oltre al prezzo del quotidiano Il Sole 24 Ore.

 

VITE DI FEDE E DI AVVENTURA.

Di Roberto Coaloa

 

L’ordine venne fondato da Ignazio di Loyola che, con alcuni compagni, a Parigi nel 1534 fece voto di predicare in Terra Santa e di porsi agli ordini del papa. Il programma di Ignazio venne approvato da papa Paolo III con la bolla Regimini militantis ecclesiae (27 settembre 1540).

L’inizio della storia di questi grandi Maestri è caratterizzata dalla presenza di figure legate a un cosmopolitismo quasi esasperato, ad una serie di personaggi di grandissimo interesse, dalle vite straordinarie. Degna di un romanzo d’avventura alla Dumas è la vita del fondatore Ignazio di Loyola, che da soldato divenne l’ideatore dell’ordine. Nel 1517, infatti, il giovane Ignazio si era arruolato nelle truppe del viceré di Navarra, il duca di Nájera Antonio Manrique de Lara, prendendo parte alle guerre di Carlo V contro Francesco I. Nella difesa di Pamplona, assediata dai francesi, fu colpito da una palla di cannone che gli sfracellò la gamba destra e gli ferì la sinistra, costringendolo a claudicare per tutta la vita…

Padre Matteo Ricci (Macerata, 6 ottobre 1552 – Pechino, 11 maggio 1610).

Padre Matteo Ricci (Macerata, 6 ottobre 1552 – Pechino, 11 maggio 1610).

Figure come quelle di Matteo Ricci sono davvero uniche. Ricci fu viaggiatore in Cina, apprezzato dall’Imperatore, si stabilì a Pechino nel 1601, aprendo all’ordine dei Gesuiti nuovi orizzonti: nel 1610, anno della morte di Ricci, i cattolici cinesi erano circa 2.500; nei cinque anni successivi furono il doppio.

Oltre all’Oriente, i Gesuiti ebbero storie gloriose anche in Africa e America; si ricorda l’ammirazione di Ludovico Antonio Muratori per le opere dell’ordine nel Paraguay (Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay).

La storia dei Gesuiti è quindi eccezionale, per più di un motivo. A questo cosmopolitismo iniziale, l’ordine subì una notevole chiusura, a volte imposta, altre volte desiderata. Uomini di ingegno come Pascal criticarono l’ordine, altri decisero di distruggerlo, animati da un odio profondo verso un tipo di cattolicesimo troppo legato alle élite al potere, che ne condizionava l’operato.

Alcuni governi europei consideravano l’ordine il più pericoloso alleato dei pontefici e la Compagnia venne sempre più considerata il principale ostacolo alle politiche riformiste e giurisdizionaliste dei sovrani, nonché al rinnovamento delle forme religiose (propugnato dai giansenisti). Accusati di regicidio, di pervertire l’ordine sociale, di corrompere la gioventù e di essere artefici della supremazia del papa sul potere monarchico, i gesuiti vennero espulsi dai principali regni europei e dalle loro colonie. Prima della Rivoluzione francese, i gesuiti videro crollare il loro mondo. Paradossalmente non furono le spinte rivoluzionarie europee a stroncare l’ordine, ma fu un papa, Clemente XIV, che sotto la pressione dei sovrani borbonici, nel 1773 soppresse la Compagnia.

Per i Gesuiti non fu la fine, dalle ceneri della soppressione, nacque all’inizio dell’Ottocento un ordine del tutto trasformato. Con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, del 30 luglio 1814, papa Pio VII ripristinò la Compagnia di Gesù in tutto il mondo.

Padre Luigi Taparelli d'Azeglio, nato Prospero Taparelli d'Azeglio (Torino, 24 novembre 1793 – Roma, 21 settembre 1862).

Padre Luigi Taparelli d’Azeglio, nato Prospero Taparelli d’Azeglio (Torino, 24 novembre 1793 – Roma, 21 settembre 1862).

Era inevitabile che la Compagnia restaurata cercasse di riproporre le condizioni e i rapporti con i governi dell’Europa rinata al Congresso di Vienna. Compito difficile perché quelle condizioni e rapporti erano stati distrutti dalla Rivoluzione. La stessa Chiesa era mutata, come testimonia la vicenda umana e politica di Vincenzo Gioberti e di Antonio Rosmini nel Risorgimento italiano. E anche nella Compagnia non mancò una grande eccezione, rappresentata da Luigi Taparelli d’Azeglio, fratello di Roberto e Massimo d’Azeglio, protagonisti dell’Unità d’Italia.

A mio modesto parere questa collana del Sole24Ore non dovrebbe fermarsi alle eccezionali figure della Compagnia prima della soppressione. L’augurio alla collana curata da Michela Catto è quella di avere successo, nella speranza di vedere in seguito (oltre alle dodici uscite programmate) anche altri preziosi profili biografici inediti. Di personaggi come Luigi Taparelli d’Azeglio, ad esempio, che insieme a personaggi come San Giovanni Bosco (con i già citati Gioberti e Rosmini), possono davvero illuminare la peculiarità dell’Ottocento italiano (che non fu solo targato “Savoia”, massonico e anticlericale) e le sue correnti cattoliche, e non solo, facendo capire al grande pubblico la storia dell’Ordine. Una narrazione di ampio respiro, che entra con le storie individuali in questa complessa realtà che continua ad essere di grande attualità. Non a caso, il 13 marzo 2013, è stato eletto papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio), il primo pontefice gesuita…

LE INCREDIBILI PERIPEZIE DELLA TESTA DI CROMWELL

 

Articolo di Roberto Coaloa, dal quotidiano Libero. Domenica 19 gennaio 2014. Recensione alla biografia di Richard Newbury su Oliver Cromwell.

Articolo di Roberto Coaloa, dal quotidiano Libero. Domenica 19 gennaio 2014. Recensione alla biografia di Richard Newbury su Oliver Cromwell.

La lapide dedicata a Oliver Cromwell (1599-1658) al Sidney Sussex College di Cambridge

La lapide dedicata a Oliver Cromwell (1599-1658) al Sidney Sussex College di Cambridge

La testa di Cromwell fu decapitata dopo la sua morte e passò in maniera avventurosa per molte mani, fino a quando nel 1960 fu donata al Sidney Sussex College di Cambridge, l’alma mater di Oliver. È un luogo segreto, in modo che il povero Cromwell possa finalmente riposare. Una lapide, vicino al luogo di sepoltura, porta la data del 25 marzo 1960. Solo il Master del College conosce esattamente il luogo segreto nella parete della Cappella del Sidney Sussex in cui è sepolta. E lo trasmette con gran segretezza al suo successore poco prima di passargli le redini.

La testa di Oliver Cromwell fu decapitata dopo la morte (nel 1661) e passò in maniera avventurosa per molte mani, fino a quando nel 1960 fu donata al Sidney Sussex College di Cambridge, l’alma mater di Oliver. La testa del Lord Protettore si trova ora in un luogo segreto, in modo che il povero Cromwell possa finalmente riposare. Una lapide, vicino al luogo di sepoltura, porta la data del 25 marzo 1960. Solo il Master del College conosce esattamente il luogo segreto nella parete della Cappella del Sidney Sussex in cui è sepolta. E lo trasmette con gran segretezza al suo successore poco prima di passargli le redini.

Cromwell Gazing at the Body of Charles I  by Paul Delaroche (after) Oil on canvas, 51 x 61.5 cm  Collection: Museum of London.

Cromwell guarda il cadavere di Carlo I (una copia del celebre quadro del francese Paul Delaroche (1797-1856). Olio su tela, 51 x 61.5 cm nelle collezioni del “Museum of London”. Il dipinto si basa su una leggenda apocrifa, ma irresistibile, usata anche da Nathaniel Hawthorne in un racconto breve, ma atrocemente tedioso.

 

"Oliver Cromwell" di Richard Newbury (Claudiana, pagg. 240, € 17,50, prefazione di Antonio Caprarica).

“Oliver Cromwell” di Richard Newbury (Claudiana, pagg. 240, € 17,50, prefazione di Antonio Caprarica).

“Le incredibili peripezie della testa di Cromwell” è la recensione al nuovo volume di Richard Newbury, “Oliver Cromwell” (Claudiana, pagg. 240, € 17,50, prefazione di Antonio Caprarica), di Roberto Coaloa. Articolo apparso sul quotidiano Libero, Domenica 19 gennaio 2014.

Esecuzione postuma, impalamento, trafugamenti e vendite: le vicende post mortem del Lord Protettore sono avvincenti come la sua vita. Ed è ora di riconoscere i meriti del primo regicida della modernità.

 

 

 

LE INCREDIBILI PERIPEZIE DELLA TESTA DI CROMWELL

Di Roberto Coaloa

La vita del gentiluomo di campagna, Oliver Cromwell (1599-1658) – che diventò un rivoluzionario, leader parlamentarista nella guerra civile, promotore della prima esecuzione capitale di un monarca e quindi primo grande regicida della storia moderna (il taglio della testa di Carlo I Stuart anticipò i tribunali rivoluzionari del 1793 e del 1918: di 144 anni la decapitazione di Luigi XVI, di 269 anni l’esecuzione della famiglia imperiale russa) – è narrata in tono brillante e originale dallo storico britannico Richard Newbury nel volume Oliver Cromwell (Claudiana, pagg. 240, € 17,50, prefazione di Antonio Caprarica).

Non indignata per il regicidio, la cittadinanza inglese fece assurgere al gentiluomo di campagna il ruolo di Lord Protettore (Lord Protector of the Commonwealth of England, Scotland and Ireland), o meglio: Cromwell si liberò del Parlamento, inducendo il Consiglio di Stato ad abdicare nelle sue mani, ottenendo pieni poteri di governo nella nuova repubblica inglese, dal 1653 alla morte, avvenuta il 3 settembre 1658. Le sue ultime parole furono: «Perdona coloro che desiderano calpestare la polvere di un povero verme, perché sono anch’essi tue creature…».

A due anni di distanza dalla morte di Cromwell, il Parlamento restaurò la monarchia con Carlo II, poiché Richard Cromwell (nominato dal padre), fu costretto alle dimissioni e all’esilio. Ma pochi conoscono la bizzarra e macabra vicenda che ebbe la salma di Oliver Cromwell, e in particolare la sua testa, dopo la restaurazione della famiglia Stuart. Uno strano e atroce destino, da film horror, che fu risparmiato nei successivi secoli al più feroce Robespierre e a Lenin. Per la prima volta, a narrare l’avventura della testa di Cromwell, con parecchi particolari raccapriccianti, degni di un Grave Movie della Hammer Films, è Newbury.

Ai regicidi che avevano firmato la condanna a morte di Carlo I fu negata l’amnistia parlamentare, perfino se già morti. Nel gennaio 1661, la salma di Cromwell fu riesumata dall’Abbazia di Westminster e il suo corpo imbalsamato fu lasciato la notte del 28 gennaio su un tavolo del «Red Lion Inn», una locanda di Holborn. Il 30 gennaio 1661, nell’anniversario dell’esecuzione di Carlo I, il suo cadavere, insieme alle salme del colonnello Pride, di John Bradshaw (il giudice di Carlo) e di Henry Ireton, fu portato al tribunale Old Bailey, dove un giudice pronunciò la sentenza di morte per i traditori. A Tyburn (oggi Marble Arch), la salma di Cromwell fu sottoposta, con le altre, al macabro rituale dell’esecuzione postuma (hanged, drawn and quartered). Il corpo di Cromwell fu impiccato, sviscerato e squartato.

I quattro corpi rimasero «appesi dall’alba alle 4 del pomeriggio», poi i loro resti furono sepolti a Tyburn in una fossa comune, mentre le loro teste furono impalate sul tetto di Westminster Hall.

In una notte di bufera, nel 1687, sotto Giacomo II, il vento buttò giù la testa di Cromwell. Una guardia la nascose nel camino di casa sua. Nel 1710, la testa del Lord Protettore la ritroviamo nelle mani di un celebre collezionista di curiosità, lo svizzero Claudius Du Puys. Fu poi acquistata dall’attore ubriacone Samuel Russell, che la vendette a un certo Cox, padrone di un museo, poi, nel 1798, fu nuovamente venduta. Passò ancora per altre mani fino a quando nel 1960 fu donata al Sidney Sussex College di Cambridge, l’alma mater di Oliver. Solo il Master del College conosce esattamente il luogo segreto nella parete della Cappella del Sidney Sussex in cui è sepolta. E lo trasmette con gran segretezza al suo successore poco prima di passargli le redini.

La biografia di Newbury è gustosa per questi aneddoti, ma è accattivante anche per altri aspetti, come l’approfondita analisi dei tempi in cui operò il Lord Protettore. Negli anni attorno al 1650, l’Inghilterra diventò una potenza militare, con un esercito addestrato e una marina moderna. Cromwell piegò col sangue e col fuoco i realisti irlandesi e scozzesi, acquistando un prestigio enorme in Europa. Cromwell fu un dittatore, ma anche un uomo complesso, che scelse come capo propaganda e segretario latino John Milton. Il Paradiso perduto è un tentativo di «svelar all’uomo la Provvidenza eterna», e Cromwell desiderava dimostrare che non solo i re sono regolati da leggi, pure la Natura e il Dio Creatore. Dopo il 1649, i re non solo avranno una testa “staccabile” ma saranno anche governati da un contratto costituzionale, che il Parlamento potrà rescindere qualora i patti vengano infranti, come accadrà nella «Gloriosa Rivoluzione».